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Daniel Quinn
The Story of B




(Scarica il libro in formato: PDF, DOC, EPUB, LIT, MOBI, FB2)



Traduzione italiana non ufficiale di Dr. Jackal (e-mail).
Le immagini presenti sono state aggiunte dal sottoscritto per facilità di comprensione.

Le altre opere di Daniel Quinn sono disponibili nel sito: NuovaRivoluzioneTribale.uphero.com



Per Goody Cable
e ovviamente per Rennie, sempre


Quando uno non vede ciò che non vede,
non vede nemmeno che è cieco.
Paul Veyne.




INDICE

Parte Uno
Parte Due
Parte Tre
Epilogo
Gli Insegnamenti Pubblici
La Grande Amnesia
La rana che bolle
Il crollo dei valori
Popolazione: un approccio sistemico
La Grande Reminiscenza






Parte Uno


Venerdì, 10 maggio.

Un diario.

Oggi sono sgattaiolato in uno spaccio e ho comprato un quaderno – questo quaderno in cui sto scrivendo proprio ora. Chiaramente un momento pregnante.
Non ho mai tenuto (né sono mai stato tentato di tenere) un diario di alcun tipo, e non sono nemmeno sicuro che continuerò a tenere questo, ma ho pensato che avrei fatto meglio a provare. Trovo che sia una faccenda bizzarra perché, nonostante in teoria io stia scrivendo solo per me stesso, mi sento fortemente spinto a spiegare chi sono e che cosa sto facendo qui. Mi fa sospettare che tutti coloro che tengono un diario stiano in realtà scrivendo non per se stessi, ma per i posteri.
Mi domando se ci sia un bambino nel mondo che non abbia, a qualche punto del proprio percorso di risveglio della coscienza, aggiunto nel proprio indirizzo “Il mondo” e “L'Universo”. Avendolo già fatto (quasi tre decadi fa), comincio questo diario scrivendo:
Sono Jared Osborne, un prete, assistente pastore, parroco della Chiesa di St. Edward, appartenente all'Ordine di St. Lawrence, Chiesa Cattolica Romana. E, avendo scritto ciò, mi sento obbligato ad aggiungere: non sono un granché come prete. (Wow, questa faccenda del diario è roba forte! Queste sono parole che non ho mai osato nemmeno sussurrare, neanche a me stesso!) Senza esaminare la logica di questo troppo approfonditamente, posso dire che è proprio perché non sono un granché come prete che sento il bisogno di cominciare questo diario a questo punto della mia vita.
Questo è perfetto. È esattamente il punto da cui devo cominciare. Prima che parli di qualunque altra cosa, devo mettere chiaro e tondo nero su bianco chi sono e come sono arrivato qui, benché, grazie a Dio, non debba andare indietro fino alla mia infanzia o cose del genere. Devo solo andare indietro abbastanza da capire come sono finito coinvolto in una delle storie più bizzarre dell'epoca moderna.

Poster di reclutamento: perché sono un Laurenziano.

Per lungo tempo, noi Laurenziani siamo stati definiti dalle nostre differenze dai Gesuiti. Alcuni storici dicono che non siamo altrettanto malvagi, altri sostengono che siamo ancora peggiori, e altri ancora dicono che l'unica differenza tra noi e loro è che loro hanno un istinto migliore per le pubbliche relazioni. Entrambi gli ordini vennero fondati più o meno nello stesso periodo per combattere la Riforma, e quando quella battaglia fu persa (o almeno finita), entrambi si ridefinirono come educatori d'élite. E da dove vengono i piccoli Gesuiti e Laurenziani? Le reclute gesuite vengono dalle scuole gesuite, e quelle laurenziane dalle scuole laurenziane.
Io sono arrivato ai Laurenziani dall'Università di St. Jerome, il cuore intellettuale dell'ordine negli Stati Uniti. Questo potrebbe spiegare perché sono diventato un Laurenziano, ma ovviamente non spiega perché sono diventato un prete. Tutto ciò che posso dire al riguardo è che le motivazioni che diedi a me stesso quando avevo vent'anni ora non mi sembrano più tanto buone.
La cosa importante da notare, qui, è che ero considerato una vera promessa quando ancora dovevo laurearmi. Ci si aspettava che divenissi un altro gioiello nella corona... Ma, arrivato al dottorato, si era ormai capito che ero tutto fumo e niente arrosto. Fui una grossa delusione per tutti, soprattutto per me stesso, ovviamente. I miei superiori furono il più gentili possibile al riguardo. Non sarei mai stato invitato a unirmi alla facoltà della St. Jerome o a nessun'altra delle università dell'Ordine, ma si offrirono di trovarmi un posto in una delle loro scuole preparatorie. O, se non mi importava di venire umiliato fino a quel punto, di farmi lavorare in una diocesi, nelle trincee parrocchiali. Scelsi quest'ultima opzione, il che è come sono arrivato alla Chiesa di St. Edward.
Ho detto di non essere un granché come prete. Immagino che sia come se un cavallo da lavoro dicesse di non essere un granché come cavallo perché ci si aspettava che diventasse un cavallo da corsa ma non ci è riuscito. La cruda verità è che non c'è bisogno di essere un granché per diventare un parroco. Questa osservazione non è poi cinica quanto sembra: dopotutto il prete è solo un mediatore della Grazia, non una fonte. Certo, devi avere un temperamento equilibrato, paziente e tollerante delle debolezze umane (il che dice molto), ma nessuno si aspetta che tu sia un San Paolo o un San Francesco, e un sacramento che ti viene impartito dalle mani di un completo balordo è efficace proprio quanto uno che ti arriva dalle mani di un modello di virtù. Per come stanno le cose oggi, sei considerato un maledetto tesoro nazionale se non sei un pedofilo o un alcolizzato.

Padre Lulfre.

Sei giorni fa, mi è arrivato un messaggio dalla segretaria del preside che mi chiedeva se potessi essere così gentile da presentarmi il mercoledì successivo (l'altroieri) nell'ufficio di Padre Bernard Lulfre alle tre del pomeriggio. Be', ora, questo era interessante.
Caro Diario, sono abbastanza sicuro che tu non sappia chi è questo Bernard Lulfre, quindi devo illuminarti. In una parola, Pierre Teilhard de Chardin era la superstar dei Gesuiti, e Bernard Lulfre è la nostra. Teilhard de Chardin era un geologo e paleontologo, e Bernard Lulfre è un archeologo e uno psichiatra. La differenza è che Teilhard de Chardin è famoso in tutto il mondo, mentre Bernard Lulfre è conosciuto da circa dieci persone (con nomi come Karl Popper, Marshall McLuhan, Roland Barthes, Noam Chomsky e Jacques Derrida). Non importa. Per quelli che respirano l'aria rarefatta della cima del mondo accademico, Bernard Lulfre è un peso massimo.
Quando studiavo alla St. Jerome, avevo scritto una tesi proponendo che, per quanto la credenza in una vita dopo la morte possa aver causato la nascita della pratica di seppellire i morti con le proprie cose, è altrettanto plausibile che questa pratica abbia causato la credenza in una vita dopo la morte. L'istruttore passò la tesi a Bernard Lulfre, pensando che avrebbe potuto venire pubblicata in una delle riviste a cui era associato. Non lo fu, ma questo mi portò all'attenzione del grand'uomo, e per una stagione venni presentato come una giovane promessa alle feste di facoltà. Quando cominciai il noviziato, un anno dopo, alcuni pensarono che fossi una sorta di protetto, un equivoco che io stupidamente non scoraggiai affatto. Padre Lulfre potrebbe aver seguito i miei progressi negli anni che seguirono, ma se è così l'ha fatto da grande distanza, e quando la mia carriera accademica cominciò a vacillare, la sua distanza venne interpretata (con immaginazione altrettanto grande) come una rinuncia.
Nei cinque anni che hanno seguito la mia ordinazione, fino a quel messaggio dal preside, non ho avuto alcuna notizia da Lulfre (né mi ero aspettato di averne). Naturalmente ero curioso, ma non stavo esattamente trattenendo il fiato. Non stava per chiedermi di andare al ballo con lui in una carrozza. Probabilmente voleva chiedermi un piccolo favore di qualche tipo. Forse qualcuno alla St. Jerome voleva sapere qualcosa di qualcuno alla St. Edward, e ha detto: “Ehi, perché non chiediamo a Padre Lulfre di contattare quel giovane Padre Osborne che lavora lì?”. Nessuno avrebbe esitato a chiedermi di effettuare un po' di spionaggio per l'Ordine, se fosse stato necessario. Abbiamo avuto il nostro servizio segreto privato per secoli e lo consideriamo non meno valido dell'MI16 o della CIA. (Siamo piuttosto orgogliosi dei nostri intrighi... In un modo molto tranquillo, ovviamente. Durante le ultime decadi del regno di Elisabetta, per esempio, il nostro “College Inglese” a Rheims infiltrò vari preti-spia in Inghilterra per tenere vivo lo spirito di insurrezione tra i cattolici inglesi. Il nostro colpo meglio riuscito risale al 1773, quando Papa Clemente XIV si stava facendo degli scrupoli riguardo il distruggere i nostri vecchi amici Gesuiti. Fu uno di noi a mostrargli come gestire la sua tenera coscienza e svolgere il lavoro.) L'Ordine è la nostra madrepatria, dopotutto, e viene dato per scontato che perfino in esilio non permetterei mai a qualche meschina preoccupazione parrocchiale o diocesana di superare la mia lealtà verso di esso. D'altro canto, se si fosse trattato di qualcosa di così semplice, allora una telefonata sarebbe stata sufficiente. Più ragionavo sulla questione, più diventava intrigante.

Nell'ufficio di Padre Lulfre.

Nulla era cambiato nell'ufficio di Padre Lulfre rispetto a quando l'avevo visitato l'ultima volta, dieci anni prima: era nello stesso angolo dello stesso piano dello stesso edificio. Neanche Padre Lulfre era cambiato: ancora alto un metro e ottanta, ampio come una porta, con una massiccia testa che sembrava rozzamente intagliata nel legno e avrebbe potuto appartenere a un camionista o a uno stivatore. Gli uomini come lui in qualche modo non cambiano un granché fino ai settanta od ottant'anni, per poi appassire nel giro di una notte.
Sono stato attorno ad abbastanza uomini brillanti da sapere che sono raramente brillanti di persona, e Padre Lulfre non fa eccezione. Mi salutò con calore poco convincente, chiacchierò con fare imbarazzato del più e del meno per un po', e sembrava deciso a girare intorno alla questione per ore. Sfortunatamente, io non ero dell'umore adatto, e dopo cinque minuti scese un silenzio micidiale tra noi.
Con l'aria di uno che si prepara a un compito ingrato, disse: “Voglio che tu sappia, Jared, che ci sono molti uomini nell'Ordine che sanno che sei in grado di fare più di quello che ti è stato chiesto.”
Be', caspita, avrei voluto dire, ma mi trattenni. Mormorai qualcosa su quanto mi sentivo onorato, ma immagino di non essere riuscito a tenere del tutto l'ironia fuori dalla mia voce.
Padre Lulfre sospirò, evidentemente capendo che il compito sarebbe stato più ingrato del previsto. Decisi di aiutarlo e gli dissi: “Se ha un incarico diverso da propormi, Padre, non deve di certo essere timido. Ha un uomo con le orecchie ben aperte qui.”
“Grazie, Jared, lo apprezzo”, rispose, ma sembrava ancora riluttante a continuare. Alla fine disse, in modo piuttosto rigido, come se si aspettasse di non venire creduto: “Ti ricorderai dello speciale mandato del nostro ordine.”
Per un momento mi limitai a fissarlo senza espressione. Poi naturalmente mi ricordai.
Il mandato riguardo l'Anticristo.

Il “Mandato Speciale”.

Studiando la storia dei Laurenziani, ogni novizio impara che lo statuto originale del nostro Ordine include un mandato speciale riguardo l'Anticristo, spronandoci a essere costantemente vigili. Noi dobbiamo sapere prima di chiunque altro se l'Anticristo è tra noi e, se possibile, dobbiamo distruggerlo.
Nell'epoca in cui il mandato fu scritto, naturalmente, veniva dato per scontato che l'identità dell'Anticristo fosse una questione chiusa: si trattava di Lutero e della sua compagnia infernale. Mentre questa conclusione diveniva sempre meno sicura, i Laurenziani cominciarono a discutere tra di loro riguardo le modalità con cui il mandato doveva essere svolto. Se dovevamo essere vigili, per che cosa dovevamo esserlo? Per la metà del diciassettesimo secolo, chiunque in Europa aveva sentito così tante persone accusate di essere l'Anticristo da essere esasperato dall'intera faccenda, e le speculazioni sulla sua identità divennero ciò che sono ancora oggi: roba per fanatici religiosi... Eccetto che tra i Laurenziani, che silenziosamente svilupparono una propria peculiare (e non sanzionata) teologia dell'Anticristo.
L'Anticristo ci è noto da una profezia di Giovanni, che scrisse nella sua prima lettera: “Bambini, è l'ora finale. Vi è stato detto che l'Anticristo sta arrivando, e ora non uno ma una moltitudine di Anticristi sono comparsi, cosicché non c'è più dubbio che l'ora finale sia giunta.” Quando quest'ora finale non arrivò durante la vita dei contemporanei di Giovanni, i cristiani di ogni generazione successiva cercarono segni dell'Anticristo nella propria epoca. All'inizio guardarono a persecutori della Chiesa, principalmente Nerone, che ci si aspettava sarebbe tornato dai morti per continuare la sua guerra contro Cristo. Quando la persecuzione romana finì, l'Anticristo degenerò in una sorta di mostro da fiaba popolare, un enorme uomo nero con occhi iniettati di sangue, zanne di ferro e orecchie d'asino.
Mentre il Medioevo terminava e sempre più persone divenivano sempre più disgustate dalla corruzione della Chiesa, il papato stesso cominciò a venire identificato con l'Anticristo. Alla fine, papi e riformisti passarono un secolo etichettandosi a vicenda con questo titolo. Quando i Laurenziani, con il loro mandato speciale, cominciarono a riconsiderare la faccenda nei secoli che seguirono, tornarono indietro fino ai fondamenti e presero nota del fatto che le profezie raramente sono predizioni letterali di eventi futuri. Spesso non sono nemmeno riconosciute come profezie finché non si verificano. Numerosi esempi di questo avvengono nel Nuovo Testamento, dove eventi nella vita di Gesù sono descritti come la realizzazione di antiche profezie che non erano state necessariamente considerate profezie da coloro che le avevano pronunciate.
I teologi Laurenziani ragionarono in questo modo: se le profezie riguardo Cristo hanno dovuto attendere di venire realizzate per essere comprese, perché non potrebbe essere lo stesso con le profezie sull'Anticristo? In altre parole, non possiamo sapere di cosa Giovanni stesse parlando finché non si verificherà davvero, quindi l'Anticristo sarà sicuramente differente da qualunque cosa immaginiamo che possa essere.
Se qualcuno vi dice che Saddam Hussein è l'Anticristo (ed è stato in effetti nominato per questo onore), avete assolutamente ragione a ridere. L'Anticristo non sarà una sorta di Hitler o Stalin peggiorato, perché sarebbe la stessa cosa portata a un livello più alto: sessanta milioni di morti anziché sei milioni. Se decidete di essere vigili verso l'Anticristo e non solo verso un cattivo ordinario, dovete attendervi qualcosa appartenente a un ordine di pericolosità completamente diverso.
E qui è dove le cose sono arrivate oggigiorno, alla fine del secondo millennio. Ma non esattamente. Questa è solo la versione ufficiale, e l'impressione che si riceve durante il noviziato tra i Laurenziani è che la faccenda dell'Anticristo sia morta e sepolta, e che lo sia stata per quasi due secoli.
Quello che avevo appena saputo da Padre Lulfre era che quest'impressione era falsa, incoraggiata come parte di una precisa politica verso i novizi, principalmente per scoraggiare chiacchiere che avrebbero potuto diventare una storia imbarazzante per la stampa sensazionalista. La politica funziona. Tra i ranghi inferiori dell'Ordine, l'argomento dell'Anticristo non viene quasi mai fuori. Ai livelli più alti, comunque, viene ancora mantenuta una discreta sorveglianza. Molto raramente, forse una volta ogni cinquant'anni, spunta un individuo preoccupante, e qualcuno dell'Ordine viene mandato a dare un'occhiata.
Qualcuno come me. Qualcuno esattamente come me.

Il candidato.

Il candidato era un certo Charles Atterley, un americano quarantenne, una sorta di predicatore itinerante che aveva girato gli stati centrali europei per un decennio, raccogliendo un seguito piuttosto ampio ma disorganizzato che sembrava ignorare ogni differenza demografica. Includeva giovani, vecchi e chiunque nel mezzo, entrambi i sessi in numero più o meno uguale, cristiani ed ebrei, chierici di una dozzina di religioni diverse (inclusa la Chiesa Cattolica Romana), atei, umanisti, rabbini, buddisti, ambientalisti radicali, capitalisti e socialisti, avvocati ed anarchici, liberali e conservatori. Gli unici gruppi notevolmente sottorappresentati erano gli skinheads, i fanatici religiosi e i marxisti impenitenti.
Il messaggio di Atterley sembrava difficile da riassumere ed era tipicamente definito “sconvolgente” da chi ne rimaneva favorevolmente impressionato, e “incomprensibile” da chi non lo era. Dissi a Padre Lulfre che non capivo cosa lo rendesse pericoloso.
“A renderlo pericoloso”, disse, “è il fatto che nessuno riesce a catalogare lui o il suo prodotto. Non sta vendendo meditazione, o satanismo, o venerazione di una dea, o guarigioni miracolose, o spiritualismo, o Umbanda, o parlare in lingue sconosciute o qualunque altra stupidaggine New Age. Apparentemente, non sta proprio vendendo nulla, e questo è inquietante. Sai sempre dove un uomo vuole arrivare quando sta accumulando milioni. Atterley non è un altro esempio di un modello già familiare, come David Koresh, il Reverendo Moon, Madame Blavatsky o Uri Geller. In effetti, il modo in cui si presenta e il suo stile di vita ricordano più Gesù di Nazareth che chiunque altro, e anche questo è inquietante.”
“Capisco che sia inquietante”, dissi. “Ma non pericoloso.”
“La gente sta ascoltando, Jared... Forse qualcosa di decisamente nuovo. Questo lo rende pericoloso.”
Questo lo capivo.
Chiunque pensi che la Chiesa sia aperta a nuove idee, vive nel mondo dei sogni.

L'incarico.

Atterley al momento si trovava a Salisburgo, disse Padre Lulfre. Io avrei dovuto andare lì, ascoltare, osservare e fare rapporto. Quando chiesi chi sarebbe stato il mio contatto europeo, mi venne risposto che non ce ne sarebbe stato nessuno. Non avrei dovuto contattare nessuno dell'Ordine in nessuna circostanza. Avrei viaggiato sotto mio nome, senza tenere segreto il fatto che ero un prete ma neanche gridandolo ai quattro venti. Avrei indossato vestiti civili, come se fossi stato in vacanza.
“Perché non se ne occupa qualcuno in Europa di questa faccenda?” chiesi.
“Perché Atterley è americano.”
“Ma si sta rivolgendo agli europei.”
“Non essere sciocco, Jared. L'Europa è soltanto una prova. Per quanto gli Stati Uniti abbiano perso parecchio del proprio smalto negli scorsi decenni, sono comunque ancora loro a decidere cosa va di moda. Niente prenderà davvero piede da nessuna parte finché non lo farà qui. Atterley lo sa, se è brillante solo la metà di quanto la gente pensa che sia, e quando sarà pronto per noi verrà qui, puoi esserne certo. E questo è il motivo per cui andrai in Europa: vogliamo essere pronti per lui prima che lui sia pronto per noi.”
“Sembra che lei prenda questa faccenda molto sul serio.”
Padre Lulfre scrollò le spalle. “Se non la prendessimo sul serio, tanto varrebbe non occuparcene proprio.”
Dopo aver discusso di alcune questioni pratiche, come agenzie di viaggi e carte di credito, mi alzai per andarmene, ma in mente avevo una pesante domanda che mi fece trascinare i piedi. Arrivato alla porta, finalmente la lasciai uscire.
“E che succede dopo? A me, intendo.”
Ci rifletté per un minuto, poi mi chiese cosa io avrei voluto che succedesse.
“Non lo so”, dissi. “Se pensa che sia sprecato alla St. Edward, allora qual è il piano? Stava pensando di rimandarmi indietro e sprecarmi un altro po'?”
“Hai ragione a farmi questa domanda”, disse, come se non lo sapessi già, “Non c'è nessun piano del genere, ma credo che sia ovvio senza bisogno di dirlo che questo segnerà l'inizio di qualcosa di nuovo per te.”
“Preferirei sentirlo dire chiaramente lo stesso, Padre Lulfre.”
“Lo hai già sentito da me, Jared. Non basta?”
Non mi sarebbe dispiaciuto sentirlo dire anche da qualcun altro, ma lui non si offrì di renderlo possibile e io non volli essere pedante al riguardo, così gli dissi che certo, bastava.

La fine dell'inizio.

Tutto questo è avvenuto l'altroieri. Ieri e oggi li ho passati cancellando appuntamenti, distribuendo i miei compiti alla parrocchia, sistemando questioni di viaggio e aggiornando questo diario. Ho qualcos'altro in mente che dovrebbe andare qui (forse parecchio), ma non so esattamente di che si tratta e non avrò il tempo di capirlo finché non sarò sull'aereo che mi farà attraversare l'Atlantico.


Martedì, 14 maggio.

Salisburgo.

Se foste una spia professionista in un libro di Len Deighton o John Le Carré e veniste mandati a dare un'occhiata a un uomo a Salisburgo, molto probabilmente lo trovereste a Salisburgo. La vita reale è meno affidabile. Charles Atterley non è a Salisburgo. Da quello che ho potuto scoprire in due giorni, non è mai stato qui e non ci si aspetta che arrivi. In effetti, nessuno lo ha mai sentito nominare.
Salisburgo, comunque, è molto graziosa e piena di fascino del vecchio mondo, e i locali continuano a ripetermi: “Il suo amico probabilmente la sta aspettando a Monaco.” Lo fanno suonare come se Monaco sia piena zeppa di amici americani che sono stati dirottati lì per sbaglio da Salisburgo, e uno di loro debba essere il mio.
Tanto vale che vada a dare un'occhiata.


Giovedì, 16 maggio.

Monaco.

Non ho trovato traccia di Atterley qui, e comincio a sentirmi piuttosto stupido. Non sono venuto in Europa preparato a giocare al detective, e non ho indizi né contatti da nessuna parte.
Sono però riuscito a trovare una bibliotecaria amichevole con un computer che ha dedicato una mezz'ora al problema, ma non puoi arrivare molto lontano quando non hai nulla da cui partire. Che puoi fare dopo aver controllato tutti i giornali in archivio fino a risalire al Putsch di Monaco? Chiedi al concierge, immagino. Il concierge sa tutto. Ma che fai dopo che il concierge ti restituisce un'occhiata vacua?
Immagino che dovrei chiamare e conferire con Padre Lulfre, ma non è un'idea che mi piaccia.
Fino a ora mi sono comportato in modo piuttosto compulsivo (anche se forse non è la parola che sto cercando). Ho agito come se avessi potuto trovare Charles Atterley tramite pura e semplice determinazione. Questa tattica di sicuro non ha funzionato, e provarla mi ha fatto sentire inetto ed ridicolo.
Questi che seguono sono fatti: non mi è stata data una scadenza, nessuna particolare urgenza connessa alla mia missione, e non ho idea di cosa fare. Ergo (ergo!) tanto vale che mi rilassi e segua la corrente per un po'.
Adieu.

Un invito.

Uscii a farmi una passeggiata.
Non sono, in realtà, un viaggiatore avventuroso. Come ho detto, uscii a farmi una passeggiata nelle vicinanze del mio hotel e guardai le vetrine dei negozi. Mi fermai qua e là per studiare un menu nella finestra di un ristorante, come se sapessi cosa significassero quelle scritte. Così passò un'ora, come un vagabondo spensierato. Tornai all'hotel e gironzolai intorno alla reception nell'assurda speranza che qualcuno mi dicesse che era arrivato un messaggio durante la mia assenza. Alla fine, scoraggiato, mi diressi al bar, mi sedetti a un tavolo e ordinai una birra. Dopo alcuni minuti, il barista mi portò una ciotola di noccioline salate e disse che il gentiluomo al bancone si stava chiedendo se fossi americano e, in quel caso, se mi avesse dato fastidio che si unisse a me.
Il gentiluomo al bancone era un esile sessantenne con gli occhi vivaci, europeo, a giudicare dal suo datato ma rispettabile completo. Mi chiesi perché avrebbe voluto unirsi a me se fossi stato un americano ma, presumibilmente, non in caso contrario, ma gli feci un cenno e un sorriso e lui portò il suo bicchiere al mio tavolo, presentandosi con teutonica formalità, e si sedette.
Ero pronto per un po' di comprensione e di suggerimenti, e Herr Reichmann non dovette strapparmi le unghie per farmi parlare della mia ricerca di un individuo chiamato Charles Atterley (benché, ovviamente, non una sillaba della parola Anticristo mi attraversò le labbra). Avevo già inventato una fragile ma apparentemente efficace storia per spiegare questo mio interesse: sono uno scrittore freelance che sta facendo ricerche su di un uomo che pare stia guidando un nuovo movimento religioso.
“Una nuova religione?”, indagò Herr Reichmann con divertita incredulità. “Sa, noi europei non siamo creduloni come voi americani, con i vostri angeli e cristalli magici.”
“Esatto”, replicai. “Ecco perché Atterley è così significativo.”
Continuammo a chiacchierare educatamente del più e del meno per qualche minuto, poi Reichmann tacque e fissò con aria pensierosa un lontano angolo della stanza. “Posso metterla in contatto con qualcuno molto più significativo di questo Atterley”, disse, “ed è possibile che un membro della sua cerchia potrà consigliarla.”
“Gliene sarei davvero molto grato”, gli dissi con sincerità.
Scrisse un nome su un sottobicchiere e me lo passò dicendo: “Der Bau, alle nove di stasera. Il concierge potrà darvi indicazioni.”
Si alzò e cominciò ad allontanarsi, poi improvvisamente si voltò e fece un inchino.
“Si faccia disegnare una mappa”, disse.
Alcuni minuti dopo porsi obbedientemente il sottobicchiere al concierge e gli chiesi indicazioni e una mappa. Lui considerò la mappa non necessaria, ma ne disegnò una controvoglia quando insistetti. Gli chiesi cosa fosse un Bau.
“Un Bau è un tunnel”, rispose. Poi, dopo averci riflettuto un attimo: “No, mi sono sbagliato. Un Bau è come... Come un nascondiglio sotterraneo.”
“Una catacomba?”
“No, il nascondiglio di un animale.”
“Una tana?”
“Ecco, sì. Una tana.”

Nella tana.

Non posso immaginare che un posto come Der Bau esista in nessuna parte del Nuovo Mondo, benché possano esserci posti creati appositamente per assomigliargli. Quando venne costruito, non lontano dal Karlstor, nel 1330, era la cantina del palazzo di un nobile. Il livello delle strade intorno al palazzo salì gradualmente nei secoli seguenti, trasformando il piano terra in una cantina e la cantina in un sotterraneo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il sotterraneo ospitò le cose di valore di chiese e musei vicini. In seguito il palazzo andò in rovina fino al 1958, quando fu raso al suolo e rimpiazzato da una struttura commerciale. Il sotterraneo venne preservato come Der Bau, un locale di cabaret di tipo classico, ossia un laboratorio alcolico di esperimenti artistici e intellettuali, piuttosto che un luogo di intrattenimento popolare. Era accessibile dall'atrio del nuovo edificio attraverso una serpeggiante scalinata che sembrava scendere nelle viscere della Terra.
All'entrata, una piacevole giovane donna cercò di persuadermi che ero arrivato nel posto sbagliato e che mi sarei divertito molto di più da qualunque altra parte a Monaco. Insistetti che sapevo dove mi trovavo ed ero stato specificamente invitato all'evento di quella sera. Il nome Reichmann la lasciò impassibile, ma quando vide che non mi sarei fatto dissuadere mi accompagnò allegramente all'interno.
La stanza era, naturalmente, scura come il fondo di un abisso, ma fortunatamente senza i soliti tavoli bohémien con candelabri accesi. Il soffitto, sorprendentemente alto cinque o sei metri, brulicava di luci al momento quasi spente ma capaci di produrre l'illuminazione di un mezzogiorno. Le dimensioni della stanza erano difficili da giudicare, dato che i suoi confini scomparivano nella penombra, ma non doveva essere più ampia di trenta metri quadrati.
Un palco basso e rotondo girava lentamente al centro della stanza sotto un padiglione fisso formato da schermi televisivi. Al centro del palco si trovava un incrocio tra un pulpito e una tastiera di computer. Mi feci strada verso il palco finché non trovai un posto libero a un tavolo non molto più grande del mio blocco per gli appunti. Uno dei segreti del mio passato successo come studente era l'abilità di ascoltare una lezione mentre la scrivevo parola per parola in stenografia. Avevo perfezionato questo trucco al punto da riuscire a eseguirlo al buio (come avrei dovuto fare stanotte) e senza nemmeno doverci pensare. Dopo aver ultimato i preparativi, comunque, mi chiesi se non stessi facendo una fatica inutile. Herr Reichmann non aveva lasciato in alcun modo supporre che la lezione di stanotte sarebbe stata in inglese. E, in effetti, perché avrebbe dovuto? Mi guardai intorno per cercare qualcuno a cui chiederlo, ma decisi rapidamente che preferivo non rivelare di essere tanto stupido da assistere a un discorso in una lingua sconosciuta. Non conoscevo nemmeno il nome dell'oratore, santo Dio.
Questi pensieri irritanti si interruppero quando le luci sotto il padiglione si intensificarono, segnalando l'arrivo dell'uomo in questione. L'arrivo di un uomo e di una donna, per la precisione. Salirono sul palco e l'uomo prese posto dietro il pulpito e si dedicò alla tastiera. Mentre lavorava con silenziosa concentrazione, ignorando il pubblico, mi ricordò un grande uccello da preda, con il suo vestito nero, occhi penetranti e naso aquilino. Mi ricordò anche un gargoyle, con i suoi ampi zigomi e la bocca larga, e un gangster parigino che avevo incontrato una volta a una festa e che citava Augustine e Schopenhauer e portava sul volto i segni di un passato terribile. Pensai che sembrava essere all'inizio o a metà dei suoi quarant'anni.
La donna – alta, fisico atletico, sui trent'anni – prese posizione al lato opposto del palco, rivolta verso il pubblico. Indossava jeans infilati dentro stivali, una maglietta nera di seta e una giacca di cuoio fulvo che rimandava al colore dei suoi capelli, legati in una coda di cavallo. Osservò solennemente la folla. Mentre il palco girevole la portava lentamente sul mio lato della stanza, vidi che aveva uno straordinario tatuaggio in mezzo al viso – una farfalla rossa. A giudicare dalla sua carnagione e dalle sue caratteristiche esotiche, qualcuno dei suoi genitori o nonni doveva averle dato del sangue africano, asiatico o sudamericano.
Improvvisamente lo schermo prese vita, mostrando le parole:

LA GRANDE AMNESIA

L'uomo concesse al pubblico un momento per leggerle, poi cominciò a parlare. (Il testo di questo discorso può essere trovato qui.)
Sentii gli occhi della donna su di me mentre anche lei cominciava a parlare... Con il linguaggio dei segni.
Quasi dalla prima parola che pronunciò, seppi che ero stato ingannato – misteriosamente e gratuitamente. Quest'uomo non poteva essere altri che Charles Atterley. Lo sapevo non per qualche motivo logico, anche se la logica fece sicuramente la sua parte. Che fosse americano era fuor di dubbio. Questo era sufficiente. Non era possibile che due diversi predicatori americani stessero diffondendo idee rivoluzionarie in Europa centrale nello stesso momento.
Mi sembra strano adesso, dopo gli eventi, che questa rivelazione mi irritasse tanto. Non riuscivo semplicemente a immaginare perché Herr Reichmann si fosse preso il disturbo di ingannarmi. Mi sembrava del tutto insensato, ed era stata quell'insensatezza a sconcertarmi. Fortunatamente, il mio addestramento non mi tradì. Anche se il mio cervello era in stallo, le mie mani continuarono a lavorare. Le parole di Atterley comparvero sulla pagina come per magia, come se fossero state scritte in inchiostro simpatico e il movimento della mia penna le stesse rendendo visibili. Mi accorsi che stavo guardando la mia mano quando si fermò improvvisamente, perché Atterley si era fermato. Guardai in alto e vidi una nuova frase sullo schermo:

IN VERITA' VI DICO...
ANCORA, E ANCORA, E ANCORA

Per qualche motivo, questo riuscì a scuotermi dalla mia trance. Avevo perso i primi quattro o cinque minuti del discorso di Atterley, ma naturalmente non li avevo persi completamente. I minuti erano lì, come una sorta di eco che potevo ascoltare all'indietro per ottenere il senso generale del suo discorso.
Atterley stava parlando di questioni importanti per la mia vita e ancora di più per il mio lavoro... E non mi piaceva cosa stavo sentendo. Questo non perché fossero cose non vere, ma per la ragione opposta: perché erano vere e io non le avevo capite. Stava facendo acute osservazioni su fenomeni a cui avevo assistito migliaia di volte ma su cui non avevo mai pensato di riflettere. Avevo vissuto come un cavallo da corsa all'ippodromo di Ascot: il cavallo non è per nulla impressionato se riceve una visita da parte della Regina, ma questo non perché è un repubblicano, ma perché è un idiota.
Tutto ciò che Atterley stava dicendo era ovvio e allo stesso tempo del tutto nuovo. Questo lo rendeva esasperante, perché ciò che è ovvio dovrebbe essere vecchio, ben noto, noioso e scontato. Guardai le persone intorno a me e vidi che erano rapite dalle parole di Atterley. Avrei voluto prenderli a calci, agguantarli per i capelli, scuoterli e urlare: “Perché stai ascoltando con tanta attenzione queste cose? Le conosci! Avresti potuto capirle da solo!”
Ma non l'avevano fatto... E non l'avevo fatto neanch'io.
Il palco ruotò, portandomi davanti prima Atterley e poi la donna, che parlava a gesti. In breve arrivai a odiare vederli andare e venire... Loro due insieme erano molto peggio che ognuno di loro preso singolarmente.
Odiai vederli andare e venire, ma odiai anche loro, per quello che stavano facendo. Mi stavano dimostrando che ero esattamente come quel cavallo all'ippodromo. Posso anche scuotere la testa e atteggiarmi a campione, ma quando si arriva al sodo non riesco nemmeno a distinguere tra la Regina d'Inghilterra e uno stalliere.
Avevano trovato un punto dolente in me che non sapevo nemmeno esistesse, e li detestai per questo. Andarono avanti per altri quaranta minuti circa. Ascoltai tutto e mi rifiutai di comprendere una singola parola, nonostante la mia mano continuasse a mettere tutto per iscritto. Poi improvvisamente lo schermo si oscurò, le luci sul palco si affievolirono e Atterley e la sua amica scesero nell'oscurità.
Uscii di lì come un ubriaco che si era appena ricordato dove aveva nascosto una bottiglia. In effetti mi serviva proprio un goccio, ma non volevo prenderlo al mio hotel, dove avrei potuto incappare nuovamente in Herr Reichmann.
Nessun problema. Monaco è una città molto grande, piena di alcool.


Venerdì, 17 maggio.

Conseguenze.

Probabilmente ho rovinato tutto, anche se forse non in modo irrevocabile. Sono venuto, ho visto e sono scappato. Ovviamente non muoio dalla voglia di riferirlo a Padre Lulfre.
E, altrettanto ovviamente, devo tornare sulle tracce di Atterley.

Più tardi.

Herr Reichmann non è registrato all'hotel, e il barista che ci aveva presentato disse che non lo aveva mai visto prima. Non mi aspettavo davvero che sarebbe stato semplice. Il concierge cercò informazioni su Der Bau e scoprì che apre alle tre del pomeriggio, informazione che si dimostrò falsa o superata. Aprì – riluttantemente, mi sembrò – intorno alle cinque e mezzo. Lo staff di questo evento non conosceva abbastanza inglese per essermi di aiuto, ma riuscirono a comunicarmi che mi avrebbero mandato un tale di nome Harry se mi fossi seduto e avessi aspettato per un'oretta.
Mi sedetti e aspettai per un'oretta e, abbastanza sorprendentemente, mi mandarono qualcuno di nome Harry, che si rivelò essere un inglese o forse un tedesco che aveva studiato in Inghilterra. Gli dissi che stavo cercando Charles Atterley.
“Il nome non mi è familiare, mi dispiace”, disse Harry.
“L'uomo che ha parlato qui la notte scorsa”, precisai io.
“Ah. È così che si chiama?”
Lo guardai incredulo. “Non conosce il suo nome?”
“Non conoscevo quel nome.”
“Che intende dire?”
Harry scrollò le spalle. “Il nome che conosco io potrebbe non essere proprio un nome. È conosciuto come B.”
“B? B come bambino?”
“Esatto.”
“Perché si fa chiamare così?”
Harry mi fece il tipo di sorriso che si riserva a un bambino che fa domande sugli elfi di Babbo Natale. Gli chiesi dove avrei potuto trovarlo.
“Non ne ho proprio idea”, disse Harry.
“Sa dove potrebbe parlare la prossima volta?”
“No.”
Riflettei per un momento. “Come ha fatto a prenotare qui a Der Bau?”
Harry aggrottò la fronte come se stessi oltrepassando il confine tra curiosità e arroganza. “Questo non è il Caesar Palace, amico mio. Gli accordi vengono presi in ogni modo, solitamente molto informale. Non facciamo vere e proprie prenotazioni o ingaggi.”
“Ma dovete aver avuto un modo per contattarlo...”
“Potremmo, e se mi puntasse una pistola alla testa potrei anche riuscire a scoprirlo, ma altrimenti non credo che ci riuscirei”, scrollò di nuovo le spalle. “Le cose stanno così. Questo non è un istituto di ricerca per persone scomparse, e io ho altre cose da fare.”
Gli dissi che capivo, lo ringraziai comunque e mi alzai per andarmene.
“Torni più tardi”, disse Harry. “Si trovano sempre persone desiderose di parlare se gli si offre da bere, e qualcuno nella folla potrebbe sapere più di me su questo tizio.”
Lo ringraziai nuovamente e tornai all'hotel.

Stando seduto qui nella mia stanza – e camminando avanti e indietro e guardando fuori dalla finestra – mi è improvvisamente venuto in mente che quando gli eroi delle favole non sanno cosa fare, si limitano a sedersi e piangere. Nelle stesse circostanze, un eroe moderno malmenerebbe qualcuno o si ubriacherebbe, ma non si limiterebbe mai a starsene seduto a frignare.
Ho letto abbastanza storie di detective da sapere che dovrei andare a estrarre informazioni da qualcuno, ma da chi?
Seduto qui fissando il mio blocco per gli appunti, alla fine mi sono accorto che c'è una cosa che ho finora accuratamente evitato di fare: leggere la lezione che ho scritto l'altra notte al Der Bau. Ammetto di avere una forte riluttanza al riguardo.
Fatto interessante: mi ricordo il titolo del discorso (La Grande Amnesia), ma mi sono scordato cos'è questa Grande Amnesia. Non l'ho davvero dimenticato, ovviamente, ho solo chiuso la mia memoria su questo argomento, e questo significa che...

Salvato dal telefono. Come si supponeva che avvenisse. Quando l'eroe sta seduto a piangere perché non sa cosa fare, l'universo delle favole manda degli aiutanti magici. Il mio non era stato di sicuro magico, ma misterioso certamente. Credo di poter trascrivere tutto parola per parola.
IO: “Pronto.”
LUI: “Padre Osborne?”
IO: “Sì. Chi è?”
LUI: “Che accidenti crede di fare?”
IO: “Cosa?”
LUI: “Capisce cosa dovrebbe fare qui?”
IO: “Ma chi è?”
LUI: “Mi era stato fatto credere che avrei avuto a che fare con qualcuno almeno marginalmente competente.”

Era impossibile non cogliere il tono della conversazione, e io stavo sicuramente avendo la peggio. Cercai di arrangiare una linea di difesa.

IO: “Non so chi lei sia o chi l'abbia nominata mia baby-sitter, ma io so chi sono. Sono un prete di campagna. Se si aspettava James Bond, o è stato ingannato o si è ingannato da solo.”
LUI: “Essere un prete di campagna significa essere in coma?”
IO: “Mi dispiace di averla delusa.”

Così dicendo gli attaccai in faccia, qualcosa che non credo di aver fatto fin dalle scuole medie. Non esiste mossa migliore quando hai le spalle al muro. Come previsto, richiamò immediatamente.
“La ragazza è malata”, mi disse come se non fosse successo nulla. “La ragazza sta morendo.”
“Cosa?”, per un secondo pensai che mi stesse dando una parola d'ordine di qualche tipo. Forse avrei dovuto rispondere con: “Ma le rondini torneranno a Capistrano comunque.” Fortunatamente mi ripresi e dissi: “Intende quella che stava parlando a gesti?”
“Certo. Non l'ha vista in faccia?”
“L'ho vista. Non avevo capito che fosse... Cos'è, Lupus? Il Lupus non è mortale, vero?”
“È scleroderma, o forse una malattia degenerativa mista. Sono tutte nella stessa famiglia del Lupus. È una malattia autoimmune, degenerativa, incurabile.”
“Va bene. E che cosa dovrei fare con questa informazione?”
“Radenau ha un centro di ricerca dedicato allo studio e al trattamento delle malattie degenerative. Ecco cosa stanno facendo in Europa centrale. Radenau è il centro del cerchio, novanta chilometri a sud di Amburgo.”
“Quindi cosa sta dicendo? Quando non so cosa fare dovrei andare a Radenau?”
“Quando non sa cosa fare, si ricordi che Radenau è il centro del cerchio.”
“Qualcuno avrebbe anche potuto dirmelo dall'inizio.”
Il mio interlocutore sospirò. Lo fece sembrare quasi umano. “Qualcuno avrebbe potuto dirlo anche a me, ma nessuno l'ha fatto. L'ho scoperto da solo.”
Questo non mi fece piacere, ma riuscii a tenermelo per me. “Tutto questo mi riporta alla mia domanda iniziale: chi diavolo è lei? E se ha il compito di occuparsi di questa faccenda, che ci faccio io qui?”
“Lei dovrebbe aprire la strada e io dovrei seguirla. Non dovrebbe nemmeno sapere che sono qui.”
“Perché non dovrei saperlo?”
“Non lo so. Forse l'idea è di non mettere troppo alla prova le sue capacità di dissimulazione. O forse l'idea è di spingerla a mostrare un'ombra di iniziativa.”
“Vaffanculo, Charlie”, dissi. Alcune persone rimangono sconcertate quando sentono un prete parlare volgarmente come un ragazzino, ma questa si limitò ad aspettare. “Ascolti”, gli dissi, “non sono un detective. Lo ammetto. Un po' di aiuto non mi dispiacerebbe.”
“Non da me. Esca di lì e faccia qualcosa.”
Il telefono divenne muto.

Lavoro da detective.

Tirai fuori la mia mappa, e questo mi aiutò parecchio. Intorno a Radenau c'erano cinquanta grandi città dove B avrebbe potuto parlare: Norimberga, Dresda, Berlino, Kiel, Amburgo, Brema, Essen, Koln, Francoforte, Heidelberg e Stuttgart. Per nominarne solo alcune. Sarebbe stato facile trovarlo se si fosse trattato di Billy Graham, ma come diavolo avrei potuto rintracciare un predicatore virtualmente sconosciuto chiamato B?
Non trovando aiuto nella geografia, passai un po' di tempo a chiedermi chi fosse Charlie. Un civile, di sicuro. Come si fa spesso, mi immaginai una figura da associare alla voce. Lo piazzai intorno ai trentacinque anni, snello, di altezza e peso medi, un militare o paramilitare di qualche tipo, con un volto da ratto e vestiti scadenti risalenti agli anni Cinquanta. Come dovrebbe essere evidente da tutto ciò, Charlie non era riuscito a diventarmi simpatico. Mi baloccai brevemente con l'idea di chiamare Padre Lulfre e chiedergli come stavano le cose, ma non riuscii a trovare l'ombra di una motivazione a sostegno delle mie lamentele.
Se Charlie sapeva dov'era B, cosa ci aveva guadagnato dal dirmelo? Se voleva farmi apparire incapace, perché chiamarmi e darmi indicazioni? Al telefono aveva cercato di darmi a bere una spiegazione per questo comportamento: aveva a che fare con uno scolaro pigro. Stavo facendo male i miei compiti, e lui non era venuto per darmi le risposte giuste, ma per farmi assaggiare il bastone. Ha senso se è davvero il tipo militare. Sta trattando questa faccenda come un campo di addestramento reclute. Va bene.
Per quanto possa vedere, c'è solo una cosa in tutto ciò che mi ha detto che è davvero rilevante: dovunque B e la ragazza vadano, alla fine finiscono per tornare a Radenau. Devo assumere che questa sia la miglior informazione in possesso di Charlie. Se avesse saputo con certezza che B passerà le vacanze a Spitzbergen, per esempio, di sicuro non mi avrebbe rifilato questa storia di Radenau. Se ho ragione, allora Charlie stesso si sta dirigendo a Radenau. E questo, devo supporre, è ciò che ha voluto farmi capire chiamandomi. Non è grandioso essere istruiti?


Sabato, 18 maggio.

Radenau.

Partii dopo una tarda e lussuosa colazione, e arrivai ad Amburgo a metà pomeriggio. La Germania è più piccola del Montana, e attraversarla da un lato all'altro a bordo dell'intercity ad alta velocità la fa sembrare ancora più piccola. Avendo un paio d'ore da far passare prima di prendere la coincidenza per Radenau, visitai l'ufficio di informazioni turistiche nel Hauptbahnhof e mi fu sinceramente consigliato di non perdere il jungfernstieg, a cinque minuti a piedi, che mi avrebbe permesso di ammirare il bellissimo lago artificiale della città da una parte e i suoi negozi più eleganti dall'altra. Accettai il consiglio ed eccolo lì, perdiana, esattamente come mi era stato descritto.
Non molto di Radenau risale a prima degli anni Quaranta. Albert Speer, l'architetto e tecnocrate-capo di Hitler, aveva in mente qualcosa per la città durante le ultime fasi della guerra, ma di sicuro non un centro di belle arti. Penso che avrebbe dovuto essere un posto dove le fabbriche si potessero sentire a casa propria durante il Reich di Mille Anni. Ora è un complesso industriale punteggiato di appartamenti indistinguibili da caserme. L'unica cosa positiva che la mia guida turistica aveva da dire sul mio hotel era che si trattava di un edificio moderno e scrupolosamente pulito, e in effetti era entrambe le cose. Era anche in pieno centro, ossia nella parte più antica della città. La vecchia Radenau non prova nemmeno a essere pittoresca.
Avevo passato il mio tempo sul treno scrivendo una versione leggibile de “La Grande Amnesia” da mandare a Padre Lulfre. Quando mi registrai in hotel chiesi alla reception se avessero un fax, e mi fu risposto di sì con un tono oltraggiato come se avessi chiesto se avessero acqua corrente. Fui contento di avere un fax con cui placarli.
Ho intenzione di farmi un bagno, una lunga, riflessiva cena (pensando a meno cose possibili), e magari una passeggiata prima di andare a letto. Niente di più. Niente lavoro fino a domani.

Comincia una lunga notte.

Come avevo detto che avrei potuto fare, uscii a fare una passeggiata dopo cena. La notte era piacevole, le strade tranquille. Non sono un grande esploratore. A circa tre isolati dall'hotel (in altre parole, ai limiti della mia avventurosità), udii un leggero chiasso provenire da un punto più avanti. Se mi fossi trovato a Beirut mi sarei limitato a girare i tacchi e tornare in hotel, ma dato che ero a Radenau lasciai che la mia curiosità mi guidasse a una stradina vicina, dove un piccolo teatro stava venendo picchettato da quaranta o cinquanta cittadini che sembravano piuttosto sorpresi di essere coinvolti in una tale volgare manifestazione di maleducazione. Stavano brulicando indisciplinatamente, mostrando rozzi cartelli a un pubblico inesistente e cantando in maniera incerta degli slogan sul cui testo stavano evidentemente ancora lavorando.
Mi ci vollero circa tre secondi per capire che avevo trovato B, o almeno il luogo del suo prossimo spettacolo. Una delle attività preferite dei fabbricatori di cartelli era, a quanto pare, immaginare il significato del nome “B”. Veniva infatti chiamato il Blasfemo, il Bastardo, il Boccalarga, le Badaud, la Bete, le Bobard, le Boucher, le Bruit, die Beerdigung, der Bettler, e die Blattern, insieme ad altri che non mi ricordo più. Altri ancora lo identificavano con Belzebù, la Bestia, Belial e Barabba, e due o tre, ignorando il problema dell'iniziale, lo definivano con sicurezza l'Anticristo, il che, devo ammettere, mi sorprese basandomi su quello che avevo visto fino a quel momento. Mi sorprese davvero.
L'entrata del teatro era difesa da una guardia in uniforme che appariva molto più feroce e molto più preoccupata di quanto mi sembrasse necessario, date le circostanze. L'unica limitazione all'entrata sembrava essere che i cartelli di protesta dovevano essere lasciati fuori. Osservando il traffico all'ingresso, mi accorsi rapidamente che la procedura consisteva nel picchettare per un po', poi entrare a disturbare l'oratore per qualche minuto, poi tornare fuori e picchettare un altro po'. Mi feci strada all'interno.
Per prima cosa notai che la sala non era molto grande, contava trecento o quattrocento posti al massimo. Poi notai il fatto, molto più importante, che i disturbatori non si stavano impegnando granché. Forse è vero che i tedeschi non sono a proprio agio nello sfidare l'autorità. Le prime venti file ospitavano evidentemente i sostenitori di B, che avevano un'aria cupa e nervosa, mentre nel resto della sala erano sparsi i suoi minacciosi (ma perlopiù silenziosi) antagonisti. C'era un posto libero vicino al palco, e mi ci diressi dopo aver afferrato una pila di volantini da usare come blocco per gli appunti. Fui deluso dal vedere che, a eccezione di B, il palco era vuoto.
B incrociò il mio sguardo mentre mi sedevo, e un lampo di riconoscimento passò tra noi, o così mi parve.
Era di profilo verso il pubblico, appoggiato al podio e chinato in avanti in modo da avere le labbra a un millimetro dal microfono. Mi prendo la briga di descrivere questi dettagli per cercare di ricreare l'impressione che dava di essere del tutto indifferente a cose che avrebbero potuto zittire altri oratori. Nonostante i disturbatori non fossero molto rumorosi, infatti, la loro ostilità era palpabile. Le sue mani erano ferme e rilassate, e sembrava interamente concentrato sui propri pensieri, che stava condividendo con il pubblico intimamente e spontaneamente come in una conversazione privata.
Non sapevo da quanto stesse parlando, ma mentre ascoltavo cominciai a riconoscere il terreno familiare della Grande Amnesia. Ma benché il discorso fosse familiare, era meno dettagliato. In altre parole, questo era solo un riassunto della lezione passata. Alla fine tacque e lasciò vagare deliberatamente lo sguardo sulla folla.
“Stanotte”, disse, “vorrei parlarvi della bollitura di una rana.”
Tolsi il cappuccio alla penna e cominciai a trascrivere.
(Il testo di questo discorso può essere trovato qui.)

Un invito viene spedito.

Fino a ora non avevo mai avuto ragione di rifletterci (o di notarlo), ma entro in una sorta di trance quando trascrivo un discorso. Provo la piacevole sensazione (ora che ci faccio caso) che le parole che escono dalla penna siano le mie. Ho l'illusione che la mia mano anticipi ciò che le mie orecchie sentono, mi sembra di conoscere le parole prima che vengano pronunciate e che potrei trascrivere il discorso anche se l'oratore si fermasse. Sperimento una strana sensazione di intimità con il relatore. Posso non capire perfettamente cosa dice, ma mi sembra di avere una profonda percezione del suo significato. Quando smette di parlare, posso essere incapace di rispondere anche alla più semplice delle domande sul suo discorso, ma questo non mi preoccupa perché so che è tutto al sicuro nella mia trascrizione.
Dato che in questa occasione B non stava usando schermi televisivi, chiusi gli occhi, cosa che di solito mi aiuta a concentrarmi. Dopo una mezz'ora, comunque, si riaprirono involontariamente. Guardai B, lui guardò me e i nostri occhi si incontrarono brevemente, senza particolari segni di riconoscimento. Senza fare una pausa tra le parole, osservò tutta la folla senza fare distinzioni (per quanto potei vedere) tra amici e nemici. Poi, in un gesto che non aveva evidenti correlazioni con nulla di quanto stesse dicendo, sollevò il suo indice sinistro in aria, lo tenne lì per un attimo, poi lo puntò con decisione alla propria destra. Era senza dubbio un segno di qualche tipo, ma non riuscii a notare nessuno che l'avesse colto o che avesse reagito in qualunque modo. Considerai l'idea che il segnale fosse stato visto solo da me perché era stato indirizzato a me.
Continuò a parlare. Chiusi gli occhi per tagliare fuori il continuo rumore della folla e continuai a trascrivere. Passarono i minuti. Improvvisamente notai che la mia mano si era fermata e mi chiesi perché. Aprendo gli occhi, vidi che B aveva finito. Tuttavia, il pubblico non sembrò rendersene conto finché non ebbe raccolto i suoi fogli e non fu sceso dal palco. A quel punto, i disturbatori esultarono come per autocongratularsi per un lavoro ben fatto, e i sostenitori di B si affrettarono ad applaudire. Uscendo, B fece a tutti un cenno indifferente e sparì dietro le quinte.

Pellegrinaggio.

Per quando fui uscito, la protesta si era trasformata in una festa, con abbracci, baci e bicchieri di carta pieni di vino per chiunque avesse partecipato all'epica impresa. I sostenitori di B si dispersero nella notte indisturbati eccetto che per sporadiche prese in giro. Mentre guardavo dall'altra parte della strada, realizzai rapidamente che i disturbatori stavano facendo ciò che stavo facendo anch'io: tenendo d'occhio il vicolo sul lato del teatro, aspettando che B si facesse vedere. Dopo alcuni minuti, un'automobile si accostò alla stradina – non una limousine, solo una vecchia Mercedes Sedan. Un secondo dopo, una guardia attraversò la folla, spinse i passeggeri nel sedile posteriore e fece la guardia mentre la Sedan accelerava verso destra.
Avendo perso la propria occasione per un'ultima manifestazione di disprezzo, la folla perse rapidamente il proprio buon umore e cominciò a disperdersi. Bottiglie vennero tappate, bicchieri raccolti, e naturalmente tutti dovettero stringere la mano a tutti prima di andarsene. Mentre questo avveniva, la guardia in uniforme riapparve all'ingresso del teatro per far uscire uno degli ultimi spettatori e chiudere dietro di lui. Lo spettatore ringraziò la guardia con un cenno del capo, alzò il colletto della giacca contro l'aria notturna e si avviò alla propria sinistra, tagliando la folla e sparendo nell'oscurità. Sarebbe stato facilmente riconosciuto da chiunque si fosse dato la briga di guardarlo. Aspettai finché non fu una cinquantina di metri avanti a me, poi lo seguii.
Ovviamente non avevo idea di dove mi stesse conducendo, ammesso che mi stesse davvero conducendo da qualche parte. Un po' meno ovviamente, non sapevo perché lo stessi seguendo, eccetto per il fatto che credevo di essere stato invitato. All'inizio pensai che la Mercedes avrebbe fatto il giro dell'isolato per raccoglierlo, ma mi sbagliavo. Poi pensai che fosse diretto a una vicina taverna o bar, ma mi sbagliai di nuovo. Continuò a camminare fino a lasciarsi il centro della città alle spalle.
Cominciai ad avere delle esitazioni riguardo questa avventura. Se mi avesse piantato in asso a quel punto, mi sarebbe stato molto difficile tornare all'hotel. Gli autobus non circolavano più – almeno non qui – ed era passata mezz'ora dall'ultima volta che avevo visto un taxi. Peggio ancora, eravamo entrati in una zona che avrei definito industriale: non c'erano case o appartamenti, né negozi, né bar, né minimarket aperti tutta la notte con un telefono e magari dei commessi desiderosi di aiutare. Qui c'erano solo fabbriche, magazzini e cantieri, che a quest'ora di notte ospitavano solo guardie notturne e cani da guardia.
Potreste ragionevolmente chiedermi perché non lo raggiunsi e non gli chiesi dove stesse andando. Ci pensai su. Sarebbe stata la cosa ordinaria da fare, o quella straordinaria? La cosa normale o quella strana?
Pensarci su non mi aiutò, naturalmente. La cosa naturale da fare è sempre quella non premeditata e non ragionata, quella istintiva. Questa cosa in particolare era una di quelle che avrebbe dovuto essere fatta immediatamente oppure mai più. Che senso avrebbe avuto seguirlo alla cieca per un'ora per poi raggiungerlo e chiedergli dove mi stesse portando? Era una situazione assurda, che io – essendo adulto, competente, ecc. – avrei dovuto gestire molto meglio (anche se a tutt'oggi non so in che modo avrei potuto farlo).
Riemergendo dai miei pensieri deprimenti, vidi che B stava entrando in un piccolo edificio privo di segni particolari poco più avanti. Sembrava un capanno di qualche tipo, schiacciato tra un magazzino e un deposito ferroviario. Mi affrettai, sperando che fosse la destinazione di B. Rimasi sconcertato e divertito quando raggiunsi la porta e vidi un artisticamente rozzo cartello lì accanto che diceva: “LITTLE BOHEMIA”.


Sabato, 18 maggio.

Little Bohemia!

Quando aprii la porta ed entrai, mi sfuggì una risata. Little Bohemia era una taverna, ma una taverna diversa da qualunque altra avessi mai visto, a parte forse nei sogni o nell'immaginazione. Avrebbe potuto far parte del set cinematografico per un film sulla vita di Amedeo Modigliani. Aveva soffitti bassi, pieni di ragnatele e fumo, e sarebbe stata completamente buia se non fosse stato per delle candele incastrate in alcune bottiglie di vino. I muri erano fitti di disegni, caricature e dipinti, la maggior parte dei quali così anneriti dal fumo da sembrare post-impressionisti. Incongruamente – eppure in qualche modo perfettamente – un jukebox decorato con un arcobaleno vicino alla porta stava suonando un vecchio disco di Piaf graffiato che doveva essere, poteva solo essere – e infatti era – La vie en Rose. Spendendo un milione di dollari, la Disney non avrebbe potuto ricrearla più archetipica, anche se la polvere e le ragnatele sarebbero state create con plastica antisettica e la canzone sarebbe stata cantata da un clone di Piaf stessa, con indosso una perfetta riproduzione della sua famosa vecchia maglia.
La clientela, comunque, non interpretava il ruolo adatto, almeno non di proposito. Non c'erano berretti, baschi o pullover da pescatori, e niente pizzetti artistici. Queste persone, mormoranti ai loro tavoli o chinate sulle loro scacchiere, avrebbero potuto essere qualunque cosa – poeti, romanzieri, sceneggiatori, attori, artisti, modelli – ma chi poteva dirlo? Oggigiorno, gli addetti alle pubbliche relazioni sembrano artisti, gli artisti sembrano camionisti e i camionisti come campioni di calcio nel giorno libero.
B era seduto a un tavolo in fondo e capii che doveva essere un cliente abituale, perché una cameriera lo stava già servendo dopo appena sessanta secondi dal suo arrivo. Vedendo che ero entrato, mi invitò al tavolo con un cenno alla sedia alla sua destra. Mentre mi avvicinavo, lo sentii dire alla cameriera: “Theda, porta uno di questi anche per il mio amico, vuoi? Ha camminato a lungo.” E poi a me: “È uno scotch al malto Lagavulin vecchio di sedici anni e riporterebbe in vita i morti, se somministrato entro un tempo ragionevole.”
Mi sedetti e guardai, probabilmente in modo piuttosto vacuo, il suo volto da gargoyle.
“Be', cosa gliene è parso della mia lezione?”, mi chiese.
“Non so”, risposi. Poi aggiunsi: “Non sto facendo il vago, sto ancora cercando di capirlo.”
“Era a Der Bau.”
“Infatti.”
“Ma non a Stuttgart o prima?”
“No.”
“Ottimo. Per caso o destino, ha cominciato all'inizio del ciclo.”
“È stato per caso”, gli dissi, e lui sorrise educatamente come se non facesse una gran differenza.
“Qual è il suo nome, a proposito?”
Glielo dissi, e Theda scelse quel momento per arrivare con il mio drink, un liquido scuro e ambrato in un bicchiere sovradimensionato. Bevvi un sorso e battei le palpebre, sconcertato dalla sua pesante, ricca fumosità.
“Fantastico, non è vero?”
Annuii, improvvisamente sentendomi stranamente distaccato, come una pagina strappata da un libro e inserita in un altro.
“E 'B'?”, chiesi. “Perché si fa chiamare B?”
Mi fece un sorriso storto. “Sa, non ne sono del tutto sicuro. Questo è un nome che la folla ha scelto per me in risposta a una percezione profonda e inconscia. Quando il nome mi è rimasto appiccicato, ho fatto qualche ricerca al riguardo, per quello che era possibile su un argomento come questo. Se in tempi antichi le fosse capitato di incontrare un uomo o una donna marchiati con la lettera A, avrebbe saputo che la loro colpa era stata...?”
“Adulterio.”
“Naturalmente. Non è stata un'invenzione di Hawtorne ne La Lettera Scarlatta, sa. E se avesse incontrato qualcuno marchiato con la lettera B, avrebbe saputo che il suo peccato era stato la blasfemia.”
“Ed è questo il suo peccato?”
“Oh, sì. Ma non posso credere che la folla abbia scelto questa lettera per questo motivo – o almeno, non deliberatamente.”
“Allora perché?”
Scrollò le spalle. “Semplicemente, non lo so.”
“Posso chiederle il suo vero nome?”
“Preferirei che non lo facesse. Ormai non lo uso più, a parte per i registri degli alberghi.”
“Va bene. Perché mi ha segnalato di seguirla?”
Sorrise in modo diverso, come per piacere autentico. “Conosce l'antico romanzo cinese Viaggio in Occidente? È la storia di una birbante scimmia di pietra nata per via di un incidente divino da un uovo di pietra sulla cima di una montagna. Dopo aver vissuto una vita spensierata per molti anni, improvvisamente diviene consapevole dell'esistenza di un'enorme mole di cose da imparare di cui non aveva la minima idea, e comincia un viaggio intorno al mondo per trovare un maestro. Alla fine arriva in un monastero gestito da un famoso saggio, che gli lascia assistere alle lezioni insieme agli altri novizi mentre svolge le faccende come una sorta di domestico. Un giorno, dopo vari anni, il maestro chiese alla scimmia che tipo di conoscenza stesse cercando. La scimmia allora chiese quali erano disponibili, e poi li respinse uno dopo l'altro. Il maestro allora si infuriò, lo colpì tre volte in testa con il suo bastone e se ne andò. Gli altri allievi erano costernati, ma la scimmia no, perché conosceva il linguaggio dei segnali segreti e aveva capito che il maestro gli aveva ordinato di andare da lui alle tre di notte. Quando arrivò, il saggio si complimentò con la scimmia per aver insistito per avere una saggezza che andasse oltre ciò che altri avrebbero accettato, e gli fece una rivelazione così potente che la scimmia raggiunse l'illuminazione sul posto.”

Insegnamenti: pubblici e segreti.

Diedi a B un minuto per continuare, e quando non lo fece gli chiesi se fossi una scimmia che aveva scelto per un'istruzione speciale.
“È possibile”, rispose, “ma non è questo il motivo per cui le ho raccontato la storia.”
“Continui.”
“Perché il saggio aveva due tipi di insegnamenti, pubblici e segreti?”
“Non lo so.”
B abbassò il mento sul petto e mi diede uno sguardo ironico dal basso verso l'alto.
“Ci rifletta per un po'”, mi disse. “Stia al gioco.”
“Perché il saggio aveva due tipi di insegnamenti? Direi perché non sarebbe stato un granché come saggio altrimenti. Gli insegnamenti pubblici sono quelli che tutti ascoltano perché sono quelli che possono venire articolati. Gli insegnamenti segreti sono quelli che non possono venire espressi perché non esistono.”
B annuì pensierosamente. “Una risposta molto buona e molto moderna. La risposta di un cinico.”
“Non penso a me stesso come a un cinico.”
“Ma è sicuro che non esistano insegnamenti segreti.”
“Assolutamente sicuro.”
“Gesù non aveva nessuna gemma speciale per i suoi discepoli.”
“No.”
“E nemmeno Gautama Budda o Maometto per i loro.”
“No.”
“Potrebbe avere ragione, naturalmente, ma questo manca completamente il punto della mia storia.”
“Va bene. Perché il saggio aveva due tipi di insegnamenti diversi?”
“Uno era un gruppo di insegnamenti facili da comprendere, un altro invece un gruppo di insegnamenti molto difficili. Il primo gruppo era quello pubblico, naturalmente, il tipo a cui tutti i novizi erano esposti. Il secondo era il tipo segreto, quello che solo studenti eccezionali possono aspirare a comprendere – o accettare.”
“In altre parole...?”
“In altre parole: gli insegnamenti segreti non sono quelli che gli insegnanti si tengono per loro, sono quelli che sono molto difficili da impartire.”
Scossi la testa. Dovevo proprio scuoterla. Non l'ho mai visto scritto esplicitamente, ma è implicito in ogni testo che – a parte cose proibite e probabilmente illusorie come stregoneria o negromanzia – non esistono segreti rilevanti. Ci sono molte cose che non sappiamo e non sapremo mai, naturalmente, ma tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere è stato rivelato. Se non fosse così, se Mosé, Budda, Gesù o Maometto avessero conservato qualcosa solo per una ristretta élite, allora le rivelazioni sarebbero incomplete e, quindi, inutili.
“Non sono sicuro che questo risponda alla mia domanda originale”, dissi. “Perché mi ha invitato qui?”
“L'ho invitata qui per la stessa ragione per cui il saggio ha invitato la scimmia. Spero di poterle impartire alcuni degli insegnamenti che non posso esprimere dal podio.”
“Non capisco. Perché non può impartirli dal podio?”
La mia domanda sembrò sconfiggerlo. Sospirò, collassò su se stesso e si guardò attorno in una sorta di pantomima di disperazione pedagogica.
“Pensavo che sapesse che cosa sta succedendo qui.”
“Mi dispiace. Pensavo di saperlo anch'io.”
“Ogni volta che Gesù parlava a un gruppo, stava parlando a un migliaio di anni di storia condivisa, visione condivisa e comprensione condivisa. Le persone che lo ascoltavano erano ebrei, dopotutto. Non parlavano solo la stessa lingua. I loro pensieri erano stati plasmati dalle stesse scritture, le stesse leggende, la stessa visione del mondo. Non doveva insegnare loro chi fosse Dio, chi fosse Abramo o chi fosse Mosé. Non doveva spiegare loro concetti come profeta, diavolo, pentimento, battesimo, scrittura, Sabbath, comandamento, paradiso, inferno o messia. Queste erano tutte nozioni comunemente note nella loro cultura. Ogni volta che parlava loro, sapeva con certezza assoluta che i suoi ascoltatori erano venuti preparati per capire cosa aveva da dire.
“Sì, lo capisco.”
“Gesù non doveva gettare le fondamenta ogni volta che teneva un discorso. Altri avevano fatto il lavoro per lui nel corso di centinaia di generazioni, letteralmente dal tempo di Abramo. Ma io devo farlo, con ogni singolo pubblico a cui mi rivolgo. Mi ha ascoltato a Monaco e qui a Radenau, ma non ha ascoltato cos'ho da insegnare. Tutto ciò che ha ascoltato finora erano le fondamenta, e sono lontane dall'essere complete.”
“Ma prima o poi...”
“Sì, prima o poi ci arrivo, e questo è il motivo per cui la gente mi chiama Blasfemo, Bestia e Anticristo. Ma non arrivo mai alla fine di ciò che ho da dire... Non in pubblico.”
“Perché no?”
“Perché non c'è continuità nei miei ascoltatori tra un pubblico e l'altro. Questo significa che, in ogni pubblico, sempre meno persone sono state con me fin dall'inizio e sempre più sono andate perse. Dopo cinque o sei lezioni è inutile continuare. La fine è ancora lì, ma non ho speranza di raggiungerla con questo pubblico, e perfino meno speranze di raggiungerla con il prossimo. Devo tornare indietro e ricominciare da capo, il che è ciò che ho fatto a Monaco.”
Poi B annuì verso di me e disse: “E devo aspettare l'arrivo di qualcuno come lei.”
Provai una fitta di paura a quelle parole, la stessa sensazione che provo quando immagino di cadere da un palazzo altissimo.

Lo smascheramento.

Sorseggiammo il nostro scotch resuscitante. Ascoltammo Piaf e altri cantanti della sua epoca, tutti francesi e tedeschi. Inalammo grandi quantità di fumo passivo. Dopo alcuni minuti, dissi: “Questo ancora non spiega perché ha scelto me in particolare.”
B aggrottò la fronte e si strofinò l'angolo dell'occhio destro, un gesto che mi sarei presto abituato a vedergli fare.
“Questo chiaramente la preoccupa”, disse infine, “e sto cercando di capire perché.” Aprii la bocca per negarlo, ma lui mi fermò con un cenno della testa. “Non è un bravo bugiardo, sa?”
Lo fissai intontito.
“Non abbastanza pratica, direi.”
“Cosa le fa pensare che stia mentendo?”
Scosse la testa di nuovo. “Non lo faccia, Jared, è davvero negato. O mente con convinzione o dice la verità.”
“Ha ragione”, confessai. “Non sono un bravo bugiardo e non faccio abbastanza esercizio. Ma cosa l'ha fatta decidere che stavo mentendo?”
“Le domande sempre dello stesso tipo, la sua insistenza che il mio invito avesse bisogno di essere spiegato. Si sta ovviamente chiedendo come è riuscito a ingannarmi.”
Non ero sicuro che avesse ragione a questo riguardo, ma ero troppo confuso da fumo e alcool per pensare chiaramente.
Improvvisamente c'era una terza persona seduta al nostro tavolo. Mi accorsi innanzitutto che si trattava di una persona, poi che era una donna, poi che era una donna che avevo già visto. Era la donna di Der Bau, la donna che aveva tradotto il discorso di B nel linguaggio dei segni, la donna con la giacca di cuoio e la strana farfalla in mezzo al viso. La donna (realizzai improvvisamente) che aveva esercitato una potente attrazione su di me dal momento in cui l'avevo vista, con le sue ampie spalle atletiche, i suoi vestiti da ranch e i capelli fulvi selvaggi.
Stava parlando a B con le sue mani. E lui stava “ascoltando” con attenzione. Improvvisamente un largo sorriso gli attraversò il volto. Mi guardò e rise: “Un prete!”
“Cosa?”, dissi io.
“Lei è un prete?”
Guardai la donna e lei mi restituì lo sguardo senza espressione, come se fossi una lucertola o un pesce.
B disse: “Ha trovato il suo breviario.”
Lo fissai senza capire finché aggiunse: “Nella sua stanza, in hotel.” Anche allora mi ci volle un minuto per capire cos'era successo. Mi aveva invitato per una passeggiata attraverso Radenau cosicché la sua assistente avesse il tempo di trovare il mio hotel, scoprire quale fosse la mia stanza ed entrare. Ero contento che non avesse trovato il mio diario: quello viaggia con me.
Non sapevo cosa dire. Mi sentivo profondamente stupido e incompetente, come un ragazzino che avesse scelto Tiffany's per il suo debutto da taccheggiatore.
“È un assassino”, chiese B, “o solo una spia?”
La donna rise. Non in maniera sarcastica, mi sembrò, ma con genuino divertimento. Fui sorpreso quando parlò – che potesse parlare.
“Non un assassino”, disse, guardandomi come se fossi un cocker spaniel che qualcuno aveva appena scambiato per un pitbull.
“No, sono sicuro che hai ragione”, disse B. “Non un assassino. Cosa, allora?”
Era quasi divertente. In quel preciso istante, Piaf cominciò a cantare “Non, Je Ne Regrette Rien” – no, non rimpiango nulla! Non riuscii a pensare a nulla da dire.
I minuti successivi passarono come in un sogno. Theda venne pagata. B e la donna si alzarono per andarsene e sembrarono sorpresi quando non seguii il loro esempio.
“Passerà la notte qui?”, chiese B.
“No.”
“Allora venga, le daremo un passaggio fino al suo hotel.”
Sentendomi perfino più idiota di prima, viaggiai nel sedile posteriore della Mercedes che avevo visto prima fuori dal teatro. La donna guidò.
“Questa è Shirin, a proposito”, mi disse B.
Annuii senza parlare.
Quindici minuti dopo, accostammo fuori dall'hotel. Uscii dal sedile posteriore e li ringraziai per il passaggio.
Shirin mi riservò un cenno del capo e un sorriso di commiserazione, poi guidò via.
Mi trascinai cupamente nell'hotel.


Sabato, 18 maggio.

La notte avrebbe dovuto essere conclusa a quel punto...

Ma non lo fu.
Mentre superavo la reception, l'impiegato mi fermò per consegnarmi un messaggio, ermeticamente sigillato in una busta. Qualcuno con più esperienza avrebbe potuto ficcarsela in tasca e scordarsene, ma io non sono abituato a ricevere messaggi in hotel. Lo aprii e lessi:

Jared,
Mi chiami immediatamente appena riceverà questo messaggio, giorno o notte.
Immediatamente.
Bernard Lufre.

Lo appallottolai e lo infilai in tasca. Mentre riprendevo il mio viaggio verso gli ascensori, l'impiegato disse: “Era molto insistente, signore.”
Mi girai e vidi che era lo stesso che si era offeso per la mia domanda sul fax. Forse era un cyborg, instancabile ed efficiente.
“Molto insistente, eh?”
“Molto insistente, signore.”
“Vorrei una bottiglia di whiskey nella mia camera.”
Una sottile ruga apparve sulla sua fronte.
“Ho paura che il bar sia chiuso, signore.”
“Non voglio un bar, voglio un po' di whiskey in camera mia. Mezzo litro, o comunque lo imbottigliate qui.” Gli passai cento marchi e me ne andai.

Avrei chiamato Bernard Lulfre in queste condizioni? Non aveva alcun senso, ma volevo farmi un drink, andare a dormire e svegliarmi senza questo impegno a gravarmi sulla testa, quindi lo chiamai. Padre Lulfre stesso rispose al telefono.
“Jared!”, disse. “Dev'essere notte fonda lì.”
“Lo è, sì.”
“Che sta succedendo? Mi aggiorni.”
“Ho assistito a due delle lezioni di B, e ho...”
“Due lezioni di chi?”
“B. Non si fa chiamare Atterley qui. È conosciuto come B.”
“B come in bambino?”
“B come blasfemo.”
“Capisco. Ha assistito a due delle sue lezioni, e...”
“E ho passato un'ora parlando con lui.”
“Davvero? Come un ammiratore? Un seguace?”
“Sì, è possibile”, replicai vago.
“E che impressione ne ha avuto?”
“È davvero brillante. Completamente sincero.”
“Non di lui, di quello che sta insegnando.”
Ero troppo stanco per pensarci. “Non saprei, sembra abbastanza innocuo.”
“Innocuo? Non può essere.”
Scrollai le spalle attraverso seimila chilometri di cavi telefonici.
“Lo ha registrato?”
“Non è efficiente. A meno che non parlasse direttamente nel mio microfono, avrei ottenuto solo rumore di folla.”
“Ha almeno preso appunti?”
“Meglio”, scattai. “l'ho trascritto parola per parola, in stenografia. Non le è arrivato il mio fax?”
“Non sono stato nel mio ufficio oggi. È tutto lì?”
“Solo la prima lezione. Dovrò scrivere una versione leggibile della seconda. Ci vorranno alcune ore.”
“Non è qualche esotica stenografia personale, vero?”
“No, solo normale scrittura veloce.”
“Allora la mia segretaria può leggermela. Me la faxi.”
Cominciai a obiettare che il blocco per gli appunti avrebbe dovuto essere fotocopiato prima, dato che non potevo fotocopiarlo direttamente, ma realizzai in fretta che mi stavo comportando in modo infantile. Rassegnandomi all'inevitabile, scesi al piano di sotto e feci quello che dovevo.
Una bottiglia di Cutty Sark mi stava aspettando in camera quando tornai.
Cominciai a bere e a scrivere. Non so cosa stia succedendo, ma so che questo diario si rivelerà inutile se non lo terrò aggiornato. Ho finito giusto in tempo per chiudere le tende contro il sole che sta sorgendo. Spero di ricordarmi di mettere fuori dalla porta il cartello “Disturben Verboten” prima di crollare.

Domande pericolose.

Il fax in questo hotel fa orario continuato, ma il pranzo è servito solo fino alle due, e io riuscii a malapena a sedermi al tavolo. Ora sono le due e tre quarti. Immagino di starmi annotando il tempo per procrastinare. Non voglio pensare, non voglio scrivere, così mi annoto scrupolosamente l'ora.
Sono le 14:50 e mi chiedo cosa c'è di sbagliato in me.
Sono le 14:52 e penso che la mia vita sta cadendo a pezzi.
Cadendo a pezzi sotto quale forza? Non riesco a capirlo bene. O non voglio farlo. Di sicuro per la maggior parte si tratta di B, ma non riesco a capire perché. Sono estremamente riluttante a rileggere le sue lezioni. Il suo messaggio è come un'ombra sulle mie spalle. Posso coglierlo con la coda dell'occhio e mi preoccupa, perché non riesco a vederlo chiaramente. So che potrei girarmi e vederlo meglio ma, come ho detto, sono riluttante a farlo.
Ho detto a Padre Lulfre che gli insegnamenti di B sono innocui. Cosa intendevo? Penso che fosse qualcosa del genere: B è innocuo perché sta solo mettendo in discussione i fondamenti stessi del Cristianesimo – per non parlare del Giudaismo, dell'Islam e del Buddismo.
Nessun pericolo in questo, vero?
Nessun pericolo, Padre Lulfre, perché lei mi ha insegnato che nessuna domanda è pericolosa, per noi. Noi abbiamo tutte le risposte, quindi chiedete pure. Possiamo rispondere a tutto. Assolutamente tutto. Per noi, le domande non sono un pericolo, sono un'opportunità.
Non è così, Padre Lulfre?
Quindi qual è il suo problema, Padre Lulfre?
Al telefono le ho detto: “Gli insegnamenti di B sono innocui”, e lei mi ha risposto: “Non può essere.”
Cosa?
Cosa significa, Padre Lulfre? Significa che alcune domande sono pericolose, dopotutto?

Il bravo soldato Jared.

Il fatto che trovi qualcosa in tutto questo che mi disturba... Mi disturba. Non dovrei essere disturbato da nulla di tutto ciò. Voglio dire, sono un bravo soldato, no? Intelligente e acuto ma fondamentalmente un tipo di persona semplice. Come si chiama il predicatore tormentato ne La Lettera Scarlatta? Dimmesdale? Non sono un Arthur Dimmesdale, neanche vagamente. Non sono tormentato da nulla. Volete che spii qualcuno che si dice potrebbe essere l'Anticristo? Sicuro, perché no? Dov'è il mio biglietto aereo? Qual è il limite della mia carta di credito?
Ehi, è per questo che le grandi menti dei Laurenziani hanno scelto me, non è così? Volevano qualcuno intelligente, controllabile e leale – non necessariamente con una grande fede, ma forse con un'immaginazione un tantino debole.
La cosa divertente, comunque (ed è davvero spassosa), è che, proprio perché sono un così bravo soldato, semplice e lineare, io ascolto il tizio che dovrei spiare. E, avendo ascoltato, dico: “Sì, capisco cosa sta dicendo. Questo è qualcosa di nuovo. Questo è qualcosa davvero nuovo. Questo tizio ha ragione. Ha più ragione di chiunque altro abbia mai sentito in vita mia. Qual è il problema?”
Poi il tizio mi prende in disparte e dice:
Poi il tizio mi fa attraversare mezza città a piedi e dice:
Poi il tizio mi offre dello scotch vecchio di sedici anni e dice:
“Ci sono alcuni insegnamenti che solo studenti eccezionali possono accettare. Spero di impartirne qualcuno a lei.”
Forse le grandi menti dei Laurenziani avrebbero dovuto scegliersi un soldato non così bravo... O magari molto migliore.
Ovviamente, non so in che rapporti sono con B a questo punto. Ripensandoci, mi accorgo che ero molto più sconvolto io dalla rivelazione di Shirin di quanto lo fosse lui. La verità è che stavo solo proiettando. Essendo stato scoperto, avevo dato per scontato che avrebbe reagito in modo disgustato o deluso. Invece non era nessuna delle due. Era divertito.
Va bene, non sono ancora sicuro del rapporto in cui sono con lui, ma non credo di essere esattamente nel cestino della spazzatura. Non ne sono uscito sembrando brillante, ma sono abbastanza sicuro di non essere sembrato nemmeno feccia.


Domenica, 19 maggio.

Radenau: seconda notte.

Quando arrivai al Schauspielhaus Wahnfried alle nove, credetti quasi di essere venuto nella notte o nel posto sbagliato, perché i disturbatori erano spariti. Forse questa seconda notte non era nel loro programma, oppure pensavano che una notte in trincea fosse sufficiente. Forse c'era carenza di manifestanti da qualche altra parte. Ciononostante, la porta era presidiata dalle vestigia del gruppo di protesta: una donna dall'aspetto infuriato che distribuiva volantini dall'aspetto rabbioso. Ne presi uno, ma era in tedesco.
La notte precedente le luci erano state accese come per un'evacuazione di emergenza. Stanotte erano affievolite come per una lettura tranquilla. Il palco era blandamente illuminato e vuoto, eccetto che per il podio dell'oratore. C'erano forse cento persone nella sala. Non volendo essere riconosciuto dal palco, scelsi un posto molto indietro. Era una folla tranquilla, paziente, sottomessa. Un pubblico di estranei e per la maggior parte, pensai, solitari.
Dopo alcuni minuti, B salì sul palco, si mise dietro il podio e cominciò a mettere in ordine dei fogli. Per un oratore professionista, questa è una tecnica precisa. Dopo alcuni secondi il pubblico registrò la sua presenza e fece silenzio. B cominciò, come immaginavo che avrebbe fatto, dall'inizio, riassumendo non solo la precedente lezione ma anche quella che aveva pronunciato a Monaco, continuando il processo che aveva descritto a Little Bohemia. A ogni lezione, questo riassunto sarebbe diventato più complesso e, proporzionalmente, meno efficace.
Quando fu finalmente pronto per avventurarsi in territorio inesplorato, tacque e si guardò intorno, raccogliendo l'attenzione di tutti i presenti, e io tirai fuori la penna.
(Il testo di questo discorso può essere trovato qui.)
Credo che realizzai la mia vera situazione nei quaranta minuti successivi, mentre scrivevo, ferocemente concentrato nell'ascoltare e nel capire le parole (non puoi davvero ascoltare se non capisci le parole, si trasforma tutto in un blaterare incomprensibile). Anime pie spesso immaginano che essere un prete ti ponga automaticamente chilometri davanti alle persone normali per quanto riguarda la saggezza. Ascoltando B, mi resi conto di non essere un centimetro avanti a nessuno. Brancolo nel buio. Sono appena all'inizio. Per tutto quello che conta, ho ancora diciannove anni. A un certo punto, la mia mano esitò e mi dissi: “Non mi serve scrivere tutto questo, mi basta ascoltare”, ma ero abbastanza dubbioso da continuare. Ora sono contento di averlo fatto, naturalmente. In quel momento mi sentivo come un uomo al timone di una nave che affonda: privo di senso, visto che qualunque nave può trovare da sola la strada per il fondo dell'oceano.
Dopo mezz'ora invece mi sentii come un pugile all'ottavo o nono round – un pugile che stava perdendo. Ero stato colpito ovunque fosse permesso colpirmi, ogni singolo centimetro quadrato. Le frasi mi arrivavano addosso come pugni, e io le leggevo e incassavo come pugni. “Ah, sì, eccone un altro ai reni. Mi ricordo uno come quello nel terzo round. Ed eccone uno al bicipite... Questo non dovrebbe farmi male ma accidenti se lo fa! E ora uno che pensavo mi arrivasse sulla spalla e invece mi ha colpito in pieno sull'orecchio.”
Quando finì, barcollai fuori con tutti gli altri e mi piazzai in mezzo alla strada, assumendo che B avrebbe fatto la sua apparizione in pochi minuti. Questo mi diede del tempo per pensare, ed ecco cosa pensai:
Finora ho vissuto in una specie di capsula temporale, o forse in un'ala speciale dell'ospedale che non è cambiata dagli anni Cinquanta. Era un'ala in cui i miei genitori e i loro amici sarebbero stati felici. Non sono sicuro di cosa intendo con questo, sto solo procedendo a tentoni. In quest'ala, Glenn Miller è ancora di moda. Non una figura nostalgica, ma come era quando i miei genitori andavano al college. In quest'ala, i ragazzini hanno matrimoni in pompa magna e passano la luna di miele a cercare di capire che significa essere sposati. In quest'ala, si usa il metodo del calendario e si hanno figli quando fallisce. In quest'ala, non ci sono bambini che nascono già dipendenti dal crack, non ci sono sette, non ci sono terroristi. In quest'ala, se qualcuno avesse sintonizzato la radio su una stazione che trasmetteva le parole di B, avrebbe sbagliato mentre cercava di raggiungere un'altra stazione, una rilevante per la vita nell'ospedale.
Non credo di aver avuto davvero questi pensieri precisi mentre me ne stavo fuori dal teatro. Non sono sicuro che una singola idea coerente mi sia passata per la testa, mi limitavo a stare lì in piedi sentendomi condannato. A un certo punto, senza che me ne accorgessi, qualcuno accese le luci del padiglione e dell'ingresso. Forse passarono dieci minuti. Finalmente tornai in me e mi resi conto che la procedura della notte precedente non sarebbe stata ripetuta. B era ancora dentro, e se avessi voluto parlargli avrei dovuto andare a cercarlo lì. Sgattaiolai fino alla debolmente illuminata porta del palco e la trovai preparata come il rifugio di un fumatore, una bustina di fiammiferi a tenerla socchiusa. Entrai e lasciai che la porta si chiudesse dietro di me.
Molto, molto lontano si udivano delle voci. Non avevano nulla di strano, non suonavano particolarmente tristi o felici, eccitate o calme. Avrebbero potuto appartenere egualmente a delle persone che discutessero dell'arredamento di una casa o della fine del mondo. Non c'era modo di dirlo, nonostante fossi rimasto lì ad ascoltare per un intero minuto mentre i miei occhi cercavano di trovare uno spiraglio di luce attraverso cui vedere.
Il palco ovviamente si sarebbe trovato più o meno davanti a me, oltre corridoi, camerini, sale d'aspetto e, infine, le quinte sul palco stesso. Dato che nessun angelo sarebbe venuto a guidarmi cominciai a procedere a tentoni e, dopo un paio di minuti, fui ricompensato da una pallida luce alla mia sinistra. Era una nuda lampadina pendente dal soffitto sopra il palco vuoto che illuminava debolmente la sala deserta.

Nel mondo sotterraneo.

Il mormorio di voci era più distante che mai. Lo seguii dietro le quinte fino alla ringhiera di una scala a chiocciola di ferro che scendeva nell'oscurità. Non mi servivano gli occhi: i gradini erano regolari e la ringhiera solida. Una volta avevo visto il progetto di un teatro che mostrava un primo piano sotto il palco, poi un secondo, un terzo e un quarto, e mi ricordo di essermi chiesto che cosa avrebbero potuto conservare così in profondità. In breve il klink-klunk dei miei passi fu udito di sotto, e il mormorio si fermò. Il quarto piano sotterraneo, dove le scale finivano, era ampio e con un alto soffitto. Alla fine della stanza, sopra pile di scatoloni, tavoli e scaffali, un centinaio di candele illuminava un'area che somigliava a un soggiorno ricavato nel bel mezzo di un negozio di antiquariato.
B era seduto in una poltrona con i braccioli rivolta verso di me. Mi salutò con la mano e mi chiamò. “Non si preoccupi, non ci sono ratti!”
Improvvisamente, una dozzina di facce spuntarono dalle cianfrusaglie e mi guardarono da dietro antichi mobili danneggiati, tappeti arrotolati, manichini ammuffiti, esempi di tassidermia in putrefazione, enormi guardaroba, pile di libri e riviste e attaccapanni pieni di costumi. B sembrò percepire il mio imbarazzo e rese il mio avvicinamento meno difficile spiegando l'assenza di ratti.
“La direzione ha cura di approntare una rappresentazione del Re Lear almeno una volta ogni due anni”, disse. Quando ebbe gli occhi di tutti puntati addosso, proseguì: “'Topi, ratti e piccoli cervi sono stati il cibo di Tom per sette lunghi anni.' Lear, Atto III, Scena 4”... Come se questo spiegasse tutto.
Gesticolò verso una poltrona alla sua destra, una meravigliosa vecchia Biedermeier fauteuil con cuscini di velluto verde pallido e scolorito. Lui stesso occupava un'ancora più bella Regency bergère d'ebano dorato con piedi scolpiti come artigli e braccioli modellati come teste di leone. Mi sedetti e mi guardai intorno.
C'era uno stravagante ottomano imbottito alla mia destra, e Shirin era rannicchiata su metà di esso, vestita come sempre con jeans, stivali e una maglietta di seta (stavolta verde scuro anziché nera). Mi stava guardando con educato interesse, e non ero del tutto sicuro che mi avesse riconosciuto. Il resto dell'ottomano era occupato da una ragazzina dall'aria intensa in jeans e maglietta grigia.
“Questo è Jared Osborne”, disse B agli altri, che (mi parve) annuirono senza alcun segno di entusiasmo. “Lascerò che tutti si presentino più tardi.” Si girò verso di me e disse: “Stavamo ancora discutendo della domanda che è stata sollevata alla fine della lezione di stasera, riguardo il bisogno di un programma. Come risponderebbe a questa domanda?”
“Ho paura di non ricordarla.”
“In sostanza, la domanda era: cosa dovremmo fare, ora che sappiamo che i membri della nostra cultura stanno procedendo verso l'autodistruzione?”
“E mi sta chiedendo come risponderei?”
“Dovrei premettere”, disse B agli altri, “che Jared Osborne è un prete della Chiesa Cattolica Romana.”
“Non sono qui in quella veste”, gli dissi.
B scrollò le spalle. “Sarei portato a credere che un punto di vista rimanga anche quando la veste ufficiale viene messa da parte.”
“Sì, infatti, ma sono venuto qui per ascoltare, non per parlare, se posso.”
“Ma certo... Proprio prima che arrivasse, avevo detto qualcosa riguardo il salvare il mondo, e Michael qui”, fece un cenno verso un uomo alto, “aveva obiettato che il mondo non ha bisogno di essere salvato, ha solo bisogno che lo lasciamo in pace. Stavo spiegando che non avevo usato la parola 'mondo' in un senso biologico, ma piuttosto in senso tradizionalmente biblico e letterario, che non si riferisce alla biosfera che chiamiamo mondo, ma piuttosto alla 'sfera delle attività materiali umane'. Questo è il mondo a cui si riferiva Wordsworth quando scrisse: 'Il mondo è troppo per noi'. Questo è il mondo che Byron intendeva quando scrisse: 'Non ho amato il mondo, né il mondo ha amato me'. Questo è il mondo a cui si riferiva Giovanni quando scrisse: 'Chiunque ami il mondo è estraneo all'amore del Signore'. Non è d'accordo, Padre Osborne?”
“Sì. Giovanni non si riferiva certo alla biosfera.”
“Ciò che ho detto è: se il mondo verrà salvato, lo sarà da persone con menti cambiate, persone con una nuova visione. Non verrà salvato da persone con vecchie menti e nuovi programmi. Non verrà salvato da persone con vecchie visioni e nuovi programmi.”
Tutti nella stanza sembrarono guardarmi e aspettare la mia risposta. Non riuscivo a immaginare perché, ma non c'era modo di sbagliarsi. Dissi: “Non sono sicuro di capire la differenza tra un programma e una visione.”
“Riciclare è un programma”, disse B. “Sostenere legislazioni ambientaliste è un programma. Non serve avere una nuova visione del mondo per praticare queste attività.”
“Sta dicendo che programmi del genere sono una perdita di tempo?”
“Niente affatto, per quanto tendano a dare alla gente un falso senso di progresso e speranza. I programmi sono avviati per contrapporsi e/o sconfiggere una visione.”
“Mi dia un esempio di cosa intende per 'visione'.”
“La visione della nostra cultura, per esempio, sostiene l'isolamento. Sostiene una casa diversa per ogni famiglia. Sostiene serrature alle porte. Sostiene vigorosamente rimanere isolati dietro le proprie porte e vedere il mondo elettronicamente. Stando così le cose, nessun programma è necessario per spingere le persone a starsene in casa a guardare la televisione. Invece serve un programma per spingerli a spegnere la televisione e uscire di casa. Per quello sì che hai bisogno di un programma.”
“Capisco... Credo.”
“L'isolamento è sostenuto da una visione, quindi si prende cura di se stesso. Ma gli edifici comunitari non lo sono, quindi devono essere supportati da un programma. I programmi inevitabilmente si contrappongono a una visione, e quindi devono essere imposti alle persone... Devono essere 'venduti' alle persone. Per esempio, se vuoi che le persone vivano semplicemente, riducano i consumi, riutilizzino e riciclino, devi creare programmi che incoraggino tali comportamenti. Ma se vuoi che consumino e sprechino molto, non hai bisogno di creare programmi di incoraggiamento, perché questi comportamenti sono supportati dalla nostra visione.”
“Sì, capisco.”
“La visione è un fiume. I programmi sono dei bastoncini conficcati nel letto del fiume per cercare di impedirne il flusso. Quello che sto dicendo è che il mondo non verrà salvato da persone con dei programmi. Se verrà salvato, lo sarà perché le persone che lo abitano avranno una nuova visione.”
“In altre parole, persone con una nuova visione avranno nuovi programmi.”
“No, non è questo che intendevo. Ripeto: a una visione non servono programmi. Una visione è un fiume. La Rivoluzione Industriale era un fiume. Non aveva bisogno di programmi che la facessero partire o che la tenessero in movimento.”
“Ma non è sempre stata un fiume.”
“Esatto. Non lo era nel secondo secolo, o nell'ottavo, o nel tredicesimo. Non c'era segno di quel fiume in quei secoli. Ma, uno dopo l'altro, minuscole sorgenti comparvero e cominciarono a unirsi, decennio dopo decennio. Nel quindicesimo secolo, era un filo d'acqua. Nel sedicesimo divenne un rivolo. Nel diciassettesimo diventò un ruscello. Nel diciottesimo, un torrente. Nel diciannovesimo, divenne un fiume. Nel ventesimo, diventò un fiume in piena che travolse il mondo. E durante tutto questo tempo, non un solo programma fu necessario per farla progredire. È stata generata, sostenuta e ingigantita interamente da una visione.”
“Capisco.”
“È un sintomo del nostro collasso culturale il fatto che sostenere la nostra visione ora venga visto come un atto perverso, e ostacolarla venga invece considerato nobile. Ad esempio, i bambini a scuola non vengono mai incoraggiati a volere le ricompense materiali del successo. Il successo dovrebbe essere fine a se stesso, non dovrebbe essere inseguito per ottenere un qualche beneficio materiale. Gli uomini d'affari possono venire proposti come modelli di comportamento per la loro 'creatività' e i loro 'contributi alla società', ma nessuno li proporrebbe mai come modelli di comportamento perché hanno case lussuose, automobili esotiche e servitori che si occupano di ogni loro bisogno. Nel mondo dei libri scolastici dei nostri figli, una persona ammirevole non farebbe mai nulla solo per soldi.”
“Sì, immagino che sia vero.”
“I membri della nostra cultura sono bravissimi morditori di proiettili. Per coloro che hanno poca familiarità con questo modo di dire, 'mordere il proiettile' in teoria dovrebbe aiutare a tollerare il dolore. Uno prima cerca di evitare il dolore, ma se il dolore deve proprio essere sopportato, allora si deve 'mordere il proiettile'. Secondo la maggior parte di coloro che pensano e scrivono riguardo il nostro futuro, è scontato che tutti noi dovremo mordere il proiettile molto forte, se vorremo sopravvivere. A nessuno di questi pensatori e scrittori viene da pensare che sarebbe tutto molto meno doloroso se ricominciassimo da zero. Per come la vedono loro, il nostro compito è di stringere i denti e aggrapparci fedelmente alla visione che ci sta distruggendo. Per come la vedono, la nostra distruzione continuerà a martellarci in testa indefinitamente con una mano mentre con l'altra continuerà a darci aspirine per il dolore.”
“È così facile cambiare una visione culturale?”, chiesi.
“Il punto non è la facilità o la difficoltà. È l'essere pronti o l'essere impreparati. Se i tempi non sono maturi per una nuova idea, nessun potere sulla Terra potrà farle prendere piede. Ma se i tempi sono giusti, spazzerà il mondo come un incendio indomabile. I Romani erano pronti ad ascoltare cosa San Paolo aveva da dire loro. Se non lo fossero stati, egli sarebbe scomparso senza lasciare traccia e il suo nome non sarebbe mai arrivato fino a noi.”
“Il Cristianesimo non si è diffuso esattamente come un incendio.”
“Considerando il ritmo a cui era possibile diffondere nuove idee a quell'epoca, senza presse da stampa, radio o televisioni, si è diffuso come un incendio.”
“Sì, immagino di sì.”
“Il punto che vorrei chiarire è che non ho idea di cosa potrebbero fare delle persone con menti cambiate. Paolo era nella stessa situazione mentre viaggiava attraverso l'Impero cambiando menti durante il primo secolo. Non avrebbe mai potuto prevedere lo sviluppo istituzionale del papato, o la forma che le società cristiane avrebbero assunto durante il feudalesimo. Invece, lo scrittore di fantascienza Jules Verne ha potuto prevedere in modo incredibilmente preciso un secolo di innovazioni tecnologiche perché nulla è cambiato tra la sua epoca e la nostra in termini di visione. Se le persone che vivranno tra un secolo avranno una nuova visione, faranno qualcosa di completamente imprevedibile per noi. In effetti, se le cose non stessero così – se le loro azioni fossero per noi prevedibili – allora questo significherebbe che la loro visione non sarebbe davvero nuova, ma essenzialmente identica alla nostra.”
“Mi sembra che lei comunque abbia un programma. Vuole cambiare menti.”
“Direbbe che San Paolo aveva un programma?”
“No, non proprio. Direi che aveva un obiettivo o un'intenzione.”
“E io direi lo stesso di me. Programma non è la parola giusta per quello che sto facendo, anche se è la parola che ho usato stanotte quando ho risposto alla domanda di quella donna. Nella nostra cultura, in questo momento, il fiume si sta dirigendo verso la catastrofe, e i programmi sono bastoncini conficcati nel suo letto per impedirne il flusso. Il mio obiettivo è di cambiare la direzione della corrente, di portarla lontano dalla catastrofe. Con il fiume che scorre in una nuova direzione, le persone non dovranno sviluppare programmi per ostacolarne il flusso, e tutti i programmi attualmente esistenti rimarrebbero nel fango, non necessari e inutili.”
“Molto ambizioso”, ribattei, asciutto.
“Potrebbe definire le mie illusioni 'messianiche'”, disse B con un sorriso. “Altri l'hanno fatto... Quelli che mi chiamano Anticristo.”
Queste parole mi causarono un piccolo shock, e passai un momento a digerirle prima di replicare che non vedevo cosa c'entrasse l'Anticristo con tutto questo.
“Questo perché non ha sentito abbastanza... O non ha portato quello che ha sentito alle sue logiche conclusioni.”
Mi aveva fregato, non c'era dubbio. O almeno, così pensai.


Domenica, 19 maggio.

L'Inquisizione.

“Mi piacerebbe sapere perché Padre Osborne è qui”, disse Shirin. La guardai, ma il suo sguardo era puntato su B.
“Vogliamo vedere se è disposto a dircelo?”, chiese B.
Shirin scambiò un'occhiata con la ragazza all'altro capo del suo elegante ottomano. Tutti sembrarono scambiare un'occhiata con qualcun altro. B dovette prenderlo per una risposta affermativa, perché si girò verso di me e mi indirizzò la domanda con un cenno del capo.
Immaginai di avere un buon istinto da spia, perché vidi in un attimo che c'erano molte cose vere che avrei potuto dire senza problemi e senza dovermi inventare bugie che avrebbero potuto mettermi nei guai in seguito. La mia discussione con B aveva mantenuto la mia attenzione concentrata su di lui fino a quel momento. Ora che toccava a me parlare, mi guardai intorno. Shirin l'ho già descritta. Mi appariva imperscrutabile come una Sfinge, con il suo viso stranamente marchiato e i suoi occhi intensi. Bonnie, la ragazza all'altro capo dell'ottomano (che, come seppi più tardi, era la figlia di un uomo d'affari americano), era ancora più sospettosa e ostile. Il pubblico dietro di loro (al di fuori di quella che presi per una cerchia elitaria), sembrava più neutrale. L'uomo che B aveva chiamato Michael era qualcuno che mi piacque istintivamente, non so perché. Dava l'impressione di essere alto, goffo e dall'aspetto leggermente bizzarro, con grandi orecchie carnose, un viso lungo, occhi assonnati e labbra grandi, ma allo stesso tempo molto intelligente e naturalmente modesto. I suoi vestiti erano così ordinari che non mi ricordo assolutamente come fossero. C'era poi una donna minuta e dall'aria astuta sui cinquant'anni che per qualche motivo immaginai fosse la preside di una scuola. C'era un uomo distinto sui settant'anni, forse un medico o un bibliotecario in pensione; più tardi scoprii che era un fornaio. C'era una giovane coppia che sembrava nervosa e leggermente allarmata; erano i Teitel, Monika e Heinz. C'era un sogghignante ragazzo sui vent'anni che sembrava morire dalla voglia di schiacciarmi come un insetto con il suo enorme intelletto; quello era Albrecht.
“Lasciate che cominci col dirvi perché non sono qui”, dissi loro. “Non sono qui come un emissario del Vaticano. Se lo fossi, ne avrei l'aspetto: avrei una veste nera e un collare clericale. È vero, d'altro canto, che sono stato mandato qui dal mio Ordine, ma non come missionario o polemico. Non sono qui per fare proseliti o difendere la Fede. Sono qui per ascoltare e capire.”
“Che Ordine?”, chiese Shirin.
“I Laurenziani.” Il nome chiaramente non diceva nulla a nessuno. Le dissi che si trattava di un Ordine simile ai Gesuiti.
“Perché i Laurenziani vogliono 'capire' B? Perché loro anziché i Domenicani o i Francescani?”
“Ho paura di non poter parlare per i Domenicani o i Francescani.”
“La domanda è: perché i Laurenziani sono curiosi? Immagino che possa parlare per loro.”
Be', qui aveva ragione, naturalmente. Non ero lontano dall'ammettere che i Laurenziani volevano assicurarsi che l'accusa di essere l'Anticristo mossa a B fosse infondata, ma lui aveva appena finito di dirmi che non capivo ancora la questione.
“Mi sento come se venissi tirato in due direzioni”, le dissi. “La sua domanda è perché qualcuno nella Chiesa dovrebbe essere curioso, oppure perché i Laurenziani in particolare lo sono?”
“Le risposte sono diverse?”
“Sì, decisamente lo sono.”
“Bene, cominci col dirci perché qualcuno nella Chiesa dovrebbe essere curioso.”
“State attirando l'attenzione, evidentemente su questioni religiose, ecco perché. Chiunque fosse entrato nel teatro ieri notte l'avrebbe capito, e sarebbe curioso di sapere di che si tratta.”
“Va bene. E perché i Laurenziani sono curiosi?”
“Glielo dirò molto chiaramente. Ci piace essere davanti agli altri. Ci piace essere un po' più acuti, più vigili, più curiosi, e siamo più avidi di avere la nostra curiosità soddisfatta.”
“Tipi all'avanguardia.”
“È come ci piace vederci. È riprovevole?”
Shirin sorrise e scosse la testa. “Ben detto”, disse.
Guardai B, che stava annuendo con approvazione. “Ben detto davvero”, disse. “I lupi più furbi sanno che il lupo più sospetto è quello travestito da pecora.”
“Quindi cosa sta dicendo? Che i lupi davvero furbi non si prendono la briga di travestirsi?”
B si guardò intorno e alla fine fece un cenno a Michael, che mi sorrise goffamente e disse: “I lupi davvero furbi si travestono da lupi amichevoli.”
Tre risposte sarcastiche mi attraversarono la mente, ma sapevo che nulla di quello che avrei potuto dire avrebbe cancellato la verità contenuta in quell'accusa implicita.
La donna che avevo classificato come una preside intervenne in un inglese pesantemente accentato. “Sempre è stato il mio principio guida per quarant'anni di non fidarmi mai di un cristiano. Non una volta un cristiano mi ha dato motivo di cambiarlo.”
“Posso chiederle perché?”, dissi (grato per la diversione).
Mi fissò con sincero disgusto. “Sempre la vostra collaborazione è in dubbio, è... Macchiata.”
Incapace di trovare le parole che voleva, parlò in tedesco a Michael, che tradusse: “La vostra lealtà è sempre soggetta a cambiamenti, dice Frau Hartmann. Costantemente soggetta a revisioni secondo qualche criterio nascosto. Oggi lei è mio amico, ma c'è una linea invisibile dentro di lei che segna l'inizio della sua alleanza con Dio. E se io oltrepasso quella linea senza rendermene conto, allora, anche se continua a sorridermi come un amico, potrebbe essersi convinto che sia suo sacro dovere distruggermi. Questa settimana è mio amico, ma la settimana prossima mi accusa di essere una strega e, dato che Dio vuole che le streghe siano bruciate, lei mi brucia viva. Questa settimana è mio amico, ma la settimana prossima dice che sono un Anabattista e, dato che Dio vuole che gli Anabattisti siano annegati, lei mi annega. Questa settimana è mio amico, ma la settimana prossima mi accusa di essere un Valdese, e dato che Dio vuole che i Valdesi vengano impiccati, lei mi impicca.”
Michael mi fece un sorriso di scuse e spiegò che Frau Hartmann era una storica.
Dato che non riuscii a pensare a nessun modo di difendermi nemmeno dalla sua accusa, mi voltai verso B e dissi: “Quindi sono un lupo che cerca di spacciarsi per un amico e, essendo un cristiano, ho un'alleanza invisibile per chi non lo è. Questo dove ci lascia?”
“Non so. Shirin?”
“Che cosa fa con gli appunti che prende quando B parla?”
“Non sono proprio appunti”, le dissi, “sono trascrizioni stenografiche.”
“D'accordo. Cosa ci fa?”
Shirin aveva già ispezionato la mia camera d'albergo una volta. Se aveva potuto fare una cosa del genere, non sarebbe stato difficile per lei scoprire che cosa facevo con le mie trascrizioni. (In altre parole, dovevo assumere che già lo sapesse.)
“Le faxo al mio superiore negli Stati Uniti.”
“Perché le vuole? E per favore, non mi dica che vuole solo essere all'avanguardia del pensiero religioso.”
Mi girai verso B e dissi: “Cosa viene dopo? Schegge sotto le unghie? La manichetta antincendio?”
La faccia gargoylesca di B si contorse in un cipiglio che sembrò serio solo per metà. “Perché continua a indirizzare i suoi problemi a me? È Shirin che deve soddisfare. Parli a lei, non a me.”
Fui colpito da questo tradimento di genere, ed egualmente colpito dal mio stesso auto-tradimento. Avevo cercato, inconsciamente, di spingere B ad allearsi con me – noi maschi contro il nemico comune. Ero profondamente deluso da me stesso. Credevo di aver superato questi giochetti da almeno un decennio.
Guardai Shirin, e il mio sacerdozio mi scivolò dalle spalle come un mantello con i lacci spezzati. In un attimo divenne una persona ai miei occhi e cessò di essere una parrocchiana problematica e irrilevante che dovevo in qualche modo accontentare per togliermela dai piedi. Quello che aveva negli occhi, vidi ora, non era ostilità o sospetto ma, incredibilmente, paura. Per qualche ragione a me incomprensibile, ero una fonte di terrore per questa donna forte e competente. Il cuore mi si sciolse in compassione e rimorso per l'inganno calcolato che mi aveva portato faccia a faccia con lei.
Volevo davvero rispondere alla sua domanda, ora, e posso perfino aver creduto di prepararmi a farlo mentre cominciavo a parlare.

Un po' di verità viene fuori.

“B mi sta dicendo che il mondo a cui appartengo è estinto”, le dissi. “È stato estinto per decenni, e non lo abbiamo mai nemmeno sospettato.”
Shirin aggrottò profondamente la fronte, sforzandosi di capire il senso del mio discorso ma non volendomi distrarre, ora che stavo finalmente esprimendo qualcosa di evidentemente sincero.
“Non è del tutto esatto”, continuai. “Noi sospettiamo di essere obsoleti, ma siamo fiduciosi che i nostri sospetti siano infondati. Capite cosa intendo?”
Shirin scosse la testa con aria impotente.
“Sto parlando di noi guardiani della fede, capite. I professionisti. Sappiamo come gestire i nostri sospetti – dobbiamo saperlo, perché è il nostro lavoro gestire i sospetti delle altre persone. Siamo, per la maggior parte, rassicuratori professionisti, placatori professionisti, disperditori di dubbi professionisti.”
Shirin annuì lievemente, di un millimetro circa, per farmi capire che stava cominciando a seguirmi.
“Il nostro messaggio a coloro che dobbiamo rassicurare è: 'Non preoccupatevi, non è successo nulla. Il mondo è esattamente com'era prima. Non siate ansiosi, non siate allarmati. Le fondamenta sono solide. I pilastri reggono ancora. Nulla è cambiato da... Dall'anno mille, dall'anno duecento, dall'anno trentatré, quando le porte del Paradiso sono state aperte per noi da Qualcuno che ha dato la sua vita per i nostri peccati e il terzo giorno è resuscitato dai morti. Neanche una cosa è cambiata da allora. Anche se andiamo in guerra con bombe intelligenti e gas nervino anziché spade e pietre, e scriviamo i nostri pensieri su dischetti di plastica anziché su rotoli di papiro, questi giorni sono ancora quei giorni.'”
Ora fu il turno di Shirin di girarsi verso B in cerca di aiuto. Quando non gliene venne offerto alcuno, si voltò verso la sua amica all'altro capo dell'ottomano, verso Frau Hartmann, verso Michael. Nessuno sembrava avere suggerimenti da darle. Alla fine non le rimase che tornare a girarsi verso di me.
“Ho paura di non capire perché mi sta dicendo tutto questo”, disse.
“Avevo l'impressione che volesse la verità.”
“Infatti.”
“Non può dire: 'Tutto quello che intendo con verità è questo pezzo del puzzle. Se non si tratta di questo pezzo, non voglio sentire nulla.'”
Shirin batté le palpebre e annuì. “Mi dispiace”, disse. “Non avevo capito cosa stesse facendo.”
“Questi giorni sono ancora quei giorni. Capisce cosa significano queste parole?”
“A essere onesta, non ne sono sicura.”
“Mi ha chiesto perché il mio superiore è interessato a ciò che sta avvenendo qui a Radenau. Glielo sto spiegando: è interessato perché questi giorni sono ancora quei giorni. Nulla è cambiato. Le fondamenta sono solide. I pilastri reggono ancora.”
Shirin ci lavorò su per un momento, poi si rivolse a B per aiuto.
“Penso che Padre Osborne sia sul punto di chiarire cosa intende”, disse B.
“Preferirei che lasciasse perdere il mio titolo”, gli dissi, guardandomi intorno per rivolgermi a tutti nella stanza. “Chiamandomi Padre Osborne, insiste continuamente sulla mia condizione di estraneo, di persona ancora non fidata.”
“Cosa preferirebbe?”, mi chiese blandamente.
“Se di solito usate solo i nomi, come sembrate fare, preferirei essere chiamato Jared.”
“Jared va benissimo per me”, acconsentì B, “ma gli altri seguiranno le proprie inclinazioni.”
“Bene”, replicai, e tornai a rivolgermi a Shirin. “Quattrocento anni fa, quando il nostro Ordine venne fondato per difendere la Chiesa contro le forze della Riforma, si accollò una missione aggiuntiva, di cui si parlò raramente nei secoli successivi. Quella missione prevedeva di mantenere una speciale vigilanza, un particolare stato di allerta. Noi avremmo dovuto essere i primi a riconoscere l'Anticristo.”
Un silenzio di tomba scese sulla stanza. Fu rotto da Frau Hartmann, che gracchiò: “Certo lei sta scherzando.”
“Se la pensa così”, le dissi, “allora non mi ha ascoltato. Questi giorni sono ancora quei giorni.”
“Intende che la sorveglianza è ancora mantenuta dai Laurenziani?” Questa domanda veniva da Shirin.
“Sì, anche se a essere onesto non lo sapevo fino a poco tempo fa. Pensavo fosse stata abbandonata secoli fa. Anch'io avevo cominciato a dimenticarmi che questi giorni sono ancora quei giorni.”
“Ma questo non ha senso”, disse Frau Hartmann. “Questo è ciò di cui i matti vaneggiano per strada.”
“Anche per loro questi giorni sono ancora quei giorni.”
“Devi negarlo”, disse a B. “La prossima volta che parli, devi negarlo.”
“Negarlo come? Dovrei passare in giro il mio certificato di nascita per dimostrare che sono una persona perfettamente normale?”
“Devi attaccare l'idea stessa.”
“Su che basi? Se è accettabile proporre l'idea di un Cristo (ed ovviamente lo è), allora perché non dovrebbe essere accettabile proporre la sua antitesi?”
“Ma tu non sei la sua antitesi.”
“Così dici tu. Altri dicono che lo sono, come sai.”
“Non hanno basi. Nessuna base che sia... fernunftig.”
“Razionale”, venne in aiuto Michael.
“Forse Jared ci dirà come la vedono i Laurenziani.”
“Come Frau Doktor Hartmann”, dissi. “Non vedo motivi razionali per associarla all'Anticristo. Gliel'ho detto anche venti minuti fa, e lei mi ha risposto che non avevo ascoltato abbastanza da decidere.”
“Questo però non risolve davvero la questione”, disse B. “La domanda originale di Shirin sembra più rilevante che mai: perché il suo superiore vuole le trascrizioni?”
“Pensavo che quello fosse chiaro, ormai. Vuole sapere cosa sta dicendo, perché la gente la sta chiamando l'Anticristo.”
“Ma che cosa fa con quello che legge? E, a proposito, questa persona ha un nome che può condividere con noi?”
“Si chiama Bernard Lulfre.”
B sembrò momentaneamente sconcertato. “Intende l'archeologo?”
“Sì. Lo conosce?”
“Conosco il suo lavoro. Non sapevo fosse un Laurenziano.”
“Quale suo lavoro conosce?”
B sorrise come se stesse ricordando qualcosa di piacevole. “Si schierò un tantino troppo inflessibilmente a favore della teoria secondo cui i Rotoli del Mar Morto sarebbero stati prodotti da una comunità essena residente a Qumran.”
“Non sapevo che la teoria fosse in dubbio.”
“Lo è eccome, a dispetto dell'intenso sostegno di Padre Lulfre e di altri.”
“Ovviamente non leggo più le riviste giuste.”
B scrollò le spalle. “Come ha reagito alle trascrizioni?”
“Non lo ha ancora fatto.”
“Come reagirà?”
“Onestamente non lo so. Certamente non in modo rozzo od ovvio.”
“Oh, no”, disse B con un sorrisetto privato. “Sono sicuro che Padre Lulfre non reagirebbe in nessun modo rozzo od ovvio. Padre Lulfre non è nulla se non subdolo.”


Domenica, 19 maggio.

L'Anticristo prende il caffè.

Heinz e Monika erano spariti senza che me ne accorgessi. Riapparirono ora spingendo un carrello di caffè attraverso un corridoio in penombra dietro la poltrona di B. Incongruamente pensai che fosse il momento di un po' di kaffeeklatsch. Accettai una tazza, insieme a una piccola pasta insapore cosparsa di zucchero a velo, e mi ritirai sulla mia poltrona mentre gli altri iniziavano una bassa, apparentemente irrilevante conversazione intorno al carrello. Solo Shirin ignorò sia il caffé che la conversazione, rimanendo dov'era a riflettere sui propri pensieri.
Io chiusi gli occhi e trovai che l'interno della mia testa era quasi del tutto deserto.
Quando, dopo una decina di minuti, il carrello fu portato via e tutti si risedettero, B cominciò a parlare nel suo solito modo privo di fretta.
“Alla luce di quanto abbiamo appreso qui stanotte”, disse, “ho deciso di modificare i miei piani per le prossime settimane.” A eccezione di Shirin, che ascoltò quelle parole senza particolari emozioni, come se fosse stata lei a pronunciarle, gli altri erano chiaramente attoniti.
“Tutti qui, a parte, credo, Albrecht, è stato con me per almeno un ciclo completo di lezioni. Questo significa che sapete ciò che Jared non sa. Sapere perché ci sono picchetti lì fuori che mi accusano di essere la Progenie di Satana, Belzebù, la Bestia e anche l'Anticristo stesso.”
“Picchettano perché non capiscono”, brontolò Frau Hartmann.
“Cosa ne pensi, Shirin?”
“Picchettano perché capiscono perfettamente”, replicò Shirin cupamente.
“Ho paura che Shirin abbia ragione, Frau Hartmann”, disse B. “Ma che abbia ragione lei o meno, non ha importanza. Padre Lulfre e probabilmente altri del suo rango si sono elevati a nostri giudici, e questi individui non consulteranno il popolo per sapere cosa ne pensa. Non è d'accordo?”
La domanda era rivolta a me, e io risposi che aveva completamente ragione.
Heinz Teitel alzò la mano. Questo giovane uomo imbarazzato, insieme a sua moglie Monika, sembrava il meno a proprio agio di tutti in questo gruppo stranamente assortito. Scusandosi per il tempo che ci faceva perdere con una domanda che probabilmente non richiedeva nemmeno una risposta, mi chiese se avrei potuto spiegare rapidamente i termini della questione in esame. “Nessuno di noi è stato cresciuto con un'educazione religiosa”, disse. “Abbiamo sempre dato per scontato che l'Anticristo fosse una persona simbolica e non una reale, come Mammona o Pandora.”
“Non è affatto una domanda semplice o ovvia”, gli dissi, “e non sono assolutamente un esperto, ma farò del mio meglio. L'Anticristo è una figura centrale della storia mitologica del cosmo come era largamente intesa in tempi antichi – nella nostra cultura, come direbbe B. La cultura della Grande Amnesia considerava l'universo e l'umanità come i prodotti di un unico sforzo creativo che si era verificato solo pochi millenni prima. Considerava gli eventi della storia umana come gli eventi centrali dell'universo stesso. Eventi che si sarebbero svolti nel giro di un lasso di tempo decisamente breve. Solo duecento generazioni di umani erano vissute dall'inizio dei tempi, e si credeva che ne sarebbero esistite solo altre duecento circa prima della fine del mondo – forse anche meno. È importante realizzare che le persone di quell'epoca non avevano la minima concezione di un universo vecchio di miliardi di anni e con ancora miliardi di anni davanti. Per come lo immaginavano, il cosmo aveva solo poche migliaia di anni e non era lontano dalla fine. Il centro di questo 'dramma cosmico' era lo scontro tra il bene e il male che si combatteva su questo pianeta. Secondo gli ebrei, che erano probabilmente la religione mitologica più potente dell'epoca, lo scontro sarebbe stato deciso da due campioni. Il campione di Dio, il messia, era atteso a breve, e la sua comparsa avrebbe segnalato l'inizio dei giorni finali. Sarebbe apparso anche un nemico, il campione di Satana, l'Uomo dei Peccati. I due campioni avrebbero combattuto, le forze del male sarebbero state sconfitte e la storia e l'universo sarebbero giunti alla fine.
“I primi autori cristiani avevano la stessa visione della storia, ma per loro, naturalmente, il messia era già venuto, e tutto ciò che rimaneva era l'Uomo dei Peccati. Ora che il messia aveva un nome, Cristo, il suo avversario poteva essere definito come l'Anticristo. Ora che la missione del messia era nota, lo era anche quella del suo avversario. Dato che Cristo era venuto per condurre l'umanità a Dio, l'Anticristo sarebbe venuto per condurla a Satana. E l'Anticristo non avrebbe fallito, come non aveva fallito Cristo. L'Anticristo sarebbe stato amato e seguito con lo stesso fervore di Cristo, ma solo per poco tempo, naturalmente. Infine, dopo una battaglia apocalittica, le forze del Signore avrebbero trionfato, portando la storia alla sua conclusione.
“Questa chiara visione dell'Anticristo divenne sempre più confusa e trivializzata nei secoli seguenti, con ogni generazione che trovava qualcuno a cui affibbiare questo titolo. Chiunque ampiamente temuto od odiato poteva aspettarsi di venire chiamato Anticristo, e alla fine entrambi i lati della Riforma dovettero sopportare questa nomea. Dopo questo periodo, dal diciassettesimo secolo in poi, la gente era stufa dell'intera faccenda. Ogni generazione continua a nominare un proprio candidato – Napoleone, Hitler, Saddam Hussein – ma nessuno prende la cosa molto sul serio.”
Un silenzio nervoso salutò questo riassunto. Tutti sembrarono lasciar vagare i propri pensieri per un minuto, poi Heinz fu pronto a continuare.
“Posso capire perché nessuno lo prenda sul serio”, disse. “Quello che non capisco è perché voi invece lo facciate. Lei, il suo Ordine e il suo Padre Lulfre.”
Ammisi che si trattava di una buona domanda. In effetti, lo ammisi in sette modi diversi, mentre cercavo di capire come spiegare perché continuavamo a prendere l'Anticristo seriamente. Alla fine dissi: “Questa situazione era stata prevista dall'antico teologo cristiano Origene. Non intendo questa esatta situazione. Intendo che ciò che previde è applicabile a questa situazione. Disse, in effetti, che ogni generazione avrebbe prodotto precursori dell'Anticristo, e che essi ne avrebbero meritato il nome in quanto personificazioni dello spirito dell'Anticristo. È da questi molti precursori che alla fine emergerà colui che meriterà il nome di Anticristo nel vero senso della parola. È per questo individuo che manteniamo la nostra vigilanza.”
“Che intende con 'colui che meriterà il nome di Anticristo nel vero senso della parola'?”
“Questo è esattamente ciò che non possiamo sapere in anticipo. Potremo scoprirlo solo quando il vero Anticristo apparirà. Allora capiremo cosa significa davvero quel titolo. Allora ci diremo: 'Come abbiamo potuto credere che Nerone fosse l'Anticristo? O che lo fosse il Papa, o Lutero, o Hitler?' Il vero Anticristo ci rivelerà il significato della profezia stessa. In effetti, è proprio questo il modo in cui sapremo che si tratta di lui: sarà colui che ci mostrerà cosa significa essere l'Anticristo.”

Il condannato è sentenziato.

Il silenzio che seguì questo discorso fu micidiale. Alla fine il giovane Albrecht lo interruppe chiedendo a B perché avrebbe cambiato i piani per me. Fui sorpreso quando parlò non con un accento tedesco, ma con uno inglese.
“Per liberarcene prima”, disse semplicemente B.
“Se vuoi liberartene, lascia che ci pensiamo noi – Heinz, Michael e me. Potremmo portarlo fuori e buttarlo in un lago o qualcosa del genere.”
“Dubito che servirebbe a molto. Cosa ne pensa, Jared?”
“Sono d'accordo, non servirebbe a molto. Sono infinitamente rimpiazzabile e se scomparissi, i sospetti cadrebbero su di voi quasi immediatamente.”
“Ho paura che Jared abbia ragione”, disse B al ragazzo.
“Continuo a non vedere cosa possiamo guadagnare dall'aiutarlo.”
“Mostrami in che modo intralciarlo ci converrebbe di più, e lo farò.”
Albrecht ci pensò seriamente, ma non riuscì a venirsene fuori con nulla.
B si alzò e disse: “Penso che ci fermeremo qui. Io o Shirin vi contatteremo.” Poi, girandosi verso di me: “Shirin la accompagnerà al suo hotel. Torni domani alle sei o alle sette.”
Aprii la bocca per dire che non era affatto necessario fornirmi una scorta per una passeggiata di quattro isolati, poi capii che B lo sapeva quanto me.

Il prigioniero è rilasciato.

Fui sorpreso di vedere che era ancora notte quando uscimmo dal teatro. Benché potessi vedere chiaramente l'ora sul mio orologio, avevo la sensazione che l'alba dovesse essere già passata, dopo quella lunga Sturm und Drang.
Camminammo in silenzio per qualche istante, poi dissi che sembravano sentirsi a casa loro allo Schauspielhaus Wahnfried.
“Il direttore è un sostenitore”, disse Shirin senza scendere nei dettagli.
“Vivete proprio lì dentro, allora?”
“È il nostro campo base, sì.”
“Ma perché in Radenau?”
Appena lo chiesi, mi ricordai che sapevo il motivo. Il misterioso individuo che mi aveva telefonato me lo aveva spiegato a Monaco. Per un secondo provai un panico gelido, poi mi resi conto che si trattava di una domanda perfettamente naturale. Evitare di chiederlo, anzi, avrebbe potuto dare adito a più sospetti.
“Qui c'è un centro medico dedicato allo studio e al trattamento delle malattie degenerative del tessuto connettivo”, mi spiegò lei.
“B è malato?”, chiesi io.
“Io sono malata. Scleroderma, per la precisione.”
“Mi dispiace”, dissi. “La mia educazione medica è piuttosto carente. È connessa a questo?”, mi agitai una mano davanti al naso e alle guance.
“La farfalla del lupus”, disse Shirin.
“Lupus. Chiedo scusa, cos'è?”
“Un'altra malattia degenerativa del tessuto connettivo. Ho sintomi di entrambe.”
“Spero che non sia nulla di serio.”
“Davvero?”
“Sì. Che ci creda o no, i preti sono occasionalmente capaci di normali sintomi umani.” Miravo a un barlume di verità nella mia accozzaglia di bugie.
“Dipende”, disse lei, “da come sono coinvolti gli altri organi – cuore, polmoni, reni. Sfortunatamente, il mio caso è molto serio. Nessuno si aspetta che arrivi a vedere il prossimo secolo. In compenso, nel mio caso la fine probabilmente arriverà all'improvviso, e dovrei essere piuttosto attiva fino a quel momento. Non è una malattia graziosa con cui soffermarsi a lungo.”
I chierici sono addestrati ad avere molte, appropriatissime cose da dire in momenti come questi, ma non pronunciai nessuna di esse. Non volevo nemmeno dire – per la terza o quarta volta – che mi dispiaceva. Camminammo per un po' in silenzio.
Alla fine, mi chiese se sapevo perché B le aveva chiesto di accompagnarmi a casa. Le dissi di no.
“Non lo sapevo neanch'io, in quel momento”, disse lei. “Ora lo so. B sapeva che sarei stata in grado di pensare all'inconcepibile e di chiedere l'impronunciabile. Le persone nella mia posizione sono allenate a farlo.”
“Ha una domanda inconcepibile per me?”
“Esatto.”
“Chieda pure.”
“Cosa farà il suo Padre Lulfre se deciderà che B è l'Anticristo?”
Risi. Più o meno. “Capisco cosa intende. È davvero inconcepibile.”
“È inconcepibile che decida che B è l'Anticristo?”
“Sì.”
“Allora perché l'ha mandata qui?”
Mi presi un paio di minuti per rifletterci. Per quanto possa sembrare incredibile, non avevo visto alcuna ragione di pensarci su fino a quel momento.
“Se un giorno una macchia che assomiglia a una Madonna in lacrime compare sul muro del signor Smith”, dissi infine, “e tutti giurano di poter vedere lacrime scorrere dal suo viso ogni venerdì alle tre in punto, e migliaia di pellegrini vanno continuamente a vederla, notte e giorno, settimana dopo settimana, e la gente comincia a dire che i malati stanno venendo miracolosamente guariti, allora alla fine qualcuno verrà mandato dalla Chiesa a dare un'occhiata. Si tratterà di qualche prete sfortunato come me, spedito da lontano, perché sarebbe troppo imbarazzante per il prete locale far notare ai propri vicini che quella macchia è comparsa subito dopo quella brutta tempesta la scorsa primavera, o che gli Smith hanno fatto aggiustare il tetto nella stessa settimana, o che nessuno è autorizzato ad avvicinarsi alla Madonna di venerdì pomeriggio a parte il signor Smith, o che la fiala che usa per raccogliere le lacrime dal muro potrebbe essere usata altrettanto facilmente per mettercele, o che per quanto il signor Smith non faccia tecnicamente pagare nessuno per visitare la sua casa, c'è un cestino per le offerte vicino alla porta che è sempre pieno di soldi, o che sebbene una o due persone affermino di essere state guarite da qualcosa, non si fermano mai abbastanza a lungo per poter essere esaminate da un medico.”
“Quindi questo prete non viene mandato lì per assicurarsi che ci sia stato un miracolo.”
“Certo che no. Viene mandato lì per assicurarsi che non ci sia stato.”
“Ho paura che sia troppo sottile per me. Se tutti pensano che non ci sia stato un miracolo, perché mandare un prete?”
“Perché qualcuno deve essere mandato. Non importa quanto improbabile, non importa quanto assurdo, qualcuno deve essere mandato.”
“E qualcuno deve leggere il suo rapporto.”
“Assolutamente. Verrà letto, esaminato, analizzato, confermato, notarizzato, si giurerà su di esso e alla fine delle copie verranno mandate alla diocesi e magari perfino al Vaticano, dove rimarranno fino alla fine dei tempi.”
Camminammo per le strade deserte di Radenau. Mentre il mio hotel diveniva visibile, sentii che Shirin stava rimuginando un'altra domanda.
“Non sono sicura di come chiederlo”, disse.
“Lo chieda come vuole.”
“È venuto qui pensando a B come a una macchia sul muro?”
“No, niente affatto. Quando si viene mandati, bisogna prendere l'indagine seriamente.”
“Anche se la conclusione è già decisa.”
“Virtualmente già decisa. Al novantanove virgola novantanove percento. C'è sempre la remota possibilità – quasi infinitesimale ma comunque esistente – che la macchia sia davvero un'apparizione miracolosa che piange ogni venerdì pomeriggio.”
“O che B sia l'Anticristo.”
“Esatto.”
“Allora la domanda ha ancora bisogno di avere risposta: cosa farebbe Padre Lulfre se decidesse che B è l'Anticristo?”
“Direbbe ai suoi superiori di prepararsi per una nuova era della storia umana.”
“Non si prenderebbe mai la briga di farlo.”
“No, non lo farebbe di sicuro.”
Ci fermammo sotto il padiglione dell'hotel e mi girai verso di lei. I suoi occhi incontrarono i miei con un'aria di vulnerabile supplica che mi affondò nel cuore come un coltello. Sostenne il mio sguardo per un attimo, poi lo distolse.
“Voglio credere che mi stia dicendo la verità”, mormorò incerta.
“Lo sto facendo”, dissi.
Almeno su quello, aggiunsi tra me e me.


Lunedì, 20 maggio.

Radenau: terzo giorno.

Me ne sto qui seduto sbadigliando continuamente e aspettando che la mia mascella si sloghi. Non per il sonno, ma per il nervoso. Le sei, quasi ora di andare.
Padre Lulfre aveva ricevuto il suo fax quotidiano in silenzio. Avevo effettuato i soliti atti di manutenzione – dormire, lavarmi, radermi, mangiare e così via – e ho aggiornato questo diario fino al minuto attuale. Ho anche acquistato un sofisticato (e costosissimo) registratore che mi permetterà di registrare due ore per ogni lato di una cassetta senza che debba perdere tempo a girarla.
Le 18:07. Ho la forte sensazione che non dovrei continuare finché non avrò compreso la fonte di questo terribile nervosismo. È solo il fatto che sto recitando questi due ruoli opposti? Sono come un avvocato che cerca di difendere entrambe le parti in un processo – e che si sforza di convincere entrambe di essere degno di fiducia. Che cerca di convincere se stesso di essere degno di fiducia. Sto galleggiando in un mare di bugie mentre cerco di dare l'impressione di trovarmi su un terreno solido e compatto.
Per quanto senso abbia tutto questo, comunque, so che non è il vero problema. Sono nervoso per via di qualcos'altro. Sono nervoso a causa del programma che B ha in serbo per me. Un conto è controllare qualcuno che potrebbe essere l'uomo più pericoloso sulla faccia della Terra, un altro è diventare suo discepolo.
Mettere tutto questo per iscritto non fa andare via il nervoso, ma fa sembrare inutile continuare a rimandare.

Di nuovo lì sotto.

B era da solo nella stanza sotterranea dello Schauspielhaus Wahnfried, e mentre mi facevo strada tra gli acri di antichità teatrali mi guardò con un sorriso piuttosto triste. Era seduto come la volta precedente, nella sua meravigliosa Regency bergère oro ed ebano. Mi sistemai anch'io come la volta scorsa, nella mia bellissima vecchia Biedermeier fauteuil con cuscini di velluto verde pallido.
“In un paio di occasioni”, disse dopo che ci fummo scambiati degli educati saluti, “a Monaco e nella mia lezione della notte scorsa, mi ha sentito parlare di un collega, Ishmael... Un altro insegnante, ma di un tipo decisamente diverso dal mio. Era un insegnante maieutico, a differenza di me.”
“Maieutico?”
“Dalla parola greca per...”
“Penso di saperlo”, gli dissi. “Dalla radice maia, che significa ostetrica.”
“Esatto. Un insegnante maieutico è uno che agisce come un'ostetrica per i discepoli, portando gentilmente alla luce idee che sono cresciute per molto tempo dentro di loro.”
Ci riflettei per un attimo, poi gli chiesi se uno potesse scegliere di essere un insegnante maieutico oppure se dipendesse dalla materia che sceglieva di insegnare.
“Non tutte le materie si adattano a un insegnamento maieutico. Per esempio, sarebbe stato ridicolo per Isaac Newton cercare di far emergere le sue scoperte dalla testa dei suoi discepoli. Ridicolo perché esse non erano nella loro testa. D'altro canto, avrebbe potuto usare l'approccio maieutico per mostrare ai suoi discepoli perché i suoi studi alchemici gli sembrassero degni di essere perseguiti. Socrate, naturalmente, era famoso per il suo uso della maieutica. Gesù lo usò solo occasionalmente, come quando disse: 'E se io caccio i demoni per virtù di Belzebù, per opera di chi li cacciano i vostri figli?'”
Di nuovo, ci riflettei per un po' prima di dire: “Immagino che significhi che ciò che ha da insegnarmi è qualcosa che può essere tirato fuori dalla mia testa.”
“Per la maggior parte, sì.”
Gli mostrai il registratore che avevo comprato e gli chiesi se gli sarebbe dispiaciuto che registrassi la nostra conversazione.
 “Sarebbe assurdo che mi dispiacesse”, replicò. “Lo scopo della nostra conversazione è di creare una registrazione per il suo Padre Lulfre.”

Un mosaico.

“A questo punto, non ho nulla di simile a un piano di studi per lei”, disse B. “Sa cos'è un piano di studi, immagino.”
“Direi che è una sequenza di obiettivi scolastici.”
“Una sequenza che procede su quali basi? Presumibilmente, non è una sequenza arbitraria.”
“Immagino che idealmente proceda dal familiare all'ignoto, o dal semplice al complesso. Un piano di studi è strutturato come una piramide, viene costruito verso l'alto partendo dalla base. Devi conoscere A per imparare B. Devi conoscere A e B per imparare C. Devi conoscere A, B e C per imparare D, e così via.”
“Esatto. Ma, come ho detto, io non ho un piano di studi. Più che una piramide, sto costruendo un mosaico. I pezzi possono venire aggiunti in qualunque ordine. All'inizio non c'è nulla di simile a un'immagine, ma mentre i pezzi vengono aggiunti comincia a emergere una figura. Più pezzi vengono aggiunti e più l'immagine diventa chiara e definita, finché alla fine si può distinguere la forma generale del disegno. Da quel punto in poi, l'immagine può solo acquistare in nitidezza e precisione. Alla fine, sembra che non ci siano più pezzi mancanti, e rimane da riempire solo lo spazio tra i frammenti... Con frammenti ancora più piccoli. Mentre le fessure tra i pezzi vengono riempite, l'immagine comincia a sembrare sempre più un dipinto – un insieme continuo, anziché un assembramento di frammenti. Alla fine, non ricorda nemmeno più un mosaico.”
“Capisco.”
“Dovrà trasmettere ciò che dirò in frammenti, penso. Non possiamo fare altro che vedere cosa succederà. Ho avuto molti allievi, ma hanno sempre imparato semplicemente standomi intorno e ascoltando. Le circostanze ci obbligano a provare un metodo nuovo.”
Gli dissi che ero disposto a provarlo.
“Ecco un frammento da cui cominciare. Si ricorda dei giovani Heinz e Monika Teitel, che erano qui la notte scorsa?”
Dissi che me li ricordavo.
“Mi hanno seguito attraverso un ciclo completo di lezioni, quindi hanno ascoltato almeno una volta tutto ciò che posso dire in pubblico e che penso sarà comprensibile. Ma non si diventa un cristiano ascoltando un sermone, non si diventa un freudiano ascoltando una lezione, e non si diventa un marxista leggendo un opuscolo. Se un profano chiede ai Teitel qualcosa che va oltre ciò che hanno sentito da me, devono girare la domanda a me. Sanno cosa sto dicendo, ma il messaggio non è ancora loro a un punto tale da poter generare risposte autonomamente. Per loro, il mosaico è ancora uno schizzo approssimato.
“Frau Doktor Hartmann mi ha seguito due volte attraverso il mio ciclo di lezioni, e ha assistito a molte più lezioni come quella che abbiamo fatto la scorsa notte. Se un estraneo le fa una domanda che va oltre qualunque cosa abbia sentito da me potrà cercare di rispondere da sola, ma quando mi riferirà la sua risposta scoprirà che la mia risposta sarebbe stata piuttosto diversa dalla sua – a volte perfino contraddittoria. Anche lei sa cosa sto dicendo, ma il mio messaggio non è ancora sufficientemente suo da permetterle di generare risposte con certezza. Può vedere la sagoma generale abbastanza chiaramente, ma l'immagine è ancora piuttosto nebulosa.
“Michael, invece, mi ha seguito per più tempo di Frau Hartmann, e se un estraneo gli facesse una domanda che andasse oltre qualunque cosa abbia sentito da me, lui non sbaglierebbe quasi mai risposta, anche se probabilmente la sua mancherebbe della profondità e della sicurezza che avrebbe detta da me. Il messaggio è quasi suo, e l'immagine del mosaico è fondamentalmente completa, anche se ancora un po' vaga, come se non fosse perfettamente a fuoco.
“Shirin invece è stata con me per più tempo di chiunque altro, e se un profano le facesse una domanda che andasse oltre qualunque cosa ha sentito da me, lei risponderebbe senza esitazione. La sua risposta non avrebbe necessariamente la stessa enfasi che avrebbe la mia, né verrebbe espressa nello stesso stile o rifletterebbe un punto di vista identico, ma avrà la stessa autenticità e potenza, perché l'immagine del mosaico su cui si basa lei per rispondere è dettagliata e focalizzata quanto la mia. Lei è il messaggio, esattamente come lo sono io.”
B fece una pausa come per avere una mia reazione, e io gli dissi che capivo cosa stesse dicendo, ma non ero molto sicuro del perché me lo stesse dicendo.
“Le sto facendo dare una seconda occhiata a qualcosa di cui le ho parlato nel nostro primo incontro”, disse B. “Quando Gesù morì, non lasciò nessuno dietro di lui che fosse il suo messaggio.”
Riuscii a malapena a non farmi sfuggire un “Accidenti!”, ma questo fu ciò che mi venne in mente. Era innegabilmente vero. In nessun senso una critica, ma innegabilmente vero. Gesù non lasciò dietro di lui nessuno che potesse parlare con la sua autorità, nessuno che potesse dire: “Le cose stanno così”. C'erano questioni molto elementari a cui gli apostoli non sapevano rispondere con sicurezza, come: fino a che punto gli appartenenti al nuovo ordine religioso erano legati dalle norme del vecchio? È difficile riuscire a essere più basilari di così. Eppure, fu San Paolo – un uomo che non aveva mai nemmeno visto Gesù – che finì per dire: “Le cose stanno così” con più autorità di quanta chiunque altro potesse avere. Più di Giovanni, Pietro o Giacomo (per quanto ne sappiamo), Paolo era il messaggio. Ma anche con gli scritti di Paolo e di tutti gli evangelisti, ci vollero comunque tre secoli di pensiero cristiano per ricostruire il messaggio di Cristo – per rimettere insieme gli indizi, riconciliare apparenti contraddizioni, tagliare via eresie, follie e assurdità, e organizzare il tutto in un credo coerente e consistente su cui più o meno tutti potessero dirsi d'accordo.
Nonostante ciò, dissi a B che non capivo dove volesse arrivare.
“La notte scorsa, ho parlato di cambiare menti. Ho detto che se il mondo verrà salvato, lo sarà da persone con menti cambiate. Non da programmi. Da persone con menti cambiate.”
“Mi ricordo.”
“Oggi lei è qui per avere la sua mente cambiata.”
Lo guardai vacuo.
“Al momento, Jared, che messaggio è lei?”
“Non la seguo.”
“Quando Gesù morì, non lasciò nessuno dietro di lui che fosse il messaggio. Nessuno degli apostoli era il suo messaggio. Capisce cosa intendo con questo, vero?”
“Sì.”
“Ma lei non è nelle stesse condizioni di quegli apostoli, non è vero?”
“No, penso di no.”
“Lo è o no?”
“Non lo sono.”
“Il messaggio di Cristo è suo, non è così? Se le chiedessi se il sesso prematrimoniale è giusto o sbagliato, non dovrebbe chiamare Padre Lulfre per rispondere, non è vero?”
“No.”
“Se le chiedessi se il suicidio è giusto o sbagliato, non dovrebbe consultare le Scritture per saperlo, vero?”
“No.”
“Lei ha queste risposte dentro di lei. Queste e altre diecimila simili.”
“Esatto.”
“Allora glielo chiederò di nuovo: che messaggio è lei?”
“Sono il messaggio di Cristo.”
“Un ministro luterano direbbe lo stesso, così come un ministro presbiteriano o un predicatore battista, anche se alcune delle loro risposte sarebbero diverse dalle sue. Quindi eccola qui, e voglio che capisca cosa ci sta facendo, qui.”
“D'accordo.”
“Anche se probabilmente non la vedrebbe in questi termini, Padre Lulfre l'ha mandata qui per diventare il mio messaggio.”
Un brivido gelido mi corse per la schiena.

Un nuovo orizzonte.

“Se forzasse un gruppo di scolari a spiegare perché siamo sull'orlo della catastrofe, tirerebbero subito fuori tutti i soliti cliché – tutte le teorie che l'Unabomber ha espresso così solennemente e dettagliatamente nel suo magnum opus un paio d'anni fa: avanzamento tecnologico fuori controllo, avidità industriale fuori controllo, espansione governativa fuori controllo, e così via. Come pensa che tutte queste spiegazioni comunemente accettate si siano evolute?”
“Non ne ho idea”, dissi. “Mi scusi se rispondo così rapidamente, ma questa è una cosa su cui non ho mai riflettuto.”
“Allora riflettiamoci un po' adesso. Uno degli ostacoli maggiori alla costruzione del Canale di Panama, negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, era la febbre gialla. Le sue cause erano sconosciute ed era incurabile per la medicina dell'epoca. Forse ne ha sentito parlare.”
“Sì. A quell'epoca si pensava fosse causata dall'aria notturna. La gente che passava la notte in casa si ammalava meno spesso di quelli che la passavano fuori.”
“Ma alcuni che stavano in casa la notte si ammalavano comunque.”
“Esatto, perché lasciavano le finestre aperte. Alla fine, la gente capì che doveva fare attenzione a non lasciar entrare neanche uno spiffero di aria notturna.”
“Ma, come scoprì alla fine Walter Reed, il portatore della malattia non era l'aria notturna, era la zanzara Aedes aegypti, che caccia di notte.”
“Sì.”
“Cosa portò le persone a credere che la colpa fosse dell'aria notturna?”
Scossi la testa, confuso, e dissi a B che non sapevo come rispondere.
“Ci provi comunque”, disse lui. “Faccia un tentativo.”
Scrollai le spalle e feci un tentativo. “Ecco cosa pensò la gente. Non c'era nulla di irrazionale nell'idea, e in effetti aveva dei meriti.”
“Bene. Dovrei aggiungere che il resoconto che ha fatto è più leggenda che verità, ma riesce a illustrare il punto. Anche le idee che l'Unabomber ha articolato sono “ciò che la gente pensa”. Non c'è nulla di irrazionale in loro, e in effetti hanno alcuni meriti.”
“Va bene, capisco cosa sta dicendo. Vagamente.”
“Entrambi questi gruppi di idee soffrono di un handicap, però. Riesce a vedere qual è?”
“Direi che in entrambi i casi, il loro orizzonte intellettuale è troppo ravvicinato. Stanno cercando le cause troppo vicino agli effetti.”
“Esatto. Questo è l'effetto della Grande Amnesia. Nella nostra cultura – sia a Oriente che a Occidente, gemelli nati dalla stessa madre – la storia umana è solo ciò che è avvenuto da quando è cominciata la Rivoluzione Agricola. Nella nostra cultura, per via della Grande Amnesia, la gente che guarda l'orizzonte vede solo alcuni millenni nel passato. Nel 1654, l'Arcivescovo Ussher calcolò che la razza umana era nata solo nel 4004 avanti Cristo. Più tardi, gli archeologi calcolarono che quello fu quando le prime città della Mesopotamia cominciarono a essere costruite. Per della gente che immaginava che l'Uomo fosse nato agricoltore e costruttore di civiltà, cosa avrebbe potuto avere più senso? La razza umana era apparsa in Mesopotamia seimila anni fa, e aveva immediatamente cominciato a costruire città. La Grande Amnesia aveva impresso quest'immagine in modo indelebile nella nostra mente culturale. Non importa che oggi tutti 'sanno' che la razza umana è tre milioni di anni più vecchia delle città mesopotamiche. Ogni molecola di pensiero della nostra cultura porta impressa l'idea che non abbiamo bisogno di guardare oltre la Mesopotamia per capire la nostra storia.”
“E lei mi sta dicendo che il suo orizzonte intellettuale, invece, è di tre milioni di anni.”
“Sempre. Per me, la Mesopotamia è cancellata come orizzonte. Come pensa che si riesca a fare una cosa del genere?”
“Immagino che ci si riesca salendo una scala, ossia vedendo le cose da un punto di vista più alto.”
“Esatto. E quando lo si fa, eventi che prima sembravano enormi (perché sono vicini) prendono il loro posto in un panorama più ampio e non si notano più come prima.”

Salendo la scala.

“Stavamo parlando dei cliché che la gente tira in ballo per spiegare perché siamo sull'orlo della catastrofe: avanzamento tecnologico fuori controllo, avidità industriale fuori controllo, espansione governativa fuori controllo, e così via. Queste sono spiegazioni che sembrano sensate alla gente sotto la Grande Amnesia, persone che pensano di guardare l'inizio della storia umana quando osservano la Mesopotamia. Secondo le persone afflitte dalla Grande Amnesia, la nostra Rivoluzione Agricola fu letteralmente l'inizio della storia umana. Quando io osservo l'orizzonte umano, io sto guardando tre milioni di anni dopo la Mesopotamia, quindi per me è semplicemente grottesco pensare che la nostra Rivoluzione Agricola segni l'inizio della storia umana. Segna qualcosa, certo, ma neanche remotamente l'inizio della storia umana.”
Sentendo che era il momento di far vedere che ero cosciente, dissi: “Che cosa segna, allora?”
“Segna l'avvenire di un cambiamento mentale. L'emergere di una nuova visione del mondo e del nostro posto in esso.”
“Come fa a sapere che avvenne un cambiamento mentale?”
“Lo so perché avvenne una rivoluzione”, rispose B. “Le rivoluzioni non avvengono tra persone che pensano nel solito vecchio modo.”
“Diverse condizioni sociali o economiche non possono causare una rivoluzione?”
“Sicuramente non dice sul serio. Le persone causano rivoluzioni, non le condizioni in cui vivono.”
“Voglio dire, le persone non possono reagire a diverse condizioni sociali o economiche con una rivoluzione?”
“Certo che possono, ma la domanda è: possono reagire in modo rivoluzionario senza prima pensare in modo rivoluzionario?”
Dovetti ammettere che non riuscivo a immaginare azioni rivoluzionarie avvenire in assenza di pensieri rivoluzionari.
“Ho udito pensatori ingenui”, disse B, “suggerire che la nostra Rivoluzione Agricola sia avvenuta in risposta a una carestia.”
“Perché sarebbe ingenuo?”
“È ingenuo perché la gente che sta morendo di fame non si mette a piantare campi più di quanto la gente che sta affogando si metta a costruire scialuppe di salvataggio. Le uniche persone che possono permettersi di aspettare che i campi crescano e diano frutti sono persone che hanno già cibo.”
“Sì, ha senso.”
“Sentirà anche teorizzare che l'agricoltura fosse uno sviluppo inevitabile, perché rende la vita molto più facile e sicura. In realtà, rende la vita più difficile e incerta. Ogni studio sulle calorie spese contrapposte a quelle guadagnate conferma che più cibo ci viene dall'agricoltura, più dobbiamo lavorare per ottenerlo. I primi agricoltori neolitici, che probabilmente piantavano pochi campi e dipendevano soprattutto dalla raccolta, dovevano faticare molto di più per sopravvivere dei loro antenati mesolitici. Gli agricoltori successivi, che piantavano più campi e dipendevano di meno dalla raccolta, lavoravano ancora di più per restare vivi, e gli agricoltori moderni totalitari, che dipendono interamente dai campi, lavorano più duro di chiunque altro per sopravvivere. E la fame, anziché essere cancellata dall'agricoltura, è in realtà un suo prodotto e non viene mai osservata lontano da essa. Viaggi nei deserti più inospitali dell'Australia durante la più orrenda siccità, e non troverà un singolo aborigeno affamato.”
“D'accordo, capisco cosa sta facendo. Sta rispondendo a tutte le mie obiezioni prima che le possa fare.”
“Tutte le sue obiezioni a cosa?”
“Alle sue teorie.”
“Che sarebbero?”
“Sarebbero che la nostra Rivoluzione Agricola ha segnato l'apparizione di un cambiamento di mentalità. Non si trattò solo di persone affamate che decisero di provare un nuovo sistema per ottenere cibo in preda alla disperazione. E non si trattò di persone in cerca di una vita più facile o di maggiore sicurezza.”
“Esatto. Ben lontano dall'avere una vita più facile o dall'aumentare la propria sicurezza, in realtà dovevano lavorare più duramente ed erano meno sicure dei loro antenati cacciatori-raccoglitori. Quindi non è possibile che lo facessero perché era più comodo.”
Mi sembrò che B fosse sul punto di sconfiggersi da solo con i suoi stessi ragionamenti.
“A sentirla parlare”, dissi, “la nostra Rivoluzione Agricola ci ha portato così pochi vantaggi che è incredibile che sia avvenuta.”
“Lo è davvero”, disse B enfaticamente. “È esattamente ciò che voglio farle vedere. E quando lo vedrà, la sua visione della storia umana cambierà per sempre.”

I pacifici assassini della Nuova Guinea.

“Sento, a questo punto, di aver bisogno di un frammento del mosaico particolare che mi verrà fornito dai Gebusi della Nuova Guinea.”
“Va bene”, dissi.
“È diventato popolare, negli ultimi decenni, parlare di 'demonizzare' persone estremamente temute od odiate, trasformandole in mostri di depravazione. Non ho mai sentito parlare della tendenza opposta, ma è naturalmente possibile 'angelizzare' persone particolarmente riverite e ammirate, trasformandole in creature perfette che personificano tutte le qualità più desiderate. Per esempio, c'è una recente tendenza ad angelizzare i popoli Lascia ovunque siano trovati, a immaginarli santi ambientalisti infinitamente saggi, altruisti e previdenti, che praticano perfetta equalità sessuale e non parlano mai in contrazioni. Sa di cosa sto parlando?”
“Certamente. Non ho vissuto in un frigorifero finora. Ho visto Balla coi lupi.”
“Bene”, disse B. “Dato che gli angeli sono più o meno tutti uguali, il processo di angelizzare questi popoli – li chiami Lascia o aborigeni, non importa – tende a renderli tutti più o meno uguali. Il che è tanto lontano dalla verità quanto è possibile arrivare. Qui è dove i Gebusi della Nuova Guinea entrano in gioco. Vorrei spendere alcuni minuti per descriverglieli.”
“Va bene.”
“I Gebusi sono uno di quei popoli agricoli il cui stile di agricoltura non deve nulla alla nostra Rivoluzione. In effetti, sarebbe più appropriato chiamarli cacciatori-giardinieri che agricoltori. Vivono in villaggi e adorano socializzare, celebrare e festeggiare con un sacco di urla, canzoni e scherzi. Due terzi di loro muoiono per ciò che chiameremmo 'cause naturali', e un terzo viene ucciso da amici, vicini o parenti. L'omicidio è una cosa riservata agli uomini, e in qualunque momento due terzi degli uomini ha assassinato qualcuno.”
“Bella gente da conoscere”, intervenni.
“Stranamente, lo sono, almeno nell'insieme. Gente molto piacevole – non santi, ovviamente, ma persone piacevoli e ben intenzionate. Se chiedesse loro perché sono così portati alla violenza, non capirebbero di che sta parlando. Non sono particolarmente portati alla violenza, e se volesse interrogarli sul loro tasso di criminalità dovrebbe prima spiegare loro che cos'è il crimine. Gli capita di infastidirsi a vicenda, naturalmente, e ci sono tanti individui avidi, sgradevoli, sconsiderati ed egoisti quanti ce ne sono tra di noi, ma il crimine come lo intendiamo noi non esiste.
“A parte le statistiche sugli omicidi, la differenza principale tra noi e loro è la loro teoria sulla malattia e la morte. Noi crediamo che le malattie insorgano quando invisibili creature chiamate microbi, germi o virus invadono i nostri corpi. Questa teoria sembra del tutto ovvia a noi, ma ai pensatori del ventitreesimo secolo (se ce ne saranno) sembrerà probabilmente stravagante e pittoresca quanto la teoria degli umori che era in voga nel Rinascimento lo sembra a noi. Riesce a immaginarlo?”
“Che la nostra attuale teoria sulle malattie un giorno sembrerà bizzarra? Oh, sì. Riesco a immaginarlo benissimo.”
“Bene. Nella teoria dei Gebusi, non c'è nulla che corrisponda alla nostra nozione di morte per 'cause naturali'. Tutte le malattie e le morti hanno cause soprannaturali, e ogni malattia e morte è causata da qualcuno che letteralmente 'ti vuole male'. Potrebbe trattarsi di uno stregone o dello spirito di qualcuno vivente o morto, o perfino dello spirito di un animale. Per giungere a una diagnosi in caso di malattia, un medium visita il mondo spirituale per scoprire il colpevole, e questa informazione permette di decidere la cura migliore. Se qualcuno muore, il medium conduce un'indagine consultandosi con gli spiriti. Non tutte le indagini portano all'accusa di una persona vivente, ma quando accade, all'accusato viene data la possibilità di provare la sua innocenza con una divinazione sago, una prova di cucina così difficile che la tecnica da sola non basta ad assicurarne il successo. Si potrebbe paragonarne la difficoltà al cucinare un perfetto soufflé delle dimensioni di una vasca da bagno. Un completo successo è visto come un segno che lo spirito del morto ha aiutato l'accusato, che viene quindi assolto. Un successo parziale lascia la faccenda in dubbio, e l'accusato viene risparmiato finché altri indizi – come il comportamento del cadavere in sua presenza – non vengono considerati. Più il risultato della divinazione sago si allontana dal successo, più la colpevolezza diventa sicura. In questo caso, dato che negare il crimine è inutile alla luce di una prova simile, l'accusato generalmente esprimerà pentimento e rimorso e cercherà di convincere tutti che la rabbia che l'ha spinto (o spinta) a praticare quell'atto di stregoneria si è esaurita. Tutti vogliono crederlo e rassicurano lo stregone che è stato perdonato, ma è molto probabile che i suoi giorni siano contati.
“Tra i Gebusi, gli spiriti dei defunti ritornano rapidamente sotto forma di animali. Quelli che muoiono giovani ritornano come piccoli animali – uccelli o lucertole. Quelli che muoiono a un'età più avanzata ritornano come animali più grandi – coccodrilli o casuari, per esempio. Ma stregoni giustiziati ritornano invariabilmente sotto forma di maiali selvatici, il che è il motivo per cui (sospetto) gli stregoni giustiziati vengono sempre cucinati e mangiati. La mia teoria è che, essendo stregoni, in un certo senso sono già maiali selvatici, i quali vengono cacciati non solo perché sono buoni da mangiare ma perché ospitano spiriti malvagi.”
Lo interruppi per chiedergli se i Gebusi praticassero il cannibalismo in altre circostanze.
“Per quanto ne so”, rispose B, “l'unica pietanza umana sul loro menù è stregone arrosto.”
“Affascinante.”
“Ora, veniamo al punto di questo esercizio antropologico. Voglio che immagini che non siano stati i membri della nostra cultura a diffondersi ovunque e conquistare il mondo, ma piuttosto i Gebusi. Voglio che immagini un mondo dove ogni morte è sempre vendicata uccidendo e mangiando uno stregone. Voglio che immagini un mondo dove, se lei fosse un tecnico dei telefoni, un legislatore, un direttore d'orchestra o uno stilista a Berlino, Beijing, Tokyo, Londra o New York – o Box Elder, Montana – le potrebbe capitare di dover compiere con successo una divinazione sago per salvarsi la vita. Voglio che immagini un mondo dove mangiare uno stregone è una cosa perfettamente normale – quanto mandare i suoi figli in campi di concentramento educativi quando compiono cinque o sei anni. Voglio che immagini un mondo dove uccidere un uomo lo trasformerà sicuramente in un maiale selvatico, esattamente come punire un uomo lo renderà sicuramente un bravo cittadino nel nostro.”
B a questo punto fece una pausa e mi indirizzò un'occhiata speranzosa a cui non ero sicuro di sapere come rispondere.
“Penso che mi stia dicendo”, provai, “che la follia di ogni cultura sembra perfettamente sensata ai membri di quella cultura.”
“Questo è sicuramente vero”, disse B. “Se le dicessi che i Gebusi credono che il creatore dell'universo ha parlato solo a un popolo su questo pianeta dall'inizio dei tempi, e che quel popolo sono i Gebusi, sorriderebbe con condiscendenza, non è vero?”
“Sì, credo che lo farei.”
“Eppure, questo è esattamente ciò che credono i membri della nostra cultura, non è così? Il creatore dell'universo ha parlato a qualcun altro a parte noi?”
“No.”
“I moderni esseri umani sono esistiti per duecentomila anni ma, secondo le nostre credenze, Dio non ha avuto nulla da dire loro finché non siamo arrivati noi. Dio non ha parlato agli Alawa australiani, o ai Gebusi della Nuova Guinea, o ai Boscimani africani, o ai Navajo nordamericani, o agli Ihalmut canadesi. Dio non ha detto una singola parola a nessuno degli altri centinaia di migliaia di popoli nel mondo, ha parlato solo a noi. Solo a noi ha rivelato il significato e lo scopo della creazione. Solo a noi ha rivelato le leggi essenziali per la salvezza.”
“Esatto. Parlando con Fede totale, è esatto.”
“Ma questa non è follia.”
“No. Di nuovo, parlando con Fede assoluta, non è follia.”
“Sarebbe completamente ridicolo per i Gebusi credere di essere in diretto, esclusivo contatto con il creatore dell'universo, ma è perfettamente ragionevole crederlo per noi.”
“Esatto.”
“Evidentemente non è solo la storia del mondo che viene scritta dai vincitori, ma anche la teologia.”
“Sì, direi di sì.”
“Ciononostante, in questo momento non le sto chiedendo di capire qualcosa. Le sto chiedendo di fare qualcosa.”
“Cosa vuole che faccia?”
“Voglio che immagini che il mondo – proprio questo mondo – sia un mondo Gebusi. Lei, in quanto prete cattolico, sarebbe tollerato come la reliquia di una superstizione bizzarra ma innocua. La notte, gli uomini si riunirebbero nei bar non per guardare programmi sportivi, ma per intrattenere conversazioni licenziose con spiriti femminili aggrappati alle travi del tetto. Medium verrebbero sempre tenuti a portata di mano per diagnosticare piccoli malanni e condurre indagini sulle morti della comunità. I suoi amici la inviterebbero al ristorante per festeggiare un'uccisione, e le darebbero una fetta di stregone arrosto da portare a casa alla sua famiglia. Che altro posso dirle? I film sarebbero film Gebusi, i romanzi, romanzi Gebusi, la politica, politica Gebusi, lo sport, sport Gebusi, il divertimento, divertimento Gebusi.”
Gli dissi che riuscivo a immaginarlo, più o meno. “Ma non riesco a immaginare cosa vuole che le dica.”
“Come le sembra?”
“Come mi sembra? Sembra folle. Osceno.”
“Ovviamente. Confinati nelle loro poche centinaia di chilometri quadrati, i Gebusi sono stravaganti e pittoreschi. Ma li faccia esplodere in una cultura universale a cui ogni essere umano deve appartenere, e diventano un'oscenità. Questo vale per tutte le culture. Ogni cultura diventerebbe un'oscenità se venisse ingigantita in una cultura universale a cui tutti devono appartenere. Confinata nelle poche centinaia di chilometri quadrati in cui è nata, la nostra cultura sarebbe stata semplicemente bizzarra. Ma diffusa in tutto il mondo come una cultura universale a cui tutti devono appartenere, è un'oscenità orribile.”
“Credo di cominciare a capire”, gli dissi. “Credo di cominciare a vedere dove vuole arrivare.”
B annuì. “Probabilmente non si ricorda perché avevo cominciato a parlare dei Gebusi. Lei aveva detto che era un mistero che avessimo adottato l'agricoltura totalitaria considerando che, invece di rendere la vita più facile o sicura, ha proprio l'effetto opposto.”
“Sì, mi ricordo.”
“Volevo farle capire che gli stili di vita adottati da una cultura non sono necessariamente logici. Non portano necessariamente benefici alle persone in modi evidenti. Non vengono necessariamente adottati perché rendono la vita più semplice – anche se le persone possono usare questa razionalizzazione per spiegarli a bambini ed estranei. Nella nostra cultura, per esempio, l'adozione del nostro stile di agricoltura è presentato ai nostri figli come un passo in avanti inevitabile per la razza umana, perché rende la vita più facile e sicura.”
Chiesi a B cosa faceva se non rendeva la vita più facile e sicura.
“Questo è esattamente cosa stiamo cercando di capire qui. Ci troviamo di fronte un insieme di comportamenti e stiamo cercando di capire come agiscono insieme per produrre il risultato che vediamo. Ora, passi in rassegna le caratteristiche dei Gebusi e veda se riesce a trovare un meccanismo che li porterebbe a espandersi in una cultura universale a cui tutti devono appartenere.”
Gli chiesi che tipo di meccanismo intendesse.
“Una qualche dinamica della loro cultura. Qualche usanza, qualche credenza di cui sono profondamente convinti.”
Ci riflettei per un paio di minuti ma non trovai alcun meccanismo che avrebbe potuto provocare quell'effetto.
“Ne inventi uno, allora”, disse B.
“Immagino che delle ambizioni territoriali avrebbero quell'effetto.”
“Non da sole”, disse B. “Gli Aztechi avevano ambizioni territoriali, ma una volta che avevano conquistato un popolo, non erano minimamente interessati a come preferisse vivere. Non volevano trasformare i loro vicini in Aztechi. Questo è il motivo per cui, per quanto possano essere stati crudeli, non erano noi – non erano ciò che Ishmael chiama Prendi.”
“Va bene, capisco cosa intende. Dovrebbe trasformarli in missionari culturali se volesse che si espandessero fino a diventare una cultura universale.”
“E per renderli missionari culturali, dovrebbe dotarli di una credenza. I missionari non sono altro che credenti. Che tipo di credenti dovrebbero essere i Gebusi?”
“Dovrebbero credere fermamente nella giustezza del loro modo di vivere.”
“Esattamente. Se i Gebusi credessero che il loro modo di vivere fosse l'unico giusto per gli esseri umani (cosa che non pensano, per inciso), questo li motiverebbe a diventare missionari culturali. Ma la credenza da sola non basterebbe. I membri della nostra cultura hanno sempre avuto questa convinzione – lo hanno dimostrato per tutta la nostra storia – ma avevano bisogno anche di un altro meccanismo. Immagino potrebbe chiamarlo un meccanismo di espansione. Un meccanismo che li conducesse per tutto il pianeta mentre diffondevano il loro vangelo di illuminazione culturale.”
“L'agricoltura”, dissi.
“Un particolare tipo di agricoltura, Jared, perché non tutti i tipi di agricoltura potrebbero far espandere un popolo per tutto il pianeta. La modesta agricoltura dei Gebusi semplicemente non potrebbe sostenere una tale espansione.”
“Capisco.”
“Nella nostra cultura, per sostenere una caratteristica ce ne serviva un'altra, e le due si sono rinforzate a vicenda. Credevamo (e lo crediamo ancora) che il nostro modo di vivere fosse l'unico giusto per tutti gli esseri umani, ma ci serviva l'agricoltura totalitaria per sostenere il nostro sforzo missionario. L'agricoltura totalitaria ci ha donato un'enorme eccedenza di cibo, che è il fondamento di ogni espansione militare o economica. Nessuno al mondo era in grado di resisterci, perché nessuno aveva una macchina produttrice di cibo potente quanto la nostra. Il nostro successo economico e militare, naturalmente, confermò la nostra convinzione che il nostro fosse l'unico modo giusto di vivere. Continua a farlo ancora oggi. Per i membri della nostra cultura, il fatto che siamo in grado di sconfiggere e distruggere ogni altro stile di vita è prova della nostra superiorità culturale.”
“Sì, ho paura che sia vero. Quando si tratta della sopravvivenza culturale del più adatto, noi siamo i campioni.”
“Intende i campioni del processo di selezione naturale.”
“Be'... Sì. Immagino sia quello che intendevo.”
B scosse la testa. “La situazione non dovrebbe essere vista in questo modo. Le idee evoluzionistiche producono sempre metafore rischiose. L'evoluzione biologica tende sempre alla diversità – è sempre stato così e sempre lo sarà. L'evoluzione non sta avanzando verso 'l'unica specie giusta'. Fin dall'inizio, si è allontanata dalla singolarità del brodo primordiale che ha poi generato tutte le forme di vita. Mi ricordo di aver letto, da bambino, una storia di fantascienza su un organismo mutante che era nato in una fogna, a causa della fortuita confluenza di un po' di questo e un po' di quello. Quest'organismo era mosso da un unico impulso, ossia quello di trasformare ogni cosa vivente in parte di sé. Lasciato a se stesso, era in grado di cancellare in pochi giorni miliardi di anni di evoluzione naturale divorando tutte le forme di vita sul pianeta e trasformandole in un singolo organismo: se stesso. Quest'organismo mutante è una perfetta metafora della nostra cultura, che in pochi secoli sta cancellando milioni di anni di evoluzione umana divorando tutte le altre culture del pianeta e trasformandole in una singola cultura: la nostra.”
“Un pensiero sgradevole.”
“È un processo sgradevole.”

“La polvere da sparo”, disse B, “è una mistura di nitrato di potassio, carbone e zolfo, e immagino che sappia che se uno di questi ingredienti manca, allora la mistura non è esplosiva.”
“Certamente.”
“Come una mistura esplosiva, anche la nostra cultura è costituita da tre ingredienti fondamentali, e se uno di essi fosse mancato non sarebbe avvenuta nessuna esplosione. Abbiamo già identificato due degli ingredienti: l'agricoltura totalitaria e la credenza che il nostro fosse l'unico modo giusto di vivere per gli esseri umani. Il terzo è, naturalmente, la Grande Amnesia.”
Ci pensai su per un po', ma alla fine gli dissi che non riuscivo a capire come la Grande Amnesia avesse contribuito all'esplosione.
“Ha contribuito all'esplosione come il carbone contribuisce alla detonazione della polvere da sparo. Come siamo arrivati ad avere la strana idea che il nostro modo di vivere sia l'unico giusto?”
“Non lo so.”
“Torniamo indietro ai fondatori del pensiero della nostra cultura – Erodoto, Confucio, Abramo, Anassimandro, Pitagora, Socrate e qualunque altro a cui riesce a pensare. Li riunisca in una stanza e faccia loro questa domanda: per quanto tempo gli umani hanno vissuto come viviamo noi? Cosa risponderebbero?”
“Che gli esseri umani hanno vissuto in questo modo dall'inizio.”
“In altre parole, che l'Uomo è nato vivendo in questo modo.”
“Esatto.”
“E questo che cosa ci dice della natura dell'Uomo?”
“Ci dice che questo è il modo in cui l'Uomo deve vivere. L'Uomo deve vivere come agricoltore totalitario e costruttore di città, così come le api devono vivere come raccoglitrici di miele e costruttrici di alveari.”
“Quindi mi dica, Jared: cos'altro potrebbe essere questo se non il modo giusto di vivere per gli esseri umani?”
“Sì, capisco.”
“Cosa mancava nell'educazione di quei pensatori? Cosa era stato dimenticato durante la Grande Amnesia?”
“Che l'Uomo non era nato agricoltore totalitario e costruttore di città. Ciò che era stato dimenticato era che il nostro modo di vivere non era stato praticato fin dall'inizio. Se questo non fosse stato dimenticato, allora non avremmo mai potuto convincerci che il nostro fosse l'unico modo giusto di vivere. Questo è il motivo per cui la Grande Amnesia è stata un ingrediente essenziale della nostra espansione culturale.”
“Andiamo a fare una passeggiata”, disse B. “C'è qualcosa che devo prenderle.”
“Qualcosa per me?”
“Qualcosa che le servirà più tardi.”
Cominciai ad avviarmi da dove ero venuto, ma B mi indirizzò verso la direzione opposta, in un corridoio che si aprì dietro la sua poltrona, lo stesso attraverso cui Monika e Heinz Teitel erano emersi con il carrello del caffé la notte precedente. Il corridoio si ampliò presto per ospitare panchine di cemento su entrambi i lati, e B mi disse che era stato progettato per fungere da rifugio antibombardamento sia per il teatro che per l'edificio governativo dall'altra parte della strada.
“Ma non credo che sia mai stato utilizzato in quel modo”, aggiunse.
Dopo circa duecento metri, il tunnel si curvò e terminò con una pesante porta antincendio che si aprì sul magazzino di un edificio governativo di qualche tipo. Sorprendentemente (almeno per me), c'era una scrivania e un individuo a presidiarla, evidentemente per monitorare gli accessi all'area. Quest'uomo, un tipo militare di mezz'età che sembrava sarebbe stato più a proprio agio in un'uniforme di qualche tipo, ci fissò con aria di disapprovazione ma non sollevò obiezioni al nostro passaggio attraverso il suo territorio. Due rampe di scale ci portarono al livello del suolo e sulla strada.


Lunedì, 20 maggio.

Una visita nel Cretaceo.

Erano a malapena le otto e mezza quando uscimmo – solo pomeriggio tardi in questa città nordica poche settimane prima del solstizio d'estate. Nonostante l'ora, i negozi erano perlopiù già chiusi e le strade deserte. Radenau non va visitata per la sua eccitante vita notturna.
A B piace camminare, come a me. Non sembrava andare da nessuna parte in particolare, e io ero contento di seguirlo.
“Sono sicuro”, disse, “che sta cominciando a capire perché non posso condurre un intero pubblico in questa direzione.”
“Sì, lo vedo”, gli dissi. “Ma non sono sicuro di vedere la direzione.”
“Si ricordi che stiamo lavorando a un mosaico, non a una narrazione o a un sillogismo. Dopo questa conversazione non avrà ancora una conclusione, ma dovrebbe avere una comprensione più profonda di tutto ciò che mi ha sentito dire finora.”
“Sì, è vero. La figura sul mosaico è ancora un po' vaga, ma non più come due ore fa.”
“Poco tempo fa ha detto che, per come ne parlavo, era un mistero che la nostra rivoluzione culturale fosse avvenuta. Lo è davvero. Non era destino, non è stata orchestrata divinamente fin dalla creazione dell'universo, non si è trattato di qualcosa che avrebbe dovuto avvenire inevitabilmente. Duecentomila anni di esseri umani intelligenti quanto noi non lo avevano fatto succedere. Avrebbe potuto non avvenire per altri duecentomila anni, o per un milione. È stato un caso, una coincidenza. Combini un elemento culturale mai visto prima con un secondo altrettanto inaudito, ne aggiunga un terzo similmente bizzarro, e il risultato è un mostro culturale che sta letteralmente divorando il mondo – e che finirà col divorarsi da solo se non verrà fermato.”
Camminammo in silenzio per un po', poi chiesi a B se l'immagine sul mosaico alla fine avrebbe raffigurato la nostra cultura.
“Immagino che si potrebbe dire così, anche se non l'ho mai vista in questo modo”, disse. “Lo vedo come un graffito composto di molte scene legate tra loro, come il soffitto della Cappella Sistina. Ciò che chiama la 'nostra cultura' appare in molte delle scene in diversi momenti della sua storia, ma ci sono anche delle scene all'interno di altre scene. Ci sono scene raffiguranti la storia dell'universo, e tra di esse ci sono scene che mostrano lo sviluppo della vita su questo pianeta. Tra queste, ci sono scene raffiguranti l'emergere della razza umana, e tra queste ci sono scene che mostrano l'origine di centinaia di migliaia di culture, comprese quella dei Gebusi e la nostra. Tra le scene raffiguranti lo sviluppo della nostra cultura ce ne sono altre che mostrano varie altre cose, come la nostra conquista del mondo, la comparsa delle religioni salvazioniste e la Rivoluzione Industriale. Ci spostiamo da una scena all'altra, indietreggiamo dal graffito per vedere i collegamenti tra di esse, ci avviciniamo di nuovo per concentrarci su alcuni dettagli, e così via. Con il tempo, l'intera composizione comincia ad acquistare un senso... Ma non è un processo che abbia una fine. Non raggiungeremo mai un punto in cui inseriremo il frammento finale e diremo: 'Ecco, abbiamo finito. Tutti i pezzi sono al loro posto'.”
Ci fermammo davanti a un cartello con su scritto MEYER-ÜBERBLEIBSELEN, qualunque cosa fosse. B guardò oltre l'enorme serranda di acciaio grigio come se sperasse di trovare un pulsante per farla alzare. Quando non lo trovò, cominciò a martellarla con il pugno senza troppe cerimonie. Dopo un minuto si aprì una finestra sopra di noi, e il Fantasma del Natale Passato si sporse e ci chiese in tedesco che accidenti stessimo facendo. L'apparizione si chiamava, come avrei scoperto di lì a poco, Gustl Meyer. Lui e B si urlarono a vicenda per un po', in inglese e tedesco, poi la finestra venne chiusa.
B mi fece un cenno col capo sorridendo, come per rassicurarmi che tutto stava andando alla perfezione, e un paio di minuti dopo la serranda si alzò sferragliando e ci fu permesso di entrare nel negozio in penombra, che era pieno di scarti e avanzi (Überbleibselen) di musei dedicati a ogni sorta di argomento a eccezione dell'arte: storia militare, storia politica, storia naturale, scienza, tecnologia e industria. Appena oltrepassammo la soglia, B cominciò a vibrare di una gioia elettrica, come un bambino di cinque anni in un negozio di giocattoli, e io capii che aveva l'animo di un collezionista di stranezze completamente folle. Rimase incantato dalla miniatura funzionante di un antico ascensore, da un Neanderthal di cera a grandezza naturale seduto a gambe incrociate sul pavimento assorbito in un lavoro manuale di qualche tipo che non era più tra le sue mani, da un perfetto modellino in scala sezionato di una miniera di rame, da un orrendo (e del tutto improbabile) dodo impagliato che Meyer sostenne fosse stato ricavato da vera pelle, da un malconcio sottomarino monoposto dell'epoca napoleonica, da una testa parlante trasparente che descriveva (in tedesco) le operazioni compiute dal cervello mentre delle luci si accendevano nelle aree coinvolte.
C'erano cassette di campioni di minerali, pile di strumenti di ottone macchiati, scatole di rotoli in via di disgregazione, cesti di esemplari entomologici, vasche di fossili di ogni tipo... E fu davanti a una di queste che B finalmente si fermò a rovistare seriamente. Estrasse ed esaminò trilobiti, crinoidi e cose che immaginai fossero uova, zanne e artigli di dinosauro. Finalmente si fermò con in mano un oggetto grande come una ciambella simile al guscio di un nautilus, a parte il fatto che era ondulato come il corno di una capra di montagna.
“Un ammonite”, disse B, “cefalopode – stessa classe del nautilus.” Me lo lasciò cadere in mano dicendo: “È estinto da circa sessantacinque milioni di anni.”
Io dissi qualcosa di brillante, come: “Davvero?”, e feci per restituirglielo, ma lui si girò verso Meyer e gli chiese quanto costasse. Dopo un po' di contrattazioni, B gli passò una somma in contanti che giudicai sarebbe stata sufficiente a pagare una cena per due in un ristorante decisamente buono.
“Un collezionista l'avrebbe pagato molto di più”, mi spiegò B quando fummo fuori, “ma Meyer non si aspetta di ottenere cifre astronomiche, di sicuro non da me.”
“Cosa dovrei farci?”, gli chiesi.
“Se lo metta in tasca. Lo tenga con lei, non sono sicuro di quando arriveremo a usarlo.”

La scimmia elettrica.

Ci fermammo a un'anonima Gasthaus per cena, e B mi disse di ordinare birra, non whiskey. “Le è piaciuta Little Bohemia? Andremo lì più tardi per bere qualcosa di serio.”
Gli dissi che andava bene. Penso che avesse l'impressione che tutti i preti cattolici fossero segugi da alcool.
“Devo tornare indietro al primo frammento che ho cercato di sistemare stanotte”, disse B. “So che non è piazzato in modo solido.”
“Va bene.”
“La scorsa notte, nel teatro, ho parlato di cambiare menti. Ho detto che se il mondo verrà salvato, lo sarà da persone con menti cambiate – non da programmi, ma da persone con menti cambiate.”
“Mi ricordo.”
“La gente di solito trova difficile capire l'importanza di questo concetto, perché non vede che tutto ciò che abbiamo qui – tutto il trionfo, la gloria e la catastrofe che abbiamo creato – è il risultato del lavoro di persone con menti cambiate.”
“Non lo vedo neanch'io”, gli dissi.
“Lo so”, disse B, “Ecco perché ci stiamo ritornando su. Assicuriamoci di concordare sui fatti basilari. Il cambiamento mentale di cui sto parlando è avvenuto circa diecimila anni fa in ciò che è stata chiamata la Mezzaluna Fertile – un'area tra i fiumi Tigri ed Eufrate che oggi è parte dell'Iraq. Furono gli abitanti di quest'area che, diecimila anni fa, gettarono le fondamenta di ciò che oggi è la nostra cultura globale. Fin qui ci siamo?”
“Sì.”
“Bene. Ora, sono sicuro che capisce che la razza umana non ha avuto origine nella Mezzaluna Fertile. Le prove che abbiamo al momento indicano in modo abbastanza conclusivo che la razza umana ha avuto origine in Africa.”
“Giusto.”
“È nata in Africa, e poi si è diffusa molto lentamente in ogni parte del mondo: il medioriente, l'oriente, l'Europa, fino a raggiungere le regioni più remote – posti come le Americhe, l'Australia e la Nuova Guinea – circa trenta o quarantamila anni fa. Il medioriente, essendo vicinissimo all'Africa, è stato abitato dagli umani moderni per un tempo immensamente lungo, centomila anni o più. Questo include l'area della Mezzaluna Fertile. Capisce dove voglio arrivare?”
“No, non proprio.”
“L'area di cui stiamo parlando, la Mezzaluna Fertile, è stata abitata dagli esseri umani moderni per centomila anni prima che la Rivoluzione Agricola avvenisse.”
“Va bene. Questo lo sapevo già”.
“Sto sottolineando il fatto che la rivoluzione di cui stiamo parlando è avvenuta tra persone che avevano vissuto lì per decine di migliaia di anni. Delle persone stavano vivendo lì, e a un certo punto avvenne una rivoluzione. Non si è trattato di un evento meteorologico, di un terremoto o di un'eruzione vulcanica. È stato qualcosa che è successo a delle persone. Circa diecimila anni fa, delle persone che avevano vissuto nella Mezzaluna Fertile per decine di millenni cominciarono a vivere in un modo nuovo. Il modo che io ho chiamato lo 'stile di vita Prendi'.”
“Sì, lo capisco.”
“Non hanno cominciato a vivere in un nuovo modo perché stavano morendo di fame, perché, come ho detto, la gente che muore di fame non crea nuovi stili di vita più di quanto la gente che cade dagli aeroplani non inventi paracadute. E il loro nuovo stile di vita non è stato adottato perché era così piacevole da essere un passo inevitabile nell'evoluzione umana. Ciò che i fondatori della nostra cultura hanno inventato è stato, fondamentalmente, il concetto di lavoro. Hanno creato un modo difficile di vivere – il più difficile che sia mai esistito su questo pianeta.”
“Ma dette loro altre cose, oltre a una vita difficile.”
“Esatto. Ora mi sta seguendo, Jared! Ora sta cominciando a capire perché dico che queste persone rappresentano menti cambiate. Non pensavano come i Gebusi o i Cheyenne o gli Alawa o gli Ihalmiut o i Micmac o i Boscimani – o come una qualsiasi delle centinaia di migliaia di culture che potrei nominare. Ciò che stavano facendo non aveva alcun senso per i loro vicini, ma non c'era bisogno che lo avesse. Non avrebbe avuto alcun senso per i loro bis-bis-bis-bisnonni, ma, di nuovo, non c'era bisogno che lo avesse. Ciò che stavano facendo aveva perfettamente senso per loro, così come lo stile di vita Gebusi ha perfettamente senso per i Gebusi. Per loro aveva perfettamente senso perché vedevano le cose in maniera diversa. Diversa dai loro antenati e dai loro vicini. Ora capisce perché dico che queste persone rappresentano menti cambiate?”
“Penso di sì.”
“Dato che noi condividiamo il loro cambiamento di mentalità, guardiamo a ciò che hanno fatto e diciamo: 'Be', certo. È logico. Cosa potrebbe essere più ovvio? Doveva succedere. Gli esseri umani dovevano vivere come i Prendi'. Dato che condividiamo la loro mentalità, la loro rivoluzione ha perfettamente senso per noi. Ci sembra logica e inevitabile, come mangiare stregoni sembra logico e inevitabile ai Gebusi.”
“Sì, capisco.”
“Sappiamo a che gruppo etnico appartenevano queste persone – erano evidentemente caucasici – ma non c'è motivo di supporre che ogni caucasico abbia preso parte a questa rivoluzione. I Gebusi e i loro vicini, i Kubor, i Bedamini, gli Oybae, gli Honibo e i Samo, appartengono tutti alla stessa etnia, ma non hanno affatto una cultura comune. Mi sta seguendo?”
“Penso di sì.”
“Non sapremo mai come coloro che iniziarono la rivoluzione si facessero chiamare, ma inventiamoci un nome per loro. Chiamiamoli Pren. Questo li collegherà allo stile di vita che ho definito 'Prendi'.”
“Va bene.”
“I Pren non sono diventati agricoltori perché erano affamati o perché preferivano lavorare duramente piuttosto che riposarsi. Da solo, lei ha capito il fatto decisivo che ricavavano qualcosa dalla loro vita difficile che li ricompensava della fatica che facevano. Perché sono diventati agricoltori? Cosa potevano ottenere dall'agricoltura totalitaria che i loro antenati e vicini non potevano ricavare dalla caccia e raccolta?”
“Me l'ha già mostrato, questo. L'agricoltura totalitaria diede loro potere.”
“Esatto. La loro rivoluzione non riguardava il cibo, riguardava il potere. Le cose stanno così ancora oggi.”
“Sì, è vero.”
“Qualcuno una volta mi ha chiesto come faccio a sostenere che la razza umana non è difettosa quando è così attirata dal potere. 'I Pren soccombettero alla loro sete di potere”, mi ha detto. 'Non è un difetto questo? Tutti i loro discendenti culturali hanno ceduto alla loro sete di potere. Non è un difetto questo?'
“Io gli raccontai di un famoso esperimento psicologico degli anni Cinquanta. Un elettrodo venne impiantato nel cervello di una scimmia, nel suo centro del piacere. Premere un bottone su una scatola di controllo avrebbe inviato un impulso elettrico all'elettrodo, dando alla scimmia un'intensissima scossa di piacere. Diedero la scatola con il pulsante alla scimmia, che naturalmente non aveva idea di che cosa si trattasse ma che in breve finì col premere il bottone per caso, dandosi un'enorme scossa di piacere. Non le ci volle molto per capire la connessione tra il pulsante e il piacere e una volta che la afferrò, si limitò a starsene lì seduta, ora dopo ora, premendo il pulsante e dandosi scosse di piacere. Cominciò a ignorare cibo e sesso. Se alla fine non le avessero tolto la scatola, la scimmia avrebbe continuato a starsene lì seduta dandosi piacere fino a uccidersi. Ora, ecco la domanda che feci al mio interlocutore: 'C'era qualcosa di sbagliato in questa scimmia? Era difettosa?' Cosa ne pensa, Jared?”
“Direi di no, non era difettosa.”
“Direi lo stesso anch'io. Né lo erano i Pren. Premere il pulsante dell'agricoltura totalitaria dava loro un'enorme ondata di potere. La dava anche ai popoli cinesi ed europei. La dà anche a noi, ancora oggi. E proprio come quella scimmia, nessuno di noi vuole smettere di premere quel pulsante, e ormai stiamo seriamente rischiando di darci piacere fino a ucciderci.”
Annuii. “Immagino sia questo che intende quando dice che se il mondo verrà salvato, lo sarà da persone con menti cambiate. Persone con menti inalterate diranno: 'Cerchiamo di limitare i danni causati dal pulsante'. Persone con menti cambiate invece diranno: 'Gettiamo via la scatola!'.
B annuì. “Non mi sarebbe venuto in mente di dirlo così, ma naturalmente ha ragione. Appena i membri della nostra cultura decideranno di gettare via la scatola, le cose cominceranno a cambiare drasticamente. Il fatto che stia cominciando a esprimere dei concetti meglio di quanto avrei potuto farlo io, è un chiaro segno che è sulla buona strada per diventare il messaggio.”

I Pren.

A questo punto arrivò il nostro cibo, ed entrambi tacemmo per dargli la nostra attenzione. Alla fine, B disse: “C'è un collegamento che ho cercato di non fare per lei, pensando che avrei potuto evitarlo o saltarlo, ma è meglio che mi faccia forza e mi tolga il pensiero.”
Gli chiesi perché aveva voluto evitarlo.
“L'ho evitato perché sento una certa urgenza di fare in fretta, qui.” Scosse la testa, insoddisfatto di questa dichiarazione. “Non è del tutto esatto. Voglio liberarmi dell'aleggiante spettro di Bernard Lulfre il prima possibile. Voglio soddisfare la sua curiosità e sbarazzarmene.”
“Capisco. Qual è il collegamento che ha evitato di fare?”
“Le ho detto che i Pren sembravano folli ai loro vicini, proprio come i Gebusi sembrano folli a noi. Lo trova difficile da credere?”
“Sì, ma immagino che per i Gebusi sia altrettanto difficile credere di sembrare matti ai membri della nostra cultura.”
“Infatti”, disse B. “I Pren ci appaiono perfettamente ragionevoli e normali perché noi siamo i loro discendenti culturali. Abbiamo la loro stessa visione del mondo.”
“Lo capisco. Ma anche stando così le cose, non possiamo sapere cosa pensassero di loro i loro vicini.”
“In questo caso, grazie a un enorme colpo di fortuna, possiamo sapere cosa almeno uno dei loro vicini pensasse di loro. Lo sappiamo perché abbiamo la loro versione di ciò che avvenne. Di nuovo, sappiamo a che etnia questi vicini appartenessero, ma non come si facessero chiamare. Chiamamoli gli Zeugen – in altre parole, i testimoni. Per quanto riguarda lo stile di vita, gli Zeugen erano simili ai Masai dell'Africa orientale. Conosce i Masai?”
“Li ho sentiti nominare. Sono pastori nomadi, vero?”
“Esatto. Anche gli Zeugen lo erano, e quando osservarono la rivoluzione dei Pren, non videro un'innovazione tecnologica o nulla di remotamente simile. Ciò che videro fu un ribaltamento dell'ordine dell'universo. Videro, come ha fatto lei, che l'agricoltura totalitaria non riguardava il cibo, ma il potere – il potere di decidere chi può vivere e chi deve morire. È chiaro perché la vedessero in questo modo?”
“Me ne parli un po'.”
“Il modo più semplice di capirlo è tramite un esempio. Secondo l'agricoltura totalitaria, le mucche possono vivere ma i lupi devono morire. Le galline possono vivere ma le volpi devono morire. Il grano può vivere ma i suoi parassiti devono morire. Tutto ciò che mangiamo può vivere, ma tutto ciò che mangia ciò che mangiamo deve morire – e non solo occasionalmente. La nostra linea d'azione non è: 'Se un coyote attacca il mio gregge, allora lo uccido', ma è: 'Spazziamo via tutti i coyote dalla faccia della Terra.' Quando si trattò di lupi e mucche, dicemmo: 'Distruggiamo tutti i lupi', e i lupi vennero distrutti. Poi dicemmo: 'Facciamo sì che ci siano miliardi di mucche', e ci furono miliardi di mucche.”
“Va bene, ho afferrato.”
“Di solito, chi esercita questo potere?”
“Che intende dire?”
“Guardi la situazione dal punto di vista di pastori nomadi di diecimila anni fa. Chi decide chi vive e chi muore?”
“Gli dei.”
“Naturalmente. Ora, per come la vedevano gli Zeugen, gli dei avevano una conoscenza speciale che permetteva loro di governare il mondo. Questa conoscenza includeva la conoscenza di chi doveva vivere e morire, ma non si limitava a questo. È la conoscenza che gli dei applicano in ogni scelta che fanno. Quello che gli Zeugen percepivano è questo: ogni scelta che gli dei fanno è bene per una creatura e male per un'altra. Se ci si pensa, non può essere altrimenti. Se una quaglia va a caccia e gli dei le mandano un grillo, è bene per la quaglia e male per il grillo. E se una volpe va a caccia e gli dei le mandano una quaglia, è bene per la volpe e male per la quaglia. E viceversa: se una volpe va a caccia e gli dei non le mandano una quaglia, questo è bene per la quaglia e male per la volpe. Capisce cosa intendo?”
“Certo.”
“Quando gli Zeugen videro cosa i Pren stavano facendo, si dissero: 'Queste persone hanno mangiato il frutto dall'albero degli dei, il frutto della conoscenza del bene e del male'.”
“Yipes!”, dissi io. Non credo di aver mai pronunciato prima queste sillabe in vita mia, ma lo feci allora. “Come è arrivato a questo?”
“È uno dei contributi di Ishmael.”
“Lo ha mai proposto a uno studioso della bibbia?”
B annuì. “Vari studiosi biblici l'hanno esaminato, e finora nessuno ha trovato alcuna ragione per metterlo in discussione. Uno ha detto che si tratta dell'unica spiegazione che avesse mai sentito che avesse senso.”
“È l'unica che io abbia mai sentito che abbia senso, e le ho sentite tutte.”
Mi ricordo di essere rimasto seduto immobile per due o tre minuti mentre cercavo di capire tutte le conseguenze di questa nuova interpretazione della storia della Caduta. Quando alla fine mi arresi e scossi la testa, B proseguì.
“Ho sentito che dovevo farle questo discorso per chiarire la cosa fondamentale riguardo questa rivoluzione. Perfino gli autori della Genesi l'hanno descritta come una questione di menti cambiate. Ciò che videro nascere tra i loro vicini non fu un nuovo stile di vita, ma una nuova mentalità, una visione del mondo che ci equiparava agli dei in saggezza, che rendeva il mondo una proprietà degli esseri umani, che ci dava potere di vita e di morte sul mondo. Pensarono che questa nuova mentalità sarebbe stata la rovina di Adamo – e gli eventi stanno dimostrando che avevano ragione.”
Abbassai il mio tovagliolo e dissi: “Sono pieno.”
B mi lanciò un'occhiata perplessa.
“Questo è tutto quello che posso gestire per stanotte”, gli dissi.
“Ma è ancora presto!”
“Lo so e mi dispiace, ma non posso sopportare di più e devo ancora capire come farò a trasmettere tutto questo a Padre Lulfre. Non posso semplicemente mandargli una trascrizione della registrazione. Se pensasse che sto diventando l'apprendista dello stregone, mi tirerebbe fuori di qui in un attimo.”
B fece spallucce. “Sono d'accordo, non possiamo rischiare che succeda.”
Ci mettemmo d'accordo per incontrarci a cena il giorno seguente.
Quando tornai nella mia camera, resistetti alla tentazione rappresentata dal letto. Volevo mandare un fax a Padre Lulfre entro le tre o le quattro di mattina per mantenere l'abitudine che avevo stabilito nei giorni precedenti.
Ebbi l'idea di tradurre la mia conversazione con B in una serie di vignette sulla falsariga dei Vangeli: “Un uomo andò da Gesù e disse...”, oppure: “Gesù incontrò una grande folla, e un uomo gli urlò...” Non sono sicuro di essere riuscito a produrre qualcosa di davvero convincente. Ma, d'altro canto, perché Padre Lulfre dovrebbe sospettare che le abbia inventate? (Risposta: perché i suoi schemi di pensiero non sono neanche remotamente simili ai miei.)
Sono le cinque di mattina e mi sento teso come una corda di clavicembalo. Spero che un goccio di whiskey mi aiuterà a dormire.


Martedì, 21 maggio.

Gli stadi della Fede.

Il telefono squillò alle nove, e io strisciai fuori da uno stordimento profondo chilometri per rispondere. Era Shirin, che cercava di spiegarmi qualcosa di gran lunga troppo complicato perché potessi comprenderlo dopo appena quattro ore di sonno. Le chiesi di ripetermelo lentamente e finalmente capii. C'era un discorso in programma che B non era stato in grado di annullare, ed era oggi a Stuttgart. Per raggiungerlo in tempo avremmo dovuto prendere un treno alle undici, e io potevo unirmi a loro o restare a Radenau, spettava a me decidere. Le dissi che li avrei incontrati al Bahnhof alle dieci e cinquanta. Attaccai e decisi rapidamente che una doccia e una colazione erano più importanti di un'altra ora di sonno.
Avevo una cosa in mente che avevo bisogno di esaminare per iscritto, quindi mi portai il blocco per gli appunti al ristorante e scrissi:

Esiste un solo stadio dell'avere fede, ma ce ne sono cinquanta del perderla. Sento che dovrei portarmi dietro questa osservazione critica su un foglio separato, in modo da poterlo estrarre e studiare ogni volta che ne sento il bisogno. Solo uno stadio dell'avere fede, ma cinquanta del perderla.
Penso di conoscere un prete che ha fede a quell'unico stadio che si merita davvero di essere chiamato “fede”. Tutti gli altri, me incluso, sono a uno dei cinquanta stadi del perderla. Molti dei miei parrocchiani la considererebbero probabilmente un'ammissione sconcertante, ma io non la penso così. Ovviamente ci sono molti preti che hanno attraversato tutti i cinquanta stadi della perdita della fede e hanno abbandonato il proprio ministero. Tutti lo sanno, e ne ho conosciuta una mezza dozzina personalmente. Ma il resto di noi sta ancora tenendo duro, con ginocchia, gomiti, falangi, palpebre, denti e unghie. È rassicurante, in realtà, perché significa che nessuno di noi vuole perdere la sua fede o vuole pensare a se stesso come a uno che l'ha persa. Devo ammettere che in parte è solo codardia; sappiamo che se la nostra fede se ne andasse, la vita religiosa ci diventerebbe intollerabile e dovremmo andare avanti, in un mondo sconosciuto. Ma è anche perché abbiamo abbastanza fede da voler continuare ad avere fede. Quando quella quantità di fede è andata, comunque, allora è finita completamente, e ti ritrovi al cinquantunesimo stadio. Sei fuori, sei finito.
Immagino di essere intorno al trentaquattresimo stadio. Quando avevo quindici anni, ero a quell'unico stadio che significa fede autentica. Quando sono entrato in seminario, ero al terzo stadio della perdita della fede. All'epoca della mia ordinazione, ero al dodicesimo. Quando sono entrato nell'ufficio di Padre Lulfre, tre settimane fa, ero al venticinquesimo. Il fatto che ora sono al trentaquattresimo probabilmente suona piuttosto male, ma in realtà non lo è. Avevo paura (quando mi sono seduto per questo esame di coscienza) che avrei scoperto di essere a uno stadio davvero spaventoso, come il quarantasettesimo. Voglio dire, quando sei al quarantasettesimo sei sull'orlo del precipizio. Altri tre stadi e vai giù!

A Stuttgart.

Il gruppo di viaggiatori era formato da B, Shirin, Michael e me. Mentre ci stringevamo la mano, Michael mi disse per la prima volta il suo cognome, anche se posso solo intuire il modo in cui è scritto. Suonò come 'Dershinsky'. Shirin era sbrigativa e impassibile. B sembrava cupo e preoccupato. Nessuno aveva voglia di chiacchierare, eccetto forse Michael, che continuò a indirizzarmi cenni e strizzate d'occhio amichevoli ma sembrò trattenere il proprio buon umore per rispetto a Shirin e B.
Quando fummo partiti da dieci minuti, mi azzardai a chiedere di che ingaggio si trattasse. Nessuno sembrava aver voglia di dirmelo. Alla fine, B spiegò che era stato organizzato da un uomo e una donna all'università che conoscevano e volevano promuovere la visione di B sulla popolazione.
“Non ne sembra terribilmente entusiasta”, dissi.
“Le mie idee su questo argomento generano sempre molta rabbia.”
“Tra chi? I cattolici?”
“No, affatto. I marxisti.”
“Perché i marxisti?”
Scrollò le spalle e guardò fuori dal finestrino. Michael e Shirin mi rivolsero entrambi una leggera scossa del capo per dissuadermi dall'indagare.
In Amburgo cambiammo treno con un altro più veloce e leggermente meno austero, ma l'atmosfera rimase desolata e non migliorò neanche quando aprimmo le scatole per il pranzo che Michael aveva comprato per noi alla stazione di Amburgo.
A metà strada per Stuttgart, B disse a Shirin: “Perché non racconti a Jared la storia del Brivido Imperiale?”
Se ho interpretato correttamente cosa le passò per la testa, non ne aveva particolarmente voglia ma era annoiata come chiunque altro. Per incoraggiarla, tirai fuori il mio registratore e lo avviai.
Sorprendentemente, non lasciò trasparire alcun segno di nervosismo o imbarazzo (io ne avrei sicuramente mostrati). Invece, si prese un minuto per riordinare le idee e poi partì come un'attrice consumata.

Il Brivido Imperiale.

“Il Brivido Imperiale era stato una preoccupazione della famiglia imperiale per tanto tempo che tutti avevano perso il conto dei secoli. Che fosse genetico era ovvio, naturalmente, ma questa consapevolezza non aveva aiutato nessuno – di sicuro non l'Imperatore rabbrividente. Ogni disciplina accademica e scientifica dell'impero aveva un aspetto 'rabbrividente'. Ogni scienziato e studioso stava lavorando al problema a un certo livello e a modo suo, e la teoria comunemente accettata era che fosse un problema con origini metaboliche e alimentari. Non c'era nulla di gravemente sbagliato nella dieta dell'Imperatore, naturalmente, ma si credeva che qualche aggiustamento (magari infinitesimale) avrebbe potuto fare il miracolo e dare all'Imperatore un po' di sollievo. C'erano diete di ghiande e di mele – e di crescione e di zucchine e di ogni altra lettera dell'alfabeto. Ogni università dipendeva dai sussidi per studiare gli effetti benefici dei diversi tipi di dieta e cibo. Studi che tutti sapevano avrebbero potuto essere prolungati senza problemi fino alla fine dei tempi.
“Un giorno, comunque, il Primo Ministro organizzò una conferenza stampa e annunciò che era stata fatta una scoperta decisiva. Ovviamente, scoperte decisive erano state annunciate varie volte prima e si erano sempre rivelate delle bolle di sapone, quindi nessuno era particolarmente preoccupato... Finché non videro l'espressione del Primo Ministro. Questa volta (diceva quell'espressione) si era scoperto qualcosa di sgradevolmente nuovo.”
Shirin si fermò e chiese a B se dovesse concludere o aspettare più tardi.
“Oh, finisci adesso”, brontolò B. “Ci può riflettere più tardi.”
Shirin riprese la storia.
“L'annuncio del Primo Ministro (che la causa del Brivido Imperiale era stata trovata) fu sorprendentemente breve, e fu seguito da un silenzio sconcertato che divenne rapidamente un mormorio di orrore, incredulità e rifiuto. A oltraggiare gli ascoltatori non fu la verità contenuta nelle parole del Ministro, ma l'idea che, dopo aver sconfitto le menti migliori di una dozzina di generazioni, la freddolosità dell'Imperatore potesse essere spiegata così facilmente. Si aveva la sensazione che problemi gravi come il Brivido Imperiale dovessero avere cause complesse e impenetrabili, e che dovessero essere difficili (forse perfino impossibili) da risolvere.
“Mentre vagava senza meta tra la folla, uno scienziato stordito fu udito mormorare senza sosta: 'Non ci sono risposte semplici, non ci sono risposte semplici, non ci sono risposte semplici' – non con vera convinzione, ma piuttosto come se la ripetizione potesse ridare vita a queste parole familiari e confortanti.
“A sconvolgerli tanto non era che la causa del Brivido fosse finalmente nota, ma piuttosto che lo fosse sempre stata, anche se non era mai stata riconosciuta come una causa. Era sempre stata in piena vista, ma cercando cause remote e inintelligibili non erano mai riusciti a capirne l'importanza. In tutto l'Impero, non c'era letteralmente nessuno che non sapesse che l'Imperatore rabbrividente... Non aveva... Vestiti.”

Dire che non sapevo come ribattere sarebbe un eufemismo. Fortunatamente, non sembrava che fosse necessaria una risposta. B continuò a fissare svogliatamente fuori dal finestrino. Senza neanche un'occhiata al suo pubblico, Shirin riprese il libro che stava leggendo. Solo Michael riconobbe che era avvenuto qualcosa, gratificandomi di alcune delle sue rassicuranti strizzate d'occhio.
Non era nemmeno stata molto lunga come pausa. Riposi il mio registratore, sentendomi come Alice di Lewis Carroll, che aveva avuto tante esperienze come questa, in cui si era preparata ad attività divertenti che poi si erano rivelate non esserlo affatto.

Divertimento con i marxisti e con altri.

Venimmo accolti alla stazione dai nostri ospiti, una coppia di mezz'età con un'automobile in cui avrebbero potuto forse stringersi cinque persone ma di sicuro non sei, almeno non senza smembramenti. Il problema fu risolto facilmente: io e Michael prendemmo un taxi. La corsa mi permise di capirlo meglio: non era rimasto in silenzio sul treno per rispetto verso B e Shirin, ma per pura, disperata timidezza... Che ora era ancora più evidente. Cercai un paio di volte di coinvolgerlo in una conversazione, ma capii rapidamente che era il tipo che preferisce rimanere in ombra senza mai avanzare sotto i riflettori.
Il taxi ci lasciò davanti a una scuola simile a una grande prigione neo-gotica, e fummo guidati su per le scale in una classe che avrebbe depresso un branco di scimmie. Il cuore mi sprofondò quando la guardai. Per la stanza era sparsa una ventina di spettatori silenziosi, la metà dei quali con l'aria di starsi concentrando per interpretare Cassio nel Giulio Cesare. B, Shirin e la nostra coppia di ospiti erano di fronte, chiacchierando – o cercando di darne l'impressione.
Io e Michael ci sedemmo nelle file posteriori. Alcuni minuti dopo, Shirin prese posto in prima fila, e B venne presentato dettagliatamente (in tedesco). Decisi di non registrare il discorso di B, dato che alla fine avrei dovuto trascriverlo comunque, ma non avevo previsto che sarebbe stata la lezione più lunga che avesse tenuto fino a quel momento.
(Il testo di questo discorso può essere trovato qui.)
Non ero preparato a quello che ascoltai – non che lo fossi mai stato quando si era trattato di B. Questo materiale era straordinario, diverso da qualunque cosa avessi mai ascoltato o letto sull'argomento, e mentre veniva espresso cominciai a capire il significato della storia del Brivido Imperiale. B stava mettendo in luce dei fatti cruciali tanto innegabili quanto la nudità dell'Imperatore (o così immaginai ingenuamente). Quando finì applaudirono circa sette persone, cinque delle quali furono i nostri due ospiti, Shirin, Michael e me. Con l'aria di essere esausto fino allo sfinimento, B cominciò a rispondere a delle domande – o piuttosto a delle dissertazioni e a dei rifiuti, tutti espressi in tedesco. Michael si chinò verso di me per spiegarmi che rifiutandosi di usare l'inglese (che ovviamente capivano), stavano mostrando il loro disprezzo per il punto di vista di B.
Prima di rispondere loro, B riassunse le domande in inglese (presumibilmente a mio beneficio). Per quanto potessi comprendere, i suoi contestatori si limitavano a negare tutto ciò che B aveva detto – un approccio interessante, pensai. Quando ebbe finito (o quando si stancò), concluse con un breve epilogo della storia del Brivido Imperiale, che diresse a me:
“Dopo che gli studiosi nella capitale dell'Impero ebbero un paio di giorni per riflettere sulla scoperta, cominciarono a riprendersi e capirono che non tutto era perduto, dopotutto. Convocarono una conferenza stampa due volte più solenne di quella del Primo Ministro, con un pubblico tre volte maggiore. Dopo che ai vari rappresentanti dei media fu offerto un banchetto regale, il Presidente della Commissione Regale per le Ricerche sul Brivido chiese un attimo di attenzione e fece il seguente annuncio: 'Che l'Imperatore sia nudo è perfettamente vero', disse. 'Lo abbiamo sempre saputo e abbiamo deciso di ignorarlo perché è solo uno specchietto per le allodole. Le cause della condizione dell'Imperatore sono molte, complesse e difficili da capire per i profani, e di certo non possono venire ridotte a questa semplice, infantile spiegazione: che abbia freddo perché non ha nulla addosso. Il suggerimento che vestiti caldi potrebbero alleviare il tormento dell'Imperatore è affascinante e sicuramente ben intenzionato, ma non sarà raccomandato per implementazione o studi successivi'.
In seguito a questo annuncio, il Primo Ministro venne licenziato per incompetenza, i privilegi degli studiosi vennero rinnovati e l'Imperatore continuò a rabbrividire fino a una fredda vecchiaia.”
B ringraziò i suoi ascoltatori e si allontanò in un silenzio divertito. Qualche tipo di ricevimento era evidentemente stato preparato per noi, ma lo saltammo per poter prendere un treno che ci riportasse ad Amburgo. Il caso volle che questo treno notturno fosse vecchio stile e accogliente, con compartimenti separati.

Tra Stuttgart e Francoforte.

“Ricordami di non farlo mai più”, disse B una volta che ci fummo sistemati.
“Te l'ho ricordato prima che accettassi”, puntualizzò Shirin, asciutta.
“Non l'hai fatto con abbastanza energia.”
Michael si schiarì la gola e disse: “Non si sa mai quando si potrebbe aver piantato un seme”, poi assunse un'incredibile tonalità scarlatta.
“È gentile da parte tua dirlo, Michael”, disse B garbatamente, “ma quello era terreno straordinariamente duro.”
“Lo era davvero.”
“Dov'eravamo rimasti la notte scorsa?”, mi chiese B dopo alcuni minuti.
Riflettei per un po' e dissi: “Aveva appena detto che quello che gli autori della storia della Caduta videro nella nostra Rivoluzione Agricola non fu una nuova tecnologia, ma un nuovo modo di vedere il mondo che ci equiparava agli dei in saggezza – tanto da esercitare potere di vita e di morte sul mondo.”
B annuì. “Sono contento che siamo arrivati fino a questo punto, ma questa era la parte facile.”
“Davvero? Perché?”
“È abbastanza facile immaginare cosa stesse succedendo quando l'universo è nato, perché vediamo l'universo ogni volta che alziamo gli occhi al cielo. Ma è molto, molto difficile immaginare cosa stesse succedendo prima che l'universo nascesse.”
“Non stava succedendo niente prima che l'universo nascesse. Per definizione.”
“Esattamente.”
Scossi la testa. “Dovrà collegare tutto questo all'argomento di cui stiamo parlando.”
“È facile per noi capire cosa stessero pensando quei primi agricoltori quando decisero di vivere in villaggi stabili. È facile capire cosa i commercianti dell'età del bronzo avessero in mente quando trasportavano le loro merci per centinaia di chilometri da Tebe a Eracleopoli, Damasco, Assur e Ur. È facile per noi capire cos'avessero in mente i creatori dell'impero sumero o di quello accadico, cos'avessero in mente i costruttori della Grande Muraglia Cinese, cos'avessero in mente i costruttori delle colossali Piramidi egizie. Immagino che capisca cosa intendo – potrei continuare ad aggiungere esempi per ore.”
“Capisco cosa intende.”
“Comprendiamo cos'avessero in mente perché stavano facendo ciò che avremmo fatto noi al posto loro. Erano nostri compagni culturali. Erano persone che vedevano il mondo e il posto dell'Uomo in esso come lo vediamo noi.”
“Capisco.”
“Ma quando guardiamo oltre la nostra Rivoluzione Agricola, non capiamo più cosa la gente avesse in mente. Non capiamo perché abbiano vissuto per decine di migliaia di anni senza scambi e commerci, senza imperi, regni o perfino villaggi, senza progressi di alcun tipo.”
“È proprio così. Direi che la nostra impressione è che non avessero nulla in mente. Non è che non lo capiamo, è che non c'è niente da capire.”
“Questo è il parallelismo con la nascita dell'universo, Jared. Non possiamo capire cosa stesse succedendo prima della nascita dell'universo perché non stava succedendo nulla, e non possiamo capire cosa la gente avesse in mente prima della nascita della nostra cultura perché immaginiamo che non avessero nulla in mente.”
“È l'impressione che abbiamo, sì.”
“Questo è, naturalmente, un altro risultato della Grande Amnesia. Abbiamo dimenticato cosa la gente avesse in mente prima della nostra rivoluzione.”
“Immagino di non capire ancora”, dissi. “Perché è importante sapere cosa avessero in mente le persone prima della nostra Rivoluzione Agricola?”
B sospirò. “Ci sono alcune difficoltà di insegnamento che possono venire risolte solo tramite parabole, e immagino che questa sia una di quelle. Mi lasci pensare per un minuto.”
Guardai gli altri, ma stavano tenendo entrambi i propri occhi e i propri pensieri per se stessi. In quel momento, stavamo giusto entrando nella stazione di Francoforte. B ed io eravamo seduti faccia a faccia sul lato del finestrino, e senza niente di meglio da fare ispezionai i volti dei passeggeri che aspettavano di salire a bordo. Fui sorpreso di trovare un viso familiare: il treno lo aveva ormai superato quando mi ricordai di chi fosse. Era Herr Reichmann, l'anziano gentiluomo che mi aveva consigliato di lasciar perdere Charles Atterley per andare ad ascoltare una persona che aveva in programma un discorso a Der Bau – che naturalmente si rivelò essere B. Stavo vagamente pensando alla possibilità di presentarli l'uno all'altro quando B cominciò la sua storia.

I tessitori.

“È ben noto”, disse B, “che ogni vestito tessuto a mano ha un po' di magia in sé, ovvero la speciale magia del suo tessitore. Questa magia non scompare necessariamente insieme al tessitore, ma può essere trasmessa di generazione in generazione e condivisa tra famiglie e perfino tra intere nazioni, cosicché un individuo abbastanza sensibile è in grado di capire in un attimo se un vestito è stato tessuto in Irlanda, Francia, Virginia o Baviera. Questo vale per ogni pianeta dell'universo in cui vengano tessuti vestiti, e valeva per il pianeta di cui vorrei parlarle ora.
“Un giorno apparve su questo pianeta un tessitore di nome Nixt, uno strano miscuglio di genio e follia, violenza e arte, crudeltà e fascino... E questa era la magia che infondeva nei suoi vestiti, e coloro che li indossavano diventavano proprio come lui. Questo tessitore divenne rapidamente famoso, e tutti cominciarono a volere abiti imbevuti della sua magia. Indossando questi vestiti, gli artisti crearono capolavori, i mercanti si arricchirono, i leaders estesero il proprio potere, i soldati trionfarono in battaglia e gli amanti lasciarono i loro rivali nella polvere. Quasi immediatamente, si notò che la magia di Nixt aveva alcuni svantaggi. Era così potente che tendeva a distruggere ciò che toccava. Invece di durare secoli, i capolavori degli artisti si disintegravano nel giro di pochi decenni. Invece di durare per generazioni, le ricchezze dei mercanti si esaurivano nel giro di una vita. Invece di durare per decenni, il potere dei leaders svaniva nel giro di pochi anni. Invece di durare anni, il fascino degli amanti scompariva in pochi mesi. Nessuno se ne preoccupò. Gli artisti volevano capolavori, i mercanti volevano ricchezze, i leaders volevano potere e gli amanti volevano conquiste.
“Naturalmente ogni tessitore voleva tessere con la magia nixtiana, e Nixt stesso fu presto così incredibilmente ricco che non gli importò di condividerla con loro. Nel giro di una generazione, ogni singolo tessitore nel regno stava utilizzando solo questo tipo di magia, e tutti gli altri erano stati dimenticati. Dalle fasce per neonati ai sudari, chiunque nel regno indossava abiti tessuti con magia nixtiana e, come può facilmente immaginare, questa nazione divenne una delle più importanti del mondo praticamente da un giorno all'altro. Nulla avrebbe potuto impedirle di conquistare l'intero pianeta, e infatti lo fece nel giro di poche generazioni. In ogni regno che conquistò, i tessitori che praticavano altri tipi di magia dovettero rassegnarsi a imparare quella nixtiana o a cambiare lavoro.
“La diffusione della magia nixtiana rivelò un altro svantaggio. La sua tendenza alla disgregazione sembrò aggravarsi esponenzialmente. Quando il doppio dei capolavori vennero creati con la magia nixtiana, presero a disintegrarsi quattro volte più rapidamente. Quando il triplo dei mercanti si arricchirono grazie alla magia nixtiana, le loro fortune cominciarono a venire dissipate nove volte più in fretta. A nessuno piaceva tutto questo, naturalmente, ma gli artisti volevano ancora capolavori, i mercanti volevano ancora ricchezze, i leaders volevano ancora potere e così via.
Entro mille anni, ogni tessitore sul pianeta conosceva solo un tipo di magia, e tutti gli altri erano stati dimenticati. Entro altri mille anni venne dimenticato perfino che altri tipi di magia fossero mai stati usati nella tessitura, e la gente presto cessò perfino di considerarla magia: era solo parte del processo di tessitura e, per quanto ne sapessero, era sempre stato così. In altre parole, sperimentarono una loro Grande Amnesia. Alla fine cominciarono a vedere la magia nixtiana semplicemente come parte della tessitura – proprio come i membri della nostra cultura a un certo punto cominciarono a considerare l'agricoltura totalitaria come una parte naturale dell'essere umani.
“Il problema era che una volta che ogni uomo, donna e bambino sul pianeta indossò vestiti imbevuti di magia nixtiana, il suo potere disgregante raggiunse una potenza tale che i capolavori duravano solo settimane, e nessuno li voleva più. Ricchezze venivano accumulate e perse nel giro di giorni, e i mercanti vivevano in uno stato di depressione suicida. Governi e interi sistemi politici andavano e venivano come stagioni, e nessuno si prendeva più nemmeno il disturbo di imparare i nomi di presidenti e primi ministri. Tresche e relazioni romantiche raramente duravano più di due o tre ore.
“Fu in questa situazione di totale collasso sistemico che alcuni avventurosi paleoantropologi scoprirono per puro caso che la tessitura era esistita molto prima della nascita di Nixt, e che la gente per centinaia di migliaia di anni aveva felicemente indossato vestiti creati con altri tipi di magia. E, sorprendentemente, anche senza la magia nixtiana gli artisti avevano sporadicamente creato capolavori, i mercanti si erano arricchiti, i leaders erano diventati potenti e gli amanti avevano fatto conquiste. Più importante ancora: questi risultati erano stati durevoli in modo inconcepibile per gli standard moderni.
“Incredibilmente eccitati, questi paleoantropologi portarono le loro scoperte all'attenzione del loro capo-dipartimento e chiesero di venire sollevati da qualunque altro incarico in modo da potersi dedicare a tempo pieno alle antiche tecniche di tessitura e forse perfino scoprire la magia che utilizzavano. 'Credo di non aver ben capito', disse il capo-dipartimento dopo aver ascoltato pazientemente. 'Perché è importante sapere cosa facessero i tessitori prima della comparsa di Nixt?”

Ora la parabola è questa.

“Immagino che capisca i parallelismi con ciò di cui stavamo parlando”, disse B. “Credo che le sue parole fossero: 'Perché è importante sapere cos'avesse in mente la gente prima della nostra Rivoluzione Agricola?' Le serve ancora una risposta a quella domanda?”
“Vorrei poter dire di no”, gli dissi, “ma onestamente non posso. Ecco il mio problema. Posso capire l'idea che ha motivato noi, perché posso vedere cos'abbiamo realizzato. Ma non riesco a capire l'idea che ha motivato i nostri antenati, perché non riesco a vedere cos'hanno realizzato loro. Per quanto posso vedere, non hanno realizzato nulla. Mi mostri cos'hanno ottenuto, e forse potrò credere che fossero motivati da un'idea.”
“Cos'avevano realizzato i tessitori pre-nixtiani della mia parabola?”
“Intende dire nel periodo compreso tra la comparsa della loro specie e la nascita di Nixt?”
“Esatto”, disse B.
“Immagino che abbiano imparato a tessere.”
“Esattamente. E di sicuro non si è trattato di un risultato insignificante. I nostri antenati hanno ottenuto qualcosa di simile nei primi tre milioni di anni della specie umana: impararono come vivere da umani. Come vivere bene, come avere una vita eccellente. Svilupparono uno stile di vita unicamente umano, completamente diverso dagli stili di vita degli altri primati. Uno stile di vita per creature capaci di poesia, filosofia, musica, danza, mitologia, arte e invenzioni tecnologiche.”
“E c'è un'idea dietro tutto questo?”
“Penso che scoprirà che c'è. A ogni modo, questa è la sfida che mi si presenta, Jared: rivelarle quest'idea. So che al momento le sembra che tutto questo – tutta questa nostra bellezza e catastrofe – fosse destinata ad avvenire. In qualche modo, l'impulso di diventare ciò che siamo oggi era intrinseco alla specie umana, proprio come l'impulso di diventare una farfalla è intrinseco a un bruco.”
“Sì, è proprio così che mi sembra stiano le cose.”
“Un giorno, se avrò successo, vedrà che l'umanità non era destinata a diventare noi più di quanto fosse destinata a diventare i Gebusi. Gli appartenenti alla nostra cultura non sono lo stadio finale dello sviluppo umano più di quanto non lo siano i Gebusi.”
“Spero che avrà successo”, dissi. “Lo spero davvero.”
Si alzò in piedi e si aggrappò al portabagagli sopra di lui per stabilizzarsi. “Ora di fare una passeggiata”, disse dirigendosi verso la porta.
Mi sedetti e guardai Michael e Shirin per un po', in modo da incoraggiare la conversazione. Dato che non arrivò, tirai fuori il diario e lo aggiornai.


Mercoledì, 22 maggio.

Ultima fermata.

Dopo un'ora, Shirin non si disse d'accordo con me che B fosse stato via troppo tempo – pensava che avesse semplicemente incontrato qualcuno che conosceva – e Michael come al solito non pensava di avere il diritto di avere un'opinione al riguardo, quindi andai a cercarlo da solo.
Gli scompartimenti erano separati dal corridoio da pareti con delle finestre di vetro, quindi era abbastanza facile vedere chi fosse all'interno, e B non era nella parte frontale del treno. Alcuni scompartimenti erano bui e vuoti, e non vidi motivo di controllarli finché non esaurii i luoghi in cui cercare. Mi resi conto che aveva tanto sonno arretrato quanto ne avevo io, e dopo il difficile pomeriggio a Stuttgart avrebbe potuto benissimo aver deciso di sdraiarsi su un sedile vuoto per un sonnellino. Quando finalmente lo trovai pensai di aver avuto ragione, ma avevo torto. Era sdraiato su un sedile vuoto, sì, ma non era addormentato: era morto, con gli occhi aperti e un foro di proiettile nella tempia sinistra.
Forse un giorno metterò per iscritto ciò che passai in quel momento, ma non ora. Credo che andai vicino a sperimentare ciò che il modo di dire 'perdere la testa' è nato per descrivere, per quanto oggi sia diventato un banale sinonimo per 'impazzire'. Sapevo di dover tirare il freno di emergenza e fermare il treno, per quanto non morissi affatto dalla voglia di farlo. Non sembrava che avessi scelta al riguardo, per quanto molti passeggeri la pensassero diversamente. Fu un disastro, naturalmente, un incubo. All'inizio pensai che sarei stato giustiziato sul posto. Alla fine, il conducente capì che c'era un cadavere. Alla fine, Michael arrivò e fece da interprete. Alla fine, arrivarono alcuni poliziotti – sembrò che fossero passate ore – poi ondate di poliziotti, tutti con le stesse domande. Venni ammanettato due volte e quasi una terza. Il treno venne spostato ad Hannover, solo pochi chilometri più in là. La notte continuò. Alla fine, Michael e Shirin convinsero la polizia che ero un assassino molto improbabile, e mi lasciarono andare dopo aver confiscato il mio passaporto. A quel punto, era l'alba. Michael trovò un tassista disposto a portarci a Radenau e ce ne andammo.
Dormii fino alle otto di sera, scesi per mangiare qualcosa e faxai a Padre Lulfre un appunto che gli spiegasse cos'era successo. Un ufficiale di polizia con una buona padronanza dell'inglese mi aveva raccomandato di chiamare se mi fossi ricordato di qualcosa che non avessi detto nella mia dichiarazione. Lo chiamai e gli raccontai di aver visto Herr Reichmann nella stazione di Francoforte.
“Come sa che non era lì semplicemente per incontrare qualcuno che era sul treno?”
“Non lo so. Ma la gente che deve incontrarsi con qualcuno non si avvicina al treno come ha fatto lui. Rimane indietro, così può vedere quelli che scendono dal treno per tutta la sua lunghezza.”
“Buona osservazione”, concordò il poliziotto. “Diciamo che è salito sul treno. Pensa che avesse una ragione per fare del male al suo amico?”
“No, non credo.”
“Allora qual è il punto?”
“Mi ha detto di chiamare se mi fossi ricordato di qualcosa. È quello che sto facendo.”
“Bene. Lo apprezzo. A proposito, i test sulle sue mani sono negativi per tracce di polvere da sparo.”
“Questa è una novità per lei ma non per me”, gli dissi. “Sapevo già che non c'era polvere da sparo sulle mie mani. Posso riavere il passaporto?”
“In un giorno o due. Vogliamo solo poterle parlare se ce ne fosse bisogno.”
Ci salutammo.
Mi sentivo mezzo morto anch'io. Non volevo pensare, non volevo ricordare, non volevo fare niente. Tirai fuori la bottiglia di scotch e bevvi un bicchiere, ma non volevo fare neanche quello.
Mi sdraiai sul letto ancora vestito, chiusi gli occhi e dormii per dieci ore filate.


Giovedì, 23 maggio.

Radenau: sesto giorno.

Padre Lulfre mi telefonò alle otto di mattina e iniziò la conversazione dicendomi, in tono di leggero rimprovero, che era mezzanotte dove si trovava.
“Non le ho chiesto io di chiamare”, ribattei. Ci fu un lungo silenzio, mentre Padre Lulfre evidentemente decideva che la cosa migliore era non dire nulla.
“Quando tornerà a casa?”, chiese infine.
“Non lo so. La polizia mi sta trattenendo il passaporto.”
“Perché?”
“Per tenermi in Germania, ovviamente.”
“Non hanno preso l'assassino di Atterley?”
“Per quanto ne so, non hanno la minima idea di chi sia, tantomeno un sospettato. Mi creda, non mi tengono aggiornato.”
“Cosa ha detto loro sulla sua missione lì?”
“Proprio niente. Tutto quello che vogliono sapere è: 'Aveva litigato con lui? Portava una pistola? Gli ha sparato?' Non hanno il minimo interesse nella storia della mia vita. Forse ce l'avranno un giorno, ma non ora.”
“Dovrei farle avere un avvocato?”
“Non a questo punto. A parte il fatto che ho trovato il corpo, non hanno alcuna ragione di pensare che abbia avuto qualcosa a che fare con la sua morte.”
Padre Lulfre sembrò riflettere per un minuto, poi disse, con la comoda certezza di qualcuno a seimila chilometri di distanza: “Non la potranno tenere lì all'infinito.”
“Glielo dirò. Che fretta c'è?”
“Nessuna fretta. È solo che non ha altro da fare lì, quindi immaginavo che fosse impaziente di tornare a casa.”
Mi chiesi perché pensasse che avessi bisogno di sentirmelo spiegare, ma lascia perdere. “La contatterò quando saprò di più”, dissi.
“Le serve qualcosa?”
“Ho un'American Express e una Visa Gold. Come potrebbe servirmi qualcosa?”
“Jared, sta cominciando ad allarmarmi.”
“Non mi sono divertito molto, di recente.”
“Presto sarà tutto finito”, disse Padre Lulfre, e chiudemmo lì la conversazione.

Mi feci una doccia, mi vestii, feci colazione e uscii a fare una passeggiata – qualcosa che non avevo mai fatto in questa città in pieno giorno. Non era un luogo in cui ci si potesse perdere, era stato progettato con troppa logica teutonica perché fosse possibile. Per puro caso, a un certo punto mi ritrovai nella stessa strada del negozio di Gustl Meyer. Il vecchio mi guardò sorpreso quando entrai. Gli chiesi se sapeva cos'era successo a B, e lui disse che l'aveva letto sul giornale. Gli spiegai che non conoscevo abbastanza il tedesco da leggere il giornale, quindi non sapevo se la polizia avesse arrestato qualcuno.
“Oh, non troveranno nessuno da arrestare”, mi assicurò.
“Perché dice così?”
Scrollò le spalle. “Charles era un uomo destinato a venire ucciso.”
Sembrava pensare che questo spiegasse tutto.

Di nuovo nella tana.

Dopo pranzo andai al teatro, sperando che Shirin e Michael fossero lì. C'erano. Così come Frau Hartmann, la ragazza americana, Bonnie, e i Teitel. Non mi aspettavo che nessuno fosse particolarmente felice di vedermi, e nessuno lo era. A eccezione di Shirin, seduta nella poltrona di B, tutti erano al solito posto. Forse volevano conservare un minimo di continuità almeno in quello. Nessuno stava parlando.
Mi sedetti e chiesi loro quale fosse la teoria prevalente: chi aveva ucciso B e perché?
Mi guardarono vacui, a parte Shirin, che disse: “Non la chiamerei una teoria. La sensazione comune sembra essere che B sarebbe ancora vivo se lei non fosse arrivato.”
“Sono contento che non sia una teoria. Riconoscete la fallacia coinvolta – post hoc, ergo propter hoc – è successo dopo, quindi è successo per questo. Secondo questo ragionamento, il matrimonio è la causa di ogni divorzio.”
“Non provi a darci lezioni, Jared.”
“Non lo farò se non mi accuserete della morte di B.”
“Perché crede che sia stato ucciso?” Questo era Michael.
“Non lo so. Le possibilità sono troppo numerose e non ho modo di sfoltirle. Ovviamente molte persone erano infastidite da ciò che stava dicendo.”
“Questo non è stato fatto da qualcuno che semplicemente non apprezzava ciò che B diceva”, disse Shirin. “Questo è stato fatto da qualcuno che sapeva che B sarebbe stato su quel particolare treno. Qualcuno che è salito su quel treno per ucciderlo.”
“O qualcuno che è salito su quel treno per uccidere chiunque fosse disponibile.”
“Se è salito sul treno per uccidere a casaccio, perché ha ucciso solo B?”
“Non lo so. Forse una vittima era sufficiente. Forse nessun altro era vulnerabile come B.”
“Come si chiama il suo capo? Il tizio che l'ha mandata qui?”, chiese Bonnie.
“Padre Lulfre.”
“Forse Padre Lulfre lo ha fatto uccidere.”
“Perché avrebbe dovuto?”
“Non l'ha mandata qui per scoprire se B fosse l'Anticristo?”
“Be', solo per farla semplice, diciamo che l'ha fatto. Allora?”
“Allora, forse ha deciso che B era l'Anticristo.”
Scossi la testa. “Di sicuro non avrebbe potuto deciderlo solo sulla base di quello che ha sentito da me, e anche se lo avesse fatto, non avrebbe reagito facendolo uccidere. Guardi troppa televisione, Bonnie. Padre Lulfre è un archeologo e uno psichiatra, non un capomafia.”
Bonnie fece un mezzo sorriso, come se mi stessi comportando in modo incredibilmente ingenuo – o deliberatamente stupido.
Nessuno sembrava avere altro da aggiungere.

Seduto in mezzo a tutte quelle persone silenziose, cominciai a chiedermi se non avessi interrotto un incontro di qualche tipo – un incontro al quale non ero stato invitato. Decisi che si trattava di qualcosa che dovevo scoprire, e stavo riflettendo su come chiederlo quando un insieme di passi risuonò nella scala a chiocciola sopra di noi. Mi guardai attorno per capire se stessero aspettando qualcun altro, ma mi sembrò che non fosse questo il caso. Tutti rimasero in tensione finché emerse un gruppo di quattro o cinque persone. Andavano dall'adolescenza alla mezza età, vestiti con uno stile arrabattato che andava dallo hippie al punk. Si fermarono sulle scale per darci una lunga occhiata, come se fossimo reperti in un museo. Poi, dopo essersi guardati tra loro, finirono la discesa e si fecero strada fino a dove eravamo.
“Siamo venuti giusti?”, chiese il capo, un uomo barbuto sui quarant'anni. “Veniamo da Svezia, e ci hanno detto di andare nel teatro a Radenau e nei sotterranei perché si incontrano lì.”
Mentre continuavamo a fissarli stupidamente, fece un sorriso speranzoso a ognuno di noi. Alla fine, ancora sorridendo (anche se ora in modo dubbioso), disse: “Chi è quello che chiamano B?”
Dato che nessun altro sembrava disposto a farlo, mi presi la briga di rispondere.
“B non c'è.”
“Oh, sta' zitto, stupido”, disse Shirin. Poi, alzandosi in piedi e girandosi verso i nuovi arrivati, pronunciò tre parole che – lo capii istantaneamente – avrebbero ridotto la mia vita a brandelli:
“Io sono B.”




Parte Due


Venerdì, 24 maggio (due di notte).

Temporeggiando.

Una delle cose che sono state decise ieri è che B parlerà pubblicamente domani notte. Questo viene visto come “risalire in sella al cavallo che ti ha disarcionato”. Nessuno ha chiesto la mia opinione, ossia che programmare la lezione fra una settimana avrebbe avuto lo stesso effetto e avrebbe dato alla voce il tempo di spargersi un po'. Ho detto che avrei aiutato a sistemare i manifesti, ma dovrò rinunciarci se voglio dormire un po' (cosa che ho intenzione di fare a qualunque costo).
Non mi rimane molto tempo. Il passaporto mi è stato restituito alcune ore fa, e devo dare per scontato che Padre Lulfre lo verrà a sapere quasi immediatamente, dato che ha le sue fonti. Posso guadagnare un po' di tempo (ma non molto) dicendo che la polizia mi ha chiesto di restare nei paraggi in caso trovassero Herr Reichmann, l'anziano gentiluomo che prima mi ha indirizzato verso B e poi è salito sul nostro treno a Francoforte la notte del suo omicidio. Se gli fosse venuto in mente, probabilmente mi avrebbero chiesto di restare nei paraggi per quel motivo – o per qualunque altro.

Shirin; Jared.

Dopo avermi rimesso al mio posto, B parlò per circa un'ora con gli svedesi. (A essere onesti vorrei disperatamente chiamarla Shirin, ma farlo significherebbe allinearmi con gli stranieri, come, diciamo, sua madre o i suoi medici; ho la sensazione che negare che Shirin sia B significherebbe negare che lo fosse Charles.) Diede loro una panoramica di base sugli insegnamenti di B e promise di incontrarli di nuovo l'indomani. Poi mandò via tutti in modo da potermi parlare in privato.
Non lo fece subito. Non sapevo cosa volesse dirmi, e lei non sembrava avere voglia di dirmelo. Dopo alcuni minuti fu ovvio che non volesse parlarmi per niente, così le chiesi perché si prendesse la briga di provarci. La domanda le fornì un minimo di concentrazione, perché la fece arrabbiare.
“Poco fa ti ho chiamato uno stupido, e devo dire che sei davvero uno degli uomini più stupidi che abbia mai conosciuto. Capisci perché?”
Ammisi di no.
“Ho conosciuto tanti uomini molto meno intelligenti, con nessuna capacità mentale degna di essere menzionata, ma non ho mai incontrato uno con tanto potenziale usato così poco.”
Risi, una di quelle risate sconsiderate e amare che erano la specialità di Bettie Wooster. “Mi sembra di sentir parlare il mio consigliere di facoltà a scuola”, le dissi. “Non hai idea di quanto suoni come lui.”
Sospirò, e potei vedere la rabbia scivolarle via. Inaspettatamente, si scusò per aver perso la pazienza. “Devo trovare il modo di adattarmi a te, Jared. Vedi, quello che trovo insopportabile di te è proprio quello che Charles trovava utile. Tu sei in grado di conservare delle informazioni nella tua mente per un tempo incredibilmente lungo senza trarre una conclusione. A me, questa sembra stupidità. A Charles, sembrava... Qualcos'altro.”
“Vuoi dire che mi ci vuole molto tempo per capire le cose.”
“Questa è l'impressione che ho io. A Charles invece sembrava che tu avessi una straordinaria capacità di non saltare alle conclusioni. Di resistere alla tentazione di capire troppo in fretta. Di dominare l'impulso di aggrapparti a qualcosa, anche se non era ciò che stava dicendo.”
“Caspita”, dissi. “Che cosa fantastica in cui eccellere.”
“Non provocarmi, Jared, e io cercherò di fare altrettanto. Ma dove sei un disastro, è nell'avere a che fare con persone come Padre Lulfre. Tu pensi che spostare il pedone verso la regina sia un'ottima mossa, ma nel tempo che ti ci vuole per farlo, lui ha portato avanti entrambi i cavalli, entrambi gli alfieri e ha arroccato. È sempre otto mosse avanti a te.”
“Cosa c'entra adesso Padre Lulfre?”
“C'entra a causa tua, ovviamente. Ti ha fatto entrare in questa storia due settimane fa e può tirartene fuori quando vuole.” Inclinò la testa da un lato. “A meno che tu non sia pronto ad abbandonare la tua vocazione.”
“Non lo sono.”
“Allora ecco cosa devi affrontare adesso: Padre Lulfre ti conosce bene almeno quanto me. Questo significa che, consapevolmente o meno, ha scelto te perché sa che non arriverai a delle conclusioni che vuole tenersi per sé.”
“Ora credo di capire”, dissi, “come si sente un ritardato quando finalmente capisce di esserlo.”
“Non essere ridicolo.”
“Ho una domanda che non ho il diritto di chiedere ma che farò comunque. Che rapporto avevi esattamente con Charles?”
Mi lanciò un'occhiata gelida, che le restituii.
“Non ti sei azzardato a chiederlo a Charles.”
“Infatti.”
“Ma ti azzardi a chiederlo a me. Perché?”
“Perché tu sei quella da cui voglio sentirlo.”
“Perché?”, domandò fissandomi.
“Se Padre Lulfre è otto mosse avanti a me, allora tu sei almeno quattro mosse avanti, nel qual caso sai già perché. Io sono ancora alla prima mossa che cerco di capirlo.”
B mi guardò a lungo, cercando di orientarsi in questo caos. Non sono sicuro se fosse troppo complicato per lei o se avesse solo deciso di fingere che lo fosse, ma in ogni caso alla fine disse: “B e io non eravamo amanti.”
“Capisco. Niente da aggiungere?”
“Eravamo esattamente ciò che hai visto. Cosa hai bisogno che ti spieghi?”
“Nulla”, dissi. “È solo che non avevo capito di essere testimone di un miracolo. Amicizie come la vostra sono una su un miliardo. Eravate dannatamente fortunati, tutti e due.”
Rimase seduta per un minuto immobile come una roccia, rifiutandosi di lasciarmi vedere le lacrime riempirle gli occhi, e se fossi stato tanto stupido da aprire bocca o allungare una mano, probabilmente mi avrebbe steso. Alla fine si strofinò via le lacrime, senza preoccuparsi di farmelo vedere perché la faccenda era chiusa.
“Tanto per cambiare”, dissi, “non so che sta succedendo. Che stiamo facendo qui?”
“Sto riprendendo la tua istruzione da dove Charles l'ha lasciata.”
La fissai per un attimo, poi le chiesi perché volesse farlo. “So perché Charles l'avrebbe fatto, ma non perché lo faresti tu.”
“Probabilmente non ti piacerà questa risposta”, disse dopo un momento di riflessione, “ma è l'unica che ho. Tu vedi quest'istruzione come un favore che ti stiamo facendo, non come una necessità. Noi la vediamo come una necessità, perché stiamo giocando quattro mosse avanti a te. Puoi accettarlo?”
“Immagino di doverlo fare.”
“Quando ti metterai al passo con noi, ne vedrai la necessità tu stesso. Non avrai alcun dubbio al riguardo.”
“Avevi ragione”, dissi. “Non mi è piaciuta come risposta.”

Difendere il varco.

“Quando Charles ha cominciato, credevamo di avere settimane. Con la sua uccisione, ora credo di avere giorni, forse ore.”
Le chiesi cosa la morte di Charles avesse a che fare con il tempo a nostra disposizione, ma lei si limitò a scuotere la testa e proseguì.
“Charles usava i propri metodi, naturalmente, ma a essere onesti li trovavo troppo cerebrali e indiretti. Io devo cominciare a un livello più elementare.”
“Va bene”, dissi dubbioso. “Vorresti cominciare proprio adesso?”
“Hai altri impegni?”
“No, certo che no.”
“Se ti aspetti che porti il lutto per un mese, ti sbagli. Non può succedere. Non ora. Non in queste circostanze.”
“Mi dispiace. Continua.”
“Charles non voleva trasportarti attraverso il varco, Jared. Voleva che lo saltassi da solo, ecco perché ha proceduto come ha fatto. Capisci cosa sto dicendo?”
“Stai parlando del salto che devo fare per arrivare alla conclusione che voleva farmi raggiungere?”
“Esatto. Ogni frase che ha pronunciato era progettata per estendere la tua strada di un centimetro. Stava chiudendo il varco un sassolino per volta, sperando che alla fine facessi il salto da solo.”
“Ma non l'ho mai fatto.”
“Non l'hai mai fatto. Io non ho la pazienza di seguire quella procedura, Jared – la pazienza o il tempo. Io ti scaraventerò attraverso il varco. Comincerò dalla conclusione.”
Attese una mia risposta, e immagino che avrei potuto dire 'Va bene' o 'Sembra grandioso', ma non suonava affatto grandioso. Suonava come la fine... Il che, naturalmente, è proprio ciò che una conclusione è.
“Va bene”, dissi, “sembra grandioso.”
Mi indirizzò un'occhiata dubbiosa, come se non ci credesse più di quanto ci credessi io. Poi continuò: “Ecco qualcosa che voglio che tu mi dica, Jared. Tu sei un prete della Chiesa Cattolica Romana. Capisci cosa il messaggio di Gesù volesse ottenere, non è vero?”
“Sì, penso di sì.”
“Lo capisci o no?”
“Lo capisco.”
“Dimmi in due parole qual era lo scopo di Gesù.”
“In due parole?”
“O me lo dici tu o te lo dirò io. In due parole, cosa voleva fare Gesù?”
“Salvare anime.”
“Questa non è solo l'interpretazione della Chiesa Cattolica, vero? Potresti chiederlo a ogni Ordine cristiano sulla faccia della Terra e si direbbero tutti d'accordo, non è così?”
“Sì, penso di sì. Probabilmente è l'unica affermazione su cui sarebbero tutti d'accordo.”
“Non è venuto per salvare le balene, vero?”
“No.”
“Non è venuto per salvare foreste o paludi, vero?”
“No.”
“Ora dimmi cosa pensi che noi stiamo facendo, Jared. Cosa stiamo cercando di ottenere noi?”
“Che vuoi dire?”
“Te lo chiederò in modo diverso. Sappiamo che cosa volesse fare Gesù. Ma che cosa vuole fare B?”
“Non lo so”, dissi allarmato.
“Lo sai, Jared. Qual è l'argomento di questa nostra conversazione? Qual è l'argomento di tutte le nostre conversazioni?”
Scossi la testa.
“Salta, Jared. Il varco è ampio solo cinque centimetri. Tre parole te lo faranno attraversare.”
La fissai, immobile.
“Parla, dannazione! Non farmelo dire al posto tuo. Qual è l'argomento di tutte le nostre conversazioni? Di tutti i nostri discorsi?”
Riuscii a farmi uscire un gracidio rauco: “Salvare il mondo.”
“Salvare il mondo, naturalmente. Ce l'hai avuto davanti al naso per tutto il tempo. Ora, Jared, parleremo di questa faccenda dell'Anticristo. Proprio adesso. Va bene?”
“Va bene.”
“È per questo che sei qui, non è vero?”
“Sì.”
“Ora, nella storia dell'Anticristo, si è sempre saputo che sarebbe stato l'opposto di Cristo. Se Cristo era venuto per la salvezza delle anime, allora l'Anticristo sarebbe venuto...”
“Per la loro dannazione.”
“Assolutamente. Se Cristo predicava retta via e bontà, allora l'Anticristo avrebbe predicato...”
“Peccato e malvagità.”
“Questo è il modo in cui l'Anticristo è stato inteso tradizionalmente. Ma, per come ho interpretato quello che ci hai detto, teologi più sofisticati hanno superato quest'interpretazione tradizionale. Loro si rendono conto che, se le profezie sull'Anticristo sono degne di fiducia, non saranno realizzate da qualcuno che predichi peccato e malvagità – non in quest'epoca. Che peccati e malvagità potrebbe tirar fuori un predicatore che non farebbero sbadigliare di noia un pubblico di moderni spettatori televisivi?”
“Nessuno”, concordai.
“L'Anticristo tradizionale predicatore di peccato e malvagità non causerebbe nemmeno una crepa nel mondo moderno, quindi...”
“Quindi?”
“Pensa, Jared. Se un predicatore di peccato e malvagità non sarebbe efficace come Anticristo, allora...”
“Allora l'Anticristo sarà qualcosa di diverso.”
“Allora l'Anticristo sarà l'opposto di Cristo in un senso diverso.”
A questo punto voleva chiaramente una reazione, così dissi: “Capisco. L'Anticristo sarà l'opposto di Cristo in un altro senso.”
“In quale senso?”
“Non lo so.” Non lo sapevo davvero.
“Andiamo, Jared. Il varco è largo cinque centimetri.”
Scossi la testa.
“Proviamo a rivedere il tutto”, disse lei. “Lo scopo di Cristo è...”
“Salvare anime.”
“Ma salvare anime non è lo scopo di B, non è vero?”
“No”, risposi.
“Lo scopo di B è salvare il mondo.”
“No”, ripetei, rifiutandomi di vedere la luce.
“Vuoi dire sì, Jared. Questa è la contrapposizione che vede Padre Lulfre. Non salvare anime contrapposto a dannare anime, ma piuttosto salvare anime contrapposto a salvare il mondo. Questo è il motivo per cui sei stato mandato. Questo è ciò che rende B un candidato.”
“No!”
“Perché dici di no? Charles ti ha detto e ripetuto che alla fine avresti capito perché la gente lo chiamava l'Anticristo. È di questo che stava parlando.”
“Dico di no perché se cercare di salvare il mondo ti rende l'Anticristo, allora Greenpeace è l'Anticristo, Earth First è l'Anticristo, Nature Conservancy è l'Anticristo, il World Wildlife Fund è l'Anticristo.”
“Jared, queste organizzazioni non stanno affatto cercando di fare ciò che sta cercando di fare B. Neanche lontanamente. Questo lo sai.”
“Non lo so.”
Le sfuggì una piccola risata esasperata. “Sei un mistero, Jared, lo sei davvero. Per te, un varco di cinque centimetri potrebbe tranquillamente essere il Grand Canyon.”

Una passeggiata pericolosa.

“Io sono B”, disse Shirin, “ma non sono un'insegnante esperta. Dopo aver detto che non avrei seguito la pratica di B di spingerti a superare i varchi, ho immediatamente cominciato a farlo.” Tacque e osservò dubbiosamente la nostra strana, sfarzosamente trasandata caverna teatrale. “Penso che dovremmo uscire di qui, per cominciare. Fare un cambiamento.”
Mi dissi d'accordo e uscimmo.
“Ti dispiace camminare?”, chiese.
“Per niente, ammesso che non stiamo andando a Little Bohemia.”
Sorrise. “Quello era il punto di ritrovo di Charles, non il mio. C'è un piccolo parco a un paio di chilometri da qui che potrebbe esserci utile.”
Mi chiesi come potesse un parco esserci 'utile', ma dissi che andava bene. Camminammo attraverso il lungo crepuscolo.
A casa, non faccio mai lunghe passeggiate con belle donne durante piacevoli serate primaverili. Non sarebbe gradito dal resto della comunità, e io non sono completamente pazzo.
Ho desiderato spesso che qualcuno scrivesse un libro sulla reale vita dei preti cattolici. Questo non perché un libro simile potrebbe includere cose che già conosco, ma perché potrebbe includerne alcune che non conosco. Ho la netta impressione che i preti abbiano più tresche (e con esiti più disastrosi) di qualunque altra categoria sul pianeta, compresi liceali e stelle del cinema. E non si tratta di grandiose, drammatiche relazioni proibite alla Uccelli di Rovo. Sono imbarazzanti, maldestri, ridicoli fiaschi perché, per come stanno le cose, i preti non hanno quasi nessuna possibilità di imparare dai propri errori in modo normale. (Una cosa di cui un libro simile dovrebbe assolutamente parlare è la risibile idea che i preti imparino tutto sulla vita nel confessionale.)
Fatemi subito precisare che non parlo di tresche disastrose per esperienza personale. Se ho evitato relazioni romantiche non è perché sono nobile e devoto alla causa, ma per gli stessi motivi per cui ho evitato il paracadutismo, il deltaplano e le corse clandestine. Le occasioni sono abbondanti e vanno da quelle esplicite a quelle a malapena riconoscibili, non solo per me ma per tutti i preti. In parte è che le donne ci ritengono sicuri (sono certe che non diventeremo esigenti e stressanti), in parte è che ci vedono come una sfida sessuale, e in parte è che ci confondono con il ruolo che interpretiamo. Siamo addestrati e perfino pagati per essere premurosi, sensibili, comprensivi, saggi e autoritari, e questo può eccitare molte donne – che diavolo, anche molti uomini.
Un'altra cosa che un libro del genere dovrebbe precisare è che i voti sono voti, e quelli clericali sono seri quanto quelli matrimoniali. La maggior parte delle persone sposate non crollano in pezzi se gli capita di infrangere i loro voti e, a dire la cruda verità, lo stesso vale per i preti – tranne che in film e romanzi. Lì avere una relazione fa precipitare il prete in una terribile crisi esistenziale; nella vita reale, avere una tresca di solito gli causa solo un sacco di guai. Di nuovo, parlo per quello che ho visto osservando i miei colleghi, non per esperienza personale. Finora.
Pensai a queste cose mentre passeggiavo in una piacevole serata primaverile con una bella donna al mio fianco. Molto lontano da casa, dove non mi sarei mai sognato di fare una cosa simile. Mi venne in mente senza che potessi controllarmi. Non sono fatto di ferro.
“Come conosci il linguaggio dei segni”, le chiesi.
“I miei genitori erano sordi.”
Non era un granché come conversazione da avere in una situazione così romantica, pensai.
Cautamente, indagai: “È lo stesso sia in America che in Germania?”
“No, in realtà è diverso.”
Continuai: “Quando stavi parlando a segni sul palco con Charles, sapevi se qualcuno nel pubblico ti avrebbe capito?”
“No. E se vuoi chiedermi perché mi sono presa il disturbo di farlo, la risposta è che l'ho fatto per me stessa. È un linguaggio diverso.”
“Lo so, ma cosa c'entra?”
“Quando parli con il linguaggio dei segni, devi pensare in modo diverso. Molto, molto diverso.” Avanzammo in silenzio per un po'. “È difficile da spiegare a qualcuno che non lo conosce”, aggiunse infine. “Tradurre in segni non è come tradurre in un altro linguaggio parlato. Devi ripensare i concetti dalle fondamenta.”
“Charles sapeva farlo?”
“Poteva capire molto, ma non sapeva esprimersi un granché.” Con la coda dell'occhio, vidi un piccolo sorriso passarle sulle labbra. “Ma quando lo faceva aveva uno stile straordinario, molto personale.”
Nello stomaco mi si formò un pesante grumo di gelosia. Capii di essere in guai grossi.

Confini.

Il piccolo parco di Shirin mi sembrò piuttosto grande, nell'oscurità. Non so se si trattasse di un parco che era andato in rovina o se fosse stato progettato intenzionalmente in quel modo, come una selva con sentieri appena accennati, niente luci e delle occasionali panchine. Non sono un esperto di parchi o di selve. Camminammo per una decina di minuti, poi ci fermammo su una panchina. Con gli alberi a bloccare la poca luce che era rimasta in cielo, avrebbe potuto benissimo essere mezzanotte.
“I confini sono sempre una cosa complicata e ingannevole”, disse B alla fine. “I bambini cresciuti da soli nella giungla ci affascinano perché sono al limite del mondo animale. Gorilla e delfini ci affascinano perché sono al limite del mondo umano. Anche se sono una semplice conseguenza del fatto che usiamo un sistema di numerazione decimale, i confini tra secoli e millenni ci affascinano. I folli di Shakespeare ci affascinano perché vivono al confine tra sanità mentale e pazzia. Gli eroi tragici ci affascinano perché camminano al limite tra trionfo e sconfitta. I confini tra pre-umano e umano, tra infanzia ed età adulta, tra generazioni, tra nazioni e popoli, tra paradigmi sociali e politici, sono tutti profondamente affascinanti.
“Il confine su cui Charles e io abbiamo cercato di farti concentrare, è quello che venne attraversato quando un popolo che viveva nella Mezzaluna Fertile diecimila anni fa divenne noi. Tu sai che varcare quel confine ci ha portato a un particolare stile di agricoltura che produce enormi eccedenze di cibo. Sai che ci ha dato lo stile di vita più faticoso mai praticato sul pianeta. Ma queste sono considerazioni superficiali. Charles voleva farti vedere che questo confine ha rappresentato un fondamentale cambiamento mentale e spirituale. Charles ha cercato di fartelo vedere portandoti indietro fino a questo confine a partire dal nostro lato, dal momento presente, ma io userò il percorso opposto. Cercherò di farti capire il significato di questo attraversamento portandotici a partire dall'altro lato, dalle nostre origini nella comunità della vita.”
La sentii rabbrividire, più che vederla, e lei dovette aver percepito la mia domanda, perché disse: “Non ho freddo, sono terrorizzata.”
“Perché?”
“Charles avrebbe potuto farlo... L'avrebbe fatto come prossima lezione. Ma sperava di non doverlo fare. Questo è molto più... Difficile.”
Le parole 'Mi dispiace' mi uscirono quasi di bocca, ma riuscii a trattenerle.
B fissò nel vuoto per alcuni minuti, poi disse: “L'illusione fondamentale dei Prendi è che l'umanità fosse progettata – e quindi destinata – a diventare noi. Questa è l'idea gemella di quella secondo cui l'intero universo è stato creato per ospitare questo pianeta. Sorrideremmo con condiscendenza se i Gebusi ci dicessero che l'umanità era destinata a diventare loro, ma siamo perfettamente soddisfatti con il credere che fosse divinamente destinata a diventare noi.”
“Penso di cominciare a capirlo, anche se di sicuro non l'avevo capito all'inizio quando Charles disse 'Noi non siamo l'umanità'.”
B annuì distrattamente, come se cercasse di restare aggrappata a un pensiero sfuggente. “Dato che siamo convinti che l'umanità fosse destinata a diventare noi, immaginiamo che i nostri antenati preistorici cercassero di diventare noi, ma semplicemente non avessero gli strumenti per riuscirci. Attribuiamo ai nostri antenati le nostre stesse tendenze e preferenze, per quanto in una forma primitiva e non evoluta. Per esempio, dato che diamo per scontato che le nostre religioni rappresentino il più alto risultato spirituale mai raggiunto dall'umanità, ci aspettiamo di trovare tra i nostri antenati solamente delle rozze imitazioni di queste religioni. Non ci aspettiamo certo di trovare religioni complete e perfettamente sviluppate che però si esprimono in modi totalmente diversi dalle nostre.”
“Verissimo”, dissi.
“A quale sviluppo facciamo risalire la nascita del pensiero religioso?”
“Direi che la facciamo risalire alla pratica di seppellire i morti, che è cominciata trenta o quarantamila anni fa.”
B annuì. “Il che è esattamente come far coincidere la nascita del linguaggio umano con l'invenzione della scrittura, che risale a circa cinquemila anni fa.”
“Capisco cosa intendi... Credo.”
“A un linguista non verrebbe mai in mente di cercare le origini del linguaggio umano in tavolette d'argilla mesopotamiche, non è vero?”
“Certamente no”, dissi.
“Dove cercherebbe un linguista le origini del linguaggio umano?”
“Penso che tornerebbe indietro fino alle origini della vita umana stessa.”
“Perché essere umani significa avere un linguaggio.”
“Direi di sì.”
“Se gli Homo habilis non avevano un linguaggio, allora non si meritano il nome Homo.”
“Credo di sì.”
“Che metodo userà il nostro ipotetico linguista?”
“Direi che userà più la filosofia e la speculazione che la linguistica. Non ha a disposizione un antico esemplare umano il cui linguaggio possa essere studiato.”
“Si troverà costretto a vagare in una di quelle affascinanti zone di confine. Da un lato, creature umanoidi senza strumenti di applicazione del linguaggio (come anche gli attuali scimpanzé), dall'altro, persone.”
“Esatto”, dissi.
“Ma non si metterà a studiare nessuna tavoletta d'argilla.”
“No, nemmeno per un minuto.”
“Bene, perché non intendo spendere nemmeno un minuto ad analizzare le pratiche di sepoltura del Paleolitico Superiore. Sono tanto irrilevanti per la nascita delle religioni quanto le tavolette d'argilla sono irrilevanti per la nascita del linguaggio.”
“Lo capisco.”

Bricolage.

“Il linguista e io dobbiamo entrambi fare bricolage, che è la pratica di costruire con qualunque cosa ci capiti sottomano. Viene dal francese bricoler, arrangiarsi con ciò che si ha. Dobbiamo entrambi fare del nostro meglio con quello che abbiamo a disposizione in questa strana zona di confine abitata da quasi-umani da un lato e da umani completi dall'altro.”
“Quindi dai per scontato che essere umani significhi essere religiosi, proprio come il linguista dà per scontato che essere umani significa avere un linguaggio.”
“Essendo una bricoleur, non faccio nulla di così preciso, Jared. Mi limito a procedere per tentativi. Mi chiedo se esista una dimensione di pensiero intrinsecamente religiosa. Mi dico che forse il pensiero è come un tono musicale, che (in natura) non è mai un tono singolo e puro, ma è sempre composto da varie armoniche e sfumature diverse. E mi dico che forse quando i processi mentali diventano pensieri umani, cominciano a risuonare con un'armonica che corrisponde a ciò che chiamiamo religione o, più fondamentalmente, consapevolezza del sacro. In altre parole, mi chiedo se la consapevolezza del sacro, anziché essere un concetto separato, non sia solo una sfumatura del pensiero umano stesso. Una congettura di questo tipo può contenere scientia, conoscenza, ma dato che non è falsificabile non può essere definita scienza nel senso moderno del termine. Un lavoro di bricolage non è mai scienza, Jared, ma può comunque sconcertare, avere significato e stimolare il pensiero. Può impressionare con la sua veracità, coerenza e logica.”
“Capisco.” Mi sembrò che tutto questo discorso le servisse per farsi coraggio. Non sapevo perché ne avesse bisogno o come aiutarla, quindi continuai ad annuire e dire: “Capisco, capisco.”
Alla fine alzò gli occhi sugli alberi sopra di noi e disse: “La luna è alta.” Come se fosse un segnale, si alzò e mi condusse per un sentiero attraverso il bosco. Nei minuti successivi rallentò varie volte per guardarsi intorno (per cercare cosa non so), poi proseguì. Ogni tanto si fermò a raccogliere qualcosa dall'erba. Alla fine arrivammo a una radura che sembrò piacerle e ci sedemmo.
Mi mostrò le cose che aveva raccolto lungo la strada: un chiodo, una vecchia cartuccia di fucile, il contenitore di un rullino, una graffetta, un pettine di plastica e una ghianda. Dietro sua richiesta, le mostrai cos'avevo in tasca e lei scelse una chiave e una penna da aggiungere alla collezione.
“Questo è ciò che l'universo mi ha fornito stanotte, Jared. Dovremo vedere che cosa riuscirò a farci.”
Improvvisamente mi ricordai il fossile di ammonite nella tasca della mia giacca. Lo guardò con evidente sorpresa quando glielo porsi, e io le spiegai che Charles me l'aveva dato per conservarlo finché non fossimo arrivati a parlarne (cosa che non avevamo mai fatto).
“Questo sarà l'elemento centrale del nostro lavoro di bricolage”, disse, mettendolo a terra tra di noi. “Charles aveva in mente uno scopo diverso – sono abbastanza sicura di sapere quale fosse, e ci arriveremo a tempo debito – ma nel frattempo ci servirà come il pezzo della composizione a cui tutti gli altri dovranno aggrapparsi. È la comunità della vita su questo pianeta.”
“Va bene.”
“Alcuni minuti fa ho detto che forse, quando i processi mentali divennero pensieri umani, cominciarono a risuonare con l'armonica che corrisponde a ciò che chiamiamo religione, o consapevolezza del sacro.”
“Mi ricordo.”
“Voglio che pensi a questo fossile come alla comunità della vita. Voglio che pensi che se impari ad ascoltarlo, comincerà a risuonare con quell'armonica. Puoi farlo?”
“Posso provarci.”

Animismo.

“Una volta c'era una religione universale su questo pianeta, Jared”, disse B. “Lo sapevi?”
Risposi di no.
“La gente rimane quasi sempre sorpresa da questa notizia. A volte qualcuno pensa che mi stia riferendo a quella che viene chiamata la 'Vecchia Religione' – paganesimo, wicca – ma naturalmente non è così. Innanzitutto, il paganesimo non è affatto antico. È una religione di agricoltori in tutto e per tutto, il che significa che ha solo pochi millenni, e non è mai stata una religione universale, per il semplice motivo che l'agricoltura non è mai stata universale. Molto spesso – quasi sempre, in effetti – nessuno riconosce il nome della religione di cui sto parlando, che naturalmente è l'animismo. Non l'hanno mai nemmeno sentita nominare.”
“Non fatico a crederci”, dissi.
“Tu la conosci?”
“Credo sia meglio che tu parta dal presupposto che non la conosca. Le persone nella mia posizione, con il mio addestramento, sono consapevoli dell'animismo come i chimici moderni sono consapevoli dell'alchimia.”
“Vuoi dire che lo consideri un rozzo e semplicistico preludio alla religione, come i chimici considerano l'alchimia un rozzo e semplicistico preludio alla chimica. Non proprio una religione nel vero senso della parola, così come l'alchimia non è chimica nel vero senso della parola.”
“È vero.”
Passò in rassegna la sua collezione di stranezze e scelse il contenitore di un rullino. “Questo è l'animismo”, disse, mostrandomelo. “Un contenitore vuoto, per quanto ti riguarda.” Poi rovistò nella borsa ed estrasse un kit da cucito, da cui tirò fuori un filo lungo abbastanza da legare insieme il contenitore del rullino e l'ammonite.
“Ecco, tieni questo”, disse, e io lo presi. “Parlami del fossile.”
“Che vuoi dire?”
“Che cos'è?”
“Oh”, dissi. “È la comunità della vita su questo pianeta.”
“E che cosa ti ho appena detto su di esso?”
“Hai detto che quando i processi mentali sono diventati pensieri umani, forse questa comunità ha cominciato a risuonare con l'armonica che corrisponde a ciò che chiamiamo religione o consapevolezza del sacro. Se imparo ad ascoltarlo, risuonerà con quell'armonica.”
“Bene. Ma mi accorgo di aver creato un rompicapo. Ho detto che quanto i processi mentali (un fenomeno comune nel regno animale) diventarono pensieri umani, cominciarono a risuonare con l'armonica che ho identificato con la consapevolezza del sacro. Ma ora sto dicendo che la comunità della vita risuona con quell'armonica. Allora cos'è che risuona, il pensiero umano o la comunità della vita?”
“Non lo trovo molto complicato”, le dissi. “Penso che la comunità della vita abbia cominciato a risuonare con quell'armonica quando cominciò a farlo il pensiero umano.”
“Sì, è quello che penso anch'io. E quando questo fossile comincerà a risuonare con quell'armonica, anche questo contenitore vuoto che ho chiamato animismo comincerà a farlo, perché è collegato a esso.”
“Va bene”, dissi. “Questo è ciò che intendevi con bricolage?”
“Questo è ciò che intendevo con bricolage.”

Riguardo il numero degli dei.

“Inevitabilmente, qualcuno mi chiede perché parlo di dei anziché di Dio, come se non fossi stata informata correttamente sulla questione e mi stessi sbagliando, e io chiedo loro come fanno a essere così sicuri di conoscere il numero esatto di dei. A volte mi viene risposto che si tratta di qualcosa che sanno tutti, come tutti sanno che ci sono ventiquattro ore in una giornata. A volte mi viene detto che Dio deve essere uno, perché ci sembra il numero più adatto a un'entità divina. Questo è come dire che la Terra deve essere il centro dell'universo perché nessun altro pianeta ci sembra altrettanto importante. Più spesso, naturalmente, mi viene detto che si tratta di un numero indiscutibile perché è quello contenuto nelle Scritture monoteistiche. Non c'è bisogno di dire che io vedo la faccenda in modo diverso.
“Il numero degli dei non è scritto da nessuna parte nell'universo, Jared, quindi non esiste un modo sicuro per decidere se quel numero è zero (come credono gli atei), uno (come credono i monoteisti) o molti (come credono i politeisti). La questione mi lascia completamente indifferente. Non mi interessa se il numero degli dei è uno, zero o nove miliardi. Se si scoprisse che il numero degli dei è zero, questo non cambierebbe una sola sillaba di ciò che ti ho detto.”
Sembrava volere una reazione, così dissi: “Va bene.”
“Parlare di dei anziché di Dio ha questo vantaggio aggiuntivo: mi viene risparmiata l'imbarazzante necessità di giocare a ipotizzarne il sesso. Non devo mai decidere tra Lui e Lei. Per me, sono solo Loro.”
“Un vantaggio non insignificante”, osservai.
Raccolse il pettine di plastica e fece scorrere l'unghia del pollice sui denti. “È una cosa sola o molte?”
“Intendi il pettine? Non lo so. Dipende dalla tua prospettiva.”
“Questo pettine è il numero degli dei, Jared. Non qualcosa da aggiungere al nostro lavoro di bricolage, ma qualcosa di cui discutere e di cui liberarsi.” Si gettò il pettine oltre le spalle e fuori vista.

Dove gli dei scrivono ciò che scrivono.

“Il Dio delle religioni rivelate – e con questo intendo religioni come la tua, religioni Prendi – è un Dio profondamente inarticolato. Non importa quante volte ci prova, non riesce mai a farsi capire chiaramente e completamente. Perla per secoli agli ebrei ma non riesce a farsi capire. Alla fine manda il suo unico figlio, e neanche lui riesce a fare di meglio. Gesù avrebbe potuto sedersi con uno scriba e dettargli le risposte a ogni concepibile questione teologica in termini inequivocabili, ma scelse di non farlo, lasciando le generazioni successive a decidere che cosa aveva voluto dire con insurrezioni, persecuzioni, purghe, guerre, roghi e torture. Avendo fallito con Gesù, Dio cercò poi di farsi capire attraverso Maometto, anche stavolta con scarsi risultati. Dopo un migliaio di anni di silenzio, ci riprovò con Joseph Smith, con esiti dello stesso tipo. Tirando le somme, tutto ciò che Dio è stato in grado di dirci con certezza è che dovremmo fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi. Cosa sono, una dozzina di parole? Non molto di cui vantarsi, dopo cinquemila anni di sforzi, e probabilmente avremmo anche potuto capirlo da soli. A essere onesti, sarei imbarazzata dall'essere associata a un dio incompetente come questo.”
“I tuoi dei hanno fatto di meglio?”
“Oh, sì, Jared. Incomparabilmente meglio, infinitamente meglio! Guarda solo qui intorno!” Agitò la mano al mondo davanti a noi. “Cosa vedi?”
“Vedo l'universo.”
“Esatto, Jared. È lì che i veri dei dell'universo scrivono ciò che scrivono. Il tuo Dio scrive con le parole. Gli dei di cui sto parlando io scrivono in galassie, sistemi solari, pianeti, oceani, foreste, balene, uccelli e zanzare.”
“E che cosa scrivono?”
“Scrivono fisica, chimica, biologia, astronomia, aerodinamica, meteorologia e geologia – tutto questo, naturalmente, ma non è quello che ti interessa, vero?”
“No.”
“E cosa ti interessa?”
“Mi interessa... Quello che gli dei hanno da scrivere su di noi.”
B afferrò la mia penna e la tenne sollevata. “Questo è ciò che ti interessa. Questa è la Legge della Vita.”
Raccolse l'ammonite e infilò la penna sotto il filo che la univa al contenitore da rullino. “Cos'è questo?”, chiese, indicando il fossile.
“La comunità della vita su questo pianeta.”
“E questo?”, indicò il contenitore.
“L'animismo.”
“Come puoi vedere, la Legge della Vita è incastrata tra queste due cose, toccando sia la comunità della vita che l'animismo.”
“Cos'è la Legge della Vita?”, le chiesi.
“Ci arriveremo. È l'argomento principale di stasera.”

Scienza contro religione.

“Le religioni come la tua, religioni rivelate, sono tutte considerate contrapposte alla conoscenza scientifica – o irrilevanti per essa. Mi domando se capisci perché.”
“Credo che si sia arrivati a vedere la religione e la scienza come intrinsecamente incompatibili.”
B annuì. “Il solito modo di ragionare Prendi: 'Noi siamo l'umanità, quindi se le nostre religioni sono intrinsecamente incompatibili con la conoscenza scientifica, allora il concetto stesso di religione deve esserlo.'”
“Esatto.”
“Ma, come vedremo, l'animismo va perfettamente d'accordo con la conoscenza scientifica. Va molto più d'accordo con la vostra scienza che con la vostra religione.”
“Come mai?”
“Cos'è quello?”, chiese facendo uno dei suoi soliti ampi gesti con la mano.
“Il mondo, l'universo.”
“Lì è dove i veri dei dell'universo scrivono ciò che scrivono, Jared. Gli dei delle vostre religioni rivelate scrivono nei libri.”
“Questo cos'ha a che fare con l'animismo?”
“L'animismo cerca la verità nell'universo, non in libri, rivelazioni o autorità. La scienza fa lo stesso. Nonostante scienza e animismo leggano l'universo in modi diversi, entrambi hanno totale fiducia nella sua veridicità.”
Rovistò tra i suoi blocchi da costruzione, prese la cartuccia di fucile e la tenne sollevata per farmela ispezionare. “Questa è scienza”, disse. “Le religioni come la tua, Jared, la guardano con scetticismo, hanno paura di utilizzarla. Dicono: 'E se la usassimo e ci si rivoltasse contro? Meglio non fidarsi.' Ma l'animismo non è preoccupato di nulla che possa essere scoperto sull'universo, quindi la scienza può essere piazzata proprio accanto a esso.”
Infilò la cartuccia sotto il filo che legava il contenitore da rullino al fossile. Poi mi chiese di descrivere cosa vedessi.
“L'animismo è affiancato dalla Legge della Vita da un lato e dalla scienza dall'altro. Tutti e tre sono rivolti verso la comunità della vita.”

Il confine.

“Ora non voglio che perdiamo di vista quello che ci siamo ripromessi di fare qui, Jared. Stiamo analizzando il confine tra quasi-umani da una parte e umani completi dall'altra. Lo stiamo facendo perché è mia convinzione che siamo diventati umani essendo creature religiose.”
“Va bene.”
“Estendiamo il nostro bricolage in modo da includere un piccolo paesaggio mentale dell'area intorno a noi. Prendi un bastoncino e disegna un cerchio intorno a noi a una distanza di un paio di passi.”
Feci quello che mi aveva chiesto e mi risedetti.
“Questo cerchio rappresenta il confine che stiamo investigando, risalente a circa tre milioni di anni fa, quando l'Australopithecus è diventato Homo. Questo è chiaro?”
Dissi che lo era.
“Sono sicuro che capisci che questa linea è immaginaria. Non c'è mai stato un giorno in cui avresti potuto indicare una generazione di genitori e dire: 'Questi sono australopitechi', poi indicare i loro figli e dire: 'Questi sono umani'.”
“Lo capisco.”
“Non possiamo sapere quanto sia ampia la linea stessa. Potrebbe rappresentare duecento, mille o diecimila anni. Tutto ciò che sappiamo è che dal nostro lato della linea ci sono creature che ci sentiamo sicuri a definire Homo, e dall'altro lato creature che non ci sentiamo sicuri a classificare in questo modo.”
“Capisco.”
“Non so quanto sai al riguardo, quindi preferisco andarci cauta e precisare che la linea non corrisponde all'uso di utensili. Intendo dire che non abbiamo utilizzatori di utensili da questo lato e non-utilizzatori dall'altro. Abbiamo utilizzatori di utensili da entrambi i lati. Di questo possiamo essere virtualmente certi, visto che è ben noto che perfino gli scimpanzé sono utilizzatori di utensili, e gli immediati precursori degli Homo erano molto superiori agli scimpanzé.”
Le dissi che sapevo tutto questo ma che non mi dispiaceva che ci andasse 'cauta'.

La Legge della Vita: l'ologramma.

B mi chiese di descrivere lo stato del nostro lavoro di bricolage. Lo presi e lo studiai di nuovo dall'inizio. “Questo fossile è la comunità della vita su questo pianeta. La religione che chiami animismo è legata a questa comunità. Una cosa chiamata la Legge della Vita è scritta nella comunità della vita, ed è anch'essa legata all'animismo. Forse il compito dell'animismo è leggere la Legge della Vita scritta nella comunità della vita.”
“Questa è un'ottima congettura, Jared. Continua.”
“L'animismo si percepisce come alleato della scienza, perché entrambi cercano la verità nell'universo stesso.”
“Bene. Ora siamo pronti a occuparci della Legge della Vita. La Legge della Vita è come un ologramma. Sai qualcosa sull'olografia?”
“Un po'. Ero un appassionato di fotografia al liceo, e l'olografia è essenzialmente fotografia senza lenti. Nella fotografia ordinaria, una lastra fotografica è esposta alla luce riflessa da un oggetto, e un'immagine appare sulla lastra grazie all'azione di una lente. Nell'olografia, una lastra fotografica è esposta alla luce riflessa da un oggetto, ma nessuna immagine appare sulla lastra perché non interviene nessuna lente. A essere registrati sulla lastra sono percorsi di onde luminose ricevuti da ogni parte dell'oggetto fotografato. Questo è l'ologramma. E quando l'ologramma è sistemato in un raggio di luce, appare un'immagine tridimensionale a mezz'aria dell'oggetto fotografato, dove si trovava l'oggetto originale. E dato che ogni parte dell'ologramma è impressa con onde di luce provenienti dall'intero oggetto, ogni singolo frammento dell'ologramma può essere usato per rigenerare l'intera immagine.”
“Ecco in che modo la Legge della Vita è simile a un ologramma, Jared: ogni frammento di essa è impresso con l'intera legge.”
“La Legge della Vita è ciò che governa la vita?”
“No, la Legge della Vita non è ciò che governa la vita, è ciò che favorisce la vita, e ogni cosa che favorisce la vita appartiene alla legge.”
Le dissi che un esempio sarebbe stato d'aiuto.
“Ecco la Legge della Vita per le anatre appena nate: Segui la prima cosa che vedi muoversi, a qualunque costo. Dato che di solito la prima cosa che le anatre appena nate vedono muoversi è la loro madre, di solito seguono lei, ma seguiranno qualunque cosa che si muove. Dato che la loro migliore speranza di sopravvivenza è restare con la loro madre, a qualunque costo, si può capire facilmente perché questa è la legge che favorisce la vita per le anatre.”
“Sì, lo vedo.”
“Ecco un modo in cui si può generalizzare la Legge della Vita: quelli che la seguono tendono a essere meglio rappresentati nella vasca genetica della loro specie di quelli che non la seguono.”
“Quindi non tutti gli individui seguono questa legge?”
“L'anatra che per un motivo o per l'altro non riceve o non segue il segnale genetico che la spinge a seguire la madre, è tagliata fuori. Non sopravvive abbastanza da riprodursi.”
“Capisco.”
“Ovviamente la legge varia nei dettagli da una specie all'altra. Nelle anatre, la legge è scritta per gli anatroccoli e dice: 'Segui la mamma a qualunque costo'. Nelle capre, invece, la legge è scritta per la madre e dice: 'Allatta solo il tuo piccolo'.”
Ci pensai per un po' e poi chiesi come 'Allatta solo il tuo piccolo' favorisse la vita per le capre.
“Diciamo che Capra Bianca e Capra Nera hanno entrambe un piccolo da allattare. Capra Nera muore, così il suo piccolo va da Capra Bianca e dice: 'Ehi, ho fame. Che ne dici di farmi mangiare?'. Ora, la miglior possibilità che il cucciolo di Capra Bianca ha di sopravvivere è che sua madre risponda all'altro cucciolo: 'Sparisci, ragazzino. Non sei mio'. Se Capra Bianca invece gli dice: 'Certo, favorisci pure', ridurrà la probabilità di sopravvivenza del proprio cucciolo – e quindi la probabilità di sopravvivenza dei propri geni.”
“Sì, lo capisco.”
“Ecco una versione più generalizzata della Legge della Vita per le capre: 'Se le tue risorse forse non sono sufficienti per due cuccioli, allora ti conviene darle tutte a uno solo anziché metà per uno'.”
“Non la legge della gentilezza.”
“Io direi piuttosto: 'Non la legge della gentilezza inutile'. Penso che la maggior parte delle madri preferirebbe avere un piccolo vivo piuttosto che un qualunque numero di cuccioli morti. Tuttavia è certamente vero che se le due cose sono in conflitto, la legge favorisce la vita piuttosto che la gentilezza. Quelli che seguono la legge contraria – la legge che favorisce la gentilezza piuttosto che la vita – tendono a perdere la propria rappresentanza nella vasca genetica della loro specie. Questo perché i loro discendenti tendono a sopravvivere e riprodursi meno spesso dei discendenti di quelli che seguono la legge che favorisce la vita.”
“Capisco.”
“Riguardo la gentilezza... Non so se conosci David Brower – uno degli ambientalisti più famosi di questo secolo, il fondatore del John Muir Institute, di Friends of the Earth e dell'Earth Island Institute. Ha raccontato questa storia di una delle sue prime avventure da naturalista. A undici anni, raccolse alcune uova di farfalla papilio rutulus e le osservò mentre davano alla luce dei bruchi che poi divennero crisalidi. Finalmente, la prima crisalide cominciò ad aprirsi, e ciò che Brower vide fu questo: la farfalla emergente lottò per uscire, l'addome gonfio di un qualche liquido che veniva pompato sulle ali mentre se ne stava a testa in giù appesa a un rametto. Mezz'ora dopo fu pronta per volare e decollò. Mentre le altre crisalidi cominciavano ad aprirsi, comunque, Brower decise di rendersi utile. Allargò gentilmente la crepa nel guscio per facilitare l'uscita delle farfalle, e loro prontamente scivolarono fuori, barcollarono un po' e caddero a terra morte una dopo l'altra. Brower non aveva realizzato che lo sforzo che aveva risparmiato alle farfalle era essenziale alla loro sopravvivenza, perché stimolava lo scorrimento del liquido che doveva raggiungere le loro ali. Questa esperienza gli insegnò una lezione di cui stava ancora parlando settant'anni dopo: una cosa che sembra gentile e ha tutte le intenzioni di essere gentile, può tuttavia rivelarsi essere l'esatto opposto.”
“Capisco.”
“Tra le capre, è la madre che fa applicare questa legge: 'Se non hai abbastanza cibo per due, è meglio darlo tutto a un solo cucciolo piuttosto che darne metà a ognuno'. Tra le aquile (e molte altre specie di volatili), viene fatta applicare dal cucciolo più grande. La femmina di solito produrrà due uova ad alcuni giorni di distanza, il che è normalmente un comportamento più efficace per la sopravvivenza rispetto al deporre un solo uovo. Ma se il primo cucciolo sopravvive, finirà quasi invariabilmente per affamare o beccare a morte il secondo.”
“Credevo che l'infanticidio venisse spiegato come una reazione alla sovrappopolazione”, dissi.
“Sì, veniva spiegato in questo modo, ma questo implicava una visione dell'evoluzione che alla fine non resse a un esame più attento – una visione secondo cui l'evoluzione promuoveva cos'era 'bene per la specie'. Oggi sembra chiaro che l'evoluzione promuove ciò che è bene per l'individuo, nel senso che assicura il successo riproduttivo del singolo – ciò che finora ho chiamato la 'rappresentanza nella vasca genetica'.”
“Capisco.”
“Tra leoni e orsi, le femmine abbandoneranno spesso una cucciolata che ha un solo sopravvissuto – anche se quest'unico sopravvissuto è in perfetta salute. Questo non è bene per la specie in alcun modo, ma è un bene per il successo riproduttivo del singolo individuo. La sua rappresentanza nella vasca genetica migliorerà sicuramente se investe le proprie energie in una cucciolata più numerosa.”
“Devo ammettere che tutto questo è nuovo per me.”
“Nessuno può sapere tutto”, disse con un'alzata di spalle.
“Mostrami dove stiamo andando. Mi sento di nuovo smarrito.”
“Non posso insegnarti ogni dettaglio della Legge della Vita in una notte, Jared. Non potrei farlo neanche se venissimo qui ogni notte per dieci anni. Quello che posso fare in una notte è presentarti alcuni frammenti di essa, alla maniera di un bricoleur. Ora cerchiamo altri frammenti in una nuova direzione.”

La Legge della Vita: la sepoltura di un topo.

Si alzò e io mi preparai a fare lo stesso, ma lei mi disse di restare seduto. “Vediamo se sono fortunata stanotte”, disse, chinandosi nei cespugli davanti a noi, una cacciatrice in cerca di una traccia. Chiusi gli occhi, grato per la pausa. Quando tornò, dopo dieci o quindici minuti, mi chiese di seguirla, cosa che feci con un po' di apprensione. Non so se è una cosa da maschi o comune a tutti, ma non mi piace fare la figura del novellino, cosa che sospettavo stesse per avvenire. Dopo una decina di passi si fermò, si accucciò e mi invitò a ispezionare una zona di terreno grande quanto una scacchiera. La identificai a prima vista: “Terra.”
Scosse la testa in modo impaziente e raccolse un ramo, che usò come una bacchetta per indicare una cosa qui, una lì e in generale un po' ovunque. Guardando con attenzione, notai ciuffi di erba secca, rami spezzati, pezzi di corteccia, foglie strappate e altra terra.
“Non farmi questo”, le dissi. “Non sono Natty Bumppo e non lo sarò mai.”
Non discusse. Invece, allungò il suo ramo per sollevare un cespuglio e mi invitò a dare un'occhiata sotto di esso. Quello che vidi fu un topo morto che stava venendo seppellito come un bagnante sulla spiaggia. Solo la testa era visibile, incastonata in una montagnetta di terra. Mentre guardavo, in una luce che difficilmente avrebbe potuto essere più tenue, le increspature di terra intorno al suo collo ribollirono qua e là e il topo affondò visibilmente di circa un millimetro, letteralmente sprofondando nel terreno.
“Nel giro di un'ora”, spiegò B, “il topo sarà completamente sottoterra e invisibile, grazie all'azione degli scarabei che stanno scavando nel terreno sotto di lui.”
Abbassò il cespuglio, e io le chiesi cosa aveva voluto mostrarmi nel terreno di fronte al cespuglio. Lei usò il ramo per indicarmi i segni. “Gli scarabei – sono piuttosto sicura che siano in due – hanno trovato la carcassa del topo qui, ma evidentemente non pensavano che fosse un posto adatto come luogo di sepoltura, così l'hanno trasportata in un luogo più riparato sotto quel cespuglio.”
“Due scarabei hanno trasportato il topo?”
“Quello che fanno è scavare sotto la carcassa, poi rigirarsi sulla schiena e spingerla nella direzione in cui vogliono che vada. È un procedimento molto laborioso. Una volta che hanno sistemato il cadavere sottoterra, induriscono la terra intorno a esso e, mentre si decompone, la femmina deposita le uova nelle vicinanze in modo che le larve ci possano arrivare facilmente.”
“Gnam”, dissi.
“Oh, c'è molta competizione per questo topo, Jared. Altri insetti, microbi, vari vertebrati mangiatori di carogne. Le mosche sono particolarmente fastidiose, perché potrebbero aver già deposto le uova nella pelliccia del topo prima che gli scarabei lo trovassero. Fortunatamente – ma non sorprendentemente – gli scarabei sono dotati di acari che vivono sui loro corpi e si nutrono di uova di mosca. Il topo, gli scarabei, gli acari e le mosche sono tutte incarnazioni della Legge della Vita.”
Riflettei su quest'ultima affermazione mentre tornavamo alla radura. “Temo di non vedere cosa rende queste creature delle incarnazioni della Legge della Vita”, le dissi.
“La Legge della Vita è, in una sola parola, abbondanza.” Quando non disse altro, le chiesi di elaborare questo concetto.
“Un esercizio utile sarebbe tornare dalla carcassa del topo e prendere uno degli scarabei. Poi ti direi di prelevare un paio di dozzine dei suoi acari in modo da poterli esaminare sotto un microscopio.”
“E cosa imparerei da questo?”
“Che ogni acaro – una creatura così insignificante! – è un'opera di tale delicatezza, perfezione e complessità da far sembrare un computer digitale un paio di pinze. Poi impareresti qualcosa di perfino più incredibile: che, a dispetto di tutta la loro perfezione, non sono fatti con uno stampo. Non esistono due acari identici, Jared – non due nell'intero universo!”
“E questa è una dimostrazione di... Abbondanza?”
“Esatto. Quest'incredibile abbondanza genetica è il segreto del successo della vita su questo pianeta.”
Ci avviammo per uscire dal parco. Dopo alcuni minuti realizzai che ci eravamo lasciati la radura molto indietro. In breve fummo di nuovo sul sentiero.
“Stanotte non è andata bene quanto avrei sperato, Jared”, disse B. “Non ti ho mostrato neanche un decimo di quello che avrei voluto. Domani andrà meglio.”


Venerdì, 24 maggio.

Uno dei cattivi.

Il ristorante dell'hotel era aperto per quando finii di scrivere l'ultima frase, così scesi per fare colazione, tornai in camera e dormii fino a metà pomeriggio. Al teatro erano tutti scoraggiati perché non erano riusciti a far pubblicare l'annuncio del discorso di B nel giornale di oggi. Sarebbe apparso domani, ma tutti sapevano che questo significava che l'affluenza sarebbe stata perfino inferiore del previsto.
Guardare B mi terrorizzò. Era pallida, nervosa e visibilmente rimpicciolita, come se fosse invecchiata di dieci anni. I suoi occhi e i suoi capelli erano privi di vitalità, e mi sembrò di aver visto un tremore nella sua mano sinistra. Fino ad allora, a dire la verità, non avevo mai davvero creduto alla sua malattia. Ora pensai che avrebbe dovuto trovarsi in un letto d'ospedale – o un letto qualunque, con qualcuno che le portasse tazze di tè al miele, accendesse un piccolo caminetto confortevole e le leggesse ad alta voce Il vento tra i salici.
Intorno alle cinque, B suggerì che uscissimo e io le chiesi per andare dove. Quando mi rispose che saremmo andati al parco, le chiesi se se ne sentiva davvero in grado. Mi lanciò un'occhiataccia e metà di una risposta irritata, poi sembrò accorgersi che non me l'ero meritata.
“Ho le mie giornate buone e le mie giornate cattive”, disse con l'aria di fare un'ammissione sgradevole. “Finora avevi visto solo quelle buone.”
Prendemmo la Mercedes invece di camminare. Lungo la strada, B mi chiese se fossi un teologo.
“Io? No.”
“È un peccato”, disse senza spiegarsi oltre. “So che Charles te l'ha già detto, ma te lo ripeterò: quando San Paolo portò il Cristianesimo nell'Impero Romano, molte idee fondamentali erano già esistenti in quei luoghi. L'idea degli dei come 'esseri superiori'. L'idea della salvezza personale. L'idea di una vita dopo la morte. L'idea che gli dei sono coinvolti nelle nostre vite, che il loro aiuto può essere invocato, che possono essere compiaciuti od offesi dalle cose che facciamo, che possono punirci o ricompensarci. Idee di sacrificio e redenzione. Queste erano tutte cose che San Paolo non ha dovuto spiegare da zero.”
Pensai di aver capito dove volesse arrivare. “Invece, lavorando con qualcuno come me, devi fare la fatica di scardinare queste idee fondamentali e rimpiazzarle con altre che non ho mai sentito.”
“Esatto. Quando i cristiani cominciarono a mandare missionari nelle 'terre selvagge', si trovarono di fronte alle stesse difficoltà che io ho con te. Gli aborigeni non avevano la minima idea di che cosa i missionari stessero parlando.”
“È vero.”
“Charles e io siamo i primi missionari animisti nel tuo mondo, il mondo dei salvazionisti, delle religioni rivelate – Cristianesimo, Islam, Ebraismo, Buddismo, Induismo. Non ci sono progetti per quello che stiamo facendo. Nessun precedente, nessun catechismo, nessun piano di studi. Ecco perché è così... Improvvisato. Stiamo cercando di disegnare i progetti. Stiamo cercando di capire cosa funziona.”
“Questa probabilmente suonerà una domanda stupida, ma... Perché? Perché lo state facendo?”
B guidò in silenzio per un minuto. Poi disse: “Ti ricordi cosa disse B? La visione è un fiume che scorre.”
“Sì...?”
“Le religioni che ho nominato – le religioni rivelate – sono fondamentalmente sposate alla nostra visione culturale, e uso la parola 'sposate' per un motivo. Queste religioni sono come un harem di mogli bigotte sposate a un marito avido, materialista e lussurioso. Cercano costantemente di migliorarlo, sperando di riuscire a farlo dedicare a cose più elevate, facendogli continue prediche e agitandogli il dito contro, ma il marito e l'harem sono effettivamente inseparabili. Queste religioni rivelate fungono chiaramente da nostra 'dolce metà'. Sono la più elevata espressione della nostra visione culturale.”
“Sì, immagino che si potrebbe dire così.”
“Charles ha anche detto: 'Nella nostra cultura, attualmente, il corso del fiume è diretto verso la catastrofe'. Ha senso per te?”
“Sì.”
“Allora metti tutto insieme, Jared. La visione è il fiume che scorre. Le religioni rivelate della nostra cultura sono l'espressione più elevata di quella visione, e il corso del fiume è diretto verso la catastrofe.”
La mia mente a questo punto si inceppò. Quando non risposi, Shirin mi guardò con la coda dell'occhio e disse: “Volevi sapere perché stiamo facendo tutto questo. Charles te l'ha spiegato l'altra notte: il nostro obiettivo è deviare il corso del fiume lontano dalla catastrofe. Nulla di meno funzionerà, Jared. Assolutamente nulla.”
Rabbrividii. “Penso di capire perché la gente lo chiama l'Anticristo.”
Lei sorrise e scosse la testa. “Sai chi era Baal Shem Tov?”
“Ne ho un'idea generale. Era un grande santo chassidico, una sorta di Francesco d'Assisi ebreo, circa cinque secoli dopo.”
“Abbastanza vicino. Sai cosa significa quel nome?”
“No.”
“Un baal shem è un maestro dei nomi – in altre parole, un mago. Baal Shem Tov significa 'maestro del buon nome', ossia un mago del rango più elevato, capace di brandire il nome di Dio.”
“Capisco.”
“C'era una volta un mercante che aveva paura di viaggiare fino a una città vicina, perché l'unica strada attraversava una foresta famosa per essere infestata di banditi. Sua moglie gli disse di appellarsi a Baal Shem Tov per ottenere aiuto, ma questo non fece che irritare il mercante, che non credeva alle storie che aveva sentito su questo presunto mago miracoloso. Sua moglie gli disse: 'Fidati di me. Vai a casa di Baal Shem Tov e dai alcune monete al suo portiere. Ti avviserà la prossima volta che il suo padrone farà un viaggio attraverso quella foresta, così potrai andare con lui. Non ti succederà niente se sarai con Baal Shem Tov'. Il mercante accettò il suo consiglio con riluttanza e nel giro di poco tempo ebbe l'opportunità di viaggiare con Baal Shem Tov.
“Quando raggiunsero la parte più oscura e pericolosa della foresta, Baal Shem Tov ordinò una sosta in modo da far riposare e pascolare i cavalli. Questo terrorizzò il mercante, ma Baal Shem Tov estrasse la sua copia dello Zohar e cominciò tranquillamente a leggere. Improvvisamente, la vegetazione ai lati della strada si divise e dei banditi ne uscirono e si avvicinarono, i coltelli in pugno. Ma quando furono solo a due o tre passi di distanza dai carri, cominciarono improvvisamente a tremare incontrollabilmente.
“Non sapevano cosa pensare, ma non erano in condizioni di attaccare nessuno, quindi tornarono da dove erano venuti.  Dopo alcuni minuti, si ripresero e fecero un secondo tentativo, con lo stesso risultato: prima che potessero avvicinarsi abbastanza anche solo da toccare il naso di uno dei cavalli, le convulsioni li resero incapaci di proseguire e li costrinsero a ritirarsi. Il mercante, nascosto nel suo carro, osservò tutto questo con stupore.
“Quando Baal Shem Tov finalmente alzò gli occhi dal suo libro e diede ordine di ripartire, il mercante si gettò ai suoi piedi e gli baciò la mano. 'Ora capisco', disse. 'Ora capisco perché la gente la chiama Baal Shem Tov!'
“Baal Shem Tov aggrottò la fronte e disse: 'Quindi pensi di aver capito? Credimi, amico mio, hai solo cominciato a capire.'”

Le due visioni.

Una volta nel parco, la stanchezza di B sembrò scivolarle via di dosso. Lei aprì la strada e io la seguii come un marito trascinato a fare compere in un centro commerciale. Non avevo la minima idea di che cosa stesse cercando, ma di sicuro stava cercando qualcosa. Quando finalmente ci fermammo eravamo in un posto che, per quanto ne sapevo, avrebbe potuto anche essere quello in cui ci trovavamo la notte prima. Ci sedemmo in una radura polverosa non più grande di un tavolo da cucina.
“Abbiamo molto da fare, Jared”, disse, “un grande viaggio da compiere. Non sono sicura di essere abbastanza brava come guida da poterti condurre per l'intero tragitto, ma farò del mio meglio.”
Volevo mormorare una parola di incoraggiamento, ma decisi di trattenermi. B frugò nella borsa e tirò fuori il nostro piccolo lavoro di bricolage. Dovette risistemare la penna e la cartuccia perché il filo che li legava al contenitore da rullino si era allentato. Quando ebbe finito me lo porse e chiese se mi ricordavo che cosa significasse.
“Il fossile rappresenta la comunità della vita”, le dissi. “L'animismo è collegato a questa comunità e risuona con essa. La Legge della Vita, rappresentata dalla penna, è scritta nella comunità della vita, e l'animismo legge questa legge, come fa anche la scienza, a modo suo.”
“Eccellente. Ho definito l'animismo una religione, ma in un certo senso si può dire che sia un'invenzione della cultura Prendi, un suo costrutto intellettuale.”
“In che senso?”
“Ti ho detto che l'animismo un tempo era una religione universale in questo pianeta. Lo è ancora tra i popoli Lascia – popoli che identifichi come 'primitivi', dell'Età della Pietra e così via. Ma se andassi da queste persone e chiedessi loro se sono animisti, non avrebbero la più vaga idea di cosa stai parlando. E se suggerissi che hanno le stesse credenze religiose dei loro vicini, probabilmente penserebbero che sei pazzo. Questo perché, come avviene sempre tra vicini, tendono a essere molto più consapevoli delle loro differenze che delle loro somiglianze. È lo stesso con le vostre religioni rivelate. A voi, Cristianesimo, Ebraismo, Islam, Buddismo e Induismo sembrano molto diversi, ma a me sembrano la stessa cosa. Molti direbbero che il Buddismo non dovrebbe nemmeno far parte di questa lista, dato che non collega la salvazione con la venerazione di una divinità, ma per me questo è solo un dettaglio insignificante. Il Cristianesimo, l'Ebraismo, l'Islam, il Buddismo e l'Induismo considerano tutti l'essere umano come difettoso, sofferente e in disperato bisogno di essere salvato, e si affidano tutti a delle rivelazioni che spiegano come la salvezza deve essere ottenuta (abbandonando questa vita o trascendendola).”
“Vero.”
“I seguaci di queste religioni sono terribilmente colpiti e ossessionati dalle differenze tra di loro – al punto da scatenare rivolte, guerre sante e genocidi – ma per quanto mi riguarda, come ho detto, siete tutti uguali. È lo stesso tra i popoli Lascia. Loro vedono cosa c'è di diverso tra di loro e io vedo cosa c'è di simile, e le somiglianze non formano tanto una religione (perlomeno non com'è intesa da cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e induisti), quanto piuttosto una visione religiosa del mondo. In effetti, non esiste una religione animista – è questo il costrutto intellettuale: l'animismo come religione. Quello che esiste – ed è universale – è un modo di vedere il mondo. Ed è questo che sto cercando di farti vedere.”
“Capisco... Credo.”
“Ricordati sempre di cosa ci stiamo occupando, Jared. Ci stiamo occupando di visioni, tu e io. Una visione ci sta spingendo verso la catastrofe. Si tratta della visione caratteristica di una singola cultura, la nostra, che durante gli ultimi tremila anni è stata sostenuta e portata avanti dalle nostre religioni rivelate. Sto cercando di mostrarti un'altra visione, una salutare sia per noi che per il mondo, che è stata adottata da centinaia di migliaia di culture durante centinaia di migliaia di anni.”
“Va bene”, dissi, “ma non puoi davvero sapere per quanto tempo è stata adottata.”
“Penso di potere, Jared. Considera questo: per quanto tempo le persone hanno vissuto rispettando la legge di gravità?”
“La legge di gravità? Da sempre, ovviamente.”
“Come fai a saperlo?”
“Immagino di saperlo perché se le persone non avessero rispettato la legge di gravità, oggi non esisterebbero persone.”
“Ma non è detto che la comprendessero, la legge di gravità, vero? Voglio dire, non avrebbero saputo esprimerla come potrebbe fare un fisico.”
“No.”
“Ma sapevano comunque che era una legge. Cammina oltre il limite di un precipizio e precipiterai – ogni volta. Fai cadere una roccia e ti finirà sul piede – ogni volta.”
“Esatto.”
“Ora prova questo: per quanto tempo le persone hanno vissuto rispettando la Legge della Vita?”
“Non lo so.”
“La Legge della Vita è...?”
“La Legge della Vita è 'qualunque cosa favorisca la vita'.”
“Quindi prova ancora, Jared: per quanto tempo le persone hanno vissuto rispettando la Legge della Vita?”
“Dall'inizio.”
“Come fai a saperlo?”
“Perché se non avessero rispettato la legge che favorisce la vita, oggi non sarebbero qui.”
“Bene. Ma non è detto che comprendessero quella legge, vero? Probabilmente non avrebbero potuto esprimerla come potrebbe fare un biologo.”
“Già.”
“Tuttavia, potevano sapere ciò che sapevano riguardo la legge di gravità: che esiste. Che c'è una legge al lavoro. Potevano sapere, per esempio, che bisogna prendersi cura dei bambini finché non sono in grado di prendersi cura di se stessi. Potevano sapere che i bambini abbandonati muoiono – ogni volta. Potevano sapere che un leone difende la preda che ha ucciso – ogni volta. Potevano sapere che non c'è bisogno di essere veloci quanto un cervo per catturarne uno. Potevano sapere che se stai tendendo un agguato a un animale che corre più veloce di te, ti conviene non stare sottovento. Potrei continuare per tutta la notte. Potrei continuare per giorni o settimane, e non riuscirei a elencare tutte le cose che potevano conoscere per il solo fatto di aver vissuto nella comunità della vita per migliaia di generazioni.”
“Sono sicuro che hai ragione. Quello che ancora non vedo è la connessione tra tutto questo e l'animismo.”
“Cos'è l'animismo, Jared?”
“Ne sono sempre meno sicuro. Per quel che capisco al momento, è una visione. Un modo di vedere il mondo, una weltanshauung.”
“Sì, ma credo che continuerò a usare il termine 'visione'. Questo è ciò di cui stiamo parlando: due visioni, una che ci ha permesso di vivere bene e in armonia con il pianeta per milioni di anni, e un'altra che ci ha portato sull'orlo dell'estinzione e ci ha resi i nemici di ogni altra forma di vita sul pianeta in appena diecimila anni.”
“D'accordo.”
“E qual è la visione animista?”
“Non lo so, non ne ho idea.”
“Allora dimmi questo: qual è la nostra visione, Jared? La visione Prendi, la visione che ci ha resi i padroni del mondo e i nemici della vita? Puoi esprimerla a parole?”
“Posso provare.”
“Prova.”
“Noi siamo le creature per cui il mondo è stato creato, quindi possiamo fare quello che vogliamo con esso. Questo è un inizio.”
“Sì, è un buon inizio. Secondo questa visione. Dio sembra avere poco interesse nel resto del mondo.”
“Esatto. A Dio interessano le persone. Le persone sono la cosa importante. Le persone sono ciò per cui l'universo è stato creato.”
“Quindi l'universo è stato creato per l'Uomo, e l'Uomo... Cosa dovrebbe farci con il mondo?”
“Deve dominarlo. Gli è stato dato perché lo dominasse.”
“Ma, stranamente, il mondo non era pronto perché lui potesse dominarlo, non è vero? L'Uomo era pronto fin dalla sua comparsa a dominare il mondo (era stato creato per questo), ma il mondo non era pronto fin dall'inizio a esserne dominato.”
“Sì, è vero. Non l'avevo mai notato.”
“Quindi cosa doveva fare l'Uomo per rendere il mondo pronto per essere dominato?”
“Doveva sottometterlo, conquistarlo.”
“Esatto. E lo sta ancora facendo, non è vero? Quindi, questa è la visione Prendi: il mondo è stato creato per l'Uomo, e l'Uomo è stato creato per conquistarlo e dominarlo.”
“Sì.”
“Quello che stiamo cercando ora, Jared, è la visione Lascia, o la visione animista. Per quando avremo finito oggi, la conoscerai. Te lo prometto.”

Strategie: stabili e non.

“Voglio che tu capisca che la Legge della Vita non è stata impressa nella comunità della vita da un'azione divina. Dio o gli dei non hanno donato alle creature viventi quegli 'utili istinti' che sto chiamando collettivamente Legge della Vita. Non è ciò che è avvenuto. Proporre una teoria simile significherebbe violare il Rasoio di Occam. Capisci cosa intendo, vero?”
“Sì. Stai dicendo che la Legge della Vita non ha bisogno di essere spiegata con l'intervento divino più di quanto ne abbiano bisogno le leggi della termodinamica.”
“Esatto. Un biologo probabilmente direbbe che ciò che sto chiamando Legge della Vita è solo un insieme di strategie evolutivamente stabili – l'insieme totale di queste strategie, in effetti. Sai cos'è una strategia universalmente stabile?”
“Madame”, dissi, “io sono un classicista, non un biologo. A scuola, ho letto Omero in greco e Cicerone in latino. Potrei farti un sermone sulla prova platonica dell'immortalità dell'anima – e uno dannatamente buono, anche, se accetti le sue premesse. Ma non ho la minima idea di che cosa sia una strategia evolutivamente stabile.”
“D'accordo. Affrontiamo la questione un pezzo per volta. Una strategia in questo contesto è solo una politica di comportamento. Ad esempio, ieri ho parlato di una politica di comportamento che viene seguita dalle capre femmina: 'Allatta solo il tuo piccolo e nessun altro'. Questa strategia è evolutivamente stabile per le capre perché non può venir migliorata da nessuna strategia alternativa. Per esempio, potrebbe succedere che una capra segua la strategia di rifiutarsi di allattare qualunque cucciolo, compreso il proprio. Ma questo avrà inevitabilmente l'effetto di ridurre la sua rappresentanza nella vasca genetica, quindi questa strategia tenderà a scomparire. Allo stesso modo, una capra potrebbe seguire la strategia di allattare qualunque cucciolo indiscriminatamente. Ma, a causa della riduzione del cibo disponibile per i propri cuccioli, anche questa strategia avrà l'effetto di diminuire la rappresentanza nella vasca genetica delle capre che la applicano. Quindi anche la strategia dell'allattamento indiscriminato tenderà a scomparire. L'unica strategia che non tenderà a scomparire è: allatta solo il tuo cucciolo e nessun altro. Ecco perché questa strategia è evolutivamente stabile: il processo di selezione naturale non la elimina.”
“Capisco. Questa è la Legge della Vita per le capre non perché Dio ha deciso che le capre dovrebbero comportarsi in questo modo, ma perché le capre che allattano solo i propri piccoli finiscono per essere maggiormente rappresentate nella vasca genetica. È un concetto molto elegante.”
“La scienza ogni tanto produce un concetto elegante”, disse con un sorriso leggermente ironico. “Sono sicura che capisci che ciò che è stabile o instabile per una specie non è necessariamente stabile o instabile per un'altra. Per esempio, molti uccelli nutrono indiscriminatamente ogni piccolo che si trovano nel nido – perfino piccoli di specie diverse.”
“Dando così aiuto e conforto all'allegro cuculo”, dissi, rispondendo alla sua occhiata sorpresa con un mio sorriso leggermente ironico. “Noi classicisti non siamo completi ignoranti”, la informai. “Il folle avvisa Re Lear: 'Sapete, zio, il passero ha nutrito il cuculo così a lungo che alla fine i cuculetti se lo son mangiato'.”
“Sono felice di sapere che i classicisti non sono completi ignoranti, Jared”, disse B, facendomi un sorriso così dolcemente benevolo che per uno spaventoso secondo dovetti lottare per trattenermi dall'abbracciarla. Senza accorgersi di nulla, proseguì.
“So che hai sentito Charles nominare un collega di nome Ishmael. Per quanto non abbia usato questa terminologia, Ishmael ha identificato un insieme di strategie che sembrano essere evolutivamente stabili per tutte le specie. Ha chiamato questo insieme di strategie la Legge della Competizione Limitata, che ha espresso in questo modo: 'Ogni specie può competere con tutte le proprie forze, ma non può sterminare i propri competitori, distruggere il loro cibo o negare loro l'accesso al cibo'. In quella che viene erroneamente chiamata la 'comunità naturale' (intendendo la comunità non-umana), troverai dei competitori che si uccideranno a vicenda quando si presenterà l'occasione, ma non li verrai mai creare l'opportunità di uccidersi. Non li troverai darsi la caccia come danno la caccia alle prede; farlo non sarebbe evolutivamente stabile. Le iene semplicemente non hanno l'energia per dare la caccia ai leoni – le calorie che guadagnerebbero eliminando questi competitori non compenserebbero quelle perse per eliminarli – e attaccare leoni non è esattamente un'attività priva di rischi. Allo stesso modo, nella comunità 'naturale' non troverai delle specie che distruggono sistematicamente il cibo dei propri competitori – la ricompensa semplicemente non è abbastanza grande da renderlo conveniente.”
“Quale sarebbe il movente per distruggere il cibo dei loro competitori?”
“Se distruggi il cibo dei tuoi competitori, distruggi i tuoi competitori, Jared. Immagina, per esempio, di essere una specie di volatili che si nutre dei cibi A, B, C, D, E e F. Un'altra specie di volatili si nutre dei cibi D, E, F, G, H e I. Questo significa che siete in competizione per i cibi D, E e F. Distruggendo i cibi G, H e I (di cui tu non ti nutri), puoi indebolire notevolmente il tuo avversario.”
“Ma questo non inasprirebbe la competizione per i cibi D, E e F?”
“Certamente. Ecco perché ti serve la terza strategia. Vuoi negare loro l'accesso ai cibi D, E e F. In questo modo, i tuoi competitori sarebbero finiti. Gli starai negando l'accesso a metà del loro cibo mentre distruggi l'altra metà.”
“Ma, come hai detto, questo non avviene.”
“Non avviene nella comunità non-umana, ma questo non significa che non possa avvenire. Dire che non avviene significa dire che è un comportamento che non viene osservato in natura, e non viene osservato perché è autodistruttivo. Capisci cosa intendo? Le capre non si rifiutano di allattare i propri piccoli, ma questo non perché un tale comportamento non possa avvenire. Ci sono sicuramente state delle capre che si sono rifiutate di allattare i propri piccoli, ma capre del genere non si vedono quasi mai perché i loro discendenti muoiono, e quindi loro perdono la loro rappresentanza nella vasca genetica.”
“Sì, capisco”, dissi.
“È successo che una specie abbia cominciato a vivere violando la Legge della Competizione Limitata. È avvenuto una volta, in una cultura umana: la nostra. Ecco che cosa ha fatto la nostra Rivoluzione Agricola. Questo è lo scopo fondamentale dell'agricoltura totalitaria: noi sterminiamo i nostri competitori, distruggiamo il loro cibo e neghiamo loro l'accesso al cibo. È questo che la rende totalitaria.”
La mia mente vacillò, a questo punto. Mi ci volle un po' per capire cosa mi avesse colpito tanto. Finalmente dissi: “Senti, il punto qui sono le strategie evolutivamente stabili, giusto?”
“Giusto.”
“Ci sono tre strategie che hai detto sono evolutivamente instabili: sterminare i tuoi competitori, distruggere il loro cibo, e negare loro l'accesso al cibo. Giusto?”
“Giusto.”
“Ma ora mi stai dicendo che la nostra intera cultura è fondata su queste strategie evolutivamente instabili.”
“Giusto di nuovo.”
“Se queste strategie sono evolutivamente instabili, come facciamo ad attuarle?”
“Attuare una strategia evolutivamente instabile non ti elimina istantaneamente, Jared. Ci vuole un certo tempo.”
“Ma come ci sta eliminando?”
B inclinò la testa come a chiedersi perché improvvisamente fossi così lento.
“Jared, dov'eri l'altra notte a Stuttgart, mentre Charles spiegava la connessione tra agricoltura totalitaria e sovrappopolazione? Dato che sei miliardi di noi stanno attuando una strategia evolutivamente instabile, stiamo distruggendo il sistema ecologico che ci mantiene in vita. Proprio come quella capra che si rifiuta di allattare i propri piccoli, ci stiamo autoeliminando. Pensa alla linea temporale che Charles ha tracciato nel suo discorso sulla rana che bolle. Per i primi seimila anni, l'impatto della nostra strategia evolutivamente instabile è rimasto minimo e confinato al medioriente. Nei successivi duemila anni, la strategia si è diffusa nell'Europa orientale e nell'estremo oriente. In altri millecinquecento anni, si è diffusa in tutto il Vecchio Mondo. In altri trecento anni, è diventata globale. Per la fine dei duecento anni successivi – ossia ora – così tante persone stavano seguendo questa strategia che l'impatto è diventato catastrofico. Ormai siamo a un paio di generazioni di distanza dal finire il lavoro (ossia rendere estinta questa strategia instabile).”
Lottai per alzarmi in piedi e andai a fare una passeggiata.

Gli occhi cominciano ad aprirsi.

Quanto tornai, quindici minuti dopo, dissi a B su che cosa avevo dovuto riflettere con una tale urgenza da aver bisogno di allontanarmi per un po'. Avevo ascoltato tutto ciò che Charles aveva detto a Stuttgart e avevo creduto di comprenderlo, ma mi ero sbagliato. A dispetto di tutto ciò che aveva detto, ero rimasto convinto che la nostra esplosione demografica fosse un problema sociale, come ad esempio il crimine o il razzismo. Non avevo capito che invece è un problema biologico, che se attuiamo una strategia che sarebbe fatale per ogni specie, allora sarà fatale anche per noi nello stesso identico modo. Non possiamo cambiare questo fatto semplicemente desiderandolo. Non possiamo dire: 'Be', sì, la nostra civiltà è fondata su strategie evolutivamente instabili, ma possiamo farla funzionare lo stesso, perché noi siamo umani'. Il mondo non farà un'eccezione per noi. Ma, naturalmente, quello che la Chiesa insegna è che Dio farà un'eccezione per noi. Dio ci lascerà comportare in un modo che risulterebbe fatale per ogni altra specie, aggiusterà le cose in modo da permetterci di vivere in un modo che è effettivamente auto-eliminante. Questo è come aspettarsi che Dio renda i nostri aeroplani capaci di volare anche se sono costruiti in modo da essere aerodinamicamente incapaci di farlo.
“Questo suonerà probabilmente molto ingenuo”, dissi, “ma perché è un tale segreto? Perché è qualcosa che non ho mai sentito prima? Perché non viene insegnato a scuola?”
“Non è un segreto, naturalmente. È solo che i frammenti del puzzle sono sparsi tra varie discipline che raramente comunicano tra di loro: archeologia, storia, antropologia, biologia, sociologia. E chi esattamente lo insegnerebbe nelle scuole?”
“Tutti dovrebbero insegnarlo”, le dissi. “Dovrebbero insegnare questo come prima cosa. Leggere, scrivere e far di conto può aspettare.”
“Be', naturalmente sono d'accordo con te. Questa è la parola di B: se il mondo verrà salvato, non lo sarà da persone con la vecchia visione e nuovi programmi, ma da persone con una nuova visione e nessun programma. Questo perché una visione si diffonde da sola e non ha bisogno di programmi. Nell'ultima mezz'ora, i tuoi occhi hanno cominciato ad aprirsi a questa nuova visione. Ma al momento ne vedi ancora solo il lato desolato – il lato deprimente.”
Dovetti dirmi d'accordo su questo.
“Quindi torniamo ancora una volta a queste due visioni, Jared: la visione Prendi e la visione Lascia, o animista. Alcuni minuti fa, hai espresso in modo eccellente la visione Prendi, la visione che ha condotto la nostra cultura attraverso diecimila anni di trionfo e catastrofe. Per come la vedono i Prendi, il mondo è stato creato per l'Uomo, e l'Uomo è stato creato per conquistarlo e dominarlo. La prossima domanda è: da dove è arrivata questa visione?”
“Temo di non capire il significato di questa domanda”, le dissi.
“Va tutto bene. Charles avrebbe continuato a spingerti ad attraversare il varco, ma io ho promesso di non seguire il suo esempio. Ti dirò da dove è venuta questa visione, e tu mi potrai dire se la mia spiegazione ti sembra plausibile e convincente. La visione Prendi è nata dal modo in cui i Prendi sperimentavano il mondo, dal modo in cui ottenevano ciò di cui necessitavano per vivere, ossia, in fin dei conti, conquistando e dominando il mondo. Praticare l'agricoltura totalitaria per migliaia di anni aveva dato loro l'impressione che il mondo fosse stato creato per l'Uomo, e che l'Uomo fosse stato creato per conquistarlo e dominarlo. Ti sembra che abbia senso?”
“Sì, ha perfettamente senso. Immagino che potrebbe essere definito una sorta di rozzo empirismo: 'Abbiamo sempre vissuto come se il mondo fosse stato creato per noi, quindi deve esserlo stato'.”
“La cosa importante da notare è che è la visione a essere nata dallo stile di vita, e non il contrario. È chiaro questo?”
“Be'... Quasi chiaro.”
“Quello che intendo è che undicimila anni fa  i cacciatori mesolitici dell'Iraq non si sono riuniti e hanno detto: 'Va bene, abbiamo esaminato il mondo e abbiamo concluso che è stato creato per essere conquistato e dominato dall'Uomo. Quindi dovremmo smetterla di vivere nel modo sbagliato e cominciare a conquistarlo e dominarlo'. Piuttosto ciò che è avvenuto è che, dopo migliaia di anni passati a vivere da conquistatori e dominatori, i membri della nostra cultura cominciarono gradualmente a concepire la buffa idea che il mondo fosse stato creato appositamente perché noi potessimo conquistarlo e dominarlo. Cominciarono a credere di star realizzando il destino stesso dell'umanità.”
“Ho capito. La visione Prendi si è originata dallo stile di vita Prendi, e non il contrario.”
“Ora, da cosa pensi si sia originata la visione Lascia?”
“Suppongo che sia nata dallo stile di vita Lascia.”
“E hai ragione, naturalmente. E che cosa sai di questo stile di vita?”
“A essere onesto... Proprio niente.”
B annuì. “Questa è la nostra sfida di oggi, Jared. Devo rivelarti la visione che si è originata da uno stile di vita di cui non conosci nulla.”
“Suona difficile”, dissi.
“Lo è, ma non c'è bisogno di insegnarti ogni minima cosa che c'è da sapere su questo stile di vita. Per esprimere la visione Prendi, tutto ciò che hai dovuto capire è come i Prendi ottengono ciò di cui hanno bisogno per vivere, e lo ottengono comportandosi come se il mondo appartenesse a loro – e la visione Prendi supporta questo comportamento. Lo stile di vita Prendi comporta molto più di questo, ma questo era tutto ciò che ti serviva capire per poter esprimere la loro visione.”
“Sì, capisco.”
“Posso essere altrettanto selettiva con i Lascia – e lo sarò.”

Zittendo l'inquisitore.

Dopo aver detto questo, B tacque. Dopo alcuni minuti di silenzio cercai di capire se avessi dovuto lavorare su una qualche domanda, ma naturalmente non dovevo. Non era in trance o nulla del genere, si limitava a fissare nel vuoto poco distante. Presto cominciai ad agitarmi, e lei mi lanciò un'occhiata.
“Non l'ho mai fatto prima, Jared, e adesso che devo farlo non so da dove cominciare. So tutto ciò che voglio che accada, ma non so come farlo accadere. So dove voglio arrivare, ma non so come arrivarci.”
Dato che non capivo esattamente il problema, non avevo idea di come aiutarla, a parte forse darle una pacca sulla schiena per rassicurarla, il che probabilmente non avrebbe aiutato granché né lei né me.
Alla fine, disse: “Ho un'idea, ma non sono sicura di come la prenderai. Penso che il problema sia che il nostro rapporto è intrinsecamente ostile. Non intendo dire che è completamente ostile, ma che ha un aspetto ostile che non scomparirà mai. Non è colpa tua né mia, è semplicemente così che stanno le cose. Sei stato mandato qui per soddisfare la tua curiosità e quella di altri, per fare le domande che farebbero loro, quindi il tuo ruolo qui, che ti piaccia o no, è quello di un inquisitore. 'Che ti piaccia o no' è il modo giusto di dirlo, penso, perché per la maggior parte a te non piace, ma senti di doverlo fare comunque. Devi indagare per te stesso, e devi farlo per coloro che ti hanno mandato qui.”
“Sì, è vero.”
“Quello che ho fatto finora è andato bene per l'inquisitore.” Indicò il nostro lavoro di bricolage. “Questo ha funzionato perfettamente per l'inquisitore, non è vero?”
Annuii.
“Il mio problema, adesso, è che non riesco a vedere alcun modo di far comprendere la visione animista a un inquisitore. Non credo proprio che possa essere fatto. Questo significa che dovremo adottare due nuovi ruoli.”
Annuii nuovamente.
“Avevo un figlio una volta, Jared. Non ebbe molta fortuna. Visse solo per alcune ore, non abbastanza perché gli venisse dato un nome, ma nella mia mente lo chiamai Louis, per qualche motivo un nome decisamente adulto. Non ne avrò altri, per ovvi motivi – e se per te non sono ovvi, potrai comprenderli da solo con calma. Se Louis fosse vivo ora avrebbe otto anni, e gli starei sicuramente insegnando ciò che sto insegnando a te.”
“Quindi, cosa mi stai chiedendo?”
“Ti sto chiedendo se puoi smettere di essere un inquisitore per un'ora e ascoltarmi come farebbe Louis.”
Le dissi che pensavo di poterlo fare.
“Non so se ti sto chiedendo qualcosa di semplice o di difficile. Probabilmente molti uomini lo troverebbero impossibile.”
“Non lo so neanch'io”, dissi. “Ma a essere onesti non mi sembra molto difficile. Lascia che ti chieda una cosa, però. Mi stai dicendo che non vuoi che ti faccia nessuna domanda? Non mi sembra molto giusto, perché Louis di sicuro farebbe domande se avesse otto anni.”
Sembrò sconcertata da questo, forse anche un po' irritata. Non c'era modo di evitarlo, dovevo chiederlo.
“Un bambino di otto anni non è un inquisitore”, disse.
“Lo so. Dammi un po' di fiducia.”
Ci rimuginò su per un po', poi disse: “Louis farebbe domande.” Non mi presi la briga di precisare che gliel'avevo appena detto. “Pensi di poter fare le sue domande e non quelle di Padre Lulfre?”
“Penso di poterlo fare, Shirin. Dammi il beneficio del dubbio.”
Lei fece un cenno d'assenso privo di entusiasmo. Dopo aver riflettuto per alcuni secondi, distolse lo sguardo. “Non essere sorpreso se dirò cose che non ti aspettavi di sentire. Ci sono cose che devo dire.”
“Lo capisco.”
“Vorrei che conoscessi il linguaggio dei segni”, aggiunse in modo piuttosto malinconico. “Gli ostacoli scompaiono con il linguaggio dei segni.”
L'avrei voluto anch'io.

La ragnatela.

Non so cosa fece nei minuti successivi, non la stavo guardando. In momenti come questi è meglio lasciare una persona da sola, concentrarsi su qualcos'altro e darle un po' di spazio. Quando fu pronta, cominciò a parlare in un tono basso e fermo, e io accesi discretamente il mio registratore.
“Ti ho detto che sto morendo”, disse. “So che non ti fa piacere sentirlo, Louis, ma prima lo accetterai e meno soffrirai. Per quando avremo finito oggi continuerà a non piacerti, ma sarai in grado di sopportarlo. A ogni modo, questo è il punto da cui devo cominciare. Tu vuoi comprendermi e vuoi comprendere cosa sta succedendo, e questo è ciò di cui ci occuperemo ora. Se fossi un'altra persona, cercherei di consolarti con una favola come quelle che si raccontano su Babbo Natale ogni Natale. Ti direi che la mamma andrà in Paradiso per vivere con Dio e gli angeli, e che da lì continuerà a vegliare su di te. Ma la verità è migliore – in parte perché è la verità.
“Lascia che cominci dal grande segreto della vita animista, Louis. Quando altre persone cercano Dio, guardano automaticamente il cielo. Loro credono che se c'è un Dio, allora si trova molto, molto lontano, ed è remoto e intoccabile. Non so come possano sopportare di vivere con un Dio simile, Louis, non lo so davvero. Ma non sono loro il nostro problema. Ti ho detto che, tra gli animisti di tutto il mondo, nessuno conosce il numero esatto degli dei. Non conoscono quel numero, e non lo conosco neanch'io. Non ne ho mai incontrato uno a cui importasse di conoscerlo, né ho mai sentito che esistesse. Ciò che ci interessa non è quanti sono, ma dove sono. Se andassi dagli Alawa australiani, o dai Boscimani africani, o dai Navajo nordamericani, o dai Kreen-Akrore sudamericani, o dagli Onabasulu della Nuova Guinea, o da uno qualunque dei centinaia di altri popoli Lascia che potrei nominare, scopriresti in fretta dove sono gli dei. Gli dei sono qui.”
 Per la prima volta, B mi guardò direttamente negli occhi mentre parlava.
“Non intendo lì, non intendo da qualche altra parte, intendo qui. Tra gli Alawa: qui. Tra i Boscimani: qui. Tra i Navajo: qui. Tra i Kreen-Akrore: qui. Tra gli Onabasulu: qui. Capisci?”
“Non ne sono sicuro”, risposi onestamente.
“Non stanno facendo un'affermazione teologica. Gli Alawa non stanno dicendo ai Boscimani: 'I vostri dei sono falsi, i veri dei sono i nostri'. I Kreen-Akrore non stanno dicendo agli Onabasulu: 'Voi non avete dei, solo noi li abbiamo'. Niente del genere. Stanno dicendo: 'Il luogo dove abitiamo è sacro e unico al mondo'. Non penserebbero mai di dover guardare altrove per trovare gli dei. Gli dei si trovano tra di loro, vivono dove vivono loro. Gli dei sono ciò che rendono vivo il luogo che abitano. Questo è ciò che un dio è. Un dio è quella strana forza che rende ogni luogo un luogo – un posto unico al mondo. Un dio è il fuoco che arde in quel luogo e in nessun altro, e nessun luogo in cui quel fuoco arde è privo di un dio. Tutto questo dovrebbe farti capire perché non rifiuto il nome che ci è stato dato da un estraneo. Anche se ci è stato imposto fraintendendo la nostra visione, il nome animismo ne coglie comunque un barlume.
“A differenza del Dio il cui nome comincia con una lettera maiuscola, i nostri dei non sono affatto onnipotenti, Louis. Riesci a crederci? Ognuno di loro potrebbe venire distrutto da un lanciafiamme, da un bulldozer o da una bomba. Zittito, scacciato, ferito. Siediti nel bel mezzo di un centro commerciale a mezzanotte, circondato da mezzo miglio di cemento in ogni direzione, e in quel luogo il dio che una volta era forte come un bufalo o un rinoceronte ora è debole come una falena avvelenata. Debole... Ma non morto. Non completamente estinto. Radi al suolo il centro commerciale, spazza via il cemento, e nel giro di alcuni giorni quel luogo ricomincerà a pulsare di vita. Non c'è bisogno di fare altro che estrarre il veleno. Il dio sa come prendersi cura di quel luogo. Non sarà mai più ciò che era prima, ma nulla è mai ciò che era prima. Non c'è bisogno che lo sia. TI capiterà di sentir parlare alcune persone del far tornare le pianure del Nord America com'erano prima che i Prendi arrivassero. Questo non ha alcun senso. Ciò che le pianure erano cinquecento anni fa non era la loro forma finale. Non era la forma definitiva e sacrosanta che avrebbero dovuto assumere dall'inizio dei tempi. Non esiste nessuna forma simile, e mai esisterà. Tutto qui è un lavoro in corso.
“Ecco, ti racconterò una storia. Quando gli dei decisero di creare l'universo, si dissero: 'Rendiamolo una manifestazione della nostra infinita abbondanza e un segno che potrà essere compreso da coloro che saranno in grado di leggerlo. Dispensiamo attenzioni senza limiti su ogni cosa: non meno sul più fragile filo d'erba che sulla più maestosa delle stelle, non meno sulla zanzara che vive per un'ora che sulla montagna che si eleva per millenni, non meno su un fiocco di mica che su un fiume d'oro. Facciamo in modo che non esistano due foglie uguali da un ramo all'altro, né due rami uguali da un albero all'altro, né due alberi uguali da una foresta all'altra, né due foreste uguali da un mondo all'altro, né due mondi uguali da una stella all'altra. In questo modo, la Legge della Vita sarà evidente per chiunque avrà gli occhi per vederla: il coniglio che si nutre furtivamente, la volpe che lo osserva di nascosto, l'aquila che li sovrasta e l'uomo che tende l'arco verso il cielo'. E questo fu ciò che venne fatto dall'inizio alla fine: non due cose uguali in tutto l'universo, non una sola cosa creata con meno attenzione di ogni altra in innumerevoli generazioni di specie più numerose delle stelle. E quelli che avevano occhi per vederli lessero i segni e seguirono la Legge della Vita.
“Hai compreso questa storia?”, mi chiese.
“No, non credo.”
“Non due cose uguali in tutto l'universo, Jared. Questo è il punto. Questo è il motivo per cui tutto qui è un lavoro in corso e non è nella sua forma definitiva. Te l'ho detto ieri, quando ti ho parlato degli acari che vivono sugli scarabei. Se provassi a osservare questi acari al microscopio per studiare la forma finale della loro specie, non otterresti nulla, perché più li guardassi attentamente e più vedresti che non ne esistono due uguali. E se non ne esistono due uguali, come si può prenderne uno e dire: 'Ecco, questa è la forma definitiva degli acari'?
“Questo è ciò che intendevo con abbondanza, Jared: perfino tra creature apparentemente insignificanti come gli acari, non ne esistono due uguali in tutto l'universo, e nessuno di essi è stato creato con meno cura di una stella di neutroni o di una galassia. Il tuo prezioso cervello umano non è più meraviglioso di uno di quegli acari.”
“Lo so”, mi sentii dire.
“Il Dio ebraico, cristiano o musulmano avrebbe mai mandato il suo unico figlio a salvare quegli scarabei e i loro acari, Jared?”
“No.”
“Ma il dio di questo luogo si preoccupa di loro quanto di qualunque altra creatura al mondo. Ecco perché sapevo che avresti potuto beneficiare dall'osservare quegli scarabei, ieri. Quegli scarabei sono una manifestazione dell'infinita abbondanza degli dei e un segno che può essere letto da coloro che sanno come fare. Volevo che vedessi come gli dei dispensano attenzioni illimitate su ogni cosa: non meno su uno scarabeo il cui più grande risultato è seppellire un topo che sul cervello di Einstein, non meno su un acaro che si nutre di uova di mosca che sugli occhi di Michelangelo.”
“Lo vedo... O sto cominciando a farlo.”
“Dove possiamo trovare questo dio, Louis?”
Dato che mi aveva chiamato con il mio nome solo un minuto prima, rimasi momentaneamente perplesso dal fatto che avesse ripreso a chiamarmi Louis. Mentre la conversazione proseguiva, mi resi conto che poteva rivolgersi a me in entrambi i modi senza perdere il filo del discorso. A volte un concetto era indirizzato specificamente a Louis (e solo incidentalmente a me), a volte era indirizzato principalmente a me (e solo incidentalmente a Louis), e a volte, immagino, era per entrambi allo stesso modo. A ogni modo, la mia risposta a questa domanda fu un'occhiata inespressiva.
“Non ti sto chiedendo di fare un salto, Jared. Ti ho già detto dove possiamo trovare questo dio... Ma ci tornerò più tardi. Abbiamo molte altre cose di cui parlare. Tu e io, Jared, torniamo sempre alla visione. Louis e io torniamo sempre al significato della morte.
“Ogni creatura nata nella comunità della vita appartiene a quella comunità. Intendo che le appartiene come la tua pelle o il tuo sistema nervoso appartiene a te. Il topo che abbiamo visto non si limitava a vivere nella comunità del parco, come tu potresti vivere in un appartamento a Chicago o a Fresno. Ogni molecola del corpo del topo proveniva da questa comunità e alla fine era destinata a ritornarci. Sarebbe lecito dire che quel topo era un'espressione di questa comunità nello stesso modo in cui Leonardo da Vinci era un'espressione del Rinascimento italiano.
“L'individuo vive in una tensione dinamica con la comunità, ritirandosi in tane, alveari, nidi o rifugi per stare al sicuro ma senza mai essere del tutto autosufficiente, rimanendo sempre costretto a uscire allo scoperto e rendersi disponibile, prima o poi, come è successo a quel topo. Questa tensione è un'espressione della legge, è ciò che spinge il ragno a sigillare la propria tana come la cassaforte di una banca e la vespa mangiaragni a diventare una scassinatrice.
“Nulla nella comunità vive isolata dal resto, nemmeno le regine degli insetti sociali. Nulla vive in modo perfettamente autonomo, senza aver bisogno di nulla dalla comunità. Nulla vive senza dovere nulla alla comunità. Nulla è intoccabile o intoccato. Ogni vita è un prestito della comunità fin dalla nascita e viene sempre ripagato alla morte, senza eccezioni. La comunità è una ragnatela di vite, e ogni filo conduce a tutti gli altri. Nulla è esentato o escluso. Nulla è speciale. Nulla vive su un filo isolato e disconnesso da tutti gli altri. Come hai visto ieri, nulla va sprecato. Non una goccia d'acqua, una molecola di proteina o un uovo di mosca. Questa è la dolcezza e il miracolo di tutto questo, Jared. Ogni cosa vivente è cibo per qualcun'altra. Ogni cosa che si nutre alla fine fa da nutrimento e alla morte ritorna alla comunità.”
Fece una pausa e mi diede un'occhiata, che le restituii.
“Ogni filo della ragnatela conduce a tutti gli altri. Ti sembra che abbia senso?”
“Sì, penso di sì.”
“Dove troveremo gli dei di questo posto?”
Battei le palpebre e gracchiai debolmente: “Questo posto?”
“Questo posto in cui siamo ora, Jared.”
Non era una domanda a cui potessi rispondere, quindi mi limitai a fissarla a occhi sgranati.
“Diecimila anni fa, questo territorio era la casa di un popolo mesolitico il cui nome non conosceremo mai. Scava nel terreno e troverai le loro asce e le loro punte di lancia. Erano Lascia, naturalmente – animisti – e sapevano dove trovare il dio di questo posto. Il dio di questo posto è qui, Jared. Non l'avrebbero cercato in cielo o sul Monte Olimpo. L'avrebbero cercato qui, dove siamo seduti.”
Annuii. Era il massimo che fossi disposto a fare, a questo punto.
“Qui”, disse ancora lei, stavolta battendo una mano sul terreno di fronte a noi.
“Va bene.”
“Ora voglio che guardi.”
Scossi la testa – solo un po', solo abbastanza da dire: 'No, no grazie, credo che ne farò a meno'.
“Forza”, ordinò, e si stese a pancia sotto nella polvere. Tutt'altro che felice, seguii il suo esempio.

Al centro della ragnatela.

“Ecco dove imparerai tutto”, disse. “Ecco dove tutto acquista un senso. Questo è il centro della ragnatela, dove passato, presente e futuro sono uniti e dove la mente umana è nata. Voglio che tu guardi. Non dirmi di nuovo che non sei Natty Bumppo. Ti ho sentito la prima volta. Non devi necessariamente capire cosa vedi, ma devi almeno fare lo sforzo di vedere qualcosa.
“Alcuni decenni fa, quando le teorie lamarckiane venivano ancora proposte occasionalmente come vera scienza, c'era una popolare teoria secondo cui quello che aveva stimolato il cervello dei primati a raggiungere dimensioni umane era stato il continuo sforzo dei nostri antenati di inventare utensili. Questo è, naturalmente, ciò che ci si aspetterebbe da una cultura come la nostra, che equipara il progresso all'uso di utensili.”
Grugnii, per farle capire che ero ancora sveglio.
“Il fatto è, comunque, che la nascita della specie umana non è dipesa dallo sviluppo di utensili. È dipesa da un diverso tipo di progresso, uno tanto cruciale allo sviluppo umano quanto la nascita del linguaggio. Qualche idea di che cosa potrebbe trattarsi?”
“No, nessuna.”
“Non ne sono sorpresa. Questo particolare progresso non è riconosciuto dalla versione Prendi della storia umana. Non è nemmeno nominato, dato che non aggiunge nulla alla gloria dei Prendi. Questo è l'avanzamento che ha segnato in modo decisivo l'acquisizione di uno stile di vita unicamente umano, uno stile di vita criticamente dipendente dall'intelligenza. Questo è l'avanzamento che ci ha separato definitivamente dalle scimmie. Ancora nessuna idea?”
“No, temo di no.”
“Evidentemente non ti ricordi di averne parlato con Charles sul treno di ritorno da Stuttgart. Non riuscivi a capire che cosa i nostri antenati avessero ottenuto nei primi tre milioni di anni di vita umana, e lui ha cercato di farti vedere che ciò che ottennero fu di sviluppare uno stile di vita specificamente umano.”
“Sì, adesso mi ricordo. La conversazione fu piuttosto... Sopraffatta dagli eventi.”
“Osserva gorilla, scimpanzé o oranghi e sarai – o dovresti essere – colpito da come il loro stile di vita non ricordi neanche vagamente quello attribuito ai primi esseri umani. I primi esseri umani, a differenza delle creature da cui discendevano, erano cacciatori-raccoglitori. Tutti gli altri tipi di primati sono solamente raccoglitori. Uccideranno per il cibo, se si presenta la necessità, ma nessuno di loro vive da cacciatore. Tra i primati, solo gli umani sono cacciatori, perché tra i primati solo gli umani hanno l'equipaggiamento biologico necessario per usare la caccia come principale strategia di sostentamento – e quest'equipaggiamento è prettamente intellettuale. Gli umani avrebbero potuto avere successo come cacciatori solo in un modo. Non avrebbero potuto farlo nello stesso modo dell'aquila, o del ghepardo, o del ragno. Quei metodi erano fuori discussione. Quindi trovarono un metodo che potesse funzionare per loro – un metodo fuori portata per ogni altra specie sul pianeta. Capisci cosa sto cercando di dirti, Jared? Non siamo diventati umani sbattendo rocce tra di loro. Siamo diventati umani leggendo le storie scritte qui – qui, nelle mani degli dei.”
Aprì la mano col palmo verso l'alto per mostrarmi cosa intendeva.
“Non sono una lettrice di tracce esperta, Jared, neanche lontanamente. I nativi di queste regioni – ognuno di quei cacciatori mesolitici che ho nominato prima – avrebbero potuto raccontarti di cose che sono successe qui giorni fa. Letteralmente ogni minimo segno che vedi qui nella polvere è il resoconto di un evento, anche se è solo la traccia lasciata da una foglia spostata dal vento. Sarebbero stati in grado di identificare ogni creatura che abbia lasciato un segno qui in tempi recenti, e avrebbero potuto dirti quando è passata di qui e cosa stesse facendo, se andasse di fretta o se stesse indugiando, se stesse cercando per qualcosa da mangiare o se stesse tornando a casa.
“Ho scelto questo luogo perché avevo visto che qui era successo qualcosa che forse avrei potuto decifrare. Non intendo dire che qui è successo qualche grande melodramma, solo qualcosa. Vedi questa linea di tracce qui? Sembrano ciò che potresti ottenere premendo una grande chiusura lampo contro il terreno.”
“Sì, ora che me le fai notare le vedo.”
“Questa è la traccia lasciata da un coleottero – non ho la più vaga idea di che tipo. Ovviamente un tipetto piuttosto massiccio. La pista è ancora fresca, non più vecchia di un paio d'ore. Si può vedere dove incrocia un'altra linea di tracce, quella di uno scoiattolo.”
“Strano a dirsi, ma lo vedo davvero.”
“Va bene. Ecco la parte eccitante. Il coleottero si stava facendo gli affari suoi, quando all'improvviso da lì a sinistra un topo è saltato sulla scena per attaccarlo. Puoi vedere da qui, dal modo in cui le tracce sono raggruppate, che il topo non ha solo camminato, ha proprio saltato. Se fossimo negli Stati Uniti, direi che fosse una tamia, ma non so che cosa potrebbe essere qui, quindi lo definirò un topo. A ogni modo, il topo agguanta il coleottero, e qui puoi vedere i segni della loro lotta.”
“Sì, li vedo.”
“Ora le tracce del topo proseguono verso destra e quelle del coleottero sono svanite. Quindi quello che c'è scritto qui è che il topo si è fatto uno spuntino.”
Ci rimettemmo seduti.

La prima cosa: leggere i segni.

“Davvero impressionante”, dissi.
“Davvero poco, credimi, paragonato a quello che un vero battitore potrebbe fare, ma abbastanza per i nostri scopi. Ci sono diverse cose che voglio che tu capisca da tutto questo. La prima è: gli scimpanzé producono e utilizzano utensili, quindi queste non sono attività esclusivamente umane, ma la lettura che ho appena effettuato qui lo è. Ovviamente, quello che ho fatto finora è solo un esempio del processo di caccia. È come un fotogramma preso da un film, che può farcene capire l'atmosfera e il tema ma non può comunicarci il processo del film, che è intrinsecamente movimento. In ogni momento durante una caccia, il cacciatore si sta facendo queste domande: cosa stava facendo l'animale quando ha lasciato questa traccia? Quanto tempo fa è passato di qui? Da che parte era diretto? Quanto stava andando veloce? Quanto sarà lontano adesso? E, mentre si fa queste domande, tiene sempre presente la stagione, l'ora, la temperatura, le condizioni del terreno, la sua natura e ovviamente il comportamento tipico dell'animale che insegue e degli altri animali della zona.
“Ecco un piccolo esempio. Un giorno un antropologo stava seguendo un cacciatore !Kung mentre cacciava nel deserto del Kalahari. A mezzogiorno abbandonarono una pista perché la giudicarono priva di speranze e ne cercarono un'altra più promettente. Presto si imbatterono nelle tracce di una gazzella gemsbok che il cacciatore giudicò risalire ad appena due ore prima. Dopo mezz'ora di ricerche, comunque, il cacciatore abortì la missione. Spiegò che dopotutto le tracce non erano state lasciate quella stessa mattina, indicando come prova un'impronta dello zoccolo della gazzella che era stata attraversata dalla traccia di un topo. Dato che i topi sono animali notturni, le tracce della gemsbok dovevano essere state lasciate durante la notte. In altre parole, questa particolare gemsbok ormai poteva essere chissà dove.”
“Sì, capisco.”
“Ora, questa non è una prova di spirito di osservazione e di raziocinio che farà vincere a quel cacciatore !Kung un premio Nobel, ma è stata comunque una cosa anni luce fuori dalla portata del primate più prossimo a noi. Una scimmia con il giusto addestramento potrebbe convincerti di essere in grado di fare ciò che facciamo noi quando parliamo, ma nessuna scimmia – a prescindere dal suo addestramento – potrebbe mai convincerti di saper fare ciò che quel cacciatore !Kung stava facendo mentre cercava la gemsbok.”
“Sono sicuro che hai ragione.”
“Ecco cosa sto proponendo qui, Jared: non abbiamo attraversato il confine quando abbiamo cominciato a usare utensili. L'abbiamo attraversato quando siamo diventati cacciatori. I nostri antenati non-umani erano fabbricatori e utilizzatori di utensili, ma non erano cacciatori, perché non avevano l'equipaggiamento mentale per esserlo. In altre parole, siamo diventati umani cacciando, e naturalmente siamo diventati cacciatori diventando umani. E, a proposito: la caccia non è un'attività esclusivamente maschile tra i popoli aborigeni ancora esistenti, quindi non c'è ragione di supporre che lo fosse tra i nostri primi antenati umani.”
“Scusami – spero che non ti sembri una domanda inquisitoria – ma mi sembra che tu stia dicendo che abbiamo cominciato a cacciare prima di diventare cacciatori. Come si può cacciare prima di essere un cacciatore?”
“Come puoi volare prima di essere un volatile, Jared?”
“Non sono sicuro di capire cosa intendi.”
“La stessa domanda ha dovuto trovare risposta per ogni sviluppo evolutivo. Ecco la sfida classica: se l'occhio si è sviluppato gradualmente, allora è stato inutile finché non è diventato perfettamente completo e funzionale. Essendo inutile, non portava benefici al suo proprietario, quindi come ha fatto a evolversi? La risposta è che anche qualcosa di inferiore a un occhio è utile per il suo proprietario. Ogni tessuto sensoriale, non importa quanto primitivo, è meglio di niente. Non importa come l'occhio ha cominciato: dava comunque al suo proprietario un leggero vantaggio. Lo stesso vale per un comportamento, come la caccia. Anche l'abilità di lettura delle tracce più primitiva ti darà un leggero vantaggio su quelli che non ce l'hanno – e ogni leggero vantaggio tende ad aumentare la tua rappresentanza nella vasca genetica. Mentre la rappresentanza dei cacciatori nella vasca genetica aumenta, il comportamento si diffonde, e in ogni generazione i cacciatori migliori – anche se molto inferiori agli standard moderni – avranno un vantaggio e tenderanno a essere meglio rappresentati nella vasca genetica. In altre parole, l'abilità nella caccia – che per gli umani non significa velocità o potenza ma piuttosto intelligenza – è stata il vettore per la selezione naturale nel caso dell'evoluzione umana. L'intelligenza di livello umano non è stata solo un fortunato incidente. Non si è evoluta solo perché potessimo avere dei bei pensieri.”
“Mi sembra che il linguaggio abbia potuto avere un ruolo in tutto questo.”
“Ma certo. Ti ho detto che siamo diventati umani quando abbiamo sviluppato un nuovo stile di vita. I primati non umani ottengono di che vivere raccogliendo cibo, ma raccogliere cibo non richiede molta comunicazione. Un gruppo di primati può arrivare in una zona e cominciare a raccogliere cibo senza nessuna preparazione, coordinazione, collaborazione o assegnamento di compiti. Si limitano ad arrivare e a cominciare a masticare. Ma questo tipo di comportamento non funzionerebbe per dei cacciatori. Non potrebbero semplicemente arrivare e cominciare a cacciare ognuno per conto suo. Il lavoro di squadra è ciò che rende, nella caccia. Ma nei primati non esiste nessun istinto alla caccia coordinata, come nei lupi o nelle iene. Nei primati, il lavoro di squadra può nascere solo dalla comunicazione.”
“Quindi stai dicendo che il linguaggio si è sviluppato come uno strumento per la caccia.”
“Il linguaggio si è sviluppato perché conferiva dei vantaggi. Non doveva necessariamente conferirne solo uno. L'abilità nel linguaggio ti rendeva prezioso come compagno di caccia, e quindi anche come compagno per l'accoppiamento. Essere abile nel linguaggio ti aiutava sia a sopravvivere che a riprodurti.”
“Mi sembra che il linguaggio e la capacità di cacciare si siano sviluppati a vicenda, allora. E se è così, allora siamo diventati umani non solo cacciando ma cacciando e parlando.”
B annuì. “Non mi stai contraddicendo, anche se sembri crederlo. Mi stai solo anticipando. Non posso dire tutto in una volta.”
Per qualche ragione, questa risposta mi sembrò divertente, specialmente quando immaginai di rispondere con: 'Be', perché no?'. Per un attimo pensai che sarei riuscito a trattenermi, ma il mio sistema nervoso la pensava diversamente, e cominciai a ridacchiare, poi a ridere, poi a grugnire, poi a sbellicarmi... E fu a questo punto che B decise di unirsi a me, e continuammo a ridere di gusto per un paio di minuti.
Finimmo entrambi per ansimare alla ricerca di ossigeno e per sorridere stupidamente, con le lacrime che ci scorrevano sul viso, e per un attimo ebbe qualcosa nello sguardo che mi fece credere che mi considerasse quasi un essere umano. Poi respirammo a fondo, riprendemmo il controllo e tornammo al lavoro.

Il gene della caccia.

B batté nuovamente la mano sul terreno davanti a noi.
“Ho detto che c'erano varie cose che volevo capissi da questa dimostrazione. La prima è che siamo diventati umani interpretando dei segni e parlando. Non siamo diventati umani sbattendo rocce o scrivendo sonetti. L'intelligenza ci ha invitato a esplorare un nuovo stile di vita, basato sulla caccia e sulla raccolta anziché solo sulla raccolta. Questo nuovo stile di vita richiedeva – e premiava – nuove forme di comunicazione e cooperazione.
“Ecco la seconda cosa che voglio che tu capisca da questa dimostrazione. Ci saranno inevitabilmente persone che penseranno che io stia razionalizzando la violenza umana. Nulla potrebbe essere più lontano dalle mie intenzioni. Innanzitutto, gli umani non necessitano di alcuna giustificazione particolare, perché non sono affatto violenti in modo insolito o eccessivo – al di fuori della nostra cultura, che rappresenta una minuscola frazione dell'intera umanità. Al di fuori della nostra cultura, gli umani sono violenti solo nelle stesse circostanze in cui lo sono anche le altre specie: nello stabilire e difendere il territorio. Questo non ha nulla – letteralmente nulla – a che vedere con dei confini politici. La Germania non è un territorio nel senso biologico del termine. La connessione tra territorialità politica e territorialità biologica è puramente metaforica. Capisci cosa intendo dire?”
“Non ne ho la più vaga idea.”
“Forse possiamo tornarci più tardi. Al momento voglio assicurarmi che tu capisca che, a eccezione di questa nostra squilibrata cultura, noi umani non siamo più violenti delle altre specie, e non è stata la caccia a renderci violenti quanto lo siamo. I nostri antenati raccoglitori erano altrettanto violenti. Le specie che non cacciano sono altrettanto violente. Né siamo l'unica specie i cui membri sono occasionalmente violenti tra di loro. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. A parte la caccia, praticamente tutta la violenza osservata nella comunità biologica è intraspecie. Non posso spiegarti tutto in questa occasione, quindi dovrai approfondire l'argomento da solo, se ti interessa.
“Ci saranno persone che prenderanno ciò che sto dicendo e lo manipoleranno in modo da farlo diventare una giustificazione per la caccia sportiva. Di nuovo, nulla potrebbe essere più lontano dalle mie intenzioni. Esserci evoluti per diventare cacciatori non ci ha dotati di un impulso irresistibile di uccidere selvaggina. Il cacciatore che ha più successo non è quello più assetato di sangue. La sete di sangue non è richiesta, è irrilevante. Osserva dei cacciatori all'opera e vedrai che non hanno la bava alla bocca e non uccidono gratuitamente.”
“Scusami”, dissi io, “e, di nuovo, spero che non suoni inquisitorio, ma mi sembra di aver letto di ritrovamenti archeologici di un gran numero di bisonti uccisi che apparentemente sono stati lasciati a marcire da cacciatori umani. Li hanno uccisi, hanno preso le parti che volevano, e poi hanno abbandonato il resto.”
“Per quanto possa sembrare improbabile alla luce dei fatti che hai appena menzionato, non si è trattato di uccisioni inutili. I cacciatori nel Vecchio West – intendo cacciatori della nostra cultura – avrebbero potuto spiegartelo. Sapevano per esperienza che si può letteralmente morire di fame circondati dai bisonti, se si trattava di animali magri come quelli che si potevano trovare in inverno inoltrato. In assenza di altro cibo, l'unico modo di sopravvivere con dei bisonti magri è di ucciderne un gran numero per poi prendere quel poco grasso che è disponibile. Non scenderò nei dettagli della biochimica di questo, ma se vuoi posso prestarti un libro al riguardo.”
Le dissi che l'avrei presa in parola.
“Dov'ero arrivata...? Stavo dicendo che la caccia non è violenza. Lascia che te la metta in questo modo: il tratto che stava venendo trasmesso mentre ci evolvevamo come cacciatori umani non era l'inclinazione a uccidere, ma un talento per l'osservazione, la deduzione, la predizione del futuro e per l'essere scaltri e all'erta e non farsi notare. Sono queste le qualità che fanno un buon cacciatore – e non sono affatto utilizzabili esclusivamente per la caccia. Se lo fossero, allora saremmo davvero irresistibilmente spinti a cacciare. Ma ci sono effettivamente alcune cose che siamo irresistibilmente spinti a fare... E puoi vederle qui.”
Batté la mano sul terreno davanti a lei.

Il gene della narrazione.

“Dimmi cos'è successo in questo punto alcune ore fa, Jared.”
“Be', un coleottero stava passando di qui quando un topo è saltato dall'erba e l'ha afferrato. Hai detto che questi segni sembrano segni di colluttazione, ma non vedo perché un topo dovrebbe lottare contro un topo.”
“Forse il coleottero ha reagito.”
“Forse... A ogni modo, dopo la colluttazione il topo ha portato il coleottero verso destra.”
“Tu ti rendi conto che questo – quello che hai appena fatto – è completamente al di là delle capacità di qualunque altro animale sul pianeta?”
“Sì.”
“Cos'hai fatto, esattamente?”
“Be'... In realtà non ho fatto niente. L'hai fatto tu.”
“È buffo, potrei giurare di aver visto le tue labbra muoversi.”
“Sì, ma... Qual è la domanda, esattamente?”
“Ti ho chiesto cosa hai fatto.”
“Hai detto: 'Dimmi cos'è successo qui', e io te l'ho detto. Sbaglio?”
“No, è esatto. Quello che sto cercando di farti capire è che noi due abbiamo fatto cose diverse. Io ne ho fatta una, tu un'altra. Voglio che tu definisca ciò che hai fatto.”
Tutto ciò che riuscii a pensare fu che avevo parlato... E non avevo intenzione di dire questo.
“La ragione per cui non riesci a definirlo, Jared, è che lo sottovaluti. Sai chi è Koko?”
“Koko? È una gorilla a cui hanno insegnato il linguaggio dei segni, vero?”
“Esatto. Se facessi sedere Koko qui, un coleottero camminasse nella polvere e un topo arrivasse dall'erba e lo portasse via, Koko sarebbe in grado di esprimere a segni qualcosa come: 'insetto insetto topo insetto corre combatte topo corre insetto'. Se poi, dopo una decina di minuti, riuscissi a comunicarle il tuo desiderio di avere una descrizione di ciò che era successo (il che è piuttosto improbabile), il meglio che potresti aspettarti sarebbe qualcosa come: 'Koko topo visto topo insetto Koko visto'. E perfino questo sarebbe notevole. Ma quello che Koko non sarà mai in grado di fare è ciò che hai fatto tu, ossia...?”
“Mettere tutto insieme in una storia.”
“Esatto.” B batté una mano sul terreno davanti a lei. “Qui è dove l'atto di raccontare storie è cominciato, Jared. Qui è dove le persone hanno cominciato a vedere il mondo come un insieme di storie. Non c'è un bambino nel mondo, in ogni cultura del mondo, che non voglia ascoltare una storia. E in ogni cultura del mondo, una storia è una storia è una storia: inizio, svolgimento e fine. Inizio: 'Una notte un topo stava attraversando l'erba tornando a casa quando all'improvviso vide un grosso coleottero nero in una radura lì vicino. Be', pensò il topo, i coleotteri non sono il mio cibo preferito, ma le proteine sono sempre proteine!'. Svolgimento: 'Quindi il topo si nascose nell'erba finché il coleottero non fu che a un salto di distanza, poi lo attaccò. Il coleottero comunque aveva delle mascelle sorprendentemente potenti, che usò per mordere il naso del topo. I due combatterono avanti e indietro finché il topo riuscì a sconfiggere il coleottero'. Fine: 'Sei mio, adesso, disse il topo, usando il naso dolorante per rigirare il coleottero sulla schiena. Stando ben attento a evitare le zampe frementi e le mascelle schioccanti del coleottero, il topo lo inghiottì e trotterellò felice verso casa'.”
“Molto graziosa, ma... Pensi davvero che abbiamo un gene della narrazione?”
“Be'... Un genetista farebbe una smorfia a un'espressione del genere. Non esiste un singolo gene che si possa etichettare come 'gene della narrazione'. La teoria che sto proponendo qui è che il raccontare storie sia una caratteristica genetica nel senso che gli antichi cacciatori umani che potevano organizzare gli eventi in una storia avevano maggior successo di quelli che non sapevano farlo, e questo successo si è tradotto direttamente in successo riproduttivo. In altre parole, i cacciatori capaci di raccontare storie tendevano a essere meglio rappresentati nella vasca genetica rispetto a quelli che non sapevano farlo, il che (incidentalmente) spiega come mai la capacità di raccontare storie non si trova solo qui e là nelle culture umane, ma è presente universalmente.”

Leggendo il futuro.

“La gente afflitta dalla Grande Amnesia è più che felice di credere che la storia umana sia cominciata solo pochi millenni fa, quando la gente cominciò a costruire città, ma è qui che siamo diventati davvero umani. Non sto parlando di come abbiamo cominciato a camminare eretti o di come abbiamo perso la pelliccia. Siamo stati bipedi e glabri per centinaia di migliaia di anni prima di superare questo confine.”
Di nuovo, batté la mano sul terreno di fronte a noi.
“Qui è dove la struttura temporale dell'universo ha cominciato a venire impressa nel cervello umano. Queste tracce davanti a noi naturalmente esistono nel presente, ma non avranno alcun senso finché non le riconosceremo come tracce di eventi passati. Sarebbero prive di senso per ogni altra specie, perché nessun'altra specie sarebbe in grado di interpretarle come segni del passato.”
“Non è ciò che un cane fa con l'olfatto?”
“Niente affatto. Standocene qui seduti, stiamo rilasciando un'emanazione fisica di noi stessi nell'aria. Questo odore, questa emanazione fisica, si estende fino all'automobile, e un cane che la incontrasse lì potrebbe facilmente seguirla fino a qui, ma non starebbe leggendo il passato, starebbe leggendo il presente. Starebbe seguendo il suo naso fino a noi proprio come tu potresti seguire le tue orecchie fino a un concerto all'aperto ad alcuni isolati di distanza.”
“Sì, vedo la differenza.”
“Tornando alle tracce in questa parte di terreno: per capirne il senso, non è sufficiente capire che si tratta di segni di eventi passati. Bisogna anche riconoscere che hanno una direzione nel tempo: inizio, svolgimento e fine. La storia del coleottero comincia qui, continua qui e finisce lì, dove incrocia la storia del topo. Possiamo vedere che la storia del topo continua – in un futuro su cui possiamo fare predizioni. A un certo punto della notte scorsa un topo era qui, e ora è andato verso quella direzione. Se seguiamo quelle tracce, sappiamo che alla fine troveremo ciò che le ha lasciate, e sarà...?”
“Un topo.”
“Un topo, Jared, che non avremo mai nemmeno visto fino a quel momento! Capisci che cosa sto dicendo? Stando seduti qui, abbiamo guadagnato la capacità di predire il futuro. Siamo diventati veggenti! Alcuni minuti fa, ho cercato di chiarire che diventare cacciatori non ci ha dato un impulso irresistibile di uccidere altre forme di vita, ma ci ha dato altri impulsi che sembrano davvero irresistibili. Per esempio, sembriamo essere irresistibilmente attratti dalle storie, sempre e ovunque.”
“Sì.”
“Ecco un altro impulso che ci è venuto dall'essere diventati cacciatori: il bisogno di sapere che cosa incontreremo seguendo delle tracce. Ognuno di noi vuole conoscere il futuro, in qualunque modo, razionale o irrazionale, ragionevole o assurdo. Questo è così profondamente radicato in noi, così dato per scontato, che non spendiamo neanche un momento a riflettere su quanto sia notevole. Ogni nostra minima azione ci rende in una certa misura padroni del futuro. Alzandoci dal letto, ci vestiamo in un certo modo aspettandoci di incontrare una certa persona. Leggiamo il giornale non tanto per scoprire cos'è successo, ma cos'è probabile che succeda – in questioni internazionali, politica, affari, sport e così via. Controlliamo le previsioni del tempo per sapere se ci servirà un ombrello. Andando al lavoro, rivediamo i nostri piani per la giornata, che comprenderanno inevitabilmente il fare piani per domani, per la settimana prossima, forse perfino per l'anno prossimo. Una buona giornata verrà probabilmente vista come una giornata che si svolge come da programma, che non ci riserva brutte sorprese. A un certo punto, facciamo piani su come passare la serata. Passeremo sicuramente del tempo a pensare a cose che dobbiamo fare in previsione di eventi futuri. Ordineremo biglietti aerei, faremo prenotazioni in albergo, ci organizzeremo in modo che una persona riceva un regalo di compleanno fra alcuni giorni o alcune settimane da ora.
“Sarebbe difficile per noi anche solo immaginare una specie intelligente che non sia ossessionata con il futuro – e forse una specie simile non potrebbe mai sembrarci davvero intelligente. Oltre alla pianificazione presumibilmente razionale che ho appena descritto, ognuno di noi è un lettore di presagi e auspici, non importa quanto deridiamo cose del genere. Quando ci alziamo al mattino e il giornale è bagnato, il latte nei nostri cereali è aspro, la camicia che volevamo indossare è ancora nella lavatrice e la macchina non si accende, non c'è nessuno che possa evitare di pensare: 'Questa sarà una giornata schifosa'. Nessuno che possa indovinare il cavallo vincente di una corsa senza pensare: 'Lo sapevo!'. Nessuno che possa ricevere una telefonata di qualcuno a cui stava pensando senza sentire un palpito di orgoglio per le sue capacità preveggenti. Io non ho assolutamente la minima fiducia nell'astrologia, ma se qualcuno mi legge l'oroscopo, una minuscola parte di me ascolta sempre e pensa: 'Sì, sì, potrebbe succedere, ha senso'.
“Io e te possiamo insistere di non credere nella possibilità di prevedere il futuro, ma altri non sono tanto sdegnosi e daranno piena fiducia ai loro cartomanti, medium, veggenti, lettori della mano, dell'aura o dei sogni. E questo è qualcosa che attraversa ogni confine culturale. La credenza nella divinazione si trova in ogni cultura umana, ovunque nel mondo. Questo non significa che chiunque cerchi di prevedere il futuro pratichi la magia. L'astronomia si è sviluppata come un modo di predire eventi celesti. La ricerca medica sui farmaci esiste per prevedere i loro effetti futuri, in modo che un medico possa dire: 'Prenda questa pillola tre volte al giorno, e in due settimane starà meglio'. I medici sono associati in ogni cultura – inclusa la nostra – alla divinazione, e ci aspettiamo che siano esperti lettori di segni profetici. Non importa se siamo in un villaggio dell'Età della Pietra o in una moderna struttura medica, ci aspettiamo che dicano: 'Seguiremo questa procedura oggi e domani starà meglio'. Il metodo scientifico è intrinsecamente basato sul fare predizioni. 'La teoria prevede che fare A, B e C risulterà in D. La metterò alla prova in questo modo e vedo se è in grado di fare predizioni accurate o meno'.
“Dato che siamo nati cacciatori, abbiamo un bisogno genetico di sapere dove portano le tracce e cosa troveremo alla loro fine. Abbiamo una brama di conoscere il futuro persistente quanto quella di cibo o di sesso. Dire che è genetica significa naturalmente proporre una teoria, ma non ci vedo nulla di implausibile. Il cacciatore che è non solo affamato ma anche avido di conoscere il futuro avrà sicuramente un vantaggio sul cacciatore che è solo affamato.”
“Sì, si sarebbe portati a pensarla così.”

Quando gli dei sono dalla tua parte.

“Dimmi, Jared, sei un giocatore d'azzardo?”
“No, non particolarmente.”
“'Non particolarmente'. Cosa intendi?”
“Immagino significhi che sono un giocatore occasionale. Posso passare una serata a giocare a poker per pochi spiccioli con gli amici, o, se qualcuno vuole andare alle corse, posso puntare qualche dollaro per renderla interessante. Ma non sono uno di quelli che non si sentono vivi se non hanno qualcosa su cui scommettere.”
“Parli come se conoscessi qualcuno così... Un giocatore d'azzardo compulsivo.”
“Sì, in effetti lo conosco. Mio fratello maggiore.”
“Parlami di lui. Come si chiama?”
“Harlan. Harlan è molto bizzarro, per quanto mi riguarda. Un enigma, una creatura da un altro pianeta.”
“Vai avanti.”
Sospirai e mi presi mentalmente a calci per non aver risposto alla sua domanda originaria in modo da evitare queste altre. “Harlan è proprio come l'ho descritto: non si sente vivo se non ha qualcosa su cui scommettere. L'unico motivo per cui si alza la mattina è controllare i punteggi e scoprire se ha vinto qualcosa durante la notte. Scommette su qualunque cosa, ovunque. Sa tutto. Se c'è una partita di football a Melbourne, può dirti chi sono i giocatori, chi sono gli allenatori, che punteggi hanno avuto negli ultimi cinque anni... Ma non gli piacciono lo sport o le squadre. Gli interessano solo le quote e le probabilità. E, ovviamente, vincere.”
“Perde molto?”
“No, stranamente no. Conosco un sacco di giocatori che si vantano delle proprie vincite e mentono sulle proprie perdite, ma Harlan è onesto. E se non vincesse in maniera consistente – o non andasse almeno in pari – sarebbe finito in bancarotta molto tempo fa, viste le cifre che scommette. Non esita un attimo a puntare diecimila dollari su una partita. Se non rischia quel tipo di somma, non è interessato.”
“Deve far male quando perde.”
“Assolutamente. Muore e risorge cinquanta volte al giorno.”
Shirin sorrise. “E davvero non capisci cosa vede in tutto questo?”
“Be'... Una cosa è sentire di che si tratta, un'altra è sperimentarla in prima persona. È stato sposato una volta – penso che sia durata tre settimane. Non ha amici, ha allibratori.”
“Cosa fa per vivere – o è un giocatore professionista?”
“No, è un agente immobiliare, specializzato in proprietà commerciali. Passa le giornate al telefono con clienti e allibratori e le notti davanti al televisore cambiando canale tra le partite su cui ha scommesso. Se decidessero di cancellare ogni evento sportivo per un mese, dovrebbe essere ricoverato.”
“Non gioca nei casinò?”
“Ah, sì, me l'ero dimenticato. I casinò sono per le vacanze. Le passa a Las Vegas o ad Atlantic City. Dovrebbero chiudere anche i casinò per un mese.”
“Non cambierebbe nulla. Troverebbe altre cose su cui scommettere. Lancerebbe monete nei bar o per strada, scommetterebbe sul tempo, sulle elezioni, sulla marca della prossima automobile che gira l'angolo, sul numero di passeggeri che usciranno dall'ascensore.”
“Hai ragione, naturalmente.”
“Davvero non vedi che voi due siete fratelli più che solo geneticamente?”
“No. In che altro modo lo saremmo?”
“Cosa c'è alla radice dell'ossessione di tuo fratello? Hai detto che muore e risorge cinquanta volte al giorno. Per scoprire cosa?”
“Per scoprire se ha ragione.”
“No, stai mancando il punto della questione. Se scommetti con qualcuno che il Nilo è più lungo del Rio delle Amazzoni, allora naturalmente la questione è se hai ragione o no. Ma se scommetti che il prossimo lancio di una moneta sarà testa, avere ragione non c'entra nulla. Il punto è: l'universo ti aiuterà? Se dici testa ed esce testa, non significa che hai ragione, significa che Dio è dalla tua. Avresti potuto benissimo dire croce, e se Dio avesse voluto farti vincere, avrebbe fatto uscire croce. Questo è ciò che ogni giocatore compulsivo sta davvero cercando di capire: 'Sei dalla mia parte, Dio, o sei contro di me?' Quando Harlan vince si sente come un santo, e quando perde per giorni di fila conosce il lato oscuro dell'anima, e sa che Dio l'ha abbandonato.”
“Va bene”, dissi. “capisco cosa intendi. Mi ricordo che una volta, giocando a poker a cinque carte, mi è arrivata esattamente la carta che mi serviva per completare una scala reale. Ricevere quella carta è stata sicuramente un'esperienza religiosa. È stato trascendentale. Mi aspettavo che tutti rimanessero accecati dal fulgore religioso che emanavo.”
“Quando la definisci un'esperienza religiosa, stai scherzando?”
“Niente affatto. È stata un'esperienza indescrivibile. Ero in uno stato di trascendenza cosmica. Mi sono sentito come se l'universo in quel momento si fosse accorto di me. Ero in contatto con la fonte del significato dell'esistenza.”
“Un'esperienza religiosa, ma presumibilmente non cristiana.”
“No, non cristiana.”
“Molti hanno teorizzato che questa sensazione trascendente che hai descritto sia la sorgente dell'impulso religioso, ma solo B la fa risalire a questo pezzo di terra qui davanti a noi, con le sue tracce di coleotteri e topi. Qui è dove abbiamo cominciato a raggiungere una dimensione oltre la comprensione di ogni altra creatura sul pianeta. Una dimensione che di sicuro non è il nostro dominio. Ma se dovessimo immaginare che sia il dominio di qualcuno, allora di chi sarebbe?”
“Dev'essere il dominio degli dei.”
“Tirare una moneta e scommettere su testa significa entrare nel dominio degli dei. Sperare di estrarre la carta che completa una scala reale significa entrare nel dominio degli dei. Leggere i segni su questo fazzoletto di terra e cominciare una caccia, significa entrare nel dominio degli dei. E quando esce testa, quando estrai la carta che completa la tua scala reale, quando la caccia ha successo, non importa se credi in un dio, in mille dei o in nessuno. Sai comunque che l'universo si è accorto di te, che sei entrato in contatto con la fonte del significato dell'esistenza.”

L'armonica sacra.

“Ora capisci – almeno spero – a cosa mi stessi riferendo quando ieri ho parlato di armoniche. Ho detto che quando i processi mentali sono diventati pensieri umani, forse hanno cominciato a risuonare con un'armonica che corrisponde a ciò che definiamo religione o consapevolezza del sacro.”
“Sì. Al momento non avevo idea di dove volessi arrivare. Pensavo fosse molto improbabile che riuscissi a persuadermi di una cosa simile.”
“E ora?”
“E ora ha senso. Il pensiero umano è rivolto al futuro, e il futuro è inevitabilmente il dominio degli dei. Se si supera il confine, non si può non incontrarli.”
“Ora sei in una posizione adatta per capire l'universalità dell'esperienza animista. Per capire come un tempo potesse esistere una religione universale sul pianeta. Non importa dove superi il confine e incontri questi dei, l'esperienza rimane la stessa. L'esperienza africana non è differente da quella asiatica, europea o australiana. Ogni caccia comincia qui”, batté la mano a terra, “e continua nel dominio degli dei.”

Far esplodere la 'natura'.

B mi chiese di spiegare nuovamente il significato del nostro lavoro di bricolage. Lo raccolsi e lo studiai per un momento. “Il fossile rappresenta la comunità della vita”, le dissi. “L'animismo è collegato a questa comunità e risuona con essa. La Legge della Vita, rappresentata dalla penna, è scritta nella comunità della vita, e l'animismo legge questa legge, come fa anche la scienza, a modo suo.”
“Bene. Abbiamo parlato di risonanza in due occasioni, qui, non è vero, Jared? Il pensiero umano risuona con l'armonica che corrisponde alla consapevolezza del sacro, e l'animismo risuona con la comunità della vita. Qual è la connessione? Queste due risonanze in realtà sono la stessa cosa?”
“Se dovessi tirare a indovinare, direi di sì.”
“Lo sono, e una volta che lo vedrai sarai pronto a esprimere la visione animista come hai fatto con quella Prendi.”
Detto ciò, B sprofondò in un silenzio pensieroso. Alla fine, dopo un paio di minuti, continuò. “A volte devi riempire una buca nella strada per far andare la gente nella direzione desiderata, e a volte devi far esplodere parte della strada per evitare che vadano nella direzione sbagliata – e naturalmente alcune volte devi fare entrambe le cose, il che è la situazione in cui mi trovo ora con te. Penso che comincerò con l'esplosione, anche se so di non avere abbastanza dinamite o abbastanza tempo da distruggere questa parte della strada completamente come vorrei.
“Vedrai la gente imboccare questa parte della strada quando comincia a parlare della Natura, intesa come l'insieme dei processi e dei fenomeni del mondo non-umano, o come il potere dietro questi processi e questi fenomeni. Per come la vede normalmente la gente, noi Prendi abbiamo cercato di 'controllare' la Natura, ci siamo 'alienati' dalla Natura, e viviamo 'contro' la Natura. È quasi impossibile per loro capire di che cosa parla B finché restano prigionieri di queste idee inutili e fuorvianti.
“La Natura è uno spettro nato dalla Grande Amnesia, che, dopotutto, consiste proprio nell'aver dimenticato che siamo parte dei processi e dei fenomeni del mondo esattamente quanto ogni altra creatura, e che se esistesse una cosa chiamata Natura saremmo parte di essa quanto scoiattoli, piovre, zanzare o giunchiglie. Siamo incapaci di alienarci dalla Natura o di vivere 'contro' di essa. Non possiamo alienarci dalla Natura più di quanto possiamo alienarci dall'entropia. Non possiamo vivere contro la Natura più di quanto possiamo vivere contro la gravità. Al contrario, quello che stiamo vedendo ogni giorno più chiaramente è che i processi e i fenomeni del mondo hanno effetto su di noi esattamente come su qualunque altra creatura. Il nostro stile di vita è evolutivamente instabile, quindi si sta autoeliminando come succede a ogni strategia evolutivamente instabile. Tutto perfettamente ordinario.”
“Penso di capire tutto questo.”
“Anche capendolo, te l'assicuro, la gente ti dirà: 'Ma non pensi che dovremmo riavvicinarci lo stesso alla Natura?' Per me, questo è privo di senso quanto dire che dobbiamo riavvicinarci al ciclo del carbonio.”
“Lo capisco. D'altro canto, ad alcune persone piace stare all'aria aperta.”
“E va benissimo. Basta che non insistano che stare in una foresta significa essere 'più vicini alla Natura' che stare seduti in un cinema.”

Attraverso gli occhi del cervo.

“Nessuno penserebbe mai di dire che un'anatra o un verme di terra sono 'vicini alla Natura', e allo stesso modo è vero che i nostri antenati animisti non erano 'vicini alla Natura'. Loro erano la Natura – erano una parte della comunità della vita. Appartenevano a quella comunità completamente quanto lucertole, falene e moffette – e altrettanto istintivamente. Intendo che non si congratulavano con se stessi per il fatto di appartenervi, lo davano per scontato. Lo stesso vale per i moderni popoli Lascia. Non appartengono a questa comunità della vita per una questione di principio, o perché pensano che sia nobile o 'un bene per i bambini' o 'un bene per il pianeta'. Lo preciso per dissociarmi dall'attuale tendenza ad angelizzarli – che secondo me è dannosa quanto demonizzarli come facevano i nostri bis-bisnonni. Non hanno bisogno di essere angelizzati. Hanno uno stile di vita che è più sano per le persone e per il pianeta, è vero, ma non lo seguono perché sono nobili. Lo seguono per la miglior ragione del mondo: perché lo preferiscono al nostro e piuttosto che vivere come noi preferirebbero morire.”
Annuii per farle sapere che la stavo seguendo.
“Vivere nella comunità della vita ha dato loro qualcosa che noi abbiamo perso, ossia la comprensione di dove proveniamo. I bambini nella nostra cultura pensano che la vita ci venga dai nostri genitori umani, e che il cibo sia solo un altro prodotto che fabbrichiamo, come la vernice, la plastica o il vetro. I bambini nelle culture di cacciatori-raccoglitori sanno che la vita non ci viene solo dai nostri genitori. Ci viene anche da tutte le altre forme di vita da cui dipendiamo per vivere. Quelle piante e quegli animali non sono prodotti più di quanto lo siamo noi, e se noi viviamo nelle mani degli dei, allora lo fanno anche loro nello stesso identico modo.”
Scosse la testa, evidentemente insoddisfatta. “Ci sono cose che la prosa non può comunicare, Jared. Lascia che parli a Louis.”
Chiuse gli occhi. “Le persone da cui ho imparato la Legge della Vita, Louis, sono proprio quelle che l'hanno chiamata in questo modo: gli Esquimesi Ihalmiut, che vivevano nella parte più desolata del Canada, all'interno del Circolo Polare Artico. La loro era una vita strana per i nostri standard, ma questa stranezza ce la rende molto facile da comprendere. Gli Ihalmiut erano il Popolo dei Caribù. Questo perché i caribù erano ciò di cui vivevano. Erano completamente dipendenti dai caribù, perché altri animali erano rari e la vegetazione commestibile dagli umani è praticamente inesistente nel Circolo Polare Artico. È difficile immaginare di vivere solo di carne – mai un pezzo di pane o di cioccolato, mai una banana, una pesca o una pannocchia di mais – ma loro ci riuscivano ed erano perfettamente sani e soddisfatti.
“Non avevano mai bisogno di spiegare chi o cosa fossero ai loro bambini, ma se avessero dovuto farlo, avrebbero detto qualcosa di simile: 'So che ci guardate e ci chiamate uomini e donne, ma questo è solo il nostro aspetto; in realtà siamo caribù. La carne che cresce sulle nostre ossa è la carne del caribù, perché è fatta della carne di caribù che abbiamo mangiato. Gli occhi che si muovono nel nostro cranio sono gli occhi del caribù, e noi osserviamo il mondo al posto suo e vediamo ciò che avrebbe visto. Il fuoco della vita che una volta ardeva nei caribù ora arde in noi, e noi viviamo le loro vite e percorriamo i loro passi nelle mani degli dei. Ecco perché siamo il Popolo del Caribù. I caribù non sono nostre prede o nostre proprietà: sono noi. Sono noi in un punto del ciclo della vita, e noi siamo loro in un altro. I caribù sono due volte vostri genitori, perché vostro padre e vostra madre sono caribù, e il caribù che vi ha dato la vita oggi vi era padre e madre anch'esso, dato che non sareste qui se non fosse per lui'.”
Aprì gli occhi e mi guardò – un segnale, pensai, che si stava di nuovo rivolgendo a me anziché a suo figlio.
“Questa percezione della nostra parentela con il resto della comunità della vita è fondamentale per la visione animista, Jared, anche se appare molto misteriosa e implausibile ai membri della nostra cultura. Tutti dovrebbero passare del tempo a osservare le pitture rupestri del Paleolitico Superiore, e non solo per esercitarsi ad apprezzare l'arte. Definire queste pitture 'arte' come la intendiamo noi significa osservarle molto superficialmente. Sono magnifici e brillanti, ma non sono stati creati con le stesse motivazioni che attribuiamo a pittori come Giotto, El Greco, Rembrandt, Goya, Picasso o de Kooning. Né abbiamo alcuna ragione di supporre che siano stati dipinti come aiuti magici per la caccia. Da un'analisi, risulta chiaro che si tratta di aiuti visivi per delle istruzioni su come e cosa cacciare. Di guide per la caccia. Per esempio, anziché venire dipinte di profilo come il resto dell'animale, le zampe sono molto spesso voltate verso lo spettatore in modo da mostrare le tracce che lasciano al suolo. Altre volte, le orme dell'animale sono disegnate accanto alla sua figura o su di essa, e anche questo si vede molto spesso. Viene prestata attenzione agli escrementi degli animali e all'aspetto che essi hanno quando li producono (il che, suppongo, è un'attività di cui i cacciatori possono approfittare). Viene data attenzione anche a come gli animali rotolano per terra, creano pozzanghere e scavano nel terreno (tutti segni importanti per un cacciatore). Gli animali sono mostrati accanto alle piante di cui si nutrono ('trova la piante e troverai l'animale'), accanto ai loro predatori ('trova il predatore e troverai la preda'), e con specie simbiotiche ('trova la rondine e troverai il bisonte'). Viene data attenzione agli animali mentre emettono ruggiti e versi caratteristici, a ciò che è probabile vedere quando parte di un animale è nascosta da una roccia o dall'erba alta (un paio di corna, una gobba caratteristica). Vengono anche trattati indizi stagionali del loro comportamento ('quando i salmoni saltano in questo modo, fai attenzione ai cervi perché dovrebbero essere anch'essi in movimento'). Queste caverne non sono gallerie d'arte o tempi sciamanici, sono scuole di caccia – l'equivalente di uno dei nostri musei di scienza e tecnologia.”
Dopo aver cercato di digerire tutto questo, le dissi che ero confuso. “Avevi cominciato a parlare di queste caverne dicendo che passare del tempo dentro di esse convincerebbe chiunque che i nostri antenati cacciatori sentivano una stretta parentela con il resto della comunità della vita.”
“Esatto. Non sto parlando di magia. Sto parlando di qualcosa come una sensazione. Questi cacciatori ovviamente riverivano gli animali che dipingevano, ne erano in soggezione, li idolizzavano come i membri della nostra cultura idolizzano stelle del cinema e campioni sportivi. Per dipingerli come hanno fatto, hanno dovuto provare un gioioso coinvolgimento e una profonda identificazione con le creature che cacciavano. Ma posso vedere che non sei ancora molto convinto da tutto questo. È difficile essere persuasivi in assenza dei dipinti stessi. Hai mai visto una riproduzione di quello che viene solitamente chiamato 'Lo Sciamano' (The Sorcerer)?”
“Penso di sì, anche se non me lo ricordo.”
“È solitamente interpretato come uno sciamano con una maschera rituale, ma bisogna avere una mente decisamente letterale e nessuna conoscenza anatomica per vederlo in questo modo. Ha le corna e il corpo di un cervo, le orecchie di un leone, il volto di un gufo e la coda e i genitali di un cavallo – e non c'è il minimo indizio che stia indossando una maschera. Credo che sia unico nell'arte paleolitica perché non si limita ad abitare la superficie in cui è dipinto. Fa qualcosa che nessun altro uomo o animale fa: guarda fuori dalla parete in cui si trova e ci fissa con i suoi strani occhi da gufo. La regola nella cinematografia convenzionale è che l'attore non debba mai, mai guardare direttamente nella telecamera, perché se lo fa distrugge l'illusione che stia interagendo con gli altri personaggi sullo schermo. Se guarda nella telecamera, improvvisamente sta interagendo con noi. L'uomo-bestia sulla parete della caverna di Les Trois Frères sta inequivocabilmente interagendo con noi – graficamente, senza parole. 'Ecco', sta dicendo, 'puoi vedere che cosa sono. Non sono solo un uomo. Non sarei neanche lontanamente così straordinario se fossi solo un uomo. Guarda bene e vedrai uomo, cavallo, gufo, leone e cervo. Sono un'unione di tutte queste creature, e hai mai visto qualcosa di così bello?'"



Sorrisi, alzai le spalle e scossi la testa. “Credo che più che il modo in cui è stato dipinto, mi piaccia come l'hai descritto tu.”
Alzò le spalle anche lei. “Lillian Hellman una volta ha detto una cosa che mi sorprese: 'Niente che scriverai verrà mai inteso come avevi sperato.' Non le sue esatte parole, ma qualcosa del genere. Mi sorprese perché pensai: 'Ehi, hai il totale controllo di ciò che scrivi, perché non dovrebbe venire inteso come vuoi?' Immagino che la risposta sia che ciò che speriamo di ottenere è sempre oltre le capacità umane. Vogliamo far tremare la terra, far piangere le rocce e spaccare il cielo. Io volevo fare questo per te qui, proprio adesso, ma so di non esserci riuscita.”
Per un attimo pensai quasi che fosse una strana ambizione da avere. Poi mi ricordai di me stesso da giovane. Le mie ambizioni non erano state molto diverse, ma erano cresciute fragili e inconsistenti e il vento e la pioggia del tempo le avevano erose fin quasi a distruggerle.

La ragnatela tessuta incessantemente.

“Ho detto che sarei stata selettiva riguardo lo stile di vita Lascia, in modo da renderti in grado di articolare la visione animista facilmente quanto la nostra.”
“Mi ricordo.”
“Ti ho detto che questo piccolo quadrato di terra qui davanti a noi è dove tutto è cominciato – il pensiero umano, la consapevolezza umana del sacro e la storia umana – ma per quanto ne abbia parlato, non penso di essere mai stata completamente schietta e diretta con te. Sono stata diffidente. Non l'ho detto chiaramente perché, a dispetto di tutto, ho paura della sprezzante superiorità di quelli come te.”
Non volevo chiedere cosa intendesse con “quelli come me” (e probabilmente non ne avevo nemmeno bisogno). Invece, feci l'errore di chiederle se mi avesse mai davvero visto essere sprezzante.
“Molte volte, temo. So che non ne sei consapevole e che cerchi di trattenerti, ma so anche che non è facile per qualcuno con il tuo indottrinamento intellettuale e culturale.”
“Mi dispiace”, dissi, sentendomi inadeguato. “Profondamente.”
“Lo so. Anche Charles lo sapeva. Altrimenti non saresti qui.”
Ci riflettei un po' e alla fine dissi: “Immagino che, se vuoi che faccia ciò che vuoi che faccia, dovrai dire le cose che hai paura di dire.”
“Hai ragione, naturalmente”, disse lei, “e lo so.”
“Dille a Louis, se ti può aiutare. In un certo senso, aiuta anche me.”
“Va bene, farò ciò che devo”, disse. “Nel frattempo... Un'ora fa – non so se te lo ricordi – ti ho detto che siamo diventati umani leggendo le storie scritte qui, nelle mani degli dei. E ti ho mostrato la mia mano, in questo modo. Hai capito cosa intendessi con questo?”
“Non sono sicuro.”
“Vedi questi segni sulla mia mano?”
“Certo.”
“Li sto paragonando a quei segni.” Indicò le tracce del coleottero e del topo. “Entrambi i tipi di segni sono stati lasciati dal passare della vita. È mia convinzione – e naturalmente è solo una teoria personale – che questi segni, presenti sulla mia mano e sul terreno, abbiano fatto nascere la credenza che viviamo nelle mani del dio di questo luogo.”
Allungò il braccio e fece scorrere le dita sulle tracce del coleottero.
“La traccia di Shirin”, disse. “Come il coleottero e il topo, una volta anch'io sono stata qui. E se qualcun altro verrà a studiare questi segni, dirà: 'Tutti e tre sono stati qui, in tempi diversi, nelle mani del dio, e sono ancora nelle sue mani anche se non sono più qui.' Ogni traccia comincia e finisce nelle mani degli dei, e ogni traccia dura una vita. Cacciatore e cacciato si trovano entrambi nelle proprie tracce, quando si incontrano, e non esistono tracce, per quanto estese, che vadano oltre le mani degli dei. Tutti i sentieri si trovano insieme qui come una ragnatela tessuta incessantemente, e il tuo o il mio non sono più o meno importanti di quello del coleottero o del topo. Sono tutti collegati.
“Queste sono cose che vorrei dire a Louis. Affrontiamo il nostro viaggio in compagnia di altre creature. Il cervo, il coniglio, il bisonte e la quaglia camminano davanti a noi, e il leone, l'aquila, il lupo, l'avvoltoio e la iena viaggiano alle nostre spalle. Tutti i nostri sentieri si trovano insieme nelle mani degli dei, e nessuno è più ampio o favorito rispetto a un altro. Il verme che striscia sotto il tuo piede sta compiendo il suo viaggio nelle mani degli dei esattamente come te.
“Ricordati che le tue tracce sono un filo della ragnatela tessuta incessantemente nelle mani degli dei. Sono legate a quelle del topo nel campo, a quelle dell'aquila sulla montagna, a quelle del granchio nel suo guscio, a quelle della lucertola sotto la sua roccia. La foglia che cade al suolo a mille chilometri da te influenza la tua vita. L'impronta del tuo piede sul terreno risuona attraverso mille generazioni.”

Nel mare d'erba.

“Per adesso ho esaurito le forze, Jared, ma voglio fare un'ultima escursione prima di concludere la giornata. Questa sarà mentale, quindi non dovrai metterti il cappello da Natty Bumppo. Dove sei cresciuto?” Le dissi in Ohio. “Non ci sono mai stata, ma non può essere molto diverso da dove sono cresciuta io, nelle Grandi Pianure. Non ci sono solo campi di grano, neanche oggi. Voglio che viaggi con me in un luogo che mi ricordo dalla mia infanzia, una pianura selvaggia... Una volta quand'ero piccola mi ricordo di aver visto un vecchio film western chiamato Il mare d'erba. Non mi ricordo di cosa parlasse. Tutto ciò che ricordo era una scena dove Spencer Tracy guardava questo sconfinato mare d'erba che si estendeva da un orizzonte all'altro, mentre il vento lo increspava e creava delle onde proprio come nell'oceano. Il posto di cui parlo non era così enorme, ma era lo stesso tipo di posto. Chiudi gli occhi e vedi se riesci a immaginarti un posto simile.
“La cosa importante da ricordare è che non si tratta di erba, Jared. Si tratta di cervi, bisonti, pecore, cicale, talpe e conigli. Allunga la mano e afferrane una manciata. Coraggio, fallo – almeno mentalmente. Ce l'hai? Quello è un topo. E il topo, il bue, la gazzella, la capra e il coleottero ardono tutti del fuoco dell'erba, Jared. L'erba è la loro madre e il loro padre, e i loro figli sono erba.
“Una cosa sola: erba e grillo. Una cosa sola: grillo e passero. Una cosa sola: passero e volpe. Una cosa sola: volpe e avvoltoio. Una cosa sola, Jared, e il suo nome è fuoco, che oggi arde come uno stelo nel campo, domani come un coniglio nella sua tana, e il giorno dopo come una bambina di undici anni di nome Shirin.
“L'avvoltoio è la volpe. La volpe è il grillo. Il grillo è il coniglio. Il coniglio è la bambina. La bambina è l'erba. Tutti insieme, siamo la vita di questo luogo, indistinguibili l'uno dall'altro, fusi nel fuoco, e il fuoco è dio – non Dio con la lettera maiuscola, ma uno degli dei con la minuscola. Non il creatore dell'universo, ma la fonte della vita di un singolo luogo. A ognuno di noi è concesso un istante nel fuoco, Jared, e quando la nostra scintilla si esaurisce dobbiamo lasciare il posto a un altro, in modo che le fiamme possano continuare ad ardere. Nessuno può rifiutarsi di spegnersi e vivere per sempre – proprio nessuno. Certamente non io, con tutto il mio intelletto. Tutti – tutti – vengono mandati a qualcun altro, un giorno. Voi siete in viaggio, Jared-Louis, tutti e due. Come lo sono anch'io. In viaggio verso il lupo, il giaguaro, l'avvoltoio, il coleottero o l'erba. Sono in viaggio e vi ringrazio, erba, fuoco, passeri, conigli, zanzare, farfalle, salmoni e serpenti, per aver condiviso voi stessi con me per un po'. Mi preparo a restituirvi tutto, ogni singolo atomo, e vi ringrazio davvero per il prestito.
“La mia morte sarà la vita di un altro, Jared – questo te lo giuro. E osserva, cercami, perché sarò di nuovo in quest'erba e mi vedrai guardare attraverso gli occhi della volpe, solcare l'aria con l'aquila e correre con il cervo.”

I segreti.

“Questi sono i nostri insegnamenti segreti, Jared. So che Charles ti ha detto che gli insegnamenti segreti sono quelli che gli insegnanti hanno difficoltà a impartire. Ora capisci perché?”
“Sì.”
“I popoli Lascia hanno cercato di dirvi queste cose per secoli, ma rimangono dei segreti. Di sicuro non li abbiamo tenuti segreti noi, tutt'altro. Non siamo membri della Massoneria, dei Templari o del Ku Klux Klan, non sussurriamo segreti in stanze sigillate per poi esigere promesse di silenzio da coloro che li ascoltano. Ogni volta che qualcuno si comporta in quel modo, puoi star sicuro che sta proteggendo segreti insignificanti o semplici dati di fatto, come il punto in cui gli Alleati progettavano di invadere l'Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. I veri segreti possono venire mantenuti scrivendoli su tabelloni pubblicitari.”
A quel punto stavamo tornando indietro alla macchina.
“Quando abbiamo cominciato questa conversazione”, disse B, “hai espresso la visione Prendi in questo modo: Il mondo è stato creato per l'Uomo, e l'Uomo è stato creato per conquistarlo e dominarlo. Ti ho fornito abbastanza elementi per esprimere anche la visione Lascia, o animista?”
“Penso di sì.”
Continuammo a camminare, e per fortuna non mi sollecitò a rispondere. Alla fine, mentre la strada diventava visibile, tacqui e dissi: “Questo è il meglio che posso fare. Non mi sembra molto elegante.”
“Non farà tremare la terra.”
“No. E non farà piangere le pietre né spaccherà il cielo.”
“Capisco cosa intendi, Jared. Lo capisco davvero.”
“Il mondo è un luogo sacro”, le dissi, “e noi ne facciamo parte.”
“Eccellente, Jared, semplice e diretto. Questo è ciò che i popoli Lascia hanno sempre saputo – e continuano a sapere. Dovunque andassi nel mondo, avresti trovato persone che davano per scontato che il mondo fosse un luogo sacro e che noi vi appartenessimo esattamente come ogni altra creatura.” Sorridendo, guardò il parco come per dargli un addio silenzioso. Poi incluse anche me nel suo sorriso mentre diceva: “Forse un giorno qualcuno troverà un modo di dirlo che farà tremare la terra.”

Il fossile.

Circa a metà strada verso l'hotel, dissi: “Hai detto che mi avresti detto cos'aveva in mente Charles quando mi ha dato il fossile di ammonite.”
“Ah, sì.” Continuò a guidare per un paio di isolati, poi accostò e parcheggiò. “Charles era molto più bravo di me in queste cose. Lui ti avrebbe fatto vedere come passato, presente e futuro erano intessuti insieme in quel pezzetto di terreno. Ti avrebbe mostrato come avresti potuto letteralmente leggere il futuro dai segni lì presenti. Niente di magico. Come ti ho detto, cerchiamo tutti continuamente di leggere il futuro. Gli piaceva precisare che la nostra fascinazione per la caccia non è scomparsa nell'era moderna, ha solo trovato un nuovo modo di esprimersi – la risoluzione di misteri, dove tutti i talenti classici entrano in gioco: osservazione, deduzione, capacità di prevedere il futuro, di essere scaltri, invisibili e all'erta.”
“Cos'ha a che vedere questo con il fossile?”
“Dov'è?”
Lo tirai fuori e glielo porsi.
“Sospetto che avesse in mente di chiederti di prevedere il futuro di questo fossile, che è almeno sessanta milioni di anni più vecchio della specie umana. Sappiamo molto del suo passato. Cosa sai del suo futuro?”
“Assolutamente nulla.”
Lei rise e scosse la testa. “Sono sicura che avrebbe potuto prevedere quella risposta senza la minima difficoltà.”
“Sono sicuro che avrebbe potuto”, dissi, un po' seccato.
“Andiamo”, disse, uscendo. Girò intorno alla macchina fino al bagagliaio, ne estrasse una chiave inglese e me la passò.
“Che dovrei fare con questa?”
Salì sul marciapiede e si sedette sul bordo. Quando mi unii a lei, posizionò il fossile tra di noi e mi disse di spaccarlo in mille pezzi.
“No”, le dissi.
“Andiamo, fallo.”
“No”, le dissi di nuovo. “Perché vuoi farmi fare una cosa del genere?”
“Voglio mostrarti come leggere il futuro”, disse – con un mezzo sorriso, mi sembrò.
Raccolsi il fossile, rimisi la chiave inglese nel bagagliaio e rientrai in macchina.
“Charles l'avrebbe fatto meglio”, disse, mentre ce ne andavamo. “Lo scopo dell'esercizio ha bisogno di essere meglio sviluppato.”
Sbuffai sprezzante.
“Charles ti avrebbe convinto a distruggerlo.”
“Bah”, dissi, incapace di pensare a qualcosa di meglio.
B rise – nel mio stato infatuato, mi sembrò un suono più dolce del canto di un uccello.

All'hotel.

Le dissi di non aspettarmi al teatro stasera, il che è perfetto, dato che mi ci è voluto fino alle undici per finire di scrivere tutto questo.
Ora ho intenzione di scendere al bar, bere qualcosa e non pensare ad assolutamente nulla per un'ora. Poi, tanto per cambiare, ho intenzione di farmi una normale notte di sonno. Domani sera Shirin parlerà in pubblico come B per la prima volta. Sono proprio curioso di vedere come andrà.





Parte Tre


Data sconosciuta.

Mi dicono che sono in un ospedale.
Mi dicono che sono qui da tre giorni.
Mi dicono che ho una commozione cerebrale.
Mi dicono che le costole incrinate fanno più male di quelle rotte.
Mi dicono che mi sono trovato coinvolto in un'esplosione.
Mi dicono che il teatro è esploso.
Mi dicono che la causa dell'esplosione è ignota.
Mi dicono che ora è sepolto sotto uno ziliardo di tonnellate di macerie.
Mi dicono che probabilmente è stata una fuga di gas.
Mi dicono che è successo circa alle sei del pomeriggio.
Mi dicono che il teatro era vuoto in quel momento.
Mi dicono che nessuno ha mai vissuto lì.
Mi dicono che è un'idea ridicola.
Mi dicono che non si metteranno a scavare in tutte quelle macerie.
Mi dicono che non troverebbero nessun cadavere.
Mi dicono che nessuno è stato dichiarato scomparso.
Mi dicono che nessuno ha cercato di visitarmi.
Mi dicono che nessuno ha chiamato a parte Padre Lulfre.
Mi dicono che gli ho parlato il giorno dopo l'esplosione.
Mi dicono che l'ho dimenticato perché ho una commozione cerebrale.
Mi dicono che gli ho parlato ieri.
Mi dicono che l'ho dimenticato perché ho una commozione cerebrale.
Mi dicono che passerà “quasi sicuramente”.
Mi dicono che un giorno potrei ricordarmi l'esplosione.
Mi dicono che potrei non ricordarmela mai.
Mi dicono che tornerò a casa appena sarò abbastanza forte.
Mi dicono che potrei essere abbastanza forte dopodomani.
Mi dicono che tutte le mie cose sono nell'armadio.
Mi dicono che le hanno portate qui dalla mia stanza d'albergo.
Mi dicono che tutti i miei quaderni sono intatti.
Mi dicono che non dovrei leggerli ora.
Mi dicono che non dovrei scriverci ora.
Mi dicono che non dovrei agitarmi ora.
Mi dicono che non mi dovrei preoccupare ora.
Mi dicono che non dovrei pensare a nulla ora.
Mi dicono che dovrei riposarmi ora.
Mi dicono che dovrei prendermela comoda ora.
Mi dicono che è ora di farmi un'iniezione.
Io dico loro che devo tenere il mio diario.
Mi dicono che non verrà perduto.
Io dico loro che devo ricordarmi che cosa ci ho scritto.
Mi dicono che sarà ancora qui quando mi sveglierò.
Mi fanno l'iniezione.
Comincio a prendermela comoda.

Data sconosciuta.

Sembra che questo sia stato davvero scritto da me.

Data sconosciuta.

Io, Jared Osborne, scrivo questo per te, Jared Osborne, per quando ti sveglierai nel bel mezzo della notte, come sembri fare spesso, e non saprai dove diavolo ti trovi. Le pagine precedenti, che cominciano con: “Mi dicono che sono in un ospedale”, sono anch'esse state scritte da me per quando ti sveglierai nel bel mezzo della notte – ma non mi ricordo di averle scritte più di quanto mi ricorderò di aver scritto questo la prossima volta che mi sveglierò e lo troverò sul tavolo vicino al letto.

Data sconosciuta.

È colpa della commozione cerebrale. Ecco cosa devi inciderti bene in mente. Hai una commozione cerebrale e al momento la tua memoria a lungo termine è fuori a pranzo. Speriamo che sia temporaneo – tutti noi Jared che leggiamo e scriviamo in questo quaderno lo speriamo. I dottori che pazientemente ci ripetono il loro nome ogni giorno, e che ci dimentichiamo regolarmente ogni giorno, ci assicurano che molto probabilmente si tratta di una situazione temporanea.

31 maggio.

A quanto pare dormo parecchio. Non ho idea se per ore o giorni. Adesso, quando mi sveglio, cerco immediatamente questo quaderno. Non mi ricordo cosa c'è scritto, ma mi ricordo che contiene le risposte.
Penso che il piano sia che, se anche la mia memoria a lungo termine non dovesse tornare, questo quaderno potrà fare da registro cumulativo. Ho raccolto molte informazioni nelle ultime ore che dovrei mettere per iscritto.
Per cominciare, sono tornato negli Stati Uniti. (Continuo a voler scrivere “noi”, intendendo gli Jared che scrivono queste cose e quelli che le leggeranno.) Mi trovo in quella che i seminaristi chiamano “la Fattoria della Compagnia”, il posto in cui vai quando ti serve un po' di riposo – o una vacanza dall'alcool – o quando le voci su di te e i chierichetti cominciano a diventare troppo rumorose. Tutti i grandi ordini hanno posti come questo, naturalmente, alcuni ne hanno diversi, accuratamente specializzati. Naturalmente non vengono più chiamati penitenziari, oggi sono chiamati centri di ritiro. Questo si trova in campagna, circa centocinquanta chilometri a sud della chiesa di St. Jerome.
Ho scoperto tutto questo sollevando il telefono sul tavolo accanto al letto. A quanto pare lo faccio sempre. Tim, il giovane uomo che ha risposto (non so se è davvero giovane, ma lo sembra), mi ha detto di leggere cos'avevo scritto nel diario, e io gli ho risposto che l'avevo già fatto. Mi ha anche detto dove mi trovavo, che ero lì da due giorni e che erano le due di notte (a quanto pare, la mia ora preferita per chiamare), del 31 maggio.
Ciò che chiama “l'incidente” è avvenuto “circa una settimana fa”. Se ha ragione, allora l'esplosione dev'essere avvenuta sabato, il giorno in cui Shirin doveva parlare in pubblico. Ma sabato sembra impossibile alla luce di ciò che “loro” mi hanno detto all'inizio, probabilmente a Radenau. Se fosse successo di venerdì non mi sarei trovato lì, dato che stavo progettando di farmi una buona notte di sonno dopo aver passato la giornata nel parco con B. Quindi posso concludere che sia probabilmente avvenuto di domenica.
Tim non sa nulla dell'esplosione, eccetto che sono stato tirato fuori dalle macerie e apparentemente dovrei considerarmi fortunato a essere ancora vivo.
Gli ho chiesto come ottenere una linea esterna e mi ha detto che dovrei parlarne con il Dottor Emerson. Gli ho detto che voglio solo chiamare mia madre per farle sapere che sto bene, ma lui mi ha ripetuto che devo parlarne con il Dottor Emerson. Gli ho chiesto che altro tipo di pazienti ci siano in questo reparto, e lui mi ha detto che dovrei chiederlo al Dottor Emerson. Gli ho chiesto se avrebbe potuto mandare qualcuno qui a parlare con me, ma mi ha risposto che era notte fonda. Sarebbe venuto lui stesso, ma doveva restare alla scrivania. Gli ho chiesto se avrei potuto andare io da lui, ma mi ha risposto che non sarebbe stata una grande idea a quest'ora di notte, però mi ha detto che sarebbe stato felice di parlare con me al telefono quanto volessi.
Gli ho chiesto se questo è un normale ospedale, e mi ha detto di no, non proprio, perché qui non c'è nessuno con, sa, delle malattie, come cancro, polmonite o appendicite. Questa è più una casa di riposo, ha detto.
Gli ho chiesto se avrebbe potuto fare una telefonata per me e mi ha risposto di sì, ma solo se il Dottor Emerson l'avesse autorizzato. Gli ho chiesto se avessi avuto dei visitatori e mi ha detto che era abbastanza sicuro che non ne avessi avuti. Gli ho chiesto se dei visitatori fossero attesi e mi disse che avrebbero potuto esserlo, ma non l'avremmo necessariamente saputo con grande anticipo. Gli ho chiesto se qualcuno stesse chiedendo di me e lui mi ha risposto di sì, certo, chiamano ogni giorno per sapere come sto. Gli ho chiesto di chi si trattasse, e mi ha risposto che non lo sapeva.
Gli ho detto che ero sorpreso che mi avessero spostato dalla Germania.
“Be'”, mi ha risposto, “lei non ha alcun problema nel funzionare, si dimentica solo che cosa ha fatto. Come ora. Tutto ciò che dice ha senso, ma quando si sveglierà domattina probabilmente non si ricorderà di averlo detto. Non è privo di conoscenza o altro, si dimentica solo le cose. Per esempio, si è dimenticato che abbiamo già avuto questa conversazione tre volte.”
“Abbiamo già parlato di questo tre volte prima d'ora?”
“Due volte l'altra notte e questa è la terza.”
“Non credo che lo dimenticherò stavolta.”
“Bene, spero di no. È la stessa cosa che ha detto l'altra volta, però.”
Gli ho detto che mi sarei legato un fazzoletto intorno al dito, e lui ha riso.
Ha riso, ma non sa la parte davvero divertente, ossia che c'è già un fazzoletto legato attorno al mio dito.


Sabato, 1° giugno.

Mattina.

Nonostante tutto, quando mi svegliai mi ricordai la conversazione con Tim. Avevo perso quasi esattamente una settimana.
Dovetti aspettare fino a mezzogiorno per poter vedere il Dottor Emerson, che si rivelò essere perlopiù come l'avevo immaginato e come credo dovesse essere per gestire un posto come questo: abbastanza vecchio da essere autoritario ma non da essere pensionato, imperturbabile, impossibile da impressionare, inamovibile – ma amichevole e disponibile ad ascoltarti.
Dissi che volevo parlare con Padre Lulfre, e fui sorpreso di sapere che era atteso lì oggi, in tempo per cena.
Come Tim, il Dottor Emerson non sapeva nulla dell'incidente. Quando gli chiesi il permesso di chiamare in Germania, mi domandò con chi volessi parlare. Ero preparato per la domanda, e gli mostrai un foglio con tre nomi. L'incredibile verità è che non conosco il cognome di Shirin. Non siamo mai stati presentati formalmente e non c'è mai stato un momento in cui fosse appropriato chiederlo. Conosco il cognome di Michael – per averlo udito – ma avrebbe potuto scriversi Dzerjinski o Dyurzhinsky quanto Dershinsky. Senza un nome proprio, Frau Doktor Hartmann era introvabile. Quindi i tre nomi sul foglio erano quelli di Monika e Heinz Teitel e quello di Gustl Meyer, il proprietario del negozio Überbleibselen.
Il Dottor Emerson diede un'occhiata al foglio e osservò che doveva essere notte fonda in Germania.
“No, in realtà è solo sera, il momento migliore per chiamare.”
“Parla abbastanza tedesco da poter comunicare con un operatore?”
Quando dissi di no, fece qualcosa che mi impressionò. Senza esitare un attimo, alzò il telefono e cominciò a premere pulsanti. Entro sessanta secondi ebbe il prefisso della Germania, quello di Radenau e aveva insistito abbastanza da riuscire a farsi passare un operatore che parlasse inglese. Quando ebbe i numeri, l'operatore gli chiese se volesse essere messo in comunicazione e lui gli disse di sì e di provare con Gustl Meyer. Quando lì non ottenne risposta, l'operatore provò con il numero dei Teitel. Quando qualcuno finalmente rispose, il Dottor Emerson chiese se si trattasse di Monika Teitel. Evidentemente la risposta fu affermativa, perché mi passò il telefono.
“Monika”, dissi io, “è lei? Sono Padre Osborne. Ci siamo incontrati nel sotterraneo del teatro...”
“Ah, sì”, disse lei. “Cosa vuole?”
Fu fredda proprio come sembra.
“La sto chiamando dagli Stati Uniti. Sa che mi sono trovato nell'esplosione...”
“Sì?”
“Monika, sto cercando di capire cos'è successo.”
“Il teatro è stato fatto saltare in aria.”
“Lo so, ero lì, ma ho battuto la testa e non mi ricordo niente. Quello che sto cercando di scoprire è se ci fosse qualcuno nel...”
Il telefono fu appoggiato da qualche parte con un rumore.
Aspettai per un doloroso minuto finché udii il ricevitore venire risollevato.
“Sono tutti morti”, disse Monika.
“Cosa? No!”
“Ho chiesto a Heinz, e lui dice che sono tutti morti.”
“Ma mi è stato detto che il teatro era vuoto!”
La sentii dire: “Ecco”, e un'altra voce entrò in linea – quella di Heinz.
“Cosa vuole?”, chiese. “Sono tutti morti.”
“No! Heinz, mi hanno detto che il teatro era vuoto.”
“Chi gliel'ha detto?”
“Mi è stato detto in ospedale. Hanno detto che nessuno stava cercando dei cadaveri perché il teatro era vuoto.”
“Ja, quindi? Gliel'hanno detto loro.”
“Sa se Shirin era lì?”
Li udii scambiarsi delle frasi smorzate.
“Adesso attacco”, disse Heinz.
“No, aspetti! Può dirmi il cognome di Shirin? Il suo cognome?”
Heinz rifletté un momento prima di dire: “Dovrebbe esserci anche lei, là sotto.”
Poi attaccò.

Pomeriggio.

Spesi le tre ore successive a letto, e ciò che pensai non ha bisogno di venire annotato.
Intorno alle quattro, qualcuno bussò alla porta, entrò e si presentò amichevolmente come Padre Joe. Voleva sapere se avrebbe dovuto programmare un posto per me nella cappella.
“Cosa?”, dissi io.
“Domani è domenica, Padre”, mi disse lui. “Immagino che dirà messa.”
“Non dirò nessuna messa”, gli dissi.
Padre Joe scomparve come un pupazzo a fili tirato via dal palco.
Quindi almeno questa faccenda è chiusa. Ho raggiunto e superato il cinquantesimo stadio della perdita della fede.

Sera.

Tim, il mio confidente notturno, è un nativo americano con la corporatura di un lottatore di sumo. Questo è un lavoro estivo, per lui. Durante l'anno scolastico frequenta l'università di una città vicina. Non avendo mangiato nulla per tutto il giorno stavo morendo di fame, e lui mi indirizzò nella sala da pranzo, in cui decisi di non poter stare dopo una sola occhiata. Troppa luce e troppe conversazioni in cui la gente avrebbe voluto includermi.
Tornai indietro, chiesi a Tim se fosse possibile farmi mandare un carrello in camera e lui disse certo, niente di più semplice. Gli dissi che stavo aspettando un visitatore dall'Università di St. Jerome di nome Padre Lulfre, e lui mi chiese come sarebbe arrivato. Gli dissi che immaginavo sarebbe venuto in macchina.
Tim controllò i suoi fogli e mi chiese se avrebbe passato la notte lì.
“Immagino di sì.”
Scosse la testa. “Non credo proprio”, disse. “Stanno molto attenti a farci sapere cose del genere, e non c'è nessun Padre Lulfre qui.”
“È atteso per cena.”
Tim alzò le spalle e ripeté che non credeva proprio.
Tornai nella mia camera e, senza niente di meglio da fare fino all'arrivo del carrello, decisi di fare il punto della situazione e di controllare quante delle mie cose fossero ancora in mio possesso. Incredibilmente, a eccezione del mio portafoglio – con tutti i miei contanti e le mie carte di credito – tutto il resto sembrava essere lì, passaporto incluso. Chiamai Tim e lui confermò i miei sospetti che il portafoglio fosse tenuto sotto chiave per “ragioni di sicurezza”.
L'oggetto più interessante era il registratore, che aveva un nastro mandato avanti per un'ora circa. Dopo aver mangiato e aver restituito il carrello, riavvolsi il nastro e lo avviai, incrociando mentalmente le dita e trattenendo il fiato. Il primo secondo confermò le mie speranze: era una registrazione del discorso di Shirin al teatro il 25 maggio. Fermai il nastro per riflettere sul fatto che, se Heinz Teitel aveva ragione, queste sarebbero state le ultime parole che le avrei mai sentito pronunciare. Il pensiero non mi fece sentire meglio. Avviai il registratore e ascoltai.
(Il testo di questo discorso può essere trovato qui.)
Seguendo la mia abitudine di non registrare il riassunto delle lezioni precedenti, avevo evidentemente acceso il registratore nel mezzo del discorso. Non è facile riassumere ciò che provai nell'ascoltare ciò che Shirin aveva da dire. Finalmente tirò le somme. Non avevo idea di come questo discorso fosse chiamato ufficialmente, ma sapevo che avrebbe potuto chiamarsi solo “La Grande Reminiscenza”. Questa era la fine, l'adempimento della promessa, e mi lasciò con appena un milione di domande.
Ma c'era una cosa che avevo finalmente capito senza ombra di dubbio: il motivo per cui Charles e Shirin si erano entrambi rifiutati di difendersi dall'accusa di essere l'Anticristo. Fui deluso da me stesso per essere stato tanto lento a capirlo, per non aver compreso che cosa mi stessero dicendo e che cosa mi stesse dicendo Padre Lulfre. A ogni modo, avevo finalmente capito perché, quando gli avevo detto che B mi sembrava innocuo, Padre Lulfre aveva replicato: “Non può essere vero.”
Infatti non era vero.
Ho scritto una copia cartacea di questo discorso. In queste circostanze incerte, nessuna precauzione è eccessiva. Ovviamente Padre Lulfre non è arrivato stasera, o se l'ha fatto ha dormito per ore.

Le tre di notte.

Finalmente ho capito perché non riesco a dormire. Devo imparare a pensare più come un fuggitivo. Sono troppo abituato a essere passivo e fiducioso. Mi ci sono volute due ore di contorsioni nel letto per capire il punto della situazione, ossia che queste sono circostanze potenzialmente disastrose per me.
Non so perché Padre Lulfre non si sia fatto vivo stasera, ma sono dannatamente felice che non l'abbia fatto, perché non può esistere un posto peggiore di questo per affrontarlo. Se volesse, potrebbe rinchiudermi qui e gettare via la chiave. Devo uscire di qui adesso e cercare di affrontarlo su un terreno più favorevole. Fortunatamente, se questo posto ha un reparto ad alta sicurezza, non è questo. Credo che potrei riuscire ad andarmene con l'essenziale (registratore, quaderni, cassette e passaporto), ma un viaggio di centocinquanta chilometri con nient'altro che lanugine in tasca non è una prospettiva allettante. Dovrei cercare di persuadere Tim a darmi almeno una carta di credito dal mio portafoglio.


Lunedì, 3 giugno.

Il fuggitivo a 12.000 metri.

Anche se ci sono volute quasi due ore, Tim si è rivelato persuasibile. Posso essere lento, ma nessuno ha mai detto che non so farmi capire. Avevo suggerito che mi desse le chiavi della sua macchina ma no, non sarebbe arrivato fino a quel punto. Ci vollero un altro paio d'ore, ma alla fine riuscii a rimediare un passaggio. I preti devono coltivare un'aria innocua che si rivela utile per strada (come sa ogni serial killer). Una volta arrivato a un bancomat, fui libero.
Raggiunsi l'ufficio di Padre Lulfre alle undici di mattina e, per Dio, eccolo lì, proprio dove l'avevo lasciato quasi un mese fa. Cosa su cui non avevo affatto contato, dato che era domenica.
Mi guardò dalla sua scrivania, semplicemente sbigottito, e disse: “Non c'era bisogno che lo facessi, Jared. Avevo in mente di venire a trovarti oggi.”
Non ci arrivava davvero. Pensava che mi fossi preso tutto quel disturbo per la semplice impazienza di vederlo.
“Sono qui per una resa dei conti, Padre Lulfre.”
Incappucciò la penna e la appoggiò sulla scrivania – movimenti ponderati e precisi.
“Una resa dei conti, eh? Sembri il coraggioso eroe di un melodramma di fine secolo.”
“Secolo diverso”, dissi sedendomi, “ma l'idea è quella.”
“Per cosa vuoi che ti venga reso conto?”
“Le dirò cosa mi ricordo, poi lei potrà dirmi il resto.”
“Va bene.”
“Mi hanno detto che potrei ricordarmi l'esplosione, prima o poi, ma tutto ciò che ricordo al momento è un piccolo lampo. Per un po' pensavo fosse qualcosa che avevo sognato, e forse lo è, ma non credo. Sa com'era organizzato il teatro?”
“Sì.”
“Il suo uomo a Radenau gliel'ha spiegato.”
Padre Lulfre annuì. “Il nostro uomo in Europa, in realtà.”
“Si tratta dell'anziano individuo che si è presentato come Herr Reichmann?”
“Esatto.”
“Perché non mi ha detto che aveva già un uomo sul posto?”
Scrollò le spalle. “È sempre meglio farvi credere che dipenda tutto da voi.”
“Allora perché mi ha telefonato per darmi istruzioni?”
“È diventato impaziente. I professionisti perdono sempre la pazienza con i dilettanti, lo sai.”
Scossi la testa. “Perché mi ha mandato lì?”
“Ti abbiamo mandato esattamente per i motivi che ti ho detto.” Sorrise brevemente. “Quasi esattamente per gli stessi motivi. Con il suo vero nome, Reichmann mantiene uffici perfettamente rispettabili a Berlino, Praga e Parigi, e svolge incarichi per una dozzina di compagnie e individui diversi, perlopiù negli Stati Uniti. È una persona molto utile e piena di risorse, e il novantanove percento dei compiti che gli affidiamo sono innocue faccende di routine. Ma quando gli abbiamo chiesto di dare un'occhiata a Charles Atterley per noi, ci ha mostrato un lato della sua personalità che non avevamo mai visto prima. Il suo approccio è stato: 'Non riesco a capire che sta dicendo quel tizio, quindi perché non posso semplicemente sparargli e farla finita?' Qualunque cosa tu possa pensare di noi dopo questa orribile esperienza, Jared, assolutamente nessuno prese in considerazione questo consiglio. Dovevamo mandare uno dei nostri a osservare Atterley e credimi, volevamo davvero che ci persuadessi che era innocuo.”
“E io non sono riuscito a farlo.”
“Non è dipeso da te, davvero. È stato condannato dalla sua stessa bocca, dai discorsi che ci hai faxato.”
“E ha davvero autorizzato il suo assassinio?”
Scrollò le spalle. “L'hai detto molto bene, Jared: questi giorni sono ancora quei giorni. Nulla è cambiato negli ultimi cinquecento anni, a parte il fatto che gli eretici non possono più venire giustiziati in pubblico. Prendo tutto questo seriamente quanto Papa Innocenzo III, che ordinò una crociata contro gli Albigesi. Lo prendo seriamente quanto Pio V, che, quando era grande inquisitore, istigò personalmente il massacro di migliaia di Protestanti nel sud Italia. Lo prendo seriamente quanto Tommaso d'Aquino, che disse: 'Se i criminali ordinari possono essere condannati a morte giustamente, allora quanto più giustamente possono essere uccisi gli eretici?' Perché Tommaso sapeva molto bene che gli assassini si limitano ad accorciare la vita temporale del loro prossimo, mentre gli eretici li privano della vita eterna. Se ormai non capisci più la differenza – o se non ti interessa più – allora immagino che tu abbia perso la fede.”
“Immagina bene, Padre. Ho paura che sia caduta vittima della fallacia modernista.”
“Mi dispiace di sentirlo”, disse, e potevo vedere che lo era sinceramente.
“Dato che mi ha citato riguardo questi giorni che ancora sono quei giorni, immagino che l'ingegnoso Herr Reichmann avesse piazzato delle cimici nel teatro.”
“Ma certo. Era una cosa ovvia da fare. Atterley e i suoi subordinati erano semplicemente troppo fiduciosi per sopravvivere a lungo come sovversivi.”
“Sì, lo erano. Quindi sapeva che stavano cercando di reclutarmi.”
“Sì. È stato un vantaggio inaspettato, e l'hai gestito nel modo giusto.”
“A parte essermi fatto reclutare davvero.”
“Sì, a parte quello.” Corrugò la fronte un attimo, poi alzò lo sguardo. “Dici che adesso ti ricordi l'esplosione?”
“Ho detto che mi ricordo un piccolo lampo. Sto guardando in alto dal vano delle scale verso Herr Reichmann, che sta guardando in basso verso di me. Penso fosse la scala a chiocciola nel teatro.”
“Esatto. È tutto quello che ricordi?”
Annuii.
“Non sono del tutto sicuro di cosa è successo lì. La versione di Reichmann è che sei andato a sbattere contro di lui sulle scale pochi istanti prima che la bomba esplodesse. Evidentemente hai dato per scontato che non stesse facendo nulla di buono e non ti sei lasciato convincere a uscire dal teatro con lui, così, quando hai cominciato a scendere le scale per andare ad avvertire gli altri, Reichmann ti ha tramortito e ti ha lasciato al tuo destino. Questo è stato un bene per te, perché quella scala di ferro è stata l'unica struttura a resistere sia all'esplosione che al crollo del tetto.”
“Lei non crede che sia davvero ciò che è avvenuto?”
“Potrebbe esserlo. Tutto ciò che so per certo è che è quello che Reichmann vuole farci credere, e non siamo in una posizione tale da poterlo contraddire.”
A quel punto, non mi era rimasto che fare la domanda che temevo maggiormente: “Reichmann le ha detto chi era nel teatro quando è stato distrutto?”
“Ha detto di aver eliminato tutti.”
Lo fissai tetramente.
“Le sue parole esatte sono state: 'La cerchia interna è andata'.”
“Chiunque altro sembra pensare che il teatro fosse vuoto”, dissi io.
Padre Lulfre alzò le spalle.
“Be', ne ha mancato uno: me.”
Scosse la testa. “Jared, sai che ho un'alta opinione di te, ma non sei un carismatico agitatore di folle.”
“Non credo che essere un agitatore c'entri nulla.”
Scrollò nuovamente le spalle.
“Sa, non riuscivo a capire perché B insistette tanto a sospendere i suoi programmi mentre si occupava di me. Aveva ancora meno senso dopo la morte di Charles. Capisce cosa intendo?”
“No, francamente no. Cos'è che aveva meno senso dopo la morte di Charles?”
“Perché B insistette a spendere tanto tempo con me.”
Padre Lulfre fece per dirmi che non aveva la minima idea di che stessi parlando, poi arrivò l'illuminazione. “Stai parlando della donna... Sharon?”
“Shirin”, gli dissi. “Shirin è B.”
“Pensavo che Charles fosse B.”
“Charles era B, ma lo era anche Shirin.”
Scosse il cranio massiccio, allontanando una mosca fastidiosa.
“B doveva passare quel tempo con me cosicché, se anche fosse successo il peggio, avrebbe potuto sentirsi dire che aveva fallito.”
“Stai parlando in modo troppo indiretto per questo vecchio cervello, Jared. Se fosse successo il peggio?”
“Se fosse riuscito a uccidere sia Charles che Shirin.”
“Se fossi riuscito a uccidere sia Charles che Shirin, avrei fallito comunque?”
“Esatto. Perché non ha ucciso me. Non sono un carismatico agitatore di folle, ma questo non importa. Io sono B.”
“Tu sei B? Lo credi veramente?”
“Non è una questione di crederlo o no, Padre. Non sono più ciò che ero quando mi sono seduto qui tre settimane e mezzo fa... E non può farmici tornare.”
Padre Lulfre si piegò in avanti, finalmente interessato. “E pensi davvero che abbia importanza, Jared? Pensi che farai qualcosa di diverso, ora che sei B?”
“Oh, sì”, gli dissi, alzandomi in piedi. “Non c'è dubbio su questo. È una certezza.”
“Non so se ridere o rabbrividire, Jared. Ma se avessi una pistola nella mia scrivania, la tirerei fuori e ti sparerei giusto per essere prudente.”
“Lo farebbe davvero?”
“Sì, lo farei. Ti ricordi dell'ultimo discorso della tua amica Shirin al teatro, una settimana fa? O l'hai dimenticato con l'esplosione?”
“L'avevo dimenticato, ma ne ho ascoltato una registrazione ieri.”
“Non lo sapevo”, disse pesantemente. “A ogni modo, anche Reichmann ne ha fatto una registrazione e me l'ha fatta ascoltare al telefono. È stato quello...”
“A condannarla?”, suggerii.
“Sì, esatto. Vedi, mi ha mostrato più chiaramente di qualunque sostenitore dell'ecumenismo perché noi siamo una confraternita, Jared. Noi cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e induisti. Noi ci siamo elevati dalla melma in cui l'animismo striscia così orgogliosamente. Noi rappresentiamo ciò che di più elevato, trascendentale e sublime esiste nell'umanità. A separare i membri della confraternita sono solo ruscelli insignificanti. Ma ciò che separa la confraternita dall'animismo è un oceano ampio quanto l'abisso che separa l'Uomo dalla bestia, lo spirito dalla materia.”
“Sono d'accordo.”
“Cos'hai intenzione di fare ora?”
Tirai fuori il registratore dalla mia tasca e gli mostrai che era in funzione. “Per prima cosa, troverò un posto sicuro per questa cassetta, Padre. Ci ha chiamati troppo incredibilmente fiduciosi per essere cospiratori, ma anche lei è piuttosto ingenuo.”
“Hai ragione, Jared. Nessuno di noi è stato addestrato a guardare il mondo con sospetto. Ma non lo consegnerai alla polizia.”
“Certo che no. Questo è il mio salvacondotto, almeno finché lei sarà vivo. Se la polizia se ne impossessasse, diventerebbe inutile per quello scopo.”
Annuì. “Sì, sarà meglio che trovi un posto sicuro per quella cassetta.”
Me ne andai e, dato che sembrava un buon momento per iniziare a essere meno fiducioso, non gli girai le spalle finché non fui fuori dalla stanza con la porta chiusa tra di noi.
E questo è ciò che è successo. Tra adesso e Amburgo ho un sacco di ore davanti a me in cui dormire e aggiornare questo diario, e in uno spazioso e confortevole posto in prima classe, dato che nessun altro era disponibile su questo volo. I Laurenziani non noteranno la differenza, e sicuramente sono felici di mandar via i propri apostati con una stretta di mano sotto forma di una Visa Gold.


Martedì, giugno.

Radenau rivisitata.

Sono nella mia vecchia stanza d'albergo, e mi dà una sensazione piuttosto inquietante. L'impiegato alla reception ha accolto il mio ritorno senza sorpresa, permettendosi la libertà di sperare che mi fossi completamente ripreso dalla “spiacevole esperienza” di essere quasi saltato in aria.
Sono arrivato abbastanza presto da fare un po' di utile lavoro di preparazione. Ho comprato alcune necessità come biancheria, rasoi e schiuma da barba, e ho passato un po' di tempo con l'elenco del telefono in biblioteca. Sono riuscito a piazzare un annuncio pubblicitario nel giornale locale in cui chiedo a Shirin o Michael di contattarmi. Naturalmente, il giornale non accetterà altro che soldi reali, quindi domani dovrò vedere se questo pezzetto di plastica magica è davvero in grado di produrre soldi veri se inserito nell'apposita fessura della macchina giusta.
Il mio lavoro con la guida del telefono è stato tanto utile che sono riuscito a rintracciare Frau Doktor Hartmann. Mi ha detto che la mia testa dovrebbe essere tagliata e gettata in pasto ai cani, e che la tortura non la convincerebbe a dirmi dove si troverebbero Michael o Shirin, se anche fossero vivi. Per quanto non condannabile in tribunale, secondo lei sono responsabile della loro morte. Stando così le cose, immagino di poter cancellare Frau Hartmann dalla lista dei miei sostenitori.
Parlai con una mezza dozzina di persone con un nome simile a Michael e un cognome simile a Dershinsky e ne ho ancora varie dozzine da provare da Hannover ad Amburgo, fino a Berlino, se voglio. Dovrei potermi tenere occupato fino al Columbus Day.
Ora sono le otto di sera, e mi sento esausto. L'unica cosa che posso fare a questo punto è restare sveglio abbastanza a lungo da regolare il mio orologio biologico con l'orario locale.
A essere sinceri, non sono completamente sicuro di che cosa sto facendo qui. Immagino di star cercando di provare che Herr Reichmann e Heinz Teitel si sbagliano, che la cerchia interna non è stata distrutta, ma non so come fare. Non posso aspettarmi di riuscire a convincere le autorità cittadine a scavare in un milione di tonnellate di macerie per dimostrare qualcosa di cui sono già convinti. Ma cosa, allora? I Teitel non sarebbero di maggiore aiuto di persona di quanto lo siano stati per telefono. Potrei convincere i medici della clinica di Shirin di essere un amico intimo a cui dovrebbero dare il suo indirizzo e numero di telefono anche se non conosco nemmeno il suo cognome? No, francamente non credo. Ovviamente, posso semplicemente mettermi davanti all'edificio e vedere se si fa viva.
Al momento non riesco a pensare a nient'altro da fare. Sono troppo stordito dal jet-lag per riflettere.


Mercoledì, 5 giugno.

Morte plastica.

Stamattina ho trovato un bancomat, ci ho inserito la mia carta e ho scoperto di aver cessato di esistere. La carta era stata revocata. Mi considerai fortunato, visto che avrebbero potuto essere un giorno più rapidi e in quel caso non sarebbe stata accettata neanche all'hotel.
Avevo un paio di scelte. Potevo convertire il mio biglietto aereo di ritorno in denaro contante, o potevo chiamare a casa e chiedere un prestito a mia madre. Decisi di convertire il biglietto. Poi dovetti riflettere sulla mia posizione rispetto all'hotel. Immaginai di essere a posto, a meno di non provare a utilizzare di nuovo la carta di credito, e che l'hotel non avrebbe avuto lamentele da fare, visto che quando mi sono registrato qui la carta era ancora valida. Presumibilmente il conto l'avrebbero pagato i Laurenziani, cosa che non angosciò minimamente la mia delicata coscienza.
Dato che la linea aerea non ha uffici a Radenau, dovrò farmi un viaggio ad Amburgo, che decisi di togliermi subito dalla mente. Fui di ritorno per le sei, ansioso di cenare, visto che avevo saltato il pranzo. Mentre mi avviavo in camera per darmi una lavata, l'impiegato alla reception mi chiamò per informarmi che la carta non era stata accettata, dopotutto. Non solo dovevo all'hotel i soldi per un giorno, ma per due, dato che avevo mancato di diverse ore il limite per lasciare l'albergo... E naturalmente da quel momento in poi avrei dovuto pagare in contanti, se avessi voluto restare oltre l'indomani mattina. Gli passai quasi metà delle mie sostanze e gli dissi che ci avrei pensato.
Già.


Sabato, 8 giugno.

Gironzolando.

Così, alle undici di giovedì mattina mi unii ai ranghi dei senzatetto, i miei beni terreni in una busta di plastica. Mi fermai in un bar per un caffè e un croissant mentre cercavo di decidere cosa fare di me stesso. Pensai di cercare una pensione economica, o magari anche solo una panchina invitante nel parco.
Andai nel luogo dove sorgeva il teatro. Era stranamente in ordine, circondato da una recinzione più alta di due metri. Gli edifici circostanti erano perfettamente intatti. Una compagnia di demolizioni avrebbe potuto chiedere un sovrapprezzo per un lavoro effettuato così precisamente. La punta della scala a chiocciola di ferro spuntava dalle macerie come l'albero di una goletta. Non trovai l'intera situazione educativa, di ispirazione o altro. Rimasi a guardare oltre la recinzione per circa cinque minuti, poi me ne andai.
Visitai il negozio di scarti esotici di Gustl Meyer. Fu educato, quasi compassionevole, ma non aveva suggerimenti da darmi.
Passai il pomeriggio alla biblioteca, cercando nuovi modi di scrivere Michael e Dershinsky. Decisi di portare la mia lista di numeri al negozio di Gustl Meyer l'indomani per vedere se fosse disposto a lasciarmi usare il suo telefono.
Tornai in hotel per vedere se qualcuno avesse risposto al mio annuncio. Nessuno l'aveva fatto.
Mi soffermai su una pizza e una birra finché non fu notte. Poi cominciai a camminare. Stavolta non sapevo dove stavo andando, ne avevo solo un'idea generica. Ho un senso della direzione piuttosto buono, ma non mi interessava scoprire subito dove fossi diretto. Il tempo era un bene che avevo in abbondanza.
Camminai e camminai, su piedi già doloranti, e la vista e l'olfatto cominciarono a risvegliarmisi. Più l'atmosfera sociale ed economica degradava, più il mio umore migliorava. Mi stavo dirigendo nel quartiere peggiore di Radenau, il regno di fabbriche, magazzini e cantieri, che a quest'ora di notte ospitavano solo guardie notturne e cani da guardia. In breve, avvistai un piccolo edificio privo di segni particolari poco più avanti. Sembrava una sorta di capanno, schiacciato tra un magazzino e un deposito ferroviario. Mi ci diressi sperando che la porta si sarebbe aperta e lo fece, investendomi con una zaffata di fumo di sigaretta, alcool e La Vie en Rose. Era Little Bohemia e, per Dio, mi sentii a casa.

Albrecht.

Mi feci strada fino a un tavolo in fondo, contro un muro fitto di disegni e stampe incorniciati, nessuno dei quali dritti, nessuno con un vetro che fosse stato pulito negli ultimi vent'anni. Al livello degli occhi, quando mi sedetti, c'era uno schizzo di Igor Stravinsky che sembrava firmato da Picasso. Nessuno nel locale sembrava essersi mosso da quando io e Charles ce n'eravamo andati, tre settimane prima.
Quando la cameriera arrivò per sapere cosa volessi, le chiesi se si chiamasse davvero Theda.
“Sì, davvero”, rispose sorridendo. “Beve Lagavulin stasera?”
“Bevo lo sciacquabudella più economico che avete, per favore, Theda”, le dissi gentilmente, ma quando arrivò dopo un paio di minuti aveva lo stesso sapore del Lagavulin.
Qualcuno parlò al mio gomito, e mi girai verso un volto vagamente familiare. Era Albrecht dal gigantesco intelletto, il sogghignante ventenne inglese che si era offerto di scaricarmi in un lago la prima volta che avevo visitato il sotterraneo nel teatro.
“Cosa?”, dissi.
Lui disse, in tono derisorio: “Sei tu B, adesso?”
Ci riflettei per un po'. Non ho mai avuto l'opportunità di imparare come gestire le persone ostili – alcuni preti lo imparano ed altri no – ma sento che dovrei conoscere almeno le basi.
“Perché non ti siedi e non mi dici che hai in mente?”, gli dissi.
“È una domanda troppo difficile per te?”
“Sì, lo è”. Con una vittoria già in tasca, si sedette davanti a me.
“Perché mi fai questa domanda?”
“Stavi venendo strigliato, non è così? Non è questa la parola? Strigliato?”
“Be', esiste una parola del genere, senza dubbio, ma nessuno mi aveva avvisato che stavo venendo strigliato.”
Scrollò le spalle con disprezzo.
“Ho abbandonato il sacerdozio”, gli dissi. Questo gli fece battere le palpebre. “Quando ho parlato con l'uomo che mi aveva mandato qui la prima volta, Padre Lulfre, gli ho detto che uccidere B era stata fatica sprecata, perché B è ancora qui – e sarei io – ma di sicuro non penso di essere pronto a riprendere da dove Shirin ha lasciato. E, a proposito, ho lasciato una registrazione di quella conversazione con un amico, altrimenti ora sarei un uomo braccato, forse persino morto.” Questo causò tre battiti di ciglia in rapida successione. Gli chiesi se questo rispondesse alla sua domanda – probabilmente un errore, visto che sembrò rimetterlo sui binari giusti.
“Chiunque può essere braccato”, disse. “La domanda è: puoi fare ciò che faceva B?”
“Che cos'hai in mente, di preciso?”
“Hai assimilato le loro intuizioni, ma ne hai di tue? Sei un pensatore e un insegnante, o solo un ripetitore di Sacre Scritture? Se tutto ciò che puoi fare è cantilenare le scritture, allora non sei B più di quanto lo sia io. Sei solo un chierichetto che ha tutte le risposte già pronte.”
Bevvi un sorso e desiderai che questo giovane sfrontato fosse molto, molto lontano. Alla fine, gli dissi: “Albrecht, gli ultimi dieci giorni sono stati un po' movimentati, per me, quindi è assolutamente vero che non ho aggiunto una singola parola agli insegnamenti di B. Che abbia o meno le capacità per farlo, però, è un altro discorso. Comunque hai perfettamente ragione: se tutto ciò che posso fare è ripetere le Sacre Scritture come le ho udite da Charles e Shirin, allora non sono più di un chierichetto.”
Albrecht sogghignò. “Ma non credi di esserlo, giusto?”
“Non credo di esserlo, no, ma non ho ancora avuto modo di dimostrarlo.”
“Vuoi l'opportunità di farlo?”
Cos'avrei potuto rispondere a questo? No?

La prova.

“I membri della nostra cultura”, disse Albrecht, “immaginano che abbiamo inventato tecnologia, agricoltura, leggi e, naturalmente, civilizzazione, ma ci attribuiamo anche altri risultati meno encomiabili. Puoi pensare ad alcuni di essi?”
“Be'”, dissi, “Immagino che veniamo incolpati di cose come povertà, crimine e discriminazione per motivi razziali e sociali. Ciò che Shirin chiamava le 'classi sofferenti' sono sicuramente una nostra invenzione. Oppressione politica. Malattie mentali.”
“Ti stai dimenticando la peggiore di tutte, Padre.”
“Non sono più un prete, chiamami solo Jared.”
“Come vuoi.”
“La peggiore di tutte sarebbe... La guerra.”
“Naturalmente. La guerra è di gran lunga la malattia peggiore che abbiamo portato nel mondo, non è vero?”
“Sì.”
Albrecht scosse la testa, disgustato. “Sei davvero patetico, Jared. Non provi neanche a dubitare di ciò che Madre Cultura ti sussurra nelle orecchie. Rimani un prigioniero della Grande Amnesia.”
“Senti, lasciamo perdere gli epiteti per un po', va bene? Non pretendo di sapere tutto ciò che sapevano Charles e Shirin, e nemmeno tutto ciò che sai tu. Che mi stai dicendo? Che la guerra non è stata una nostra invenzione?”
“È proprio ciò che ti sto dicendo. La guerra non è un difetto esclusivo della nostra bizzarra, squilibrata cultura. Esiste ovunque esistano culture umane – sia nel passato che nel presente. Il mito del nobile selvaggio pacifico è esattamente questo: un mito.”
“D'accordo. Quindi?”
Albrecht si alzò. “Sei davvero triste, Jared. Non lasciare che senta che ti fai chiamare B in questa città, o verrò a metterti in imbarazzo, te lo prometto.”
“Siediti. Per favore.” Si sedette. “Per favore, cerca di capire che non ho la minima pretesa di essere storicamente o antropologicamente preparato. Lo sarò, spero, ma al momento sinceramente non capisco dove vuoi arrivare.”
“Allora perché non lo chiedi?”
“Te lo sto chiedendo.”
“I pensatori più antichi della nostra cultura credevano che la vita umana fosse cominciata quando è nata la nostra cultura, solo pochi millenni fa. Quindi nulla riguardo la vita umana poteva essere imparato prima di allora. Prima di quel momento, non era mai avvenuto nulla degno di nota. Quindi loro guardarono nel passato e videro che l'Uomo era nato agricoltore e costruttore di civiltà. Pensarono che questa fosse la sua natura e il suo destino, e questo è ciò che insegniamo ancora oggi ai nostri figli. La razza umana è nata per diventare noi. Non è questo ciò che insegniamo loro?”
“Sì.”
“B ha cercato di mostrarti l'assurdità di questo insegnamento rimuovendo le lenti offuscanti della Grande Amnesia. Facendoti vedere che ciò che è esistito prima della nascita della nostra cultura non è stato affatto un vuoto. Mostrandoti che la nostra cultura non è nata in un mondo privo di religioni e leggi. Religioni e leggi che risalgono a centinaia di migliaia di anni fa, forse perfino milioni, fino all'origine della vita umana stessa.”
“Lo capisco.”
“Davvero? Capisci che leggi e religioni risalgono a centinaia di millenni fa?”
“Sì.”
“Be', lo stesso vale per la guerra, Jared. Spiegalo.”
“Spiegalo?”, ripetei vacuo.
“È un sintomo della nostra natura malvagia, Jared? È questa la spiegazione? Abbiamo un innato amore per l'omicidio?”
“No.”
“Quel 'no' è un atto di fede o un dato di fatto?”
“Al momento è un atto di fede, ma spero di poterlo trasformare in un dato di fatto.”
“Bene. Fallo. Togliti le lenti oscuranti della Grande Amnesia e spiegalo – oppure, per l'amor di Dio, smettila di chiamarti B. Vai a casa dalla tua accogliente parrocchia e scusati per esserti comportato da stupido.”
Provai paura. Poi capii che non poteva aspettarsi che facessi una cosa del genere sul momento... E invece era proprio ciò che voleva.
“Se preferisci diventare B in un altro momento, Jared”, disse, “allora basta dirlo. Dimmi che la tua ambizione è di diventare B un giorno. Poi torna a casa.”
“Ma di sicuro neanche B potrebbe fare una cosa simile seduto in una taverna, senza fare riferimento a un solo libro, senza neanche una normale enciclopedia.”
“Sarò io la tua enciclopedia. Oppure, se vuoi libri sulle tattiche belliche preistoriche, posso farteli avere nel giro di mezz'ora.”
“Quindi tu conosci già la risposta alla tua domanda.”
“No, niente affatto. Quei libri non sono stati scritti da persone che pensano come B. Sono stati scritti da persone che in fondo sono convinti che l'Uomo fosse divinamente plasmato per conquistare e dominare il mondo. Sono scandalizzati dalla guerra preistorica. Non la spiegano, se ne lamentano. Ne sono imbarazzati, perché la creatura destinata dall'alba dei tempi a conquistare e dominare il mondo avrebbe dovuto essere più nobile, più angelico, migliore.”
“Sì, capisco... Ho ragione ad assumere che la guerra nella preistoria fosse simile al tipo di guerra che viene praticato ancora oggi dai popoli tribali moderni?”
Scosse la testa, disgustato. “O sai come toglierti le lenti offuscanti o non lo sai, Jared. Non aspettarti che lo faccia io per te. Resterò nei paraggi se avrai bisogno di consultare un'enciclopedia, ma non chiedermi di ragionare al posto tuo.” Si alzò e si spostò a un tavolo dall'altro lato della stanza.
Ne fui sollevato. Aveva ragione: o sapevo come togliermi le lenti offuscanti, o non lo sapevo, e sarebbe stato più facile farlo da solo che in compagnia. Attirai l'attenzione di Theda e ordinai un altro drink.
La questione che avevo sollevato con Albrecht era una che non avevo mai esplorato con Charles o Shirin, nonostante fosse implicita in ogni cosa che dicevano. Come possiamo essere sicuri che i popoli tribali moderni vivono come vivevano i popoli tribali antichi? La risposta di B è questa: lo stile di vita tribale è sopravvissuto fino all'epoca attuale perché funziona. Ciò che esiste ancora oggi nel mondo è ciò che ha tenuto duro, ciò che è stabile, ciò che funziona. Gli esperimenti falliti scompaiono, quelli riusciti invece vengono ripetuti e ripetuti e ripetuti. È assurdo supporre che il letargo sia un'innovazione recente per gli orsi, per quanto non ci sia modo di dimostrare che non lo sia. Gli orsi vanno in letargo perché funziona. È altrettanto assurdo supporre che la migrazione sia un'innovazione recente per gli uccelli, per quanto, di nuovo, non ci sia modo di dimostrare che non lo sia. Gli uccelli migrano perché funziona. È assurdo supporre che tessere ragnatele sia un'innovazione recente per i ragni, benché non ci sia modo di dimostrare che non lo sia. I ragni tessono ragnatele perché funziona.
Se potessimo tornare indietro nel tempo di un milione di anni, non ci aspetteremmo di trovare orsi tessere ragnatele, uccelli andare in letargo e ragni migrare. Gli orsi vanno in letargo oggi perché molto probabilmente andare in letargo funzionava per loro anche un milione di anni fa. E i ragni tessono ragnatele oggi perché molto probabilmente tessere ragnatele funzionava per loro anche un milione di anni fa. Dato che gli esseri umani non sono il risultato di una creazione speciale, ma si sono evoluti nella comunità della vita come tutte le altre specie, questo modo di ragionare si applica anche alle persone proprio come agli orsi, agli uccelli e ai ragni. Sappiamo con certezza che l'agricoltura totalitaria è un'invenzione recente, ma non c'è alcun motivo di supporre che lo sia anche la vita tribale. Le persone vivono in modo tribale oggi molto probabilmente perché vivere tribalmente funzionava per loro un milione di anni fa.
Mi chiesi che cosa sapevo della guerra nella comunità non umana. Quello che sapevo era questo: la cosa più vicina alla guerra nella comunità non umana avviene solo all'interno di una stessa specie, non tra specie diverse. La caccia non è guerra. Gli uccelli non sono in guerra con i vermi, le rane non sono in guerra con le zanzare, le aquile non sono in guerra con i conigli, i leoni non sono in guerra con le antilopi. I predatori non combattono con le loro prede, le mangiano soltanto. Quando gli animali combattono, è sempre con membri della loro stessa specie, per il territorio o per accoppiarsi, e nessuno li disprezza o li considera moralmente difettosi, o sogna di un giorno felice in cui impareranno a vivere insieme come Bambi e Tamburino.
Quando gli animali non-umani combattono, il vincitore in genere si appropria del territorio o dei partner per l'accoppiamento del perdente. La guerra tribale non funziona così. (Albrecht lo confermò, agendo da biblioteca.) Le tribù che vivono in una certa area sono più o meno costantemente in uno stato di guerra a bassa intensità tra di loro, ma quando la tribù X attacca la tribù Y, non si appropria del suo territorio o dei suoi partner sessuali. Invece, dopo aver inflitto una certa quantità di danni, di solito si gira e torna a casa. Presto, di norma, la tribù Y restituisce il favore, attaccando la tribù X, infliggendo una certa quantità di danni e tornando a casa. Questo rapporto di ostilità a bassa intensità più o meno permanente tra X e Y non è niente di speciale. Lo stesso rapporto esiste tra X e Z, e tra Y e Z – e queste tre hanno rapporti ostili simili con le altre tribù vicine.
Tipicamente, i membri di queste tribù non pensano di avere “un problema” con i loro vicini. Tipicamente, nessuno sta “lavorando per la pace”. Tipicamente, nessuno pensa che ci sia nulla di sbagliato o di riprovevole in questo modo di vivere. Inoltre, tipicamente, i membri della tribù X non pensano che la loro vita sarebbe migliore se un giorno sterminassero tutti i loro vicini. Sanno che ci sono vicini oltre i loro vicini, e che quelli lontani non sarebbero più amichevoli di quelli più prossimi. In realtà non va così male. Passano anni interi in cui X non attacca Y e Y non attacca X, e in questi anni i rapporti tra di loro sono generalmente molto cordiali.
Il compito di B è di chiedere: “Che cosa sta funzionando qui?”, o: “Perché questo sistema è così efficace da essere ancora in giro dopo centinaia di migliaia di anni?”.
A funzionare è che le identità e i limiti culturali stanno venendo preservati. Quando X attacca Y, non la assorbe. Non distrugge l'identità di Y e non ne cancella i confini, si limita a infliggere una certa quantità di danni, poi si gira e torna a casa. La stessa cosa avviene quando Y attacca X. In altre parole, ogni attacco funge da dimostrazione e da affermazione di identità da entrambe le parti: “Noi siamo X e voi siete Y, e questo è il confine tra di noi. Lo attraversiamo a nostro rischio e pericolo, e lo stesso vale per voi. Sappiamo che siete forti e pericolosi. Ogni tanto, ci assicureremo che sappiate che lo siamo anche noi. Sappiamo che se vi infastidiremo, ne soffriremo. Vogliamo che sappiate che anche voi ne soffrirete, se infastidirete noi.”
Uno penserebbe, naturalmente, che debba esistere un sistema migliore, ma se migliaia di secoli di esperimenti culturali non l'hanno trovato, che significa “migliore”? L'evoluzione è un processo che sceglie ciò che funziona, e “migliore” viene scartato facilmente quanto “peggiore”, se non funziona.
Quello che funziona, evidentemente, è la diversità culturale. Questo non dovrebbe essere una sorpresa. Se la cultura viene vista come un fenomeno biologico, allora dovremmo aspettarci di veder favorita la diversità piuttosto che l'uniformità. Mille sistemi – uno per ogni luogo e situazione – funzionano sempre meglio di uno solo per tutti i luoghi e le situazioni. Gli uccelli hanno una maggiore probabilità di sopravvivere usando mille modi di costruire il nido che uno solo. I mammiferi hanno maggiori probabilità di sopravvivere usando diecimila schemi di comportamento che usandone uno solo. E gli umani hanno maggiori probabilità di sopravvivere in diecimila culture piuttosto che in una sola – come stiamo dimostrando proprio ora. Stiamo rendendo il mondo invivibile per noi stessi, e questo proprio perché tutti stanno venendo costretti a vivere in un modo solo. Non ci sarebbe alcun problema se solo una persona su diecimila vivesse come viviamo noi. Il problema compare quando solo a una persona su diecimila viene permesso di vivere in modo diverso. In un mondo con diecimila culture, una può essere completamente folle e distruttiva senza provocare grandi danni. In un mondo con una sola cultura – e dove quell'unica cultura è completamente folle e distruttiva – la catastrofe è inevitabile.
Quindi: la guerra tribale (casuale, intermittente, a bassa intensità e frequente), funzionava per i popoli tribali perché salvaguardava la diversità culturale. Non era dolce, bella o angelica, ma funzionava... E ha funzionato per centinaia di migliaia di anni, forse persino milioni.

Tra le macerie.

Standomene seduto a Little Bohemia mentre mi ubriacavo, non compresi tutto questo facilmente o linearmente come l'ho proposto qui – e di sicuro non suggerisco che questo rappresenti un parere definitivo sulla questione. Togliendomi le lenti oscuranti della Grande Amnesia, sono stato in grado di trovare un vago sentiero dove prima c'era solo nebbia impenetrabile; non ho esplorato completamente il sentiero. Questo, credo, è ciò che fa B. B apre un sentiero per l'esplorazione.
Albrecht fu costretto a concordare. Non ne era entusiasta, chiaramente, ma dovette ammettere che il mio modo di affrontare il problema aveva la firma di B.
Quando fu tutto finito, ne fui sorpreso e soddisfatto. Come avevo potuto non capire che avevo bisogno di venire messo alla prova? Come avevo osato pensare di potermi attribuire il titolo di B senza prima dimostrare di esserne degno?
Ero soddisfatto e sorpreso – e molto, molto ubriaco. Avevo accettato la sfida di Albrecht intorno alle nove, e ora erano quasi le due. La folla a Little Bohemia si era ridotta e, stranamente, si era riunita intorno al mio tavolo per assistere all'esaminazione a cui Albrecht mi sottoponeva. Non avrei potuto dire se capissero cosa stavo dicendo, ma ascoltarono in un modo vivace e sorridente, applaudendo punti ben dimostrati, scambiandosi valutazioni sul mio successo e in generale incoraggiandomi. Ormai la maggior parte delle candele si era consumata, ed era incredibilmente buio.
Qualcuno chiese: “Cos'è quello?”
Quasi inconsciamente, avevo tirato fuori il fossile di ammonite per tenere le mani occupate mentre facevo la mia esposizione ad Albrecht. Ora se ne stava in una pozza di luce tra le candele sul mio tavolo.
“Questa è un'altra prova che mi è stata assegnata, una che non sono ancora riuscito a superare. È il fossile di una creatura che potrebbe aver vissuto fino a quattrocento milioni di anni fa. Mi è stato assicurato che il passato, il presente e il futuro sono scritti in esso. Pensate a esso come a una traccia nella polvere. Una traccia nella polvere non mostra solo dove la creatura è stata, ma anche dov'è e dove si troverà.”
“Dovresti prevederne il futuro?”, chiese qualcuno dall'ombra.
“Non ne sono sicuro. Me l'ha dato Charles Atterley, ma è stato ucciso prima di potermi spiegare perché. Shirin voleva che lo sbriciolassi in mille pezzi.”
“Perché?
“Non mi ricordo, a dire la verità.” La memoria non era l'unica cosa che stava cominciando a sfuggirmi, a quel punto.
“C'è un messaggio di B all'interno”, suggerì qualcuno. “Come un biscotto della fortuna cinese. Ecco perché devi sbriciolarlo.”
“Non c'è modo di metterci dentro un messaggio”, spiegai stupidamente. “È roccia solida.”
“B avrebbe potuto metterci un messaggio.”
Diversi ascoltatori invisibili si dissero d'accordo con convinzione.
Prima che mi rendessi conto di cosa stesse succedendo, era stata organizzata una festa spacca-fossile. Fui portato via dal mio tavolo e spinto all'esterno del locale, barcollando al centro di una piccola folla di ubriachi. Non riuscivo a immaginare neanche vagamente dove stessimo andando, né perché stessimo andando da qualche parte. Altri stavano aprendo la strada, cercando un posto o una cosa per me inimmaginabile.
Ci fermammo improvvisamente come avevamo cominciato e fummo subito urtati e calpestati da quelli che continuarono ad avanzare, a mo' di farsa comica. Qualcuno davanti a me si girò, mi passò un mattone e disse: “Ecco!”
“Portatelo qui!”, ordinò qualcun altro. Davanti a me si aprì un sentiero e fui condotto fino a un cumulo di mattoni ampio e alto quanto un tavolo da biliardo.
“Avanti!”, urlò qualcuno. “Vediamo che c'è dentro!”
“Non c'è niente dentro”, protestai.
“Dammi qua”, intervenne un altro, “lo farò io!”
Mi strinsi il fossile al petto e qualcuno mi spinse da dietro. “Avanti”, disse, con un tono non più tanto amichevole.
Con il cumulo di mattoni alle mie spalle, mi girai per affrontarli. “Non ho intenzione di distruggere questo fossile”, dissi.
Accolsero quest'informazione come un fulmine a ciel sereno. Dopo un momento, qualcuno nelle retrovie disse con tono perplesso: “Credevo che Shirin gli avesse detto di spaccarlo...”
Un uomo alto e imponente di fronte a me disse: “Sei un vigliacco?”
“No, non credo.”
“Allora perché esiti? Il fossile non ha valore intrinseco.”
Una donna dal retro urlò: “Non è un vigliacco in generale, Günter. È spaventato solo da questo messaggio in particolare.”
Due tra la folla parlarono contemporaneamente. Uno disse: “Qual è il messaggio?” L'altro disse: “Di cosa ha paura?”
L'uomo alto di nome Günter fece un passo avanti e mi parlò con tono quasi confidenziale. “Non è una cosa che puoi semplicemente rifiutarti di fare, Jared. Charles ti ha dato il fossile per un motivo, e Shirin ti ha detto che per scoprire quale fosse avresti dovuto distruggerlo. Quindi devi distruggerlo. Altrimenti questa parte della tua vita rimarrà incompleta e inconcludente.”
Sapevo che aveva ragione, e sapevo che in un modo o nell'altro non avrei lasciato quel luogo con il fossile intatto, quindi senza più indugiare lo posizionai in cima ai mattoni e lo sbriciolai. Mentre me ne stavo lì confuso, Günter avanzò, estrasse un pezzetto di carta dalle macerie e lo appallottolò nel pugno.
“Dammelo!”, urlai.
“Non c'è modo di metterci dentro un messaggio”, mi disse in tono grave, già allontanandosi. “È roccia solida.”
Gli altri risero e qualcuno disse: “Non badargli, ti sta solo prendendo in giro. È un trucco, un gioco di destrezza. Sta sempre a tirare fuori monete dalle orecchie della gente.”
Sentendo queste parole, Günter si gettò la pallina di carta oltre la spalla senza neanche rallentare, e una donna seduta su una catasta di mattoni lì vicino scattò in avanti per raccoglierlo e tenerselo come souvenir. Improvvisamente com'era cominciato, lo spettacolo era finito, e la folla cominciò a disperdersi. Solo la donna che aveva raccolto la pallina di carta sembrava intenzionata a restare. Ebbi voglia di piangere.
“Probabilmente non si ricorda di me”, disse lei. “Ero seduta accanto a Shirin la prima notte in cui venne nel sotterraneo. Bonnie?”
“Mi ricordo di te, Bonnie, solo che non ti avevo riconosciuta. Sembri più matura.”
“Sono più matura”, mi assicurò con tono serio.
Restammo lì in piedi con fare imbarazzato per un lungo istante.
“Shirin non aveva molte speranze per lei”, mi disse Bonnie.
“Non all'inizio, almeno.”
Bonnie si scrollò di dosso la mia precisazione. “Pensava che lei fosse troppo fisso.”
Considerai i vari significati di quella parola, ed evidentemente così fece anche Bonnie, perché aggiunse un chiarimento: “Troppo rigido nei suoi modi di pensare.”
Annuii.
“Come, per esempio, eccola qui: ha fracassato il fossile e non ha neanche intenzione di guardarlo.”
Guardai le macerie sui mattoni. “Bonnie, è solo un mucchio di carbonato di calcio sbriciolato.”
“Ecco cosa intendeva. È proprio il tipo di cosa che si aspettava avrebbe detto.”
Be', accidenti. Stanotte era decisamente il mio momento di essere maltrattato e spronato. Con un sospiro esausto diressi la mia attenzione ai resti dietro di me e percepii Bonnie che si faceva indietro per darmi più spazio.
Cosa avrei dovuto vedere qui, ammesso che ci fosse qualcosa da vedere? O: in che modo avrei dovuto guardare? Cos'aveva detto Shirin al riguardo? Non credevo di ricordarmelo, e invece all'improvviso mi tornò in mente. Aveva detto: “Voglio mostrarti come leggere il futuro.” Poi aveva detto che Charles l'avrebbe fatto meglio e che lo scopo dell'esercizio doveva essere “meglio sviluppato”.
Voleva mostrarmi come leggere il futuro. Chiusi gli occhi e cercai di immaginare cos'avrebbe detto. Quali parole dette da lei su questo argomento non mi avrebbero sorpreso?
Improvvisamente la sentii dire: “L'universo è una cosa sola, Jared.” Fu così nitido che aprii gli occhi, quasi aspettandomi di vederla di fronte a me, ma c'era solo Bonnie, seduta su un vicino cumulo di mattoni e guardando le stelle. Chiusi di nuovo gli occhi, pensando: “Quindi l'universo è una cosa sola. Che cosa mi dice questo?”
La lasciai parlare: “Ti dice che la traiettoria di volo di un'oca sopra la Scandinavia ha qualcosa a che vedere con la morte di un uomo in una stanza d'ospedale nel New Jersey – ma ci vuole un po' d'immaginazione per capire di che si tratta. Ti dice che ciò che è nascosto in un fossile vecchio duecento milioni di anni ha qualcosa a che vedere con Jared Osborne. Anche questo richiede dell'immaginazione. Questo tipo di immaginazione è la specialità dei veggenti, Jared, anche se chiunque può imparare a farlo. Il veggente è solo un tipo particolare di battitore, un battitore di eventi e di rapporti. Pensa a che cosa vuoi ora. Che cosa stai cercando?”
Questo era facile. “Sto cercando te.”
“La tua ricerca comincia con questo fossile, Jared. Avresti potuto dirmi facilmente il suo futuro quando te l'ho chiesto, ma eri troppo vigliacco per provarci. Ora conosci il suo futuro, non è vero?”
“Sì. Il suo futuro è polvere. Non aveva altro futuro dal momento in cui Charles me l'ha dato. Anche se non l'avessi distrutto, non aveva altro futuro. Un giorno, tra una settimana o un milione di anni, sarebbe diventato polvere, e nessun altro destino era possibile per esso.”
“L'universo è una cosa sola, Jared. Charles ha comprato questo fossile per te perché sapeva che aveva un messaggio da comunicarti – un messaggio di qualche tipo, che in quel momento non avrebbe potuto indovinare. Chiedigli quel messaggio, adesso, Jared. Chiedi a quel fossile che cos'ha a che fare con te. Che cosa sta cercando di mostrarti?”
“Non lo so”, dissi prevedibilmente.
“Diventa un veggente, ora, Jared. Stai cercando qualcosa. Sventra un uccello ed esaminane le interiora, consulta i tuoi sogni, usa la geomanzia... O guarda i resti di questo fossile. Guardali e fai la tua domanda.”
Guardai e chiesi: Dov'è Shirin? Mi ci volle mezzo secondo per capire che avevo la risposta, più o meno il tempo che mi ci era voluto una volta per capire di aver completato una scala reale. Quasi caddi all'indietro per l'illuminazione, quasi levitai dal terreno mentre entravo in contatto con la fonte del significato dell'esistenza. Se Bonnie non fosse stata lì vicino, credo che avrei urlato disperatamente all'universo che in quel momento si era accorto di me. Gli occhi mi si riempirono di lacrime e bracci e gambe cominciarono a tremarmi incontrollabilmente.
“Idiota, idiota, idiota, idiota, idiota”, mi dissero i resti del fossile. “Guarda bene, guarda dove vuoi! Vedi Shirin da qualche parte? Idiota! Idiota! Shirin non è nelle macerie! Non è lì!”
Attesi un tempo molto lungo prima di poter essere sicuro che sarei stato in grado di camminare senza barcollare e di parlare senza singhiozzare. Devono esserci voluti venti o trenta minuti, e pensavo che Bonnie se ne fosse andata, ma no, era ancora lì. Dopo aver spazzato via i resti con la mano, andai da lei e le dissi che avevo imparato cosa il fossile aveva da insegnarmi. Le bastò un'occhiata per capire che era la verità, e si astenne educatamente dal chiedermi dettagli.
“Sono contenta”, disse. Poi: “Vuole questa?”
Le dissi di sì e allungai la mano, e lei ci lasciò cadere la pallina di carta che Günter il cospiratore si era gettato oltre la spalla.
“Devo sbrigarmi”, disse, scivolando dalla sua catasta di mattoni. “Le serve un passaggio per tornare all'hotel?”
Non mi presi la briga di spiegarle che non alloggiavo più lì, mi limitai a dirle di no. “E grazie per avermi fatto affrontare il fossile. Avrei lasciato la faccenda incompleta, altrimenti.”
“Oh, sa cosa diceva sempre Shirin. L'universo è una cosa sola.”
“Non gliel'ho mai sentito dire con le mie orecchie, Bonnie, ma sono contento di averlo sentito adesso.”
Si affrettò nella notte e io la seguii camminando con più calma. Al primo lampione mi fermai e aprii la pallina di carta, giusto per assicurarmi che fosse davvero bianca come avrebbe dovuto essere. C'erano scritte una dozzina di parole in una calligrafia regolare:

Shirin vivrà. Non per sempre, naturalmente, ma abbastanza a lungo per te.

Un breve intervallo.

Mezz'ora dopo, cominciai a rimpiangere di aver rifiutato l'offerta di Bonnie di un passaggio. Avevo voluto restare da solo, ma ora avrei fatto di tutto per avere la possibilità di togliermi le scarpe per dieci minuti. A quest'ora non c'era altro posto in cui dirigersi se non il parco. Mi era venuta in mente la remota possibilità che Shirin potesse trovarsi lì, ma era solo un sogno irrealizzabile nato dall'alcool. Per quando arrivai, non avevo nulla in mente se non stendermi su una panchina e lasciarmi andare, e se non avessi potuto trovare una panchina isolata avrei cercato una radura e avrei visto fino a che punto i coleotteri sarebbero riusciti a seppellirmi. A conti fatti, trovai una panchina.
Fu la mia prima grande lezione nella vita da senzatetto: se hai intenzione di dormire su una panchina, ti conviene essere pronto a dormire come un morto. Io credevo di esserlo quando mi sdraiai alle quattro, ma per le sette mi limitai a desiderare di essere morto. Ora sapevo perché i barboni scelgono l'alcool piuttosto che il cibo ogni volta che ne hanno la possibilità. Se qualcuno mi avesse messo in mano una bottiglia, avrebbe dovuto faticare parecchio per riprendersela.
Intorno alle otto mi arresi e zoppicai in cerca di caffè, aspirina e colazione. Il primo posto che trovai fu una tavola calda, e avevo un aspetto così disastrato che fecero finta di non vedermi finché non mostrai loro un po' di soldi. Ingollai della caffeina, qualche analgesico e tanti carboidrati quanti riuscii ad assumerne, poi cercai di decidere quale sarebbe stata la mia prossima mossa. Se la mia divinazione era affidabile, sapevo dove Shirin non era: non era sepolta sotto tonnellate di macerie nel luogo dove si era trovato lo Schauspielhaus Wahnfried.
Le autorità cittadine affermavano che il teatro fosse stato vuoto quando era esploso, ma ciò era a dir poco improbabile. Se il teatro era vuoto, perché Herr Reichmann si era preso la briga di farlo saltare? No, Shirin era nel teatro quando era esploso, ma in qualche modo era riuscita a scappare. Ovviamente c'era una via d'uscita lì – il rifugio antibomba che andava dai sotterranei del teatro fino al vicino edificio governativo. Non avevo trascurato l'esistenza del rifugio, ma non l'avevo incluso nella mia ricostruzione degli eventi perché non si può correre più veloce dell'esplosione di una bomba. Quando il tetto ti crolla addosso senza preavviso, i migliori riflessi del mondo non ti permetteranno neanche di alzarti dalla sedia, tantomeno di arrivare a un rifugio a quattro passi di distanza. Solo nei film queste cose avvengono al rallentatore. Naturalmente, le parole chiave qui erano “senza preavviso”. Se qualcuno fosse riuscito ad avvertirla qualche secondo prima, questo avrebbe potuto spiegare la sua sopravvivenza. E qualcuno che avrebbe potuto avvisarla c'era – io – anche se naturalmente non mi ricordo di averlo fatto, se davvero è ciò che è avvenuto.
Anche se tutte queste supposizioni erano valide, questo mi diceva solo dove Shirin non era. Ma almeno mi dava un nuovo punto da cui cominciare.

Succès fou.

L'edificio governativo era lì, era aperto e la gente vi si aggirava nel modo spento in cui le persone si aggirano negli edifici governativi di tutto il mondo. Le scale che portavano al rifugio erano anch'esse ancora lì, così come il guardiano di mezz'età alla sua scrivania. Mi guardò arrivare con un cipiglio sospettoso appropriato per qualcuno che non riconosceva. Non ero interessato a lui ma alla porta del rifugio antibomba, che ora era accuratamente sprangata con un paio di assi inchiodate. Mi avvicinai per esaminarla e il guardiano mi abbaiò contro in tedesco. Lo ignorai.
Me ne andai dopo un minuto per riflettere sulla situazione. Volendo avrei potuto rimuovere le assi, ma dubitavo che il cane da guardia mi avrebbe permesso di farlo. Il modo più rapido di rimuoverle sarebbe stato con una sega elettrica, ma dubitavo anche che il guardiano mi avrebbe aiutato a trovare una presa elettrica. Un altro modo abbastanza rapido e più rozzo di rimuoverle sarebbe stato con una spranga, e giudicare di poter finire il lavoro prima che il guardiano potesse chiamare rinforzi. A ripensarci ora, tutti questi ragionamenti suonano completamente assurdi, ma in quel momento – con i postumi di una sbronza, ancora stordito per il jet-lag e dopo appena tre ore di sonno sulla panchina di un parco – li giudicai una soluzione perfettamente ragionevole. Ritornai dopo un'ora con una sbarra di ferro astutamente celata nella manica della mia giacca. Quando raggiunsi la barricata la tirai fuori, la infilai tra le assi e la porta e in un millisecondo mi resi conto di quanto mi fossi sbagliato. Per l'effetto che riuscii a ottenere, tanto sarebbe valso che avessi cercato di scardinare una trave dalla Torre Eiffel.
Il guardiano stava già chiamando aiuto, ma non si limitò a questo. Dopo aver attaccato il telefono, marciò verso di me e mi strinse in una presa alla gola. Fortunatamente non aveva intenzione di strangolarmi, ma solo di immobilizzarmi finché non fosse arrivato aiuto. Questo mi diede abbastanza tempo da notare ciò che era di fronte al mio naso, ossia un nome e un numero di telefono incisi distintamente nell'asse di legno più in alto – ed erano il nome e il numero di telefono che avevo attraversato l'Atlantico per trovare.
Quando finalmente arrivò la cavalleria, includeva una persona che capiva abbastanza inglese da convincersi che fossi solo un innocuo fuori di testa che ora se ne sarebbe andato molto lontano per non tornare mai più, lasciandosi alle spalle la spranga.

Riunione.

Quasi non riconobbi Shirin quando uscì dal piccolo chalet nella foresta di Michael, una ventina di chilometri a ovest di Radenau. La farfalla scarlatta del lupus era quasi svanita, segnalando una remissione notevole, per quanto temporanea.
Fu un momento imbarazzante. Nessuno di noi sapeva esattamente come risolverlo, né come volessimo farlo. Alla fine, ci scambiammo un abbraccio cameratesco che fingemmo avrebbe potuto bastare e ci dedicammo all'importante compito di aggiornarci a vicenda.
Portandomi allo chalet in macchina, Michael mi aveva già illustrato la maggior parte della situazione. La mia ricostruzione degli eventi al teatro era abbastanza accurata da non aver bisogno di essere elaborata ulteriormente qui. Grazie alle urla di avvertimento che ero riuscito a emettere, Shirin, Michael e Monika Teitel erano nel bel mezzo del rifugio antibomba quando era avvenuta l'esplosione. Avevano causato un certo stupore quando erano emersi in una nuvola di polvere nel sotterraneo del vicino edificio governativo, ma c'era stata tanta confusione che erano riusciti a sgattaiolare via senza venire trattenuti sulla scena. Stando a quanto mi aveva detto Michael, Shirin avrebbe voluto tornare a cercarmi tra le macerie, ma gli altri erano riusciti a dissuaderla dal fare una simile assurdità. Stando a quanto mi disse Shirin, invece, era stato Michael che avrebbe voluto tornare a cercarmi.
Tutti si erano detti d'accordo che era il momento di cercarsi un riparo e mantenere un basso profilo per un po'. Quando si seppe che ero sopravvissuto, il gruppo si spaccò nettamente in due: per alcuni, il fatto che fossi sopravvissuto confermava la mia colpevolezza; per altri (principalmente Shirin e Michael), il fatto che fossi quasi morto confermava la mia innocenza. I Teitel, convinti che Shirin avesse bisogno di venire protetta se stessa, avevano tenuto segreto il fatto che avevo telefonato dagli Stati Uniti. Né Bonnie né Albrecht si erano trovati nel teatro al momento dell'esplosione, e nessuno dei due sapeva dove fosse Shirin – e neanche se fosse ancora viva.
Né Shirin né Michael avevano mai sentito parlare di un prestigiatore di nome Günter.
Tutto ciò porta questo diario al momento attuale.
La casa è governata da una regola bizzarra: non parliamo di cosa avverrà in futuro. Michael non è sposato ed è l'unico figlio di genitori più che benestanti; non abbiamo preoccupazioni finanziarie.
È troppo presto per dire se Shirin e io ci stiamo muovendo verso qualcosa di più di ciò che abbiamo attualmente. Le sue riserve sono profonde, così come il suo bisogno di essere indipendente e di non farsi compatire. Il tempo ce lo dirà.
Non ho nessuna fretta.




Epilogo


Senza data.

Di nuovo nella tana.

Come ho detto, avevo affidato a un amico la registrazione della mia recente conversazione con Padre Lulfre. Ho appena ricevuto notizia da questo amico che qualcuno ha fatto irruzione nel suo appartamento e l'ha messo a soqquadro. La cassetta è sparita. Gli avevo chiesto nel modo più insistente possibile di farne una copia e di depositarla al sicuro da qualche parte, ma naturalmente non l'ha fatto. Colpa mia per non essere riuscito a fargli capire che si trattava di una questione di vita o di morte. Colpa mia per non essermi assicurato che seguisse il mio consiglio. Colpa mia per essere ancora troppo ingenuo.
Ora Shirin e io dobbiamo lasciare Michael nel suo rifugio tra i boschi e nasconderci veramente. Michael sarà abbastanza al sicuro quando ce ne saremo andati, perché né Padre Lulfre né Herr Reichmann capiscono che cosa c'è davvero in gioco in questa storia.

Quando entri in gioco tu?

Finisco come ho cominciato, chiedendomi se ci sia mai stato qualcuno che abbia tenuto un diario senza in realtà scrivere per i posteri, senza sperare segretamente che le sue parole (oh-così-accuratamente-celate) sarebbero state un giorno trovate e considerate preziose. A ogni modo, se anche simili disinteressati esempi di virtù esistono, io non sono tra quelli. Fin dall'inizio sapevo che stavo scrivendo con la possibilità di venire letto da altri – da te, in effetti.
Fin dal primo episodio della mia avventura – quella prima conversazione con Padre Lulfre – immaginavo che ci sarebbe stato qualcosa che avrebbe dovuto venire condiviso con un pubblico più ampio di quello dentro la mia testa. Per dirlo chiaro e tondo: anche se ho cercato di fingere il contrario, sapevo che qui stavo scrivendo un resoconto, e non l'avrei tenuto così diligentemente se non fosse stato così.
Perché sto concludendo a questo punto? È perché gli insegnamenti di B sono completi e non è rimasto nulla da aggiungere? Difficile. L'idea è ridicola. Come cultura, siamo cresciuti con le lenti oscuranti della Grande Amnesia incollate sugli occhi. Fin dall'inizio, la nostra crescita intellettuale è stata rallentata e storpiata da questa amnesia da polvere d'angelo. Non si tratta di una cosa che possa venire cancellata da un solo autore – e neanche da dieci. Né lo sarà da un insegnante solo o da dieci. Se verrà cancellata, lo sarà da un'intera nuova generazione di autori e insegnanti.
Uno dei quali sei tu.
Non c'è nessuno che non possa come minimo passare queste parole a qualcun altro e dirgli: “Leggi un po' qui.”
Genitori, insegnate ai vostri figli. Figli, insegnate ai vostri genitori. Insegnanti, insegnate ai vostri discepoli. Discepoli, insegnate ai vostri insegnanti.
La visione è il fiume, e noi che siamo stati cambiati siamo la corrente.
Immagino che la gente ti chiederà di riassumere brevemente il significato di tutto questo. Ti offro un suggerimento, rendendomi conto che è comunque inadeguato: Il mondo non verrà cambiato da vecchie menti con nuovi programmi; se verrà salvato, lo sarà solo da nuove menti con nessun programma.
Questo non gli piacerà, specialmente l'ultima parte. Se ti sembra che valga la pena di provarci comunque, ricordati i bastoncini conficcati nel letto del fiume. Ricordati la Rivoluzione Industriale, quell'enorme visione che non ha avuto bisogno di un solo programma per continuare a scorrere fino a sommergere il mondo.

Chi è B?

Charles Atterley era B. Shirin ha detto di essere B. Io ho detto di essere B. Questo è ciò che ci ha resi dei bersagli. Devo cambiare il modo di vedere le cose di Padre Lulfre a questo riguardo. Ecco cosa sto facendo qui. Ho perso la registrazione che era il mio salvacondotto, e posso rimpiazzarla solo con te. Perché, credimi, se hai letto queste parole, il danno è già stato fatto, e Padre Lulfre lo saprà.
Non sto scrivendo in modo molto coerente. Il fatto è che mi stanno facendo fretta. Shirin ha fatto le valigie e Michael ci sta aspettando per portarci all'aeroporto di Amburgo – e io devo lasciare questo manoscritto con lui. Questo è sicuro. Ciò che deve essere fatto con esso non può venire compiuto da qualcuno in fuga, senza indirizzo o numero di telefono.

Riassumendo: se non siamo qui, Michael sarà al sicuro, perché Padre Lulfre pensa che io e Shirin siamo B.
Cosa significa dire che sono B? Non significa che posso eguagliare le conoscenze o le capacità di Charles e Shirin. Significa che sono stato cambiato, in modo fondamentale e permanente. Significa che non posso tornare a essere ciò che ero.
Ecco perché sono B: perché non posso tornare ciò che ero.

Shirin ha appena infilato la testa nella mia stanza per dirmi che se non ce ne andremo entro tre minuti perderemo il nostro aereo.
Quindi, con una fretta terribile...
Ho scritto queste parole, e hanno trovato il modo di raggiungerti – non so come, esattamente. Michael dice che ha delle conoscenze che saranno in grado di gestire questa parte della faccenda. Non mi preoccuperei di questo.
Le parole sono riuscite a raggiungerti anche se ora che le hai lette le odi. Anche se le nascondi allo sguardo dei tuoi figli e le getti nelle fiamme.
Sono riuscite a raggiungerti, quindi è già troppo tardi. Anche se, nel frattempo, Padre Lulfre ci troverà e ci manderà contro i suoi assassini, non avrà comunque fatto in tempo, per via di ciò che hai appena letto.
Il contagio si è diffuso.
Tu sei B.




GLI
INSEGNAMENTI
PUBBLICI



La Grande Amnesia                           
16 maggio, Der Bau, Monaco.

Mi chiedo se vi siate mai fermati a pensare a quanto sia strano che le strutture della nostra cultura deputate a educare e a formare il carattere ci espongano solo una volta durante la nostra vita alle idee di Socrate, Platone, Euclide, Aristotele, Erodoto, Machiavelli, Shakespeare, Cartesio, Rousseau, Newton, Racine, Darwin, Kant, Kierkegaard, Tolstoj, Schopenhauer, Goethe, Freud, Marx, Einstein e dozzine di altri pensatori simili, ma ci espongano annualmente, mensilmente, settimanalmente e perfino quotidianamente alle idee di persone come Gesù, Mosè, Maometto e Budda. Perché, secondo voi, abbiamo bisogno di lezioni trimestrali sulla carità, mentre una sola lezione sulle leggi della termodinamica deve bastarci per tutta la vita? Perché il significato del Natale viene considerato così difficile da comprendere che dobbiamo ascoltare una dozzina di spiegazioni al riguardo non solo una volta nella vita, ma ogni anno, anno dopo anno dopo anno? Forse ancora più importante: perché le persone pie (che già conoscono ogni parola di qualunque cosa considerino sacra) hanno bisogno di sentirsele ripetere settimana dopo settimana dopo settimana, e perfino giorno dopo giorno dopo giorno?
Sarei pronto a scommettere che i fisici che mi stanno ascoltando qui stanotte non tengono una copia dei Principi di Newton sul comodino. Scommetterei che gli astronomi tra di voi non afferrano una copia del De revolutionibus orbium coelestium di Copernico ogni mattina appena svegli, che i genetisti tra di voi non passano ore in riverente comunione ogni giorno con La doppia elica, che gli anatomisti tra di voi non si fanno un punto d'onore di leggere ogni sera un passaggio dal De humani corporis fabrica, che i sociologi tra di voi non si portano dietro ovunque vadano una copia de L'etica protestante e lo spirito del capitalismo. Ma sapete benissimo che centinaia di milioni di persone sfogliano ogni giorno testi sacri che verranno letti fino all'ultima riga non una dozzina di volte nel corso di una vita, ma una dozzina di dozzine.
Vi siete mai chiesti perché al clero di tante religioni viene imposto di leggere le Sacre Scritture quotidianamente? Perché le stesse assunzioni di fede vengono ripetute parola per parola in tante comunità religiose intorno al mondo ogni giorno? Ricordare che Allah è Uno o che Cristo è morto per i nostri peccati è così difficile che queste cose devono venire ripetute almeno una volta al giorno per tutta la vita? Ovviamente sappiamo che queste cose non sono affatto difficili da ricordare. E sappiamo che le persone religiose non vanno in Chiesa ogni domenica perché hanno dimenticato che Gesù li ama, ma piuttosto perché non lo hanno dimenticato. Vogliono ascoltarlo ancora e ancora e ancora e ancora. Per qualche motivo, hanno bisogno di ascoltarlo ancora e ancora e ancora e ancora. Possono vivere senza ascoltare le leggi della termodinamica diecimila volte, ma per qualche motivo non possono vivere senza ascoltare le leggi dei propri dei diecimila volte.

In verità vi dico... ancora e ancora e ancora.

Alcuni anni fa, quando ho cominciato a parlare in pubblico, avevo l'ingenua convinzione che sarebbe stato sufficiente – interamente sufficiente – esprimere ogni concetto esattamente una volta. Solo gradualmente ho capito che dire una cosa una volta sola equivale a non dirla affatto. È in effetti sufficiente per le persone udire le leggi della termodinamica una volta sola, e sapere che sono scritte da qualche parte, in caso ne dovessero avere di nuovo bisogno, ma ci sono altre verità, di un tipo diverso, che devono venire enunciate ancora e ancora e ancora – con le stesse parole e con parole diverse: ancora e ancora e ancora.
Come saprete, non ho mai parlato a Der Bau prima di stanotte. Eppure alcuni di voi che mi hanno sentito parlare altrove potrebbero pensare: “Non l'ho già sentito dire queste cose a Salisburgo, Dresda, Stuttgart, Praga o Wiesbaden?” La risposta è sì. E quando Gesù parlò in Galilea, ci furono persone che si chiesero: “Non l'ho già sentito dire queste cose a Capernaum, a Gerusalemme, in Giudea, a Gennesaret o nella Cesarea di Filippo?” Naturalmente l'avevano già sentito dire quelle cose in tutti quei luoghi. Tutti i discorsi pubblici attribuiti a Gesù nei Vangeli potrebbero venire pronunciati in meno di tre ore, quindi se non si fosse ripetuto ovunque andasse sarebbe rimasto in silenzio per il novantanove percento della sua vita pubblica.

Ovunque nel mondo.

Ovunque nel mondo, in Oriente o in Occidente, potete andare da un estraneo, dirgli: “Lasci che le mostri come essere salvato”, e sarete compresi. Potrete non essere creduti o ben accolti, ma sarete sicuramente compresi. Questo dovrebbe sconcertarvi, ma non lo fa, perché siete stati educati fin dall'infanzia da centinaia di migliaia di voci – da milioni di voci – a comprendere queste parole voi stessi. Capite istantaneamente cosa significhi essere “salvati”, e non importa minimamente se credete nella salvazione a cui ci si riferisce. Sapete anche, in aggiunta, che essere salvati richiede un procedimento di qualche tipo. Il procedimento potrebbe essere un battesimo rituale, un'estrema unzione, una penitenza, una cerimonia o qualunque altra cosa del genere. O potrebbe essere un atto interiore di pentimento, amore, fede o meditazione. Sapete anche che il procedimento per ottenere la salvazione che viene proposto è universale: può essere usato da chiunque e funziona per tutti. Ma sapete anche che il procedimento non è stato scoperto, sviluppato o testato in laboratorio: o Dio lo ha rivelato a qualcuno, o qualcuno lo ha scoperto in uno stato di coscienza sovrannaturale. Benché inizialmente ricevuto divinamente, questo procedimento è tuttavia trasmissibile con metodi terreni, il che spiega come un individuo perfettamente ordinario possa offrire questo procedimento o un altro.
Ma tutto questo scalfisce a malapena la superficie di ciò che si intende quando qualcuno dice: “Lasci che le mostri come essere salvato”. Con questa dichiarazione viene implicitamente affermata una visione del mondo complessa e profonda. Secondo questa visione del mondo, la condizione umana è tale per cui tutti nascono impuri e vi rimangono finché il rituale o l'azione interiore adeguata non vengono compiuti, e quelli che muoiono mentre sono ancora impuri o perdono la possibilità di raggiungere la felicità eterna con Dio, oppure perdono quella di sfuggire all'estenuante ciclo di morte e rinascita in cui siamo intrappolati.
Dato che siamo stati educati fin dalla nascita a capire tutto questo, non rimaniamo affatto perplessi quando sentiamo qualcuno dire: “Lasci che le mostri come essere salvato.” La salvazione per noi è un concetto chiaro come l'alba o la pioggia. Ma ora cercate di immaginare come queste parole verrebbero ricevute in una cultura che non sapesse che le persone nascono impure, che non sapesse che gli umani hanno bisogno di essere salvati. Un'affermazione come questa, che per noi è ovvia, sarebbe completamente incomprensibile per loro. Non una sola parola avrebbe senso.
Immaginate tutto il lavoro che dovreste fare per preparare i membri di questa cultura a capire la vostra affermazione. Dovreste convincerli che tutti gli umani (loro inclusi) nascono in uno stato da cui hanno bisogno di venire salvati. Dovreste spiegare loro cosa significa essere impuri e cosa vuol dire essere salvati. Dovreste convincerli che ottenere la salvazione è essenziale – in effetti, la cosa più importante del mondo. Dovreste convincerli di essere a conoscenza di un procedimento che assicura di poterla ottenere. Dovreste spiegare loro da dove arriva questo procedimento e perché funziona. Dovreste assicurare loro che possono arrivare a padroneggiare questo procedimento e che funzionerà per loro proprio come per voi.
Se potete immaginare le difficoltà che incontrereste in questa impresa, potete immaginare quelle che incontro io ogni volta che parlo a un pubblico. È raro per me poter semplicemente aprire bocca e dire ciò che ho in mente. Invece, devo sempre cominciare gettando le fondamenta per idee che a me appaiono ovvie ma che sono essenzialmente inconcepibili per i miei ascoltatori.

La Grande Amnesia.

Con ogni pubblico e ogni individuo, devo cominciare facendo loro vedere che l'autocoscienza culturale che ereditiamo dai nostri genitori e trasmettiamo ai nostri figli è precisamente e saldamente costruita su una Grande Amnesia che è avvenuta ovunque nella nostra cultura durante i millenni formativi della nostra civiltà. Cos'è avvenuto durante questi millenni formativi? È avvenuto che che le comunità agricole sono diventate villaggi, i villaggi sono diventati città e le città sono state riunite in regni. Contemporaneamente, si è sviluppata la divisione del lavoro in vari mestieri, sono nati sistemi di scambi regionali e interregionali, ed è emerso il commercio come una professione separata. Ciò che stava venendo dimenticato mentre tutto questo avveniva, era il fatto che un tempo nulla di tutto ciò era esistito. Il fatto che era esistita un'epoca in cui la vita umana veniva sostenuta dalla caccia e dalla raccolta, anziché dall'allevamento e dall'agricoltura. Un'epoca in cui nessuno avrebbe mai potuto nemmeno immaginare villaggi, città o regni. Un'epoca in cui nessuno si guadagnava da vivere come vasaio, costruttore di cesti o fabbro. Un'epoca in cui gli scambi erano una cosa sporadica e informale. Un'epoca in cui guadagnarsi da vivere con il commercio sarebbe stato impensabile.
Non è affatto sorprendente che l'Amnesia sia avvenuta. Al contrario, è difficile immaginare come avrebbe potuto essere evitata. Sarebbe stato necessario mantenere il ricordo del nostro passato da cacciatori- raccoglitori per cinquemila anni prima che qualcuno potesse scriverne un resoconto cartaceo.
Per quando fummo in grado di mettere per iscritto la storia umana, gli eventi che avevano portato alla nascita della nostra cultura erano molto, molto antichi... Ma questo non li rendeva inimmaginabili. Al contrario, erano piuttosto semplici da estrapolare. Era ovvio che i regni e gli imperi del presente erano più grandi e popolati di quelli del passato. Era ovvio che gli artisti del presente erano più preparati e abili di quelli del passato. Era ovvio che le merci disponibili per gli scambi e la vendita erano più numerose nel presente che nel passato. Non c'era bisogno di essere un genio per capire che più si sarebbe tornati indietro nel passato e più la popolazione sarebbe diventata piccola, le arti primitive e il commercio rudimentale. In effetti, era ovvio che, se si fosse tornati indietro a sufficienza, alla fine si sarebbe arrivati a un'epoca in cui non esistevano città, arti o commercio.
In assenza di un'altra teoria, sembrò ragionevole (perfino inevitabile) supporre che la razza umana fosse cominciata con una singola coppia di esseri umani, un uomo e una donna. Non c'era nulla di intrinsecamente irrazionale o improbabile in una supposizione simile. L'esistenza di una coppia originaria di esseri umani non dimostrava né smentiva la teoria che il mondo fosse il risultato di un atto di creazione divina. Forse era solo il modo in cui le cose erano cominciate. Forse all'inizio del mondo c'erano solo un uomo e una donna, un toro e una mucca, un cavallo e una giumenta, una gallina e un gallo, e così via. Chi poteva saperne di più a quell'epoca? I nostri antenati culturali non sapevano nulla di una “rivoluzione” agricola. Per quanto ne sapevano, gli umani erano nati agricoltori proprio come i cervi erano nati mangiatori di vegetazione selvatica. Per come la vedevano, l'agricoltura e la civiltà erano istintive per gli umani quanto il pensiero o il linguaggio. Il nostro passato da cacciatori-raccoglitori non era semplicemente dimenticato: era inimmaginabile.
La Grande Amnesia è stata intrecciata nel tessuto della nostra vita intellettuale fin dal suo inizio. Questa precoce tessitura è stata compiuta da innumerevoli scribi egizi, sumeri, assiri, babilonesi, indiani e cinesi; poi, in seguito, da Mosè, Samuele ed Elia di Israele, da Fabio Pittore e Catone il Vecchio di Roma, da Ssu-ma T'an e suo figlio Ssu-ma Ch'ien in Cina e, ancora più tardi, da Hellanicus, Erodoto, Tucidide e Senofonte in Grecia. (Per quanto Anassimandro avesse teorizzato che tutto si fosse evoluto da materiale informe – che lui aveva definito infinito – e che l'Uomo avesse avuto origine da antenati acquatici, era inconsapevole della Grande Amnesia quanto chiunque altro.) Questi antichi individui furono gli insegnanti di Isaia e Geremia, Confucio e Gautama Budda, Talete ed Eraclito – e questi furono gli insegnanti di Giovanni Battista e Gesù, Lao-tzu e Socrate, Platone e Aristotele – e questi furono gli insegnanti di Maometto, Tommaso d'Aquino, Bacone, Galileo, Newton e Cartesio – e ognuno di questi uomini ha dato forma e autorevolezza alla Grande Amnesia nelle proprie opere, cosicché ogni testo storico, filosofico e teologico dalle origini della letteratura fin quasi al momento attuale l'ha incorporata come un'assunzione indiscutibile.
Ora io spero – lo spero davvero – che ci siano molti tra di voi che stiano bruciando dal desiderio di sapere perché non hanno mai sentito parlare della Grande Amnesia (con questo o qualunque altro nome) in nessuno dei corsi che hanno frequentato nelle loro scuole, a nessun livello, dall'asilo all'università. Se vi state facendo questa domanda, state tranquilli: non è né futile né stupida. È una domanda vitale, e non esiterò a dire che il futuro della nostra specie su questo pianeta dipende da essa.

La Grande Reminiscenza.

Ciò che era stato dimenticato nella Grande Amnesia non era che gli umani si erano evoluti da altre specie. Non c'è la minima ragione di credere che gli umani del Paleolitico o del Mesolitico avessero capito di essersi evoluti. A essere dimenticato fu che, prima dell'adozione dell'agricoltura e della vita in villaggi stanziali, gli umani avevano vissuto in un modo profondamente diverso.
Questo spiega perché la Grande Amnesia non venne svelata dallo sviluppo della teoria evoluzionistica. L'evoluzione in realtà non aveva nulla a che vedere con essa. Fu la paleontologia che smascherò la Grande Amnesia (e l'avrebbe fatto anche se non fosse stata proposta alcuna teoria dell'evoluzione). Lo fece rendendo innegabilmente chiaro che gli esseri umani erano esistiti per molto, molto tempo prima di piantare il primo campo e di iniziare a costruire la civiltà.
La paleontologia rese insostenibile l'idea che l'umanità, l'agricoltura e la civiltà fossero cominciate tutte più o meno contemporaneamente. La storia e l'archeologia avevano stabilito oltre ogni ragionevole dubbio che l'agricoltura e la civiltà risalivano solo a pochi millenni prima, ma la paleontologia stabilì oltre ogni dubbio che l'umanità aveva milioni di anni. La paleontologia rese impossibile credere che l'Uomo fosse nato agricoltore e costruttore di civiltà. La paleontologia ci costrinse a concludere che l'Uomo era nato come qualcosa di completamente diverso – un raccoglitore e un nomade – e questo è ciò che era stato dimenticato nella Grande Amnesia.
La mente vacilla se cerchiamo di immaginare che cosa avrebbero scritto i pensatori fondamentali della nostra cultura se avessero saputo che gli umani avevano vissuto perfettamente su questo pianeta per milioni di anni senza l'agricoltura o la civiltà, se avessero saputo che l'agricoltura e la civiltà non sono neanche lontanamente innate negli esseri umani. Posso solo concludere che l'intero corso della nostra storia intellettuale sarebbe stato inconcepibilmente diverso da ciò che troviamo oggi nelle biblioteche.
Ma a quel punto accadde uno degli avvenimenti più sconcertanti dell'intera storia umana. Quando i pensatori del diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo furono finalmente costretti ad ammettere che l'intera struttura del pensiero della nostra cultura era stata costruita su un enorme errore, non successe assolutamente nulla.
È difficile notare quando non avviene nulla. Lo sanno tutti. I lettori di Sherlock Holmes si ricorderanno che la cosa degna di nota che il cane ha fatto la notte del delitto fu... Nulla. E questa fu la cosa degna di nota che fecero questi pensatori: nulla. Non pensarono nemmeno di fare qualcosa. Non presero neanche in considerazione l'idea di riesaminare i pensatori fondamentali della nostra cultura e chiedersi come il loro lavoro sarebbe cambiato se avessero saputo la verità sulle nostre origini. Temo che la verità sia che volevano lasciare le cose come stavano. Volevano continuare a non ricordare... E fu esattamente ciò che fecero.
Ovviamente furono costretti a fare alcune concessioni. Non poterono più continuare a insegnare che gli esseri umani erano nati agricoltori. Dovettero affrontare il fatto che l'agricoltura era un'invenzione molto recente. Così si dissero: “Be', chiamiamola una rivoluzione – la Rivoluzione Agricola.” Si trattava di un ragionamento piuttosto sciatto, ma chi avrebbe potuto protestare? L'intera faccenda era fonte di imbarazzo, e furono felici di liquidarla con un'etichetta. Così divenne la Rivoluzione Agricola, una nuova bugia che potesse venire perpetrata attraverso i secoli.
Gli storici si sentirono male quando appresero la vera estensione della storia umana. La loro intera disciplina, la loro intera visione del mondo era stata plasmata da persone che pensavano che tutto fosse iniziato solo pochi millenni prima, quando gli esseri umani erano comparsi sul pianeta e avevano cominciato immediatamente a coltivare la terra e a costruire civiltà. Questa era storia, la storia di agricoltori che erano comparsi solo poche migliaia di anni prima e avevano trasformato comunità agricole in villaggi, villaggi in città e città in regni. Queste erano le cose che contavano davvero, si dissero, e i milioni di anni precedenti si meritavano di venire dimenticati.
Gli storici non volevano occuparsi di quest'altra materia, ed ecco la scusa che si inventarono per evitarlo: non dovevano occuparsene, perché non era storia. Era un qualcosa di nuovo chiamato preistoria. Ecco la scappatoia. Lasciamo che se ne occupino degli studiosi inferiori, non dei veri storici. In questo modo, gli storici moderni batterono il proprio timbro d'approvazione sulla Grande Amnesia. Ciò che era stato dimenticato non era qualcosa di importante, era solo preistoria. Qualcosa indegno di essere considerato. Un enorme, immenso periodo privo di avvenimenti.
In questo modo, la Grande Amnesia venne trasformata in un non-evento. I guardiani intellettuali della nostra cultura – gli storici, i filosofi, i teologi – non volevano sentirne parlare. Le fondamenta di tutte le loro discipline erano state gettate durante la Grande Amnesia, e non volevano riesaminarle. Erano perfettamente lieti di lasciare che la Grande Amnesia continuasse, e questo fu esattamente ciò che fece. La visione del mondo che trasmettiamo ai nostri figli oggi è fondamentalmente identica a quella che veniva trasmessa ai bambini quattrocento anni fa. Le differenze sono superficiali. Invece di insegnare ai nostri figli che l'umanità è cominciata solo pochi millenni fa (e che prima non esisteva), insegniamo loro che la storia umana è cominciata solo pochi millenni fa (e che prima non esisteva). Invece di insegnare ai nostri figli che la civiltà è la cosa più importante per l'umanità, gli insegniamo che è la cosa più importante per la storia umana. Ma tutti sanno che si tratta della stessa cosa.
In questo modo, la storia umana viene ridotta al periodo esattamente corrispondente alla storia della nostra cultura, e il restante novantanove virgola sette percento viene liquidato come un semplice preludio.

Il mito della Rivoluzione Agricola.

Che la Terra fosse l'immobile centro dell'universo è stata un'idea che la gente ha accettato per migliaia di anni. In se stessa sembra piuttosto innocua, ma ha dato origine a migliaia di errori e ha posto un limite a ciò che potevamo imparare sull'universo. L'idea della Rivoluzione Agricola che impariamo a scuola e che insegniamo ai nostri figli sembra similmente innocua, ma ha anch'essa originato migliaia di errori e ha posto un limite a ciò che possiamo capire di noi stessi e di ciò che avvenuto su questo pianeta.
Riassumendo all'osso, l'idea centrale della Rivoluzione Agricola è che circa diecimila anni fa la gente cominciò ad abbandonare la raccolta di cibo in favore dell'agricoltura. Quest'affermazione ci fuorvia in due modi profondamente importanti: innanzitutto, implica che esista un solo tipo di agricoltura (così come esiste un solo modo di raccogliere di cibo), e poi implica che venne adottata ovunque perlopiù contemporaneamente. C'è così poca verità in quest'affermazione che non mi prenderò neanche la briga di parlarne. Invece, ne conierò un'altra:

Molti differenti tipi di agricoltura erano già in uso nel mondo diecimila anni fa, quando il nostro stile comparve in medioriente. Questo stile, il nostro, è quello che io chiamo agricoltura totalitaria, per sottolineare il modo in cui sottomette tutte le forme di vita all'inarrestabile, accanita produzione di cibo per gli umani. Alimentata dall'enorme quantità di cibo in eccesso che può venire prodotta unicamente da questo stile di agricoltura, tra i suoi praticanti avvenne una rapida crescita demografica, seguita da un'altrettanto rapida espansione territoriale che obliterò tutti gli altri stili di vita che incontrò sulla sua strada (inclusi quelli basati su un diverso tipo di agricoltura). Questa espansione e questo annientamento di stili di vita continuarono senza tregua nei millenni che seguirono, raggiungendo alla fine il Nuovo Mondo nel quindicesimo secolo e continuando ancora oggi in remote zone dell'Africa, dell'Australia, della Nuova Guinea e del Sud America.

I pensatori fondamentali della nostra cultura immaginarono che ciò che facevamo noi fosse ciò che gli esseri umani avevano fatto ovunque fin dall'alba dei tempi. E quando i pensatori del diciannovesimo secolo furono costretti a riconoscere che le cose non stavano così, immaginarono che ciò che facevamo noi fosse ciò che gli esseri umani avevano fatto ovunque negli ultimi diecimila anni. Avrebbero potuto facilmente trovare delle informazioni migliori, ma evidentemente non pensarono che fosse necessario preoccuparsene.

Oriente e Occidente.

Nella nostra mitologia culturale, c'è la convinzione che un profondo abisso separi l'Oriente dall'Occidente, e che “i due non potranno mai incontrarsi”. Questo causa perplessità nelle persone quando mi sentono parlare di Oriente e Occidente come di un'unica cultura. Oriente e Occidente sono gemelli, con una madre e un padre in comune, ma quando questi gemelli si guardano sono colpiti solo dalle loro differenze e non dalle loro somiglianze, proprio come avviene sempre con i gemelli reali. Ci vuole un osservatore esterno come me per notare le fondamentali somiglianze culturali che esistono tra di loro.
Nulla potrebbe essere più fondamentale per qualunque popolo del modo in cui ottiene il necessario per vivere. I membri della nostra cultura, sia a Oriente che a Occidente, lo fanno con l'agricoltura totalitaria, e l'hanno fatto fin dall'inizio – lo stesso inizio. Negli ultimi diecimila anni, i popoli orientali e occidentali hanno entrambi utilizzato costantemente ed esclusivamente l'agricoltura totalitaria come loro fondamento. Non c'è una sola differenza tra loro, in questo ambito.
L'agricoltura totalitaria è più di un modo per ottenere di che vivere, è il fondamento dello stile di vita più faticoso mai sviluppato su questo pianeta. Questo sconcerta molti ascoltatori, ma non c'è dubbio al riguardo: nessuno fatica di più per sopravvivere dei membri della nostra cultura. Questo è stato documentato così approfonditamente negli ultimi quarant'anni che dubito sia possibile trovare un antropologo che non sia d'accordo.
È mia convinzione che la laboriosità del loro stile di vita abbia dato origine a un'altra fondamentale somiglianza tra i popoli orientali e occidentali: quella tra le loro visioni spirituali. Di nuovo, è comune immaginare che un abisso enorme separi l'Oriente dall'Occidente in questo ambito, ma a me sembrano gemelli anche qui, perché sono entrambi ossessionati dalla strana idea che le persone abbiano bisogno di venire salvate. Negli ultimi decenni, l'aspetto salvazionista delle religioni orientali è stato attenuato per poterle esportare nei mercati Beat, Hippie e New Age, ma se osserviamo le versioni originali di questi culti è impossibile non vederlo.
È sicuramente vero che gli scopi e i mezzi per ottenere la salvazione differiscono tra Oriente e Occidente, ma è anche vero che questi aspetti differiscono tra tutte le religioni salvazioniste del mondo – è proprio ciò che ci permette di distinguerle le une dalle altre. Il punto essenziale rimane che, ovunque nel mondo, sia a Oriente che a Occidente, potete andare da un estraneo e dirgli: “Lasci che le mostri come essere salvato”, e verrete capiti.

Il nulla della preistoria.

Quando i pensatori fondamentali della nostra cultura guardavano indietro nel tempo, prima della comparsa dell'uomo agricoltore, vedevano... Nulla. Ed era proprio ciò che si aspettavano di vedere dato che, per come la vedevano loro, gli esseri umani non avrebbero potuto esistere prima dell'agricoltura più di quanto i pesci avrebbero potuto esistere prima dell'acqua. Lo studio dell'uomo pre-agricoltore gli sarebbe sembrato lo studio del niente.
Quando l'esistenza di esseri umani pre-agricoltori divenne innegabile, nel diciannovesimo secolo, i pensatori della nostra cultura non si preoccuparono di turbare la saggezza ricevuta dai loro antenati, così lo studio dell'uomo pre-agricoltore divenne lo studio del nulla. Sapevano che non avrebbero potuto cavarsela dicendo che gli uomini pre-agricoltori erano vissuti nella non-storia, quindi dissero che erano vissuti in qualcosa chiamato preistoria. Sono sicuro che capite che cos'è la preistoria. È simile alla preacqua, e sapete tutti cos'è, non è vero? La preacqua è ciò in cui vivevano i pesci prima della comparsa dell'acqua, e la preistoria è il periodo in cui vissero le persone prima della comparsa della storia.
Come ho detto e ripetuto, i pensatori fondamentali della nostra cultura credevano che l'Uomo fosse nato agricoltore e costruttore di civiltà. Quando i pensatori del diciannovesimo secolo furono costretti a rivedere questa convinzione, lo fecero in questo modo: l'Uomo non sarà nato agricoltore e costruttore di civiltà, d'accordo, ma è sicuramente nato per diventarlo. In altre parole, l'uomo di quella finzione chiamata preistoria venne considerato dalla nostra cultura una sorta di innovatore molto, molto lento, e la preistoria divenne il resoconto di persone che divennero molto, molto lentamente agricoltori e costruttori di civiltà. Se volete una conferma, basta che pensiate all'abitudine di definirli popoli “dell'Età della Pietra”. Questo nome è stato coniato da persone che non dubitavano minimamente che le pietre fossero tanto importanti per i nostri patetici antenati quanto le presse per la stampa e le locomotive a vapore lo erano per la gente del diciannovesimo secolo. Se volete farvi un'idea di quanto fossero davvero importanti le pietre per i popoli preistorici, visitate una moderna cultura “dell'Età della Pietra” in Nuova Guinea o in Brasile, e vedrete che le pietre sono centrali nella loro vita quanto la colla lo è nella nostra. Usano le pietre continuamente, certo, così come noi usiamo continuamente la colla, ma chiamarli per questo “gente dell'Età della Pietra” non ha più senso che chiamare noi “gente dell'Età della Colla”.

Il mito della Rivoluzione Agricola (cont.)

I pensatori fondamentali della nostra cultura vedevano la nascita dell'Uomo in questo modo:



I riluttanti revisionisti del diciannovesimo secolo modificarono la nascita dell'Uomo in modo che avesse questo aspetto:



Naturalmente, non esitarono ad assumere che l'intera storia umana avesse puntato fin dall'inizio a noi – i membri della nostra cultura – e questo è il modo in cui la faccenda è stata insegnata nelle nostre scuole da allora. Sfortunatamente questa, come la maggior parte delle teorie sviluppate in quell'epoca, era così grottescamente contrastante con i fatti da far sembrare i sostenitori della terra piatta dei giganti intellettuali.
Ecco come appare la situazione se si considera che i membri della nostra cultura non sono gli unici esseri umani esistenti su questo pianeta:



Questo diagramma rivela una spaccatura nella specie umana molto più profonda di quella che divide l'Oriente dall'Occidente. Qui possiamo vedere la divisione che è avvenuta tra quelli che hanno sperimentato la Grande Amnesia e quelli che non l'hanno fatto.

La Legge della Competizione Limitata.

Durante la Grande Amnesia, la gente della nostra cultura si convinse che la vita “selvaggia” fosse governata da una sola, crudele regola conosciuta come “la Legge della Giungla”, rozzamente traducibile in “uccidere o essere ucciso”. Negli ultimi decenni, osservando la vita animale (anziché limitandosi a fare assunzioni arbitrarie) gli etologi hanno scoperto che questa legge dell'uccidere o essere ucciso non esiste. In realtà un sistema di leggi – che sono state osservate ovunque – preserva la tranquillità della “giungla”, protegge sia intere specie che i singoli individui e promuove il benessere dell'intera comunità. Questo sistema di leggi è stato chiamato, tra le varie cose, la “legge pacificatrice”, la “legge della competizione limitata” e “l'etica animale”.
In breve, la legge della competizione limitata è questa: si può competere al massimo delle proprie capacità, ma non si possono sterminare i propri concorrenti, distruggere il loro cibo o negare loro l'accesso al cibo. In altre parole, si può competere ma non si può dichiarare guerra ai propri competitori.
L'abilità di riprodursi è chiaramente un prerequisito per il successo biologico, e possiamo essere sicuri che ogni specie compaia avendo ereditato quest'abilità essenziale dalla propria specie originaria. Anche seguire la legge della competizione limitata è un prerequisito per il successo biologico, e anche in questo caso possiamo essere sicuri che ogni specie compaia seguendo questa legge come parte dell'eredità essenziale che ha ricevuto dalla propria specie originaria.
Gli esseri umani sono comparsi seguendo la legge della competizione limitata. Il che è un altro modo di dire che vivevano come tutte le altre creature della comunità biologica, competendo al massimo delle loro capacità ma senza dichiarare guerra ai loro competitori. Sono comparsi seguendo la legge e hanno continuato a seguirla fino a circa diecimila anni fa, quando i membri di una cultura in medioriente cominciarono a praticare un tipo di agricoltura contrario alla legge in ogni suo aspetto, un tipo di agricoltura in cui si viene incoraggiati a dichiarare guerra ai propri competitori – a sterminarli, a distruggere il loro cibo e a negare loro l'accesso al cibo. Questo era ed è il tipo di agricoltura praticato nella nostra cultura, tanto in Oriente quanto in Occidente – e in nessun'altra.

Lascia e Prendi.

Siamo finalmente arrivati al punto in cui possiamo abbandonare questo modo maldestro di riferirci ai “membri della nostra cultura” e ai “membri di tutte le altre culture”. Potremmo usare “Seguaci della Legge” e “Reietti della Legge”, ma dei nomi più semplici per questi gruppi sono stati inventati da un collega, che li ha chiamati “Lascia” e “Prendi”. Ha spiegato questi nomi così: i Lascia, seguendo la legge, lasciano agli dei il compito di governare il mondo, mentre i Prendi, rigettandola, decidono di svolgere loro stessi questo incarico. Non era soddisfatto di questa terminologia (e non sono neanch'io), ma ha un certo seguito e non ho nulla con cui rimpiazzarla.
La cosa importante da notare è che esiste una continuità culturale tra i popoli Lascia che risale a tre milioni di anni fa, all'inizio della nostra specie. L'Homo habilis è nato Lascia e seguace della stessa legge che è seguita ancora oggi dagli Yanomami brasiliani e dai Boscimani del Kalahari – e da centinaia di altri popoli aborigeni nelle aree meno sviluppate del mondo.
È proprio questa continuità culturale che è stata spezzata dalla Grande Amnesia. Per metterla in un altro modo: dopo aver rigettato la legge che ci aveva protetti dall'estinzione per tre milioni di anni ed esserci resi nemici del resto della comunità biologica, abbiamo nascosto il nostro status di fuorilegge dimenticandoci che esisteva una legge.

Buone e cattive notizie.

Se sapete anche solo molto poco di me, sapete che vengo chiamato con molti brutti nomi. La ragione è che vi porto buone notizie, le migliori che abbiate avuto da molto tempo. Potreste pensare che portare buone notizie mi renda un eroe, ma vi assicuro che non è affatto questo il caso. La gente della nostra cultura è abituata alle cattive notizie ed è perfettamente preparata per esse, e nessuno penserebbe neanche per un attimo di biasimarmi se mi alzassi e dicessi che siamo tutti condannati. Vengo biasimato proprio perché non lo dico. Prima di provare a esprimere le buone notizie che porto, lasciatemi prima chiarire le cattive notizie che la gente è sempre preparata ad ascoltare.

L'Uomo è il flagello di questo pianeta ed è NATO così, appena pochi millenni fa.

Credetemi, potrei raccogliere applausi ovunque nel mondo pronunciando queste parole. Ma le novità che vi porto sono molto differenti:

L'Uomo NON è nato pochi millenni fa e NON è nato come un flagello.

Ed è per questa notizia che vengo condannato.

L'Uomo è nato MILIONI di anni fa, e non era un flagello più di quanto lo fossero i falchi, i leoni o i calamari. Ha vissuto IN PACE con il mondo... Per MILIONI di anni.

Questo non significa che fosse un santo o che camminasse sulla Terra come un Budda. Significa che viveva in maniera innocua quanto una iena, uno squalo o un serpente a sonagli.

Non è l'UOMO a essere il flagello del mondo, è una singola cultura. Una cultura su centinaia di migliaia. La NOSTRA.

Ed ecco la notizia migliore che ho da portarvi:

Non dobbiamo cambiare l'UMANITÀ per sopravvivere.
Dobbiamo solo cambiare una singola cultura.

Con questo non intendo suggerire che sia un compito facile. Ma almeno non è uno impossibile.

Domande dal pubblico.

DOMANDA:
Sta identificando ciò che i religiosi chiamano “la Caduta” con la nascita della nostra cultura?
RISPOSTA:
È esattamente ciò che sto facendo. Le somiglianze tra questi due eventi sono state notate da molto tempo, naturalmente – il fatto che siano entrambi associati alla nascita dell'agricoltura e che siano avvenuti nella stessa parte del mondo. Ma la difficoltà nell'identificarli come un singolo evento è sempre stata che la Caduta è percepita come un evento spirituale, mentre la nascita della nostra cultura è vista come un evento tecnologico. Temo che dovrò tornare da voi un'altra volta per esplorare con voi le profonde ramificazioni spirituali di questo evento tecnologico, comunque.

DOMANDA:
Lei dice che l'Uomo ha vissuto in pace con il mondo durante i tre milioni di anni che hanno preceduto la nostra Rivoluzione Agricola. Ma recentemente non sono emerse prove che hanno rivelato che gli antichi raccoglitori cacciarono varie specie fino a causarne l'estinzione?
RISPOSTA:
Credo di poter ancora ricordare le parole che ho pronunciato un minuto fa, quanto ho detto che l'Uomo ha vissuto in pace con il mondo: “Questo non significa che camminava sul mondo come un Budda. Significa che viveva in maniera innocua quanto una iena, uno squalo o un serpente a sonagli. Ogni volta che una nuova specie fa la sua comparsa nel mondo avvengono degli aggiustamenti in tutta la comunità della vita, e alcuni di questi aggiustamenti sono fatali per alcune specie. Per esempio, quando i rapidi, potenti cacciatori della famiglia dei felini apparvero nel tardo Eocene, le ripercussioni di questo evento vennero sperimentate in tutta la comunità – a volte come un'estinzione. Le specie che costituivano “prede facili” si estinsero perché non riuscivano a riprodursi abbastanza rapidamente da rimpiazzare gli elementi che venivano uccisi dai felini. Anche alcuni dei competitori dei felini si estinsero, per la semplice ragione che non potevano competere con loro – non erano abbastanza grandi o veloci. Questa comparsa e scomparsa di specie è esattamente ciò che costituisce l'evoluzione, dopotutto.
I cacciatori umani del periodo mesolitico possono aver cacciato il Mammuth fino a estinguerlo, ma di sicuro non l'hanno fatto di proposito, come gli agricoltori della nostra cultura sterminano coyote e lupi per liberarsi di loro. I cacciatori mesolitici possono aver cacciato l'alce gigante fino a estinguerlo, ma di sicuro non l'hanno fatto con l'insensibile indifferenza con cui i cacciatori d'avorio uccidono gli elefanti. I cacciatori d'avorio sanno perfettamente che ogni uccisione porta la specie più vicina all'estinzione, ma i cacciatori mesolitici non avrebbero potuto immaginare una cosa simile riguardo l'alce gigante
Il punto da tenere a mente è questo: spazzare via le specie non desiderate è la politica dell'agricoltura totalitaria. Se anche gli antichi raccoglitori cacciarono delle specie fino all'estinzione, di sicuro non lo fecero perché volevano spazzare via la propria riserva alimentare!

DOMANDA:
Ma l'agricoltura non è stata sviluppata come una soluzione alla fame?
RISPOSTA:
L'agricoltura è inutile come soluzione alla fame. Non si può risolvere la fame piantando un campo come non si può sopravvivere alla caduta da un aeroplano cominciando a cucire un paracadute. Ma questo manca il punto della questione. Dire che l'agricoltura è stata sviluppata come una soluzione alla fame è come dire che le sigarette sono state sviluppate come una soluzione al cancro ai polmoni. L'agricoltura non risolve la fame, la incentiva – crea le condizioni in cui la fame si verifica. L'agricoltura fa sì che in una certa area possano vivere più persone di quante quell'area possa sostentarne – e questo è esattamente ciò che fa comparire la fame. Per esempio, l'agricoltura ha permesso a molte popolazioni africane di esaurire le risorse dei propri territori, ed è per questo che adesso stanno morendo di fame.

(Riprendi la narrazione.)





La rana che bolle.                             
18 maggio, Schauspielhaus Wahnfried, Radenau.

I pensatori ci hanno fornito un'utile metafora per illustrare un particolare tipo di comportamento umano con il fenomeno della rana che bolle. Il fenomeno è questo. Se gettate una rana in una pentola d'acqua bollente, essa tenterà ovviamente di uscirne in modo frenetico. Ma se la mettete con gentilezza in una pentola di acqua tiepida e regolate il calore al minimo, essa se ne starà lì a galleggiare placidamente. Man mano che l'acqua si scalderà gradualmente, la rana sprofonderà in uno stato di tranquillo torpore, esattamente come farebbe uno di noi in un bagno caldo, e in breve tempo e con il sorriso sulle labbra si lascerà bollire fino a morire senza opporre la minima resistenza.
Conosciamo tutti storie di rane gettate nell'acqua bollente — per esempio, una giovane coppia sprofondata di botto in un catastrofico mare di debiti a causa di una imprevista emergenza medica. Un esempio opposto, che corrisponde alla rana che si lascia bollire sorridendo, è quello di una giovane coppia che usi gradualmente la propria buona capacità di credito per ottenere prestiti fino a riempirsi di debiti terribili. Esistono anche esempi culturali. Circa seimila anni fa, le società della Vecchia Europa adoratrici di divinità femminili finirono nell'acqua bollente costituita dalla nostra cultura che Marija Gimbutas chiamò Prima Ondata Kurgan. Essi tentarono di uscirne, ma alla fine soccombettero. Gli Indiani delle Pianure del Nord America, che finirono nell'acqua bollente costituita dalla nostra cultura negli anni Settanta del diciannovesimo secolo, costituiscono un altro esempio. Anche loro tentarono di uscirne per due decenni, ma alla fine finirono per soccombere.
Un esempio opposto, riguardante il fenomeno della rana che bolle sorridendo, è fornito dalla nostra stessa cultura. Quando siamo entrati nel calderone, l'acqua aveva una temperatura perfetta, né troppo calda, né troppo fredda. Qualcuno mi sa dire quand'è successo? Chiunque?
Espressioni vacue.
Ve l'ho già detto, ma ve lo chiedo di nuovo in un altro modo. Quando siamo diventati noi? Dove e quando è cominciato ciò che chiamiamo noi? Ricordate: Oriente e Occidente, gemelli nati da un solo parto. Dove? E quando?
Be', ma certo: in medioriente, circa diecimila anni fa. Ecco dov'è nata la nostra peculiare forma di agricoltura, e dove abbiamo cominciato a essere noi. Quello è stato il luogo di nascita della nostra cultura. Quelli sono stati il luogo e il momento in cui siamo scivolati in quell'acqua così deliziosamente piacevole: il medioriente, diecimila anni fa.
Mentre l'acqua nel calderone si scalda lentamente, la rana non sente nulla se non un piacevole calore e, in effetti, è tutto quello che c'è da sentire. Deve passare parecchio tempo prima che l'acqua cominci a essere pericolosamente calda, e la nostra storia lo dimostra. Per metà della nostra storia, i primi cinquemila anni, i segnali di pericolo sono stati quasi inesistenti. Le innovazioni tecnologiche di questo periodo fornivano una vita tranquilla, incentrata sulla terra e sul villaggio – la cottura al sole dei mattoni, la fornace per il vasellame, la tessitura degli abiti, la ruota del vasaio e così via. Ma gradualmente, impercettibilmente, cominciarono a comparire i segnali di pericolo, come minuscole bolle sul fondo di una pentola.
Cosa dovremmo cercare, come segnali di pericolo? Suicidi di massa? Rivoluzioni? Terrorismo? No, certo che no. Quelli verranno molto dopo, quando l'acqua starà diventando incandescente. Cinquemila anni fa stava appena cominciando a diventare calda. La gente si asciugava le sopracciglia sorridendosi a vicenda e dicendo: “Non è grandioso?”
Saprete dove cercare i segni del pericolo se identificherete il fuoco che bruciava sotto il calderone. Stava già bruciando all'inizio, stava ancora bruciando cinquemila anni dopo... E sta bruciando ancora oggi, esattamente allo stesso modo. Era ed è la grande fonte di energia della nostra rivoluzione. È essenziale. È la condizione sine qua non del nostro successo – se possiamo definirlo successo.
Parlate! Qualcuno mi dica di che sto parlando!
“L'Agricoltura!” L'agricoltura, mi dice questo gentiluomo.
No. Non l'agricoltura. Un particolare tipo di agricoltura. Un tipo particolare che è stato il fondamento della nostra cultura fin dal suo inizio, diecimila anni fa, fino al momento attuale – il fondamento della nostra cultura e di nessun'altra. È nostro, è ciò che ci rende noi. Per la sua completa spietatezza nei confronti di tutte le altre forme di vita su questo pianeta e per la sua inflessibile determinazione nel convertire ogni metro quadrato di questo pianeta alla produzione di cibo umano, l'ho chiamata agricoltura totalitaria.
Gli etologi (gli studiosi del comportamento animale) e alcuni filosofi che hanno studiato la questione sanno che esiste una forma di etica praticata nella comunità della vita su questo pianeta – da tutti tranne che da noi. Si tratta di un tipo di etica molto pragmatico (potreste dire darwiniano), dal momento che serve a salvaguardare e promuovere la diversità biologica all'interno della comunità. Secondo questa etica, seguita da ogni genere di creatura nella comunità della vita, dagli squali alle pecore, dalle api assassine alle farfalle, si può competere al massimo delle proprie capacità, ma non si possono sterminare i propri competitori, distruggere il loro cibo o negare loro l'accesso al cibo. In altre parole, si può competere ma non si può dichiarare guerra. Questa etica viene violata in ogni suo aspetto dai praticanti dell'agricoltura totalitaria. Noi sterminiamo i nostri competitori, distruggiamo il loro cibo e neghiamo loro l'accesso al cibo. Questo è, in effetti, il vero scopo e il vero obiettivo dell'agricoltura totalitaria. L'agricoltura totalitaria è basata sulla premessa che tutto il cibo del mondo appartiene a noi, e che non ci sia alcun limite a quanto possiamo prendere per noi stessi e negare a tutti gli altri.
L'agricoltura totalitaria non è stata adottata nella nostra cultura per pura malvagità. È stata adottata perché, per sua natura, è più produttiva di ogni altro tipo di agricoltura (e ce ne sono molti altri). L'agricoltura totalitaria rappresenta la produttività massima possibile, come piace dire agli americani. Rappresenta una produttività che letteralmente non può essere superata.
Molti tipi di agricoltura (non tutti, ma molti) producono eccedenze di cibo. Ma, non sorprendentemente, l'agricoltura totalitaria produce maggiori eccedenze di qualunque altro tipo. Produce la massima eccedenza possibile. Semplicemente, non si può superare un sistema progettato per convertire tutto il cibo del mondo in cibo umano.
L'agricoltura totalitaria è il fuoco sotto il nostro calderone. L'agricoltura totalitaria è ciò che ci ha mantenuto “in via di bollitura” per diecimila anni.

Disponibilità di cibo e crescita della popolazione.

La gente della nostra cultura considera la disponibilità di cibo una cosa così scontata da trovare difficile capire che c'è necessariamente una connessione tra essa e la crescita della popolazione. Per queste persone, ho ritenuto necessario allestire un piccolo esperimento dimostrativo con dei topi da laboratorio.
Immaginate una gabbia con le pareti mobili, così che possa essere ingrandita a piacimento. Cominciamo mettendoci dentro dieci topi in buona salute, di entrambi i sessi, con acqua e cibo in abbondanza. Nel giro di pochi giorni ci saranno sicuramente venti topi, e noi aumenteremo di conseguenza la quantità di cibo che metteremo nella gabbia. In poche settimane, man mano che aumentiamo l'ammontare di cibo disponibile, ci saranno quaranta topi, poi cinquanta, poi sessanta e così via, finché saranno un centinaio. E diciamo che abbiamo deciso di fermare la crescita della colonia a questo punto. Sono sicuro che vi renderete conto che non abbiamo bisogno di fornire loro minuscoli profilattici o pillole contraccettive per ottenere questo effetto. Tutto ciò che dobbiamo fare è smettere di aumentare la quantità di cibo che immettiamo nella gabbia. Ogni giorno inseriamo giusto la quantità che sappiamo essere sufficiente per cento topi, e non un grammo di più. Questa è la parte che molti trovano difficile da accettare ma, credetemi, è la verità: la crescita della comunità si ferma. Non nel giro di una notte, ovviamente, ma in un tempo molto breve. Inserendo cibo per cento topi scopriremo – ogni volta – che la popolazione all'interno della gabbia si stabilizzerà sul centinaio di individui. Certo, non saranno precisamente cento individui. Il numero fluttuerà tra novanta e centodieci, ma non andrà mai molto oltre questi limiti. In media, giorno per giorno, anno per anno, decennio per decennio, la popolazione all'interno della gabbia sarà di cento topi.
Ora, se dovessimo decidere di avere una popolazione di duecento topi anziché di cento, non avremmo bisogno di aggiungere afrodisiaci alla loro dieta o di proiettare film a luci rosse. Dovremo solo aumentare la quantità di cibo che inseriamo nella gabbia. Se immetteremo cibo sufficiente per duecento topi, presto ne avremo duecento. Se ne immetteremo abbastanza per trecento topi, presto ne avremo trecento. Se ne immetteremo abbastanza per quattrocento topi, presto ne avremo quattrocento. Se ne immetteremo abbastanza per cinquecento topi, presto ne avremo cinquecento. Questa non è un'ipotesi, amici miei. Non è una congettura. È una certezza.
Senza dubbio, comprenderete che non c'è nulla di speciale nei topi, a questo riguardo. Lo stesso accadrebbe con i grilli, con le trote, con i tassi o con i passeri. Ma temo che molta gente si adombri all'idea che gli esseri umani possano essere inclusi in questa lista. Poiché come singoli individui siamo in grado di controllare le nostre capacità riproduttive, questa gente immagina che la nostra crescita come specie dovrebbe essere indifferente alla semplice disponibilità di cibo.
Fortunatamente, ho a disposizione una considerevole quantità di dati che dimostrano che, come specie, noi siamo sensibili quanto qualsiasi altra alla disponibilità di cibo – in effetti, ho tre milioni di anni di dati. Per tutto questo periodo, a eccezione degli ultimi diecimila anni, la specie umana è stata un membro in forte minoranza dell'ecosistema mondiale. Provate a immaginarlo: tre milioni di anni e la specie umana non ha conquistato la Terra! C'è stata una certa crescita, naturalmente, attraverso semplici migrazioni da un continente all'altro, ma questa crescita procedeva a un ritmo glaciale. Si stima che la popolazione umana all'inizio del Neolitico fosse di circa dieci milioni di individui – dieci milioni, se riuscite a immaginarlo! Dopo tre milioni di anni!
Poi, improvvisamente, le cose cominciarono a cambiare. E il cambiamento è stato che il popolo di una cultura, in un angolo del mondo, sviluppò una particolare forma di agricoltura in grado di produrre quantità mai viste di cibo. In seguito a ciò, in questo angolo del mondo, la popolazione raddoppiò in appena tremila anni. E poi raddoppiò di nuovo, questa volta in soli duemila anni. In un battito di ciglia (su scala geologica), la popolazione umana passò da dieci a cinquanta milioni di individui – l'ottanta percento dei quali probabilmente praticava l'agricoltura totalitaria: erano membri della nostra cultura, sia a Oriente che a Occidente.
L'acqua nel calderone si stava scaldando, e cominciavano a comparire dei segnali di pericolo.

Segnali di pericolo: 5000-3000 avanti Cristo.

Il posto stava diventando affollato. Pensateci. La gente è solita pensare che la storia sia inevitabilmente ciclica, ma ciò che sto descrivendo non si era mai verificato prima. Per tre milioni di anni, gli esseri umani non avevano mai vissuto in un luogo affollato. Ma ora la gente di una singola cultura – la nostra – stava imparando cosa significa vivere in un posto affollato. Il territorio stava diventando affollato e troppo sfruttato, il terreno impoverito stava diventando sempre meno produttivo. C'era più gente, e si stava contendendo risorse in diminuzione.
L'acqua si stava scaldando intorno alla rana – e ricordate ciò che stiamo cercando: segnali di pericolo. Che succede quando più gente entra in competizione per meno risorse? È ovvio. Lo sanno anche i bambini. Quando più gente entra in competizione per meno risorse, comincia a combattere. Ma naturalmente non combatte a casaccio. Il macellaio di una città non combatte con il panettiere di quella stessa città, così come il sarto di una città non combatte con il calzolaio di quella stessa città. No, il macellaio, il panettiere, il sarto e il calzolaio di una certa città si associano per dare battaglia al macellaio, al panettiere al sarto e al calzolaio di un'altra città.
Non abbiamo bisogno di vedere i corpi esanimi sul campo di battaglia per capire che si trattava dell'inizio di un'epoca di guerre che continua tuttora. Ciò che ci serve vedere è la macchina da guerra. Non intendo una macchina meccanica – bighe, catapulte, macchine da assedio e così via. Intendo una macchina politica. Macellai, panettieri, sarti e calzolai non si organizzano da soli in eserciti. Hanno bisogno dei signori della guerra – re, principi e imperatori.
È in questo periodo, circa cinquemila anni fa, che vediamo formarsi i primi stati per la difesa e l'aggressione armata. È in questo periodo che vediamo forgiare eserciti che i monarchi usano come spade. Senza un esercito, un re non è altro che un chiacchierone con dei vestiti appariscenti. Questo lo sapete. Ma con un esercito a disposizione, un re può imporre il proprio volere ai suoi nemici e scolpire il proprio nome nella storia – e, in effetti, i soli nomi che ci sono arrivati da quest'epoca sono quelli di re conquistatori. Nessuno scienziato, nessun filosofo, nessuno storico, nessun profeta: solo conquistatori. Anche qui, non stiamo assistendo a nulla di ciclico. Per la prima volta nella storia umana, le persone importanti sono quelle con un esercito.
Ora notate bene che nessuno pensava che la comparsa degli eserciti fosse un brutto segno, un segnale di pericolo. Pensavano che fosse un buon segno. Pensavano che gli eserciti rappresentassero un miglioramento. L'acqua stava giusto diventando deliziosamente calda, e nessuno si preoccupava di qualche bollicina.
Da quel momento in avanti, le necessità militari divennero lo stimolo principale per l'avanzamento tecnologico nella nostra cultura. Non c'è niente di male, no? I nostri soldati hanno bisogno di armature migliori, di spade migliori, di bighe migliori, di archi e frecce migliori, di macchine da assedio migliori, di arieti migliori, di artiglieria migliore, di fucili migliori, di carri armati migliori, di aeroplani migliori, di bombe migliori, di missili migliori, di gas nervino migliore… Be', capite di che sto parlando. In quel momento, nessuno vide nella tecnologia posta al servizio della guerra un segno che stava accadendo qualcosa di brutto. Tutti pensavano che si trattasse di un miglioramento.
Da quel momento in avanti, la frequenza e la gravità delle guerre servì come misura della temperatura che l'acqua stava raggiungendo intorno alla nostra rana sorridente.
 
Segnali di pericolo: 3000-1400 avanti Cristo.

Il fuoco ardeva sotto il calderone della nostra cultura, e il successivo raddoppio della popolazione richiese solo milleseicento anni. Ora c'erano cento milioni di esseri umani, nel 1400 a.C., il novanta percento dei quali erano probabilmente membri della nostra cultura. Il medioriente non era più abbastanza grande per noi da molto tempo. L'agricoltura totalitaria si era spostata a nord e a est verso la Russia, l'India e la Cina, a nord e a ovest verso l'Asia Minore e l'Europa. In questi territori un tempo erano stati praticati altri tipi di agricoltura, ma ora – c'è bisogno di dirlo? – agricoltura significava il nostro tipo di agricoltura.
L'acqua sta diventando sempre più calda. Tutti i vecchi segnali di pericolo sono ancora lì, ovviamente, perché dovrebbero scomparire? Man mano che l'acqua si scalda, quei segnali non fanno che diventare sempre più evidenti e drammatici. La guerra? Le guerre dell'era precedente erano scaramucce al confronto di quelle di quest'epoca. Questa è l'Età del Bronzo! Vere armi, per Dio! Vere armature! Grandi eserciti, sostenuti da incredibili ricchezze imperiali!
A differenza di quelli rappresentati dalla guerra, gli altri segnali di pericolo non sono forgiati nel bronzo o scolpiti nella pietra. Nessuno scolpisce bassorilievi per rappresentare la vita nei bassifondi di Menfi o di Troia. Nessuno scrive articoli per denunciare la corruzione di Cnosso o di Moenio-Daro. Nessuno gira documentari sul traffico di schiavi. Eppure, c'è almeno un segnale che può essere notato facilmente: il crimine stava diventando un problema.
Guardandovi in faccia, vedo come questa notizia vi lascia indifferenti. Il crimine? Il crimine è universale tra gli esseri umani, no? No, in realtà non lo è. Comportamenti negativi, sì. Comportamenti spiacevoli, comportamenti fastidiosi, sì. Si può sempre contare sul fatto che la gente si innamori della persona sbagliata, o perda le staffe, o sia stupida, avida o vendicativa. Il crimine è qualcosa di diverso, e tutti noi lo sappiamo. Ciò che noi intendiamo per crimine non esisteva tra le popolazioni tribali, e questo non perché esse fossero migliori di noi, ma perché erano organizzate in un modo diverso. Vale la pena approfondire questo punto.
Se qualcuno vi irrita, diciamo interrompendovi continuamente mentre parlate – questo non è un crimine. Non potete chiamare la polizia e fare arrestare, processare e incarcerare quella persona, perché interrompere la gente non è un crimine. Ciò significa che ve la dovete cavare da soli, al meglio delle vostre possibilità. Ma se la stessa persona entra in casa vostra e si rifiuta di andarsene, allora si tratta di violazione di proprietà privata – di un crimine – e potete senz'altro chiamare la polizia e farla arrestare, processare e forse anche incarcerare. In altre parole, il crimine, a differenza degli altri comportamenti spiacevoli, mette in movimento la macchina statale. I crimini sono ciò che lo Stato definisce come tali. La violazione di proprietà privata è un crimine, ma interrompere la gente no, e quindi noi abbiamo due modi diversi di affrontare queste situazioni – a differenza delle persone che vivono in società tribali. Qualunque sia il problema, dalle cattive maniere all'omicidio, esse lo gestiscono da sole, come voi gestite una persona che vi interrompe. Invocare il potere dello Stato per loro non è possibile, perché non hanno uno Stato. Nelle società tribali, il crimine semplicemente non esiste come categoria distinta del comportamento umano.
Notate bene: non c'è niente di ciclico neanche nella comparsa del crimine nella società umana. Per la prima volta nella storia, la gente aveva a che fare con il crimine. E notate che il crimine comparve quando comparve la scrittura. Questo significa che, non appena la gente cominciò a scrivere, cominciò a scrivere leggi. Questo perché la scrittura permise loro di fare qualcosa che non avevano mai potuto fare prima: definire in termini stabili e precisi i comportamenti che volevano che lo stato regolasse, punisse ed eliminasse.
Da quel momento, il crimine nella nostra cultura fu un “problema” con una propria identità distinta. Come la guerra, era destinato a rimanere con noi, tanto a Oriente quanto a Occidente, fino a oggi. Da quel momento, il crimine si unì alla guerra nel costituire una misura di quanto l'acqua stesse divenendo calda intorno alla nostra rana sorridente.
 
Segnali di pericolo: 1400-0 avanti Cristo.

Il fuoco continuava ad ardere sotto il calderone della nostra cultura, e il successivo raddoppio della popolazione richiese solo millequattrocento anni. C'erano duecento milioni di esseri umani ora, all'inizio della nostra era attuale, e almeno il novantacinque percento di loro apparteneva alla nostra cultura, sia a Oriente che a Occidente.
Era un'era di avventurieri nel campo della politica e della guerra. Hammurabi divenne il padrone dell'intera Mesopotamia. Sesostris III d'Egitto invase la Palestina e la Siria. Tiglath Pileser I d'Assiria estese il proprio regno fino alle coste del Mediterraneo. Il faraone egizio Sheshonk invase la Palestina. Tiglath Pileser III conquistò la Siria, la Palestina, Israele e la Babilonia. Nabucodonosor II di Babilonia prese Gerusalemme e Tiro. Ciro il Grande estese i propri possedimenti attraverso l'intero occidente civilizzato e, due secoli dopo, Alessandro il Grande compì un'impresa analoga.
Era anche un'era di ribellioni civili e di assassinii. Il regno di Shalmaneser d'Assiria finì con una rivoluzione. Una rivolta nella Calcidica contro il dominio di Atene segnò l'inizio del ventennale conflitto conosciuto come Guerra Peloponnesiaca. Alcuni anni dopo, anche Mitilene di Lesbo si ribellò. Spartani, Achei e Arcadi organizzarono una rivolta contro il dominio macedone. Una rivolta in Egitto costrinse Tolomeo III a interrompere la sua campagna militare in Siria e tornare a casa. Filippo il Macedone venne assassinato, così come Dario III di Persia, Seleuco III Soter, il generale cartaginese Asdrubale, il riformatore Tiberio Sempronio Gracco, il re seleucide Antioco VIII, l'imperatore cinese Wong Mong e gli imperatori romani Claudio e Domiziano.
Ma questi non erano gli unici segnali di pericolo osservabili in quest'epoca. Falsificazione, svalutazione, inflazione catastrofica – tutti questi fastidiosi problemi comparivano ora regolarmente. La fame divenne normale nella vita di tutto il mondo civilizzato, così come la peste, sempre sintomatica di sovraffollamento e scarsa igiene. Nel 429 a.C., la peste sterminò i due terzi della popolazione di Atene. I pensatori, sia in Cina che in Europa, cominciarono a raccomandare alla gente di avere famiglie di minori dimensioni.
La schiavitù divenne un enorme affare internazionale e, naturalmente, lo è rimasto fino a oggi. Si stima che, verso la metà del quinto secolo, un individuo su tre o quattro ad Atene fosse uno schiavo. Quando Cartagine venne conquistata da Roma, nel 146 a.C., cinquantamila sopravvissuti vennero venduti come schiavi. Nel 132 a.C., circa settantamila schiavi romani si ribellarono. Quando la rivolta fu repressa, ventimila di essi furono crocifissi, ma ciò fu ben lontano dal rappresentare la fine dei problemi di Roma con i suoi schiavi.
Ma in questo periodo comparvero nuovi segnali di pericolo, assai più rilevanti per la nostra discussione di stasera. Per la prima volta nella storia, la gente stava cominciando a sospettare che stesse succedendo qualcosa di fondamentalmente sbagliato. Per la prima volta nella storia, la gente cominciava a sentirsi vuota, cominciava a percepire che la propria vita non valeva abbastanza, cominciava a chiedersi se la vita fosse davvero tutta lì, cominciava a desiderare vagamente qualcosa di più. Per la prima volta nella storia, la gente cominciava ad ascoltare i predicatori religiosi che promettevano loro la salvazione.
È impossibile sottolineare abbastanza la novità dell'idea della salvazione. La religione era stata parte della nostra cultura per migliaia di anni, certo, ma non era mai stata incentrata sulla salvazione così come la intendiamo noi o come cominciava a intenderla la gente di questo periodo. Gli dei primitivi erano stati dei magici della cucina e dei raccolti, delle miniere e della nebbia, della pittura e dell'allevamento, ai quali si ricorreva secondo necessità come fossero portafortuna. Le religioni fino a quel punto erano state religioni di stato, parte dell'apparato di sovranità e di governo (com'è evidente osservando i loro templi, costruiti per cerimonie reali anziché per la devozione popolare).
Il Giudaismo, il Bramanesimo, l'Induismo, lo Scintoismo e il Buddismo nacquero tutti in questo periodo. Improvvisamente, dopo seimila anni di agricoltura totalitaria e di costruzione di civiltà, i membri della nostra cultura – sia a Oriente che a Occidente, gemelli nati da un solo parto – cominciavano a chiedersi se le proprie vite avessero un senso, cominciavano a percepire in se stessi un vuoto che il successo economico e la stima dei propri concittadini non riuscivano a riempire, cominciavano a credere che ci fosse qualcosa di profondamente – perfino intrinsecamente – sbagliato in loro.
 
Segnali di pericolo: 0-1200 dopo Cristo.

Il fuoco continuava ad ardere sotto il calderone della nostra cultura, e il successivo raddoppio della popolazione richiese solo milleduecento anni. C'erano quattrocento milioni di esseri umani, ora, il novantanove percento dei quali apparteneva alla nostra cultura, a Oriente e a Occidente. Guerra, pestilenza, fame, corruzione politica e disordini, crimine e instabilità economica erano aspetti quotidiani della nostra vita culturale, ed erano destinati a rimanerlo. Le religioni salvazioniste erano già fortemente radicate in Oriente da secoli quando iniziò questo periodo, ma il grande impero dell'Occidente ancora venerava dozzine di divinità talismaniche, da Eolo a Zefiro. Eppure, la gente comune dell'impero – gli schiavi, gli sconfitti, i contadini, le masse diseredate – era pronta, quando la prima grande religione salvazionista occidentale bussò alla sua porta. Fu facile per questa gente accettare l'idea che l'umanità fosse innatamente difettosa, vedere se stessi come peccatori bisognosi di essere salvati dalla dannazione eterna. Questa gente desiderava ardentemente disprezzare il mondo terreno e sognare una vita beata oltre la morte, nella quale il povero e l'umile sarebbero stati elevati al di sopra dell'orgoglioso e del potente.
Il fuoco continuava ad ardere senza sosta sotto il calderone della nostra cultura, ma adesso i popoli di ogni dove avevano le religioni salvazioniste a mostrare loro come comprendere le inevitabili sofferenze della vita e come affrontarle. I credenti delle varie confessioni tendono a concentrarsi sulle differenze tra una religione e l'altra, ma io mi concentro sui loro punti in comune, che sono i seguenti: la condizione umana è quella che è, e nessuno sforzo da parte tua potrà mai cambiarla; è oltre le tue possibilità salvare la tua gente, i tuoi amici, i tuoi genitori, i tuoi figli o la tua compagna, ma c'è una persona che puoi salvare (una sola), e questa sei tu. Nessun altro può salvarti a parte te, e tu non puoi salvare nessun altro che te stesso. Puoi portare il Verbo agli altri, come essi possono portarlo a te, ma questo è tutto ciò che puoi fare, che si tratti di Buddismo, di Induismo, di Giudaismo, di Cristianesimo o di Islam: nessuno può salvarti a parte te, e tu non puoi salvare che te stesso. La salvazione è certamente la cosa più meravigliosa che puoi ottenere nella tua vita – e non solo non devi condividerla con altri, ma non ti è proprio possibile farlo.
Per come la vedono queste religioni, se fallisci nell'ottenere la salvazione il tuo fallimento è totale, indipendentemente dal fatto che gli altri ci riescano o meno. D'altro canto, se ottieni la salvezza il tuo successo è totale – di nuovo, indipendentemente dal fatto che gli altri ci riescano o meno. Alla fine dei conti, secondo queste religioni, se tu ottieni la redenzione allora nient'altro nell'universo ha importanza. Ciò che conta è solo la tua salvazione. Nient'altro conta, neppure la mia (eccetto, naturalmente, per me).
Si trattava di un nuovo modo di vedere ciò che aveva importanza al mondo. Dimentica la bollitura, dimentica il dolore. Nulla importa, se non te stesso e la tua salvezza.
 
Segnali di pericolo: 1200-1700.

Era una visione notevole, ma ovviamente il fuoco continuava ad ardere sotto il calderone della nostra cultura, e il successivo raddoppio della popolazione richiese solo cinquecento anni. C'erano ottocento milioni di esseri umani ora, il novantanove percento dei quali apparteneva alla nostra cultura, a Oriente e a Occidente. È l'epoca della peste bubbonica, dell'Orda Mongola, dell'Inquisizione. A Londra vennero aperti il primo manicomio e la prima prigione per i debitori insolventi. I contadini si ribellarono in Francia nel 1251 e nel 1358. I lavoratori tessili si ribellarono nelle Fiandre nel 1280. La ribellione di Wat Tyler condusse l'Inghilterra all'anarchia nel 1381, quando lavoratori di ogni categoria si unirono per esigere la fine dello sfruttamento. I lavoratori in preda alla peste e alla fame si ribellarono in Giappone nel 1428 e di nuovo nel 1461. I servi in Russia si ribellarono nel 1671 e nel 1672; i servi in Boemia si ribellarono otto anni dopo. La Morte Nera devastò l'Europa nel bel mezzo del quattordicesimo secolo e ritornò periodicamente nei due secoli successivi, portandosi via decine di migliaia di persone ogni volta. In appena due anni, nel diciassettesimo secolo, uccise un milione di persone nell'Italia settentrionale.
Gli Ebrei offrivano un comodo capro espiatorio per le sofferenze di tutti e per tutto ciò che non andava per il verso giusto. La Francia cercò di espellerli nel 1252, poi li costrinse a portare dei simboli che li distinguessero, poi li privò dei loro possedimenti, poi tentò nuovamente di espellerli. La Gran Bretagna tentò di espellerli nel 1290 e nel 1306. La Colonia tentò di espellerli nel 1414, accusandoli di aver diffuso la Peste Nera ovunque andassero e a ogni occasione in cui si era presentata. Migliaia furono impiccati e bruciati vivi. La Castiglia tentò di espellerli nel 1492. Migliaia vennero trucidati a Lisbona nel 1506. Paolo III li separò dal resto di Roma confinandoli nel primo ghetto. L'angoscia di quel periodo trovò espressione nei movimenti dei flagellanti, secondo cui Dio non sarebbe stato tentato di trovare tante punizioni stravaganti per noi (peste, carestia, guerra e così via) se lo avessimo anticipato infliggendoci da soli punizioni altrettanto stravaganti. Una volta, nel 1374, Aix-la-Chapelle venne colta da una strana smania che riempì le sue strade di migliaia di danzatori frenetici. Milioni morirono quando la fame colpì il Giappone nel 1232, la Germania e l'Italia nel 1258, l'Inghilterra nel 1294 e nel 1555, l'intera Europa Occidentale nel 1315, Lisbona nel 1569, l'Italia nel 1591, l'Austria nel 1596, la Russia nel 1603, la Danimarca nel 1650, il Bengala nel 1669 e il Giappone nel 1674. La sifilide il tifo fecero la loro comparsa in Europa. L'Ergotismo, un fungo che contaminava gli alimenti avvelenandoli, divenne endemico in Germania, uccidendo migliaia di persone. Un'inspiegabile malattia del sudore visitò e rivisitò l'Inghilterra, uccidendo decine di migliaia di persone. Le epidemie di vaiolo, tifo e difterite uccisero anch'esse migliaia di individui.
Gli inquisitori svilupparono una nuova tecnica per combattere l'eresia e la stregoneria, torturando i sospetti finché accusavano altri individui, che venivano poi torturati finché incolpavano altri ancora, che venivano a loro volta torturati finché accusavano altri, all'infinito. La tratta degli schiavi prosperò mentre milioni di Africani venivano trasportati nel Nuovo Mondo. Non mi prendo neanche la briga di menzionare la guerra, la corruzione politica e il crimine, che continuarono a raggiungere vette sempre più elevate. Pochi obietterebbero a quanto Thomas Hobbes scrisse nel 1651, descrivendo la vita umana come “solitaria, misera, disgustosa, brutale e breve”. Alcuni anni dopo, Blaise Pascal notò che “tutti gli uomini si odiano a vicenda per natura”. Il periodo terminò con decenni di caos economico, esacerbati da rivolte, carestie ed epidemie.
Il Cristianesimo divenne la prima religione salvazionista globale, diffondendosi fin nell'Estremo Oriente e nel Nuovo Mondo. Contemporaneamente, si frammentò. Ci si oppose duramente al primo scisma, ma dopo di esso la frammentazione cominciò a venire ritenuta quasi normale.
Per favore, non fraintendete ciò che sto cercando di mostrarvi. Non sto elencando i segni della malvagità umana. Queste sono reazioni al sovraffollamento – troppe persone che competono per troppe poche risorse, mangiano cibo avariato, bevono acqua inquinata e vedono le proprie famiglie morire di fame e di peste.

Segnali di pericolo: 1700-1900.

Il fuoco continuava ad ardere sotto il calderone della nostra cultura, e il successivo raddoppio della popolazione richiese solo duecento anni. Per quando fu compiuto c'erano un miliardo e mezzo di esseri umani e, a parte un mezzo punto percentuale, tutti loro appartenevano alla nostra cultura, sia a Oriente che a Occidente. Si trattò di un periodo nel quale, per la prima volta, i profeti religiosi attraevano seguaci semplicemente predicendo l'imminente fine del mondo. Nel quale il commercio dell'oppio divenne un affare internazionale, sponsorizzato dalla Compagnia delle Indie Orientali e protetto da navi da guerra inglesi. Nel quale l'Australia, la Nuova Guinea, l'Indocina e l'Africa furono conquistate o rivendicate come colonie dalle principali potenze europee. Nel quale i popoli indigeni di tutto il mondo sarebbero stati spazzati via a milioni dalle malattie portate loro dagli Europei – morbillo, pellagra, pertosse, vaiolo, colera – mentre altri milioni sarebbero stati confinati in riserve o sterminati per fare spazio all'espansione dell'uomo bianco.
Ciò non significa che solo i nativi stessero soffrendo. Sessanta milioni di Europei morirono di vaiolo nel solo diciottesimo secolo. Decine di milioni morirono per le epidemie di colera. Mi ci vorrebbero dieci minuti per elencare le dozzine di letali apparizioni di peste, tifo, febbre gialla, scarlattina e influenza che avvennero in questo periodo. E chiunque dubiti della stretta connessione tra l'agricoltura e la fame dovrebbe solo esaminare i dati relativi a questo periodo: raccolti disastrosi e carestia, raccolti disastrosi e carestia, raccolti disastrosi e carestia, più e più volte in tutto il mondo civilizzato. Le cifre sono sconcertanti. Dieci milioni morirono di fame nel Bengala, nel 1769. Due milioni in Irlanda e in Russia, nel 1845 e nel 1846. Quasi quindici milioni in Cina ed in India tra il 1876 e il 1879. In Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Giappone e in ogni altro luogo, decine o centinaia di migliaia morirono in altre carestie troppo numerose per elencarle.
Mentre le città divenivano più affollate, l'angoscia umana raggiungeva vette che non sarebbero state neppure immaginabili nelle epoche precedenti, con centinaia di milioni di persone costrette ad abitare in bassifondi di inconcepibile squallore, preda delle malattie portate dai ratti e dall'acqua contaminata, senza alcuna educazione e senza la minima possibilità di migliorare la propria condizione. Il crimine fiorì come mai prima e veniva di solito punito pubblicamente per mezzo di mutilazioni, marchiature, fustigazioni o morte; la prigionia come forma di punizione alternativa si sviluppò solo nell'ultima parte di questo periodo. Anche la malattia mentale prosperò come mai prima – pazzia, alienazione o in qualunque altro modo preferiate chiamarla. Nessuno sapeva cosa fare con i pazzi: di solito venivano incarcerati insieme ai criminali, incatenati ai muri, frustati, dimenticati.
L'instabilità economica rimase alta e le sue conseguenze si fecero sentire più diffusamente di quanto fosse mai avvenuto. Tre anni di caos economico in Francia portarono direttamente alla rivoluzione del 1789, nel corso della quale furono bruciate, fucilate, annegate e ghigliottinate centinaia di migliaia di vittime. Periodici crolli del mercato e depressioni spazzarono via centinaia di migliaia di attività economiche e ridussero alla fame milioni di persone.
Quest'epoca vide anche nascere la Rivoluzione Industriale, certo, ma essa non portò benessere e prosperità alle masse. Al contrario, portò loro uno sfruttamento avido e insensibile, con donne e bambini che lavoravano per dieci, dodici e più ore al giorno per paghe da fame in negozi, fabbriche e miniere. Potete verificare queste atrocità da soli, se non avete familiarità con esse. Nel 1787 era risaputo che i lavoratori francesi lavorassero fino a sedici ore al giorno e spendessero il sessanta percento delle loro paghe per una dieta che comprendeva poco più che pane e acqua. Solo a metà del diciannovesimo secolo il Parlamento inglese limitò la giornata lavorativa infantile a dieci ore. Frustrata e senza speranza, la gente di ogni dove divenne ribelle e recalcitrante, e i governi di ogni dove reagirono con sistematiche repressioni, brutalità e tirannie. Ci furono centinaia di insurrezioni di contadini, coloni, schiavi e operai – non potrei neppure elencarle tutte. A Oriente e a Occidente, gemelli nati da un solo parto, era l'era delle rivoluzioni. Decine di milioni di persone morirono in esse.
Che rivolte e repressioni fossero normali e abituali interazioni tra governanti e governati era una novità, lo capite. Una novità nella quale potete scorgere i segnali di pericolo caratteristici di quest'epoca.
In questo periodo, il lupo e il cinghiale furono deliberatamente sterminati in Europa. L'alca impenne dell'isola di Edley, nelle vicinanze dell'Islanda, fu cacciata per le sue penne fino all'estinzione, avvenuta nel 1844, divenendo la prima specie a essere sterminata per motivi puramente commerciali. In Nord America, per facilitare la costruzione delle ferrovie e minare alle fondamenta le riserve alimentari delle popolazioni native ostili, vennero assunti dei cacciatori professionisti perché distruggessero le mandrie dei bisonti, ed essi arrivarono a sterminare tre milioni di esemplari in un solo anno. Nel 1893, ne rimanevano ormai solo un migliaio.
In quest'epoca, la gente non andava più in guerra per difendere il proprio credo religioso. La gente continuava ad avere un credo religioso, continuava a esservi avvinghiata, ma le dispute e le divisioni teologiche che un tempo erano sembrate di importanza così vitale furono rese irrilevanti da preoccupazioni materiali assai più pressanti. La consolazione fornita dalla religione è una cosa, ma un lavoro, una paga consistente, delle condizioni di vita decenti, la libertà dall'oppressione e una vaga speranza di miglioramento sociale ed economico, sono ben altra.
Non credo sarebbe troppo fantasioso suggerire che le speranze che nelle epoche precedenti erano state riposte nella religione venissero ora riposte nella rivoluzione e nelle riforme politiche. La promessa di una “torta in cielo dopo morti” non era più sufficiente a rendere sopportabile la miseria della vita nel calderone. Nel 1843, il giovane Karl Marx chiamò la religione “l'oppio dei popoli”. Considerando la situazione da una distanza di oltre un secolo e mezzo, comunque, è chiaro che la religione non era più molto efficace come narcotico.

Segnali di pericolo: 1900-1960.

Il fuoco continuava ad ardere sotto il calderone della nostra cultura, e il successivo raddoppio della popolazione richiese solo sessant'anni. Ora c'erano tre miliardi di esseri umani e, a parte forse due decimi di punto percentuale, tutti loro appartenevano alla nostra cultura, a Oriente e a Occidente.
Cosa dovrei dire a proposito dell'acqua che fumava nel nostro calderone in questo periodo? Credete che stia già bollendo? Il primo collasso economico globale, che iniziò nel 1929, vi sembra un segnale di pericolo? Due catastrofiche guerre mondiali, vi sembrano segnali di pericolo? Salite di alcune migliaia di chilometri nello spazio e guardate come sessantacinque milioni di esseri umani vengono macellati sui campi di battaglia o fatti a pezzi dai bombardamenti, come altri cento milioni si ritengono fortunati a uscirne semplicemente ciechi, mutilati o storpi. Sto parlando di una quantità di persone pari all'intera popolazione umana dell'Età d'Oro della Grecia classica. Sto parlando della quantità di persone che distruggereste oggi se sganciaste bombe all'idrogeno su Berlino, Parigi, Roma, Londra, New York, Tokyo e Hong Kong.
Credo che l'acqua sia rovente, signore e signori. Credo che la rana stia bollendo.

Segnali di pericolo: 1960-96.

Il successivo raddoppio della popolazione si verificò in soli trentasei anni, portandoci al momento attuale, nel quale ci sono sei miliardi di esseri umani sul pianeta e, a parte pochi milioni sparsi qua e là, tutti appartengono alla nostra cultura, a Oriente e a Occidente.
Le voci nel nostro nutrito coro di stress e tensioni si sono aggiunte poco a poco, epoca dopo epoca. Dapprima venne la guerra: la guerra come caratteristica sociale, la guerra come stile di vita. Per duemila anni o più, la guerra sembra essere stata la sola voce nel coro. Ma in breve a essa si aggiunse il crimine: il crimine come caratteristica sociale e come stile di vita. Poi venne la corruzione: la corruzione come caratteristica sociale e come stile di vita. Poco dopo, a queste voci si unì la schiavitù: la schiavitù come commercio globale e come caratteristica sociale. Seguirono immediatamente delle rivolte: cittadini e schiavi si sollevarono per sfogare la propria rabbia e la propria sofferenza. Poi, quando la pressione della popolazione crebbe di intensità, la fame e le pestilenze trovarono la loro voce e cominciarono a cantare ovunque nella nostra cultura. Il lavoro di vaste classi di poveri cominciò a essere sfruttato spietatamente. Il commercio globale delle droghe si aggiunse a quello della schiavitù. Le classi lavoratrici – le cosiddette classi pericolose – si sollevarono in insurrezioni e rivolte. L'economia del mondo intero collassò. Le potenze industriali globali giocarono alla conquista del mondo e al genocidio.
Dopo di che siamo arrivati noi: dal 1960 a oggi.
Che cosa canta la nostra voce nel coro del pericolo? Per circa quarant'anni l'acqua ha continuato a bollire attorno alla rana. Una per una, a migliaia, a milioni le sue cellule sono morte, incapaci di restare in vita.
Che cosa stiamo osservando, qui? Vi dirò un nome e voi potrete dirmi se ho ragione. Mi sento di chiamarlo… Collasso culturale. Ecco cosa stiamo cantando nel ritornello del pericolo – non al posto di tutto il resto, ma in aggiunta a tutto il resto. Questo è il nostro personale contributo all'ululato di dolore della nostra cultura. Per la prima volta nella storia del mondo, piangiamo il collasso di tutto ciò che conosciamo e siamo in grado di capire, il collasso della struttura su cui tutto è stato costruito dall'inizio della nostra cultura fino a ora.
La rana è morta... E noi non riusciamo a immaginare cosa ciò possa significare per noi e per i nostri figli. Siamo terrorizzati.
Ho ragione? Pensateci. Se ho torto non c'è nulla da aggiungere, naturalmente. Ma se credete che abbia ragione, tornate qui domani notte e continuerò da questo punto.

(Riprendi la narrazione.)





Il crollo dei valori.                           
19 maggio, Schauspielhaus Wahnfried, Radenau.

Prima della nostra epoca, il coro del pericolo che si era creato durante i diecimila anni della nostra vita culturale contava nove voci: guerra, crimine, corruzione, ribellione, fame, malattie, schiavitù, genocidio e collasso economico. Dal 1960, la nostra epoca ha trovato una decima voce da aggiungere al coro, una voce mai sentita prima: quella del collasso culturale. Una voce che lamenta perdita della visione, fallimento degli obiettivi e crollo dei valori.
Ogni cultura ha una visione del posto che occupa nel grande schema delle cose e nell'universo. Non c'è bisogno che le persone esprimano questa visione a parole (per esempio ai loro figli), perché viene già espressa dalle loro vite – dalla loro storia, dalle loro leggende, dai loro costumi, dalle loro leggi, dai loro rituali, dalle loro arti, dalle loro danze, dalle loro storie e dalle loro canzoni. In effetti, se chiedeste loro di spiegare questa loro visione non saprebbero nemmeno da dove cominciare, e potrebbero anche non capire di che cosa state parlando. Si potrebbe dire che si tratta di una sorta di bassa, tenue canzone che hanno ascoltato fin dalla nascita, che hanno udito in modo così costante durante la loro vita da non rendersi neanche conto di averla mai sentita. So che molti di voi hanno familiarità con il lavoro del mio collega Ishmael, che ha chiamato la cantante di questa canzone Madre Cultura e ha identificato la canzone come semplice mitologia.
Il famoso mitologista Joseph Campbell si è lamentato che oggigiorno la gente della nostra cultura non ha mitologia, ma, come ci ha mostrato Ishmael, non tutta la mitologia proviene da bardi e cantastorie intorno al fuoco. Un altro tipo di mitologia ci è arrivata da imperatori, legislatori, preti, leader politici e profeti. Oggi ci viene raccontata dai pulpiti delle chiese, da film e telefilm, da insegnanti, giornalisti, romanzieri ed esperti vari. Non è una mitologia composta da storie pittoresche, ma piuttosto una che ci dice che cosa gli dei avevano in mente quando crearono l'universo e qual è il nostro ruolo dentro di esso. Un popolo non può funzionare senza questo tipo di mitologia più di quanto un individuo possa funzionare senza un sistema nervoso. È il principio guida di tutte le nostre attività. Ci spiega il significato di tutto ciò che facciamo.
Può accadere che alcune circostanze infrangano la visione di una cultura riguardo il suo posto nel grande schema delle cose, rendano la sua mitologia priva di senso, soffochino la sua canzone. Quando questo avviene (ed è successo molte volte), quella cultura va in pezzi. Ordine e obiettivi vengono rimpiazzati da caos e confusione. Le persone perdono la volontà di vivere, diventano apatiche, violente e suicide, e cominciano ad abusare di alcool e droghe e a commettere crimini. La struttura che una volta teneva tutto insieme è ora distrutta, e leggi, usanze e istituzioni cadono in disuso e vengono disprezzate, specialmente tra i giovani, che vedono che perfino gli adulti non riescono più a trovarci un senso. Se volete studiare alcuni popoli che hanno attraversato una simile distruzione, non c'è carenza di luoghi da visitare negli Stati Uniti, in Africa, in Sud America, in Nuova Guinea, in Australia – dovunque, in effetti, dei popoli aborigeni sono stati schiacciati dalle ruote di quell'autotreno che è la nostra cultura.
O potete semplicemente restarvene a casa.
Non c'è più bisogno di viaggiare dall'altra parte del mondo per trovare persone che sono diventate apatiche, violente e suicide, che hanno cominciato a bere, drogarsi e commettere crimini, le cui leggi, usanze e istituzioni sono cadute in disuso e vengono ora disprezzate. Noi stessi siamo finiti sotto le ruote del nostro autotreno, la nostra visione del nostro posto nel grande schema delle cose è stata infranta, la nostra mitologia è divenuta priva di senso e la nostra canzone ci è stata soffocata in gola. Queste sono cose che tutti noi percepiamo, non importa dove andiamo o con chi parliamo, se con un rancher in Montana, con un mercante di diamanti ad Amsterdam, con un operatore di borsa a New York o con un autista di autobus ad Amburgo.
Io sono abbastanza vecchio da ricordare un tempo in cui non era così, e di sicuro se lo ricordano anche i miei genitori e i vostri. Non sto parlando dei “bei vecchi tempi”, qui. Il coro del pericolo cantava già a pieni polmoni – il che è del tutto normale, dato che sto parlando dei decenni che seguirono la guerra più distruttiva e omicida dell'intera storia umana. Ciononostante, negli anni Quaranta e Cinquanta, la gente della nostra cultura sapeva ancora dove stava andando, era ancora fiduciosa che un futuro glorioso ci aspettasse proprio davanti a noi. Tutto ciò che dovevamo fare era restare aggrappati alla visione e continuare a fare tutte le cose che ci avevano condotti fino a quel punto. Potevamo fare affidamento su quelle cose. Erano ciò che ci aveva donato università e sale da concerto, riscaldamento centrale e ascensori, Mozart e Shakespeare, transatlantici e film cinematografici.
Inoltre – e questo dovete tenerlo bene a mente – le cose che ci avevano portati fino a quel punto erano buone cose. Negli anni Cinquanta non c'era il benché minimo dubbio che questa fosse la verità, in nessuna parte della nostra cultura, né a Oriente né a Occidente, né tra i capitalisti né tra i comunisti. Negli anni Cinquanta, tutti erano d'accordo sul fatto che sfruttare il mondo era un nostro diritto divino. Il mondo era stato creato perché noi potessimo sfruttarlo. E sfruttarlo lo rendeva migliore! Non c'era limite a ciò che potevamo fare. Taglia quanto vuoi, scava quanto vuoi, sradica le foreste, bonifica le paludi, blocca i fiumi con le dighe, scarica veleno ovunque vuoi, quanto ne vuoi. Nulla di tutto questo veniva considerato negativo o pericoloso. Santo cielo, e perché avrebbe dovuto? La Terra era stata creata appositamente per essere utilizzata in questo modo. Era un infinito, indistruttibile campo giochi per gli esseri umani. La possibilità di esaurire o di danneggiare qualcosa semplicemente non veniva presa in considerazione. La Terra era stata progettata in modo da poter incassare qualunque danno, da poter assorbire e purificare ogni tossina, in qualunque quantità. Far esplodere armi nucleari? Santo cielo, certo – quante ne volete! Migliaia, se volete. Del materiale radioattivo generato nel cercare di realizzare il destino donatoci da Dio di sicuro non può danneggiarci.
Spazzare via intere specie? Assolutamente! Perché no? Se la gente non ha bisogno di queste creature, allora sono ovviamente superflue! Controllare il mondo in questo modo significa umanizzarlo, portarci un altro passo più vicini al nostro destino.
Ascoltate: nel 1948, lo svizzero Paul Müller ricevette il Premio Nobel per il suo incredibile lavoro con il diclorodifeniltricloroetano, che veniva considerato lo strumento chimico ideale per spazzare via le specie di insetti non desiderate. Forse non lo riconoscete con quel nome così melodico, diclorodifeniltricloroetano. Sto parlando del DDT. Negli anni Cinquanta e Sessanta, il DDT fu fatto scorrere per il nostro pianeta come latte e miele, come ambrosia. Tutti sapevano che si trattava di un veleno letale. Naturalmente lo era: era il suo scopo! Ma potevamo usarne quanto ne volevamo, perché non poteva danneggiare noi. La Terra avrebbe fatto il suo lavoro e se ne sarebbe occupata. Avrebbe ingoiato tutto quel meraviglioso, mortale veleno e in cambio ci avrebbe dato acqua limpida, terra sana e aria pura. Avrebbe sempre ingoiato tutti i rifiuti radioattivi, tutti gli scarti industriali e tutti i veleni che potevamo generare per poi restituirci acqua limpida, terra sana e aria pura. Questo era l'accordo, questa era la visione stessa: il mondo era stato creato per l'Uomo, e l'Uomo era stato creato per conquistarlo e dominarlo. Questo è ciò che avevamo cercato di fare fin dall'inizio: conquistare e dominare, comportarci come se il mondo fosse stato creato per nostro uso esclusivo, usando ciò che ci serviva e gettando via il resto – distruggendo il resto, perché era superfluo. Questa non era una cosa malvagia (notate bene), era un'opera sacra! Era ciò che Dio ci aveva creato per fare!
E, per favore, non pensiate che questo fosse qualcosa che avevamo imparato dalla Genesi, in cui Dio disse ad Adamo di popolare la Terra e sottometterla. Questo è qualcosa che sapevamo prima di Gerusalemme, prima di Babilonia, prima di Çatal Hüyük, prima di Gerico, prima di Ali Kosh, prima di Zawi Chemi-Shanidar. Non è qualcosa che ci hanno insegnato gli autori della Genesi, è qualcosa che noi abbiamo insegnato a loro.
Lasciatemi dire di nuovo – come devo fare in ogni occasione – che questa non era la visione umana, non era una visione comparsa spontaneamente in noi quando siamo diventati Homo habilis, Homo erectus o Homo sapiens. Questa visione è comparsa in noi quando è nata la nostra particolare cultura, diecimila anni fa. Era il manifesto della nostra rivoluzione, e il suo destino era di venire diffuso ai quattro angoli della Terra.
La veridicità di questo manifesto non venne messa in dubbio dai costruttori degli ziggurat di Ur o delle piramidi egizie. Non venne messa in dubbio dalle centinaia di migliaia di persone che lavorarono per separare la Cina dal resto del mondo con la sua Grande Muraglia. Non venne messa in dubbio dai commercianti che trasportarono oro, vetro e avorio da Tebe a Nippur e a Larsa. Non venne messa in dubbio dagli scriba degli Ittiti, degli Elamiti e dei Mitanni, che per primi incisero i resoconti delle loro conquiste imperiali in tavolette di argilla. Non venne messa in dubbio dai fabbri che trasportarono i loro potenti segreti da Babilonia a Ninive e a Damasco. Non venne messa in dubbio da Dario di Persia, da Filippo il Macedone o da Alessandro il Grande. Non venne messa in dubbio da Confucio o Aristotele. Non venne messa in dubbio da Annibale, Giulio Cesare o Costantino, il primo imperatore protettore della Cristianità. Non venne messa in dubbio da coloro che depredarono il cadavere dell'Impero Romano – gli Unni, i Vichinghi, gli Arabi, gli Àvari e altri. Non venne messa in dubbio da Carlo Magno o da Gengis Khan. Non venne messa in dubbio dai crociati o dagli Assassini sciiti. Non venne messa in dubbio dai mercanti della Lega anseatica. Non venne messa in dubbio da Papa Alessandro VI, che nel 1494 decise come l'intero pianeta avrebbe dovuto essere diviso tra i poteri colonizzatori d'Europa. Non venne messa in dubbio dai pionieri della Rivoluzione Scientifica – Copernico, Keplero e Galileo. Non venne messa in dubbio dai grandi esploratori del sedicesimo e del diciassettesimo secolo – e di sicuro non venne messa in dubbio dai conquistatori o dai coloni nel Nuovo Mondo. Non venne messa in dubbio dai fondatori intellettuali dell'epoca moderna, pensatori come Cartesio, Adam Smith, David Hume e Jeremy Bentham. Non venne messa in dubbio dai pionieri della rivoluzione democratica, teorici politici come John Locke e Jean-Jacques Rousseau. Non venne messa in dubbio dagli innumerevoli inventori, tecnici, investitori e visionari della Rivoluzione Industriale. Non venne messa in dubbio dai gruppi Ludditi che distrussero fabbriche in Inghilterra. Non venne messa in dubbio dai giganti industriali che costruirono rotaie, armarono eserciti e riempirono il mondo d'acciaio – i Du Ponts, i Vanderbilt, i Krupp, i Morgan e i Carnegie. Non venne messa in dubbio dagli autori del Manifesto Comunista, dai creatori dei sindacati o dagli architetti della Rivoluzione Russa. Non venne messa in dubbio dai governanti che gettarono l'Europa nel vortice della Prima Guerra Mondiale. Non venne messa in dubbio dagli autori del Trattato di Versailles o dai progettisti della Società delle Nazioni. Non venne messa in dubbio dal Fellowship of Reconciliation o dai firmatari dell'Oxford Pledge. Non venne messa in dubbio dai milioni che rimasero disoccupati durante la Grande Depressione. Non venne messa in dubbio da coloro che faticarono per stabilire una democrazia parlamentare in Germania o da quelli che alla fine li sconfissero. Non venne messa in dubbio dalle centinaia di migliaia di individui che lavorarono in un'industria di morte creata per liberare l'umanità dalle “razze ibride”. Non venne messa in dubbio dai milioni che combatterono nella Seconda Guerra Mondiale o dai governanti che li mandarono a combattere. Non venne messa in dubbio dagli scienziati o dagli ingegneri che lavorarono così duramente e al massimo delle loro capacità per far piovere terrore sulle città inglesi e tedesche.
Il mondo era stato creato per l'Uomo, e l'Uomo era stato creato per conquistarlo e dominarlo.
Questo manifesto di sicuro non venne messo in dubbio dai nostri concorrenti nella corsa per dividere l'atomo e costruire un'arma capace di distruggere la nostra intera specie. Non venne messo in dubbio dai progettisti delle Nazioni Unite. Non venne messo in dubbio dalle centinaia di migliaia di individui che negli anni del dopoguerra sognarono un'utopia in cui la gente avrebbe potuto riposarsi e lasciar svolgere tutto il lavoro ai robot, in cui l'energia atomica sarebbe stata infinita e gratuita, in cui povertà, fame e crimine sarebbero scomparsi.
Ma questo manifesto sta venendo messo in dubbio adesso, signore e signori. Sta venendo messo in dubbio quasi ovunque nella nostra cultura, sia dai giovani che dai vecchi, ma soprattutto dai giovani, per cui il sogno di un futuro luminoso in cui la vita migliorerà sempre più è ormai privo di senso. I vostri figli sanno che non è ciò che avverrà. Lo sanno, in larga parte, perché lo sapete voi.
Solo i nostri politici continuano a insistere che il mondo è stato creato per l'Uomo e che l'Uomo è stato creato per conquistarlo e dominarlo. Per loro è un obbligo professionale continuare a sostenere e proclamare il manifesto della nostra rivoluzione. Se vogliono conservare il proprio incarico, devono assicurarci con convinzione assoluta che un futuro glorioso ci sta aspettando – ammesso che continuiamo a marciare sotto la bandiera della conquista e del dominio. Ci rassicurano continuamente di questo, e poi si domandano perché anno dopo anno sempre meno elettori si prendono il disturbo di andare a votare.

Primavera Silenziosa e oltre.

Ho detto che questa nuova epoca di crollo dei valori è cominciata nel 1960. A voler essere precisi, dovrebbe venir fatta risalire al 1962, l'anno in cui uscì Primavera Silenziosa di Rachel Carson, la prima vera sfida mai mossa alla visione ispiratrice della nostra cultura. I fatti che Carson portò all'attenzione pubblica per descrivere i devastanti effetti ambientali del DDT e di altri pesticidi erano sconvolgenti. Il DDT non si limitava a svolgere il suo compito di sterminare gli insetti indesiderati: era entrato nella catena alimentare degli uccelli, disturbando i processi riproduttivi e danneggiando la struttura delle uova, con il risultato che molte specie erano già state distrutte e molte altre erano minacciate, rendendo tutt'altro che impensabile che un giorno il mondo avrebbe potuto assistere a una primavera silenziosa – perché priva di uccelli. Ma Primavera Silenziosa non era solo l'ennesima opera scandalistica sempre ben accolta in ogni casa editrice. Con un solo, poderoso attacco, distrusse una volta per tutte un complesso di articoli fondamentali per la nostra fede culturale: che il mondo fosse in grado di riparare ogni danno che avremmo potuto arrecargli; che il mondo fosse progettato per fare esattamente questo; che il mondo fosse “dalla nostra parte” nella nostra opera di accrescimento e quindi avrebbe sempre tollerato e facilitato i nostri sforzi; che Dio stesso avesse plasmato il mondo specificamente perché sostenesse i nostri sforzi di conquistarlo e dominarlo. I fatti esposti in Primavera Silenziosa smentivano in modo semplice e chiaro tutte queste idee. Qualcosa di presumibilmente benefico per noi non stava venendo tollerato dal mondo. Il mondo non stava sostenendo la nostra visione culturale. Dio non stava sostenendo la nostra visione culturale. Il mondo non era inequivocabilmente dalla nostra parte. Dio non era inequivocabilmente dalla nostra parte.
Se la questione si fosse conclusa con Rachel Carson e il DDT, la nostra visione culturale sarebbe sicuramente riuscita a guarire e riprendersi. Ma, come sappiamo, Rachel Carson e il DDT furono solo l'inizio. Carson fu solo la prima a guardare, la prima a mostrarci che c'era qualcosa di nuovo da vedere. A dozzine, a centinaia, a migliaia hanno guardato da allora, e più hanno guardato, più hanno distrutto la nostra fede culturale. Non riassumerò tutti gli studi condotti al riguardo. In una sera potrei a malapena scalfirne la superficie, e non farei altro che dirvi cose che potete trovare in una qualsiasi enciclopedia.
La conclusione è questa: nel suo attuale numero e con le sue attività, la specie umana sta avendo un impatto letale sul mondo. Laghi, oceani, foreste e terreni stanno morendo per ragioni direttamente correlate alle nostre azioni. Centoquaranta specie scompaiono ogni giorno per ragioni direttamente correlate alle nostre azioni.
Vi vedo contorcervi sui vostri sedili, ma non vi sto dicendo queste cose per farvi sentire colpevoli. Non è affatto questo il mio scopo.
Io stasera sono qui per capire... Cos'è andato storto.

Teorie: cos'è andato storto?

Capire qual è il problema è diventata una preoccupazione globale. Gente di ogni età ci sta lavorando su – persone di ogni classe sociale o economica, di ogni schieramento politico. Bambini di dieci anni stanno cercando di capirlo. Lo so perché ne parlano con me. Lo so perché li ho visti smettere di giocare per dare alla faccenda la loro attenzione.
Ogni anno, sempre più bambini nascono fuori dal matrimonio. Sempre più bambini vivono in famiglie distrutte. Sempre più persone sono colpite dal crimine. Sempre più bambini vengono maltrattati o uccisi. Sempre più donne vengono violentate. Sempre più persone hanno paura di camminare per strada di notte. Sempre più gente commette suicidio. Sempre più persone diventano dipendenti da droghe o alcool. Sempre più individui sono imprigionati in quanto criminali. Sempre più persone trovano regolarmente intrattenimento nella violenza omicida e nella pornografia. Sempre più persone si immolano in culti folli, terrorismi vaneggianti e improvvisi, incontrollabili raptus di violenza.
Le teorie avanzate per spiegare tutto ciò sono per la maggior parte luoghi comuni, truismi e banalità. Esprimono la saggezza ricevuta dalle epoche passate. Si sente dire, per esempio, che la specie umana è fatalmente e irrimediabilmente difettosa. Si sente dire che la specie umana è una sorta di malattia globale che Gaia alla fine si scrollerà di dosso. Si sente dire che la colpa è dell'insaziabile avidità capitalista o della tecnologia. Si sente dire che la colpa è dei genitori, della scuola o del rock and roll. A volte si sente dire che la colpa è dei sintomi stessi, della povertà, dell'oppressione, dell'ingiustizia, del sovraffollamento, dell'indifferenza della burocrazia e della corruzione politica.
Queste sono alcune delle teorie più comuni avanzate per spiegare cos'è andato storto. Ne sentirete altre. Molte di esse devono venire dedotte dai rimedi che vengono proposti per correggere la situazione. Di solito, questi rimedi sono espressi in questo modo: “Tutto ciò che dobbiamo fare è... Qualcosa.” Eleggere il partito giusto. Liberarci di questo politico. Ammanettare i liberali. Ammanettare i conservatori. Scrivere leggi più severe. Dare condanne più lunghe. Riportare in vigore la pena di morte. Uccidere gli ebrei, uccidere antichi nemici, uccidere gli stranieri, uccidere qualcuno. Meditare. Recitare il rosario. Elevare la coscienza. Giungere a un nuovo piano di esistenza.
Voglio che capiate cosa sto facendo qui. Sto proponendo una nuova teoria per spiegare cos'è andato storto. Non si tratta di una versione leggermente modificata della saggezza popolare. Si tratta di qualcosa di inaudito, di qualcosa completamente nuovo nella nostra storia intellettuale. Eccola: stiamo sperimentando un collasso culturale. Lo stesso collasso che venne sperimentato dagli indiani delle pianure quando il loro modo di vivere fu distrutto e vennero confinati in delle riserve. Lo stesso collasso che è stato sperimentato dagli innumerevoli popoli aborigeni che abbiamo invaso in Africa, Sud America, Australia, Nuova Guinea e altrove. Non importa che le circostanze del collasso differiscano tra noi e loro: i risultati sono identici. Come è avvenuto a loro, anche noi abbiamo visto la nostra visione del mondo venire invalidata da realtà sconcertanti che nel giro di pochi decenni hanno reso privo di senso un destino che ci era sempre sembrato lampante. Come è avvenuto a loro, la canzone che avevamo cantato dall'alba dei tempi ci è stata improvvisamente soffocata in gola.
Le conseguenze sono state le stesse: le cose sono andate in pezzi. Non importa se vivi in tepee o grattacieli, le cose vanno in pezzi. Ordine e obiettivi vengono rimpiazzati da caos e confusione. La gente perde la voglia di vivere, diventa apatica, violenta e suicida, e comincia ad abusare di alcool e droghe e a commettere crimini. La struttura che una volta teneva tutto insieme è distrutta. Leggi, usanze e istituzioni cadono in disuso e vengono disprezzate, specialmente dai giovani, che vedono che perfino gli adulti non riescono più a trovarci un senso.
E questo è ciò che è successo a noi. La rana ha continuato a sorridere per diecimila anni mentre l'acqua diventava sempre più calda, ma alla fine, quando l'acqua ha cominciato a bollire, il sorriso è diventato privo di senso, perché la rana ormai era morta.
Le circostanze hanno finalmente mandato in frantumi la nostra folle visione culturale, hanno finalmente reso priva di senso la nostra mitologia auto-ingrandente, hanno finalmente soffocato la nostra arrogante canzone. Abbiamo perso la capacità di credere che il mondo sia stato creato per l'Uomo e che l'Uomo sia stato creato per conquistarlo e dominarlo. Abbiamo perso la capacità di credere che il mondo ci sosterrà sempre e comunque nella nostra conquista, che ingoierà tutto il veleno che possiamo produrre senza effetti negativi. Abbiamo perso la capacità di credere che Dio sia inequivocabilmente dalla nostra parte contro il resto della creazione.
E quindi, signore e signori, stiamo andando in pezzi.

Buone notizie, alla fine.

Una donna di recente mi ha detto che voleva portare un amico ad ascoltarmi parlare, ma che lui le ha detto: “Mi dispiace, ma non potrei sopportare di sentire altre brutte notizie”. [Risate] Sì, è divertente, perché in realtà voi siete in questo teatro ad ascoltarmi perché sapete che io sono venuto a portarvi buone notizie.
Sì, le cose stanno così, e voi ridete perché lo sapete. Vi state già sentendo meglio! Avete assolutamente ragione a sentirvi meglio, ed ecco per quale motivo. È davvero semplice, in effetti. Ecco la mia buona notizia: Noi non siamo l'umanità.
Potete sentire la liberazione portata da queste parole? Provate a dirle. Avanti. Sussurratele a voi stessi: Noi... Non siamo... L'umanità.
Sono sicuro che vi sembrano bizzarre. Prima di concludere per stasera, voglio che capiate perché.
Noi non siamo l'umanità.
Dirle è come infilarsi le scarpe di un estraneo per errore – la tua intera vita cambia in un attimo!
Noi non siamo l'umanità. Voglio che capiate che cosa sono queste cinque parole. Sono un riassunto di tutto ciò che è stato dimenticato nella Grande Amnesia. E lo intendo in modo decisamente letterale. Alla fine della Grande Amnesia, quando la gente cominciò seriamente a costruire la nostra civiltà, queste cinque parole sarebbero state praticamente impensabili. In un certo senso, questo è proprio ciò che la Grande Amnesia significò: noi dimenticammo di essere solo una singola cultura e cominciammo a pensare a noi stessi come all'intera umanità.
Le nostre fondamenta intellettuali e spirituali vennero costruite da persone fermamente convinte che noi costituissimo l'intera umanità. Tucidide ne era convinto. Socrate ne era convinto. Platone ne era convinto. Aristotele ne era convinto. Ssu-ma Ch'ien ne era convinto. Gautama Budda ne era convinto. Confucio ne era convinto. Mosè ne era convinto. Gesù ne era convinto. San Paolo ne era convinto. Maometto ne era convinto. Avicenna ne era convinto. Tommaso d'Aquino ne era convinto. Copernico ne era convinto. Galileo e Cartesio ne erano convinti, nonostante avrebbero potuto facilmente scoprire che le cose non stavano così. Hume, Hegel Nietzsche, Marx, Kant, Kierkegaard, Bergson, Heidegger, Sartre e Camus – tutti loro lo davano per scontato, nonostante avessero a disposizione tutte le informazioni necessarie per capire che le cose non stavano così.
Ma sicuramente vi starete domandando perché sarebbe una notizia così orribile se noi costituissimo l'intera umanità. Cercherò di spiegarvelo. Se noi fossimo l'umanità, allora tutte le cose terribili che diciamo sull'umanità sarebbero vere – e questa sarebbe davvero una pessima notizia. Se noi fossimo l'umanità, allora la nostra distruttività apparterrebbe non più soltanto a una singola cultura squilibrata, ma all'umanità stessa – e questa sarebbe una pessima notizia. Se noi fossimo l'umanità, il fatto che la nostra cultura sia spacciata significherebbe che lo è l'intera specie umana – e questa sarebbe una pessima notizia. Se noi fossimo l'umanità, il fatto che la nostra cultura sia nemica della vita su questo pianeta significherebbe che l'umanità stessa lo è – e questa sarebbe una pessima notizia. Se noi fossimo l'umanità, il fatto che la nostra cultura sia orrenda e malformata significherebbe che l'umanità stessa è intrinsecamente orrenda e malformata – davvero una pessima notizia.
Oh, piangi, umanità, se noi siamo te! Oh, gemi in orrore e disperazione, se le creature misere e fuorviate della nostra cultura sono l'umanità stessa!
Ma noi non siamo l'umanità, siamo solo una singola cultura – una su centinaia di migliaia che hanno vissuto la loro visione su questo pianeta e hanno cantato la loro canzone – e questa è una notizia meravigliosa, anche per noi!
Se fosse l'umanità stessa a dover essere cambiata, allora saremmo nei guai. Ma non è l'umanità che deve essere cambiata, siamo solo noi.
E questa è un'ottima notizia.
Restate con me, amici. Ci arriveremo, un passo alla volta.

(Riprendi la narrazione.)





Popolazione: un approccio sistemico.                          
21 maggio, Stuttgart.

Dato che le idee che vi presenterò oggi hanno dimostrato di essere sconvolgenti e traumatizzanti, ho imparato a trattarle con cautela, da una distanza di sicurezza – distanza che in questo caso sarà di duecentomila anni. Duecentomila anni fa è il periodo in cui una nuova specie chiamata Homo sapiens cominciò a essere osservata su questo pianeta.
Come avviene con tutte le nuove specie, all'inizio non ne esistevano molti membri. Dato che l'argomento di cui parleremo è la popolazione, sarà meglio che chiarifichi che cosa intendo con questo. Abbiamo una data approssimativa per la comparsa dell'Homo sapiens perché abbiamo dei resti fossili – e abbiamo dei resti fossili perché un numero sufficiente di queste creature è vissuto in quel periodo e ci ha fornito questi fossili. In altre parole, quando dico che l'Homo sapiens è comparso circa duecentomila anni fa non sto parlando dei primi due esemplari o dei primi cento. Ma non sto nemmeno parlando del primo milione di loro.
Duecentomila anni fa, ce n'era un gruppo. Diciamo diecimila. Nel corso dei successivi centonovantamila anni, l'Homo sapiens crebbe di numero e migrò in ogni continente del globo.
Il passaggio di questi centonovantamila anni ci porta all'inizio dell'epoca storica di questo pianeta. Ci porta all'inizio della Rivoluzione Agricola, che costituisce la base della nostra civiltà. Essa avvenne circa diecimila anni fa, ed è stato stimato che la popolazione umana in quel periodo fosse intorno ai dieci milioni.
Ora voglio spendere due minuti per analizzare questo periodo di crescita da diecimila individui a dieci milioni. Questo periodo rappresenta dieci raddoppi della popolazione. Da diecimila a ventimila, da ventimila a quarantamila, da quarantamila a ottantamila, e così via. Iniziate con diecimila, raddoppiatelo dieci volte e otterrete circa dieci milioni.
Quindi: la nostra popolazione raddoppiò dieci volte in centonovantamila anni. Passò da circa diecimila a dieci milioni. Questa è una crescita. Una crescita innegabile, decisa, perfino considerevole... Ma a un ritmo infinitesimale. Ecco quanto era infinitesimale: in media, la nostra popolazione stava raddoppiando ogni diciannovemila anni. È un ritmo decisamente lento – glacialmente lento.
Alla fine di questo periodo, ossia diecimila anni fa, questa situazione cominciò a cambiare drasticamente. La crescita a un ritmo infinitesimale si trasformò in crescita a un ritmo rapido. Partendo da dieci milioni, la nostra popolazione raddoppiò non in diciannovemila anni ma in appena cinquemila, portandosi a venti milioni. Il successivo raddoppio – di più del doppio, in realtà – richiese solo duemila anni, facendoci arrivare a cinquanta milioni. Quello seguente impiegò solo milleseicento anni, portandoci a cento milioni. Quello dopo richiese appena millequattrocento anni, e ci portò a duecento milioni e all'anno zero del nostro calendario. Il raddoppio seguente (a quattrocento milioni) richiese solo milleduecento anni. Era il 1200 dopo Cristo. Il raddoppio successivo avvenne in soli cinquecento anni, e ci fece raggiungere gli ottocento milioni nel 1700. Quello dopo ancora richiese solo duecento anni, portandoci a un miliardo e mezzo nel 1900. Il raddoppio successivo avvenne in appena sessant'anni e ci portò a tre miliardi nel 1960. Il prossimo raddoppio della popolazione impiegherà solo trentasette anni circa. Entro dieci o venti mesi raggiungeremo i sei miliardi, e se il nostro ritmo di crescita rimarrà a questi livelli, molti dei presenti in questa stanza vivranno abbastanza da vederci arrivare a dodici miliardi. Non proverò nemmeno a immaginare che cosa comporterà una cosa del genere. Se dovessi fare una previsione – approssimativa e personale – vi direi di prendere tutti i problemi attualmente esistenti (distruzione ambientale, terrorismo, crimine, droghe, corruzione, suicidi, malattie mentali, violenze di ogni tipo) e moltiplicarli per quattro... Come minimo. Ma, che ci crediate o no, non sono qui per deprimervi con cupe profezie sul futuro.
Abbiamo un problema di popolazione. Ci sono poche persone in giro che pensano che tutto vada bene e che non abbiamo affatto un problema di popolazione, ma io non sono qui per cambiare le loro menti. Sono qui per suggerire che l'angolazione dalla quale abbiamo affrontato il problema fino a ora sia inefficace, e che non potrà mai essere nient'altro che inefficace. Dopodiché, voglio mostrarvi un'angolazione più promettente. Ma adesso vorrei leggervi una favola che credo troverete interessante. Riguarda delle persone afflitte anch'esse da un problema di popolazione e il modo in cui scelgono di affrontarlo. Si chiama: “La Benedizione: una favola sulla popolazione”.

La Benedizione: una favola sulla popolazione.

Avvenne un tempo, su un pianeta non molto diverso dal nostro, che dei ricercatori di una compagnia farmaceutica ebbero un colpo di fortuna con una sostanza che stavano testando come antidolorifico. Ingerendo questa sostanza, chiamata D3346, i topi in preda alla sofferenza cominciavano a mostrare segni di sollievo: erano più vivaci, si accoppiavano più spesso, mangiavano di più e così via. I test sugli esseri umani resero entusiasti i dirigenti della compagnia. D3346 mostrò effetti superiori a droghe molto più potenti e nessun effetto collaterale nocivo (a eccezione di un odore non troppo gradevole che causava nei soggetti, che però scompariva non appena la droga smetteva di venire somministrata).
Il nuovo farmaco funzionava così bene che il reparto marketing si rese conto di avere per le mani molto di più di un semplice antidolorifico. La gente era costretta a sopportare vari dolorini e acciacchi più o meno tutto il tempo, e con la semplice azione di eliminare questi leggeri fastidi, D3346 donava agli utilizzatori una sensazione di benessere così intensa da essere quasi uno sballo da droghe. Al nuovo farmaco venne conferito il nome Benedizione senza bisogno di discussioni, e il suo slogan fu: “Fa sparire dolori che non sapevi nemmeno di avere!”
Il farmaco venne inizialmente venduto in pillole e gocce, ma in meno di un anno qualcuno ebbe la brillante idea di venderlo in polvere dentro dispensatori destinati a prendere posto accanto a quelli del sale e del pepe sul tavolo della cucina. Entro pochi mesi, la versione medicinale del farmaco era sparita dagli scaffali, e la Benedizione non veniva più assunta per il dolore. Era diventata solo un altro additivo alimentare benefico, come una vitamina.
Nessuno ne fu sorpreso quando, dopo nove mesi dall'invenzione del farmaco, il tasso di natalità cominciò ad aumentare. Era stato previsto, e tutti ne capivano le ragioni. La Benedizione non incrementava la fertilità o l'appetito sessuale, non era un afrodisiaco. La gente che lo usava si sentiva semplicemente meglio – più socievole, giocosa e affettuosa. Era stato previsto che il tasso di natalità sarebbe aumentato, e lo fece... Di circa il dieci percento.
Su questo pianeta, le persone di cui stiamo parlando non costituivano una cultura dominante, com'è invece la nostra, ma cominciarono rapidamente a venire notati a livello globale. Innanzitutto, avevano un cattivo odore, che gli fece guadagnare il nome con cui divennero famosi in tutto il mondo: i Fetoriani. In secondo luogo, a causa delle pressioni generate dalla loro popolazione in costante aumento, erano incorreggibili trasgressori e invasori. Ciononostante, i Fetoriani solitamente riuscivano a compiere le loro invasioni senza violenza... Facendosi precedere dalla Benedizione.
Non importava che nessuno volesse cominciare a puzzare come i Fetoriani. Pochi potevano resistere alla tentazione di assumere una dose occasionale di Benedizione per un mal di schiena o un mal di testa, e in breve finivano per usarla spesso quanto il sale da cucina. La gente inizialmente disprezzava i Fetoriani e resisteva vigorosamente alla loro invasione, ma finiva sempre col diventare come loro. Nel giro di poche centinaia di anni, l'espansione fetoriana cessò perché non c'era più territorio in cui espandersi. L'intero pianeta era ormai fetoriano.
I leader politici più lungimiranti realizzarono che la popolazione sarebbe divenuta presto un problema urgente, ma passò un secolo senza che venissero prese contromisure significative. La popolazione umana, non avendo motivi di comportarsi diversamente, continuò a crescere. La fame divenne una caratteristica normale della vita in alcune parti del mondo, e molti cominciarono a credere che la soluzione a questo problema fosse non il limitare la crescita, ma piuttosto l'aumentare la produzione di cibo. Passò un altro secolo, e la popolazione umana continuò a espandersi.
Gli esperti cominciarono a suggerire strategie di controllo della popolazione, andando da vari tipi di controllo delle nascite fino a programmi scolastici mirati a ridurre le gravidanze tra gli adolescenti, ma nessuna di queste iniziative ebbe effetti degni di nota. Man mano che sempre più persone divenivano consapevoli della gravità del problema, sociologi ed economisti cominciarono a scavare sempre più a fondo alla ricerca delle sue cause. Notarono, per esempio, che in alcune parti del mondo avere figli era un mezzo per migliorare le proprie condizioni di vita: privi di altre opportunità economiche (specialmente le donne), la gente dava alla luce bambini perché servissero da lavoratori non pagati e perché garantissero sicurezza ai genitori una volta che essi fossero divenuti anziani.
Un biostorico di nome Spry cercò di attirare l'attenzione pubblica sul fatto che, prima della comparsa della Benedizione, la popolazione umana sul pianeta era stata virtualmente stabile, ma i suoi ascoltatori avevano difficoltà a vedere la connessione tra le due cose. Il Dottor Spry cercò di spiegarla. “Se si introduce la Benedizione nella dieta di qualunque specie”, disse, “il risultato sarà sempre lo stesso: il tasso di natalità crescerà. In assenza di un equivalente aumento del tasso di mortalità, la popolazione complessiva di quella specie non potrà che aumentare inevitabilmente.”
Gli ascoltatori del professore non avevano idea di dove volesse arrivare, dato che la Benedizione era stata costantemente presente nella dieta umana negli ultimi diecimila anni e che non potevano nemmeno immaginare di vivere senza di essa. Il professore dovette spiegare pazientemente che, senza assumere costantemente la Benedizione, tutti avrebbero sperimentato vari dolorini e acciacchi che li avrebbero resi leggermente meno vivaci, socievoli e affettuosi, e quindi meno inclini ad accoppiarsi. Come risultato, il tasso di natalità sarebbe calato e la popolazione sarebbe ritornata stabile.
“Sta dicendo che la soluzione al nostro problema di sovraffollamento è di vivere soffrendo?”, gli chiese la gente con incredulità.
“Questa è una completa esagerazione”, disse il professore. “Prima dell'invenzione della Benedizione, la gente non pensava affatto di 'vivere soffrendo'. Non stavano vivendo nella sofferenza. Stavano solo vivendo.”
Altri dissero: “Tutto questo non c'entra nulla col nostro problema. Il Dottor Spry ha già dimostrato che la Benedizione non è un afrodisiaco e non aumenta direttamente la fertilità. Usare la Benedizione non ci costringe ad accoppiarci più frequentemente. Possiamo accoppiarci come e quanto vogliamo. Inoltre, abbiamo a disposizione vari tipi di contraccettivi per evitare gravidanze. Quindi è difficile vedere cosa c'entri la Benedizione con la sovrappopolazione.”
“C'entra eccome”, replicò il Dottor Spry. “Se si somministra la Benedizione a qualunque specie, i membri di quella specie si accoppieranno più spesso e il loro tasso di natalità aumenterà. Non è una questione di che cosa faremo io o lei – se per esempio io o lei decideremo di usare contraccettivi o di usare altri rimedi. Il punto è il comportamento collettivo della specie, che cosa farà la specie nel suo complesso. E posso dimostrarvelo sperimentalmente: il tasso di natalità di qualunque specie che abbia accesso alla Benedizione aumenterà. Non importa se si tratta di topi, gatti, lucertole o galline – o umani. Non è una questione di comportamento individuale, ciò che conta è il modo in cui si comporterà l'intera specie.”
Ma il pubblico del professore rifiutava sempre con sdegno questa osservazione. “Noi non siamo topi!”, urlavano. “Non siamo gatti, lucertole o galline!”
Considerato da sempre più persone un fanatico e un estremista, il Dottor Spry alla fine perse la sua cattedra – e con essa la sua autorevolezza e credibilità su qualsiasi argomento – e nessuno seppe più nulla di lui.
La sovrappopolazione peggiorò. I biologi ambientali stimarono che la popolazione umana avesse già superato la capacità di carico del pianeta e fosse diretta verso un collasso catastrofico. Perfino quelli che in precedenza avevano deriso queste preoccupazioni o si erano detti ottimisti, ora cominciavano a capire che qualcosa avrebbe dovuto cambiare. Alla fine, i capi di stato delle nazioni più potenti si ritrovarono in una conferenza globale per studiare e discutere il problema. Fu un evento impressionante, senza precedenti nella storia umana. Migliaia di pensatori e studiosi di dozzine di discipline diverse si unirono per esaminare la questione al microscopio.
Il concetto di controllo emerse rapidamente come il tema dominante della conferenza. Il controllo della popolazione, naturalmente. Ma per ottenere il controllo della popolazione si doveva prima avere il controllo di ogni sorta di attività e di fenomeni. Nuovi controlli economici avrebbero incoraggiato le coppie a limitare le dimensioni della famiglia. Nelle nazioni arretrate, dove le donne erano poco più che macchine riproduttive, nuovi controlli sociali avrebbero incrementato le condizioni di vita delle famiglie. Contraccettivi e strategie di limitazione delle nascite avevano bisogno di una maggiore diffusione. Naturalmente, a livello individuale, avrebbe dovuto venire aumentato anche l'autocontrollo. I meccanismi di controllo dell'educazione vennero aspramente dibattuti, tra esperti convinti che si dovesse mirare a mantenere i bambini e gli adolescenti ignoranti sul sesso, e altri che invece sostenevano che se ne dovessero spiegare loro i rischi.
Controllo, controllo, controllo – questa parole venne pronunciata diecimila volte, un milione di volte.
A differenza della parola Benedizione.
Alla conferenza globale sulla popolazione dei Fetoriani, la Benedizione non fu uno degli argomenti principali... E nemmeno uno di quelli secondari.
In effetti, la Benedizione non venne nominata neanche una volta.

Quelli che ascoltano questa parabola naturalmente vogliono sapere come interpretarla. Possono vedere che i Fetoriani si comportavano in maniera fondamentalmente irrazionale nel rifiutarsi di riconoscere la connessione tra la Benedizione e la propria esplosione demografica. Il collegamento sembra ovvio. L'aumento della popolazione dei Fetoriani cominciò precisamente con l'introduzione della Benedizione, e l'introduzione della Benedizione avrebbe chiaramente prodotto questo risultato. La logica e la storia indicavano entrambe che la Benedizione fosse la causa dell'esplosione demografica dei Fetoriani. La logica e la storia indicavano entrambe che rimuovere questa causa avrebbe fermato l'esplosione e reso la popolazione nuovamente stabile.
Ma che cosa nella nostra cultura corrisponde alla Benedizione?
Prima risponderò a una domanda più semplice e vi dirò che il mio ruolo qui è esattamente lo stesso dello sfortunato Dottor Spry. Vi indicherò la causa della nostra esplosione demografica – con molte più prove di quanto il Dottor Spry fu in grado di raccogliere nel caso della Benedizione – e poi tireremo le somme. Sono abituato a vedere la gente arrabbiarsi con me quando affronto questo argomento. Si arrabbia perché, come il Dottor Spry, io accuso qualcosa che viene considerato la maggior benedizione della nostra cultura – una benedizione molto più essenziale per il nostro modo di vivere di un semplice antidolorifico.

La crescita e l'ABC dell'ecologia.

Tra le forme di vita presenti sul nostro pianeta, tutta l'energia alimentare viene originata dai vegetali e da nient'altro. L'energia originata dai vegetali viene poi trasferita agli erbivori che se ne nutrono, poi ai predatori che si nutrono di questi erbivori, poi ai predatori che si nutrono dei predatori minori, e infine agli animali saprofagi che restituiscono al terreno i nutrienti di cui le piante hanno bisogno per mantenere il ciclo attivo. Tutto questo può essere definito la A dell'ABC dell'ecologia.
Le varie popolazioni della comunità della vita mantengono un equilibrio dinamico mangiando altre creature e venendone mangiate. Squilibri all'interno della comunità – causati per esempio da malattie o da disastri naturali – tendono a venire smorzati e annullati dall'attività delle popolazioni delle varie specie, mentre esse continuano a mangiare altre creature e a venirne mangiate come loro solito, generazione dopo generazione. In termini sistemici, le dinamiche di crescita e declino delle popolazioni della comunità biologica sono un sistema di feedback negativo. Se ci sono troppi cervi nella foresta, finiranno sicuramente col divorare le proprie risorse alimentari, e questa riduzione della loro riserva di cibo provocherà un declino della loro popolazione. Mentre la loro popolazione diminuisce, la loro riserva alimentare ha modo di ricostituirsi, e questo nuovo aumento del cibo a loro disposizione causa un altro aumento della loro popolazione. Ma la crescita della loro popolazione riduce nuovamente le loro riserve di cibo, il che riduce di nuovo la loro popolazione.
All'interno della comunità della vita, le popolazioni delle specie prede e quelle delle specie predatrici si controllano a vicenda. Se aumenta quella della specie preda, aumenta anche quella della relativa specie predatrice. Mentre la popolazione della specie predatrice aumenta, quella della specie preda diminuisce. Mentre la popolazione della specie preda diminuisce, quella della specie predatrice si riduce anch'essa. Mentre la popolazione della specie predatrice si riduce, quella della specie preda aumenta. E così via. Questa è la B dell'ABC dell'ecologia.
Per i teorici sistemici, la comunità naturale rappresenta un perfetto modello di feedback negativo. Un modello più semplice è il termostato che controlla il vostro riscaldamento. Se la temperatura che rileva è troppo bassa, il termostato accenderà il riscaldamento. Dopo un po' di tempo, il termostato rileverà una temperatura troppo alta, e come reazione spegnerà il riscaldamento. Feedback negativo. Gran cosa.
La A dell'ABC dell'ecologia è il cibo. La comunità della vita non è nient'altro che cibo. Cibo che vola, che corre, che nuota, che striscia e che se ne sta semplicemente fermo a crescere. La B dell'ABC dell'ecologia è che il declino e la crescita di tutte le popolazioni dipende dalla quantità di cibo di cui dispongono. Un aumento della disponibilità di cibo significa crescita. Una riduzione della disponibilità di cibo significa declino. Sempre. Dato che è un punto così importante, lasciatemelo dire in un altro modo: invariabilmente. Un aumento della disponibilità di cibo significa crescita. Una riduzione della disponibilità di cibo significa declino. Ogni volta, in ogni caso, sempre. Semper et ubique. Senza eccezioni. Mai altrimenti.
Più cibo, crescita. Meno cibo, declino. Potete contarci.
Non esiste una specie che diminuisca di numero in mezzo all'abbondanza. Non esiste una specie che prosperi in mezzo alla scarsità.
Questo è la B dell'ABC dell'ecologia.

Sconfiggere i controlli del sistema.

Con la A e la B dell'ecologia nelle nostre mani, siamo pronti per tornare indietro e guardare di nuovo alle origini della nostra esplosione demografica. Per centonovantamila anni, la nostra specie ha continuato a crescere a un ritmo infinitesimale da poche migliaia fino a dieci milioni. Poi, circa diecimila anni fa, abbiamo cominciato a crescere rapidamente. Questo non è stato un evento miracoloso, accidentale o misterioso.
Abbiamo cominciato a crescere più rapidamente perché abbiamo trovato un modo per sconfiggere i meccanismi di feedback negativo che controllano la comunità. Siamo diventati produttori di cibo – agricoltori. In altre parole, abbiamo trovato il modo di aumentare la disponibilità di cibo a volontà.
Questa capacità di creare cibo a piacimento è la benedizione su cui si fonda la nostra civiltà. È anche la benedizione che l'antidolorifico della mia parabola simboleggia. La capacità di produrre cibo a volontà è una benedizione che non viene mai messa in discussione, ma questo è proprio ciò che può renderla pericolosa – e pericolosamente assuefacente – proprio come l'antidolorifico della mia favola.
“A volontà” è la parola d'ordine qui. Dato che ora potevamo produrre cibo a volontà, la nostra popolazione non era più soggetta al controllo esercitato dalla casuale disponibilità di cibo. Ogni volta che volevamo più cibo, potevamo crearlo. Dopo aver vissuto centonovantamila anni limitati da ciò che era disponibile, cominciammo a controllare ciò che era disponibile – e invariabilmente cominciammo ad aumentarlo. Non si diventa certo agricoltori per ridurre la quantità di cibo esistente. Lo si diventa per aumentarla. E lo stesso fanno i nostri vicini e tutti gli agricoltori della nostra zona. Siamo tutti impegnati ad aumentare il cibo a disposizione della nostra specie.
E qui entra in gioco la B dell'ABC dell'ecologia: un incremento della disponibilità di cibo per una specie causerà invariabilmente una sua crescita. In altre parole, l'ecologia prevede che la benedizione dell'agricoltura ci porterà ad aumentare di numero – e la storia conferma la previsione dell'ecologia. Appena abbiamo cominciato ad aumentare la quantità di cibo a nostra disposizione, la nostra popolazione ha cominciato a crescere – non più glacialmente come prima, quando eravamo soggetti al controllo del feedback negativo della comunità della vita, ma rapidamente.
L'espansione demografica degli agricoltori venne seguita dalla loro espansione territoriale. Essa rese più territori disponibili per la produzione di cibo, e nessuno comincia a coltivare la terra per ridurre la quantità di cibo disponibile. Più terra, più cibo prodotto, maggior crescita della popolazione.
Con più persone, abbiamo bisogno di più cibo. Con più cibo a disposizione, presto ci troviamo ad avere ancora più persone – come previsto dalle leggi dell'ecologia. Con ancora più persone, ci serve ancora più cibo. Con più cibo, presto abbiamo più persone. Con più persone, ci serve più cibo. Con più cibo, presto abbiamo più persone.
Questo viene chiamato feedback positivo, nella terminologia sistemica. Un altro esempio: immaginiamo che quando il termostato rileva una temperatura troppo alta, accenda il riscaldamento anziché spegnerlo. Questo è il feedback positivo. Il feedback negativo controbilancia un effetto in aumento. Il feedback positivo lo incrementa ulteriormente.
Il feedback positivo è ciò che vediamo in azione nella nostra rivoluzione agricola. Un aumento della popolazione stimola un aumento della produzione di cibo, che aumenta ulteriormente la popolazione. Più cibo, più persone. Più persone, più cibo. Più cibo, più persone. Più persone, più cibo. Più cibo, più persone. Feedback positivo. Roba pericolosa.

L'esperimento condotto diecimila volte.

Ciò che si osserva nella popolazione umana è che intensificare la produzione di cibo per nutrire una popolazione più grande porta inevitabilmente a un ulteriore aumento della popolazione. L'ho visto chiamare un paradosso, ma in realtà è solo ciò che prevedono le leggi dell'ecologia. Ascoltate di nuovo: “Intensificare la produzione di cibo per nutrire una popolazione più grande porta inevitabilmente a un ulteriore aumento della popolazione.”
Pensatelo come un esperimento che è stato condotto ogni anno nella nostra cultura negli ultimi diecimila anni:
Vediamo che succede se aumentiamo la produzione di cibo quest'anno. Ehi, ma guarda un po', anche la nostra popolazione è aumentata! Chissà che succede se lo facciamo anche l'anno prossimo.
Ma guarda un po', la nostra popolazione è aumentata di nuovo! Dici che c'è una connessione?
Ma no, perché dovrebbe esserci?
Be', che facciamo quest'anno? Aumentiamo o diminuiamo la produzione?
Be', dobbiamo aumentarla visto che abbiamo più bocche da sfamare, no?
D'accordo, aumentiamola anche quest'anno e vediamo che succede. Accidenti, guarda qua: la popolazione è cresciuta di nuovo!
Va bene, aumentiamola anche quest'anno e vediamo che succede. Chi lo sa, magari stavolta la popolazione diminuisce.
No, è cresciuta di nuovo. Pazzesco.
Queste conversazioni descrivono i risultati di cinque esperimenti annuali condotti in tempi antichi. Immaginate altri novantanovemilanovecento- novantacinque esperimenti del genere fino ad arrivare all'anno attuale, il 1996, in cui dobbiamo chiederci:
Be', cosa facciamo quest'anno? Diminuiamo la produzione di cibo?
Figuriamoci, non essere ridicolo.
Be', facciamo così: manteniamola identica all'anno scorso giusto per una volta. Solo per vedere che succede.
Stai scherzando? La civiltà andrebbe in pezzi.
Perché? Se abbiamo prodotto abbastanza cibo per sfamare cinque miliardi e mezzo di persone l'anno scorso, perché la civiltà dovrebbe crollare se ne producessimo abbastanza per cinque miliardi e mezzo di persone anche quest'anno?
Perché non era abbastanza per sfamare cinque miliardi e mezzo di persone. Milioni stanno morendo di fame.
Sì, ma si sa che questo non avviene perché manca il cibo. Di cibo ce n'è a sufficienza, solo che non arriva alle persone che stanno morendo di fame.
Senti, non abbiamo già fatto questo discorso nel 1990?
Certo.
L'abbiamo fatto nel 1990, nel 1921 durante la carestia russa, nel 1846 durante la carestia irlandese, nel 1783 durante la carestia giapponese, nel 1591 durante la carestia italiana e nel 1351 durante la carestia europea. Dio, mi ricordo di aver fatto questo discorso nel sesto secolo avanti Cristo, durante la carestia romana.
Be', è proprio ciò che sto dicendo. Quante volte abbiamo effettuato questo esperimento?
Circa diecimila volte. Per diecimila volte abbiamo deciso di aumentare la produzione di cibo, e per diecimila volte è aumentata anche la popolazione. Non prova niente, naturalmente. Stavolta potrebbe andare diversamente. Stavolta la popolazione potrebbe calare.
Be', d'accordo, proviamo un'altra volta. Aumentiamo di nuovo la produzione di cibo e vediamo che succede.
Ehi, ma guarda un po', la popolazione è salita di nuovo. Che coincidenza, eh?

Tre dimostrazioni.

Lasciate che ora spenda alcuni minuti a descrivervi una serie di dimostrazioni che chiariranno le questioni che ho sollevato.
Ecco la prima dimostrazione. Introduciamo due topi giovani e sani in una bella gabbia spaziosa. La gabbia è dotata di un dispensatore che ci permette di decidere la quantità di cibo che vogliamo dar loro. Dopo aver inserito i due topi, immettiamo nella gabbia due chili di cibo. Ovviamente è molto più di quanto abbiano bisogno due topi, ma questo non causerà alcun problema e presto capirete perché l'abbiamo fatto. Il giorno dopo estraiamo il dispensatore, rimuoviamo il cibo avanzato e ne inseriamo altri due chili. Continuiamo a farlo ogni giorno. In breve, i due topi diventano quattro, poi otto, poi sedici, poi trentadue. Questo aumento della loro popolazione ci conferma che i topi ricevono cibo in abbondanza. Continuiamo a immettere due chili di cibo ogni giorno, e più passa il tempo, più ne viene consumato. Questo non ci sorprende, dato che ci sono sempre più topi a consumarlo. Alla fine arriva il giorno in cui viene mangiato tutto. Non importa. Continuiamo a immettere due chili di cibo ogni giorno, e ogni giorno i due chili vengono mangiati. Ora provate a indovinare cosa accade a questa popolazione, che ha continuato a crescere così rapidamente fin dall'inizio della dimostrazione. Smette di aumentare. Si stabilizza. Di nuovo, questo non ci sorprende affatto. Man mano che continuiamo a rifornirli di due chili di cibo al giorno, contiamo i topi quotidianamente per un anno e osserviamo che la popolazione fluttua tra i duecentottanta e i trecentoventi individui, con una media di trecento. Due chili di cibo al giorno sostenteranno circa trecento topi. Questa è la prima dimostrazione.
La seconda dimostrazione comincia in modo simile. Una gabbia. Due topi. Questa volta però seguiamo una procedura diversa. Invece di inserire sempre la stessa quantità di cibo ogni giorno, cominciamo con un certo ammontare e lo aumentiamo quotidianamente. Qualunque quantità di cibo la coppia di topi consumi il primo giorno, noi immetteremo il cinquanta percento in più il giorno successivo. Qualunque quantità mangino il secondo giorno, la aumenteremo del cinquanta percento il terzo. In breve ci sono quattro topi. Non importa, continuiamo a seguire la nostra procedura. Qualunque ammontare consumino un giorno, ne mettiamo il cinquanta percento in più il giorno seguente. Presto ci sono otto topi, poi sedici, poi trentadue. Non importa, continuiamo ad aumentare la quantità di cibo del cinquanta percento ogni giorno. Sessantaquattro topi, centoventotto, duecentocinquanta, cinquecento, mille. Qualsiasi ammontare consumino un giorno, ne immettiamo il cinquanta percento in più il giorno seguente, avendo cura di estendere i lati della gabbia quanto serve per evitare un fastidioso sovraffollamento. Duemila, quattromila, ottomila, sedicimila, trentaduemila, sessantaquattromila. A questo punto, qualcuno irrompe nel laboratorio urlando: “Fermi! Fermi! Questa è un'esplosione demografica!”
Accidenti, immagino che abbia ragione. Che facciamo adesso?
Ho un suggerimento. Cominciamo rispondendo a questa domanda: quanto hanno mangiato questi sessantaquattromila topi ieri? Risposta: cinquecento chili di cibo. Va bene. Normalmente, domani inseriremmo settecentocinquanta chili di cibo nella gabbia, ma lasciamo perdere quella procedura adesso. La nostra nuova procedura sarà basata su questa teoria: ieri cinquecento chili di cibo erano sufficienti per loro, quindi perché non dovrebbero esserlo anche oggi?
Quindi oggi inseriamo solo cinquecento chili di cibo nella gabbia, proprio come ieri.
Ora guardate attentamente. Non avvengono rivolte o disordini. E perché dovrebbero? I topi hanno tanto cibo oggi quanto ne avevano ieri.
Ora osservate di nuovo. Non ci sono topi che muoiono di fame. E perché dovrebbero esserci?
Ora è il giorno seguente, e di nuovo inseriamo solo cinquecento chili di cibo nella gabbia.
Di nuovo, osservate attentamente. Ancora niente rivolte. Ancora niente topi che muoiono di fame.
Lo facciamo di nuovo per il terzo giorno. Di nuovo, niente disordini, niente topi affamati.
Ma non stanno nascendo nuovi topi? Ma certo – e vecchi topi stanno morendo.
Quarto giorno, quinto giorno, sesto giorno. Sto aspettando di vedere disordini a causa del cibo, ma non avvengono. Sto aspettando che compaia la fame, ma non succede.
Ci sono sessantaquattromila topi, e cinquecento chili di cibo possono sostentare quel numero di topi. Perché dovrebbero esserci disordini? Perché dovrebbe esserci fame?
Ah, quasi dimenticavo di aggiungerlo: l'esplosione demografica si è fermata da un giorno all'altro. Cos'altro avrebbe potuto fare? La crescita della popolazione deve essere supportata da un aumento della disponibilità di cibo. Sempre. Senza eccezioni. Meno cibo: declino. Più cibo: crescita. Stessa quantità di cibo: stabilità. E questo è ciò che abbiamo ottenuto qui: stabilità.
Terza dimostrazione. Questa dimostrazione è identica alla seconda fin quasi alla fine. Sessantaquattromila topi, cinquecento chili di cibo, stabilità. Poi il capo del dipartimento arriva e dice: “Chi ha bisogno di sessantaquattromila topi? Tutti questi topi ci stanno esaurendo lo spazio e i soldi. E che ha di speciale questo numero, comunque? Perché non ottomila? Perché non quattromila?”
Accidenti, che disastro. Svelti, prendete le Pagine Gialle, vedete se qualcuno fabbrica profilattici per topi! Cosa? Non esistono?! Be', cercate 'pianificazione famigliare'! Cosa? Niente pianificazione famigliare per i roditori?!”
No, sapete bene che la reazione non sarebbe questa. Lo sapete perché capite la B dell'ABC dell'ecologia. Non ci serve avere il controllo delle nascite. L'unica cosa che ci serve è il controllo del cibo.
Qualcuno dice: “Ecco cosa faremo: ieri abbiamo inserito cinquecento chili di cibo nella gabbia. Oggi ne metteremo un chilo in meno.”
“Oh, no”, obietta un altro. “Un chilo in meno è troppo. Riduciamo la quantità solo di un quarto di chilo.”
E questo è ciò che fanno. Quattrocentonovantanove chili e tre quarti di cibo finiscono nella gabbia. C'è tensione nel laboratorio, mentre tutti aspettano di veder scatenarsi rivolte e fame... Ma naturalmente non avviene nulla di simile. Per sessantaquattromila topi, un quarto di chilo di cibo è insignificante come una scaglia di forfora.
L'indomani, quattrocentonovantanove chili e mezzo di cibo vengono immessi nella gabbia. Ancora niente disordini né fame.
Questa procedura viene ripetuta per mille giorni, e non una sola volta si verificano rivolte o carestie. Dopo mille giorni, vengono inseriti nella gabbia soltanto duecentocinquanta chili di cibo, e indovinate un po'? Non ci sono più sessantaquattromila topi nella gabbia. Ce ne sono solo trentaduemila. Non un miracolo, solo una dimostrazione delle leggi dell'ecologia. Una diminuzione della disponibilità di cibo ha avuto come risultato una diminuzione della popolazione. Come sempre. Semper et ubique. Niente rivolte o carestie, solo la normale reazione di una popolazione alla quantità di cibo a sua disposizione.

Obiezioni.

Sono rimasto sorpreso da quanto le persone trovino queste idee difficili da accettare. Si sentono minacciate da esse. Si infuriano. Si comportano come se stessi attaccando le fondamenta delle loro vite. Come se stessi mettendo in dubbio la bontà della più grande benedizione della vita civilizzata. Per qualche motivo, reagiscono come se stessi mettendo in discussione la sacralità stessa della vita umana.
Vorrei occuparmi di alcune delle obiezioni che vengono mosse a queste idee. Non lo faccio per scoraggiarvi dall'esprimere obiezioni vostre, ma perché in questo modo posso esprimere queste obiezioni irrispettosamente quanto voglio senza infastidire nessuno.
Mi occuperò per prima dell'obiezione più comune, ossia che gli esseri umani non sono topi. Questo è naturalmente verissimo, soprattutto a livello individuale. Ognuno di noi, come individuo, è in grado di compiere scelte riproduttive che i topi non possono assolutamente fare. Tuttavia – e questa è la considerazione che fa l'ecologia e che ho fatto anch'io oggi – il nostro comportamento come popolazione biologica è indistinguibile da quello di qualsiasi altra. A difesa di quest'affermazione, offro l'evidenza di diecimila anni di obbedienza a questa fondamentale legge ecologica: un aumento della quantità di cibo a disposizione di una specie significa crescita per quella specie.
Mi è stato detto che non deve necessariamente essere così. Mi è stato detto che possiamo aumentare la produzione di cibo e contemporaneamente ridurre la nostra popolazione. Questa è essenzialmente la posizione di quelli che sostengono il controllo delle nascite. Questa è essenzialmente la posizione di quelle organizzazioni ben intenzionate che si sforzano di migliorare le tecniche agricole delle popolazioni indigene del Terzo Mondo. Vogliono dare alle popolazioni tecnologicamente sottosviluppate i mezzi per aumentare la loro popolazione con una mano, e i mezzi per controllare le loro nascite con l'altra... Anche se sappiamo benissimo che questi metodi di controllo delle nascite non funzionano nemmeno per noi! Queste persone sono sicure che possiamo sia continuare ad aumentare la produzione di cibo che fermare la crescita della popolazione con il controllo delle nascite. Sono in diniego della B dell'ABC dell'ecologia.
La storia – e non solo trent'anni di storia, ma diecimila – non offre il minimo sostegno all'idea che possiamo aumentare la produzione di cibo e allo stesso tempo frenare la crescita della popolazione. Al contrario, la storia conferma con decisione ciò che insegna l'ecologia: se produci più cibo, avrai più persone.
Ovviamente la questione è diversa al livello individuale. Il vecchio Macdonald nella sua fattoria può aumentare la produzione di cibo e contemporaneamente tenere a zero la crescita della sua famiglia, ma questa chiaramente non è la fine della storia. Che farà con il cibo in più che ha prodotto nella sua fattoria? Lo inzupperà di benzina e gli darà fuoco? Ma allora non avrà affatto aumentato la quantità di cibo disponibile per il consumo. Lo venderà? Presumibilmente è questo che farà, e se lo venderà allora quel cibo in più entrerà a far parte dell'incremento agricolo annuo che alimenta la crescita della nostra popolazione globale.
Mi viene spesso detto che anche se smettessimo di aumentare la produzione di cibo, la nostra popolazione continuerebbe comunque a crescere. Questo rappresenta un diniego sia della A che della B dell'ABC dell'ecologia. La A dice: noi siamo cibo. Siamo cibo perché siamo ciò che mangiamo, e ciò che mangiamo è cibo. Per dirlo chiaro e tondo, ognuno di noi è fatto di cibo.
Quando la gente mi dice che la nostra popolazione continuerebbe ad aumentare di milioni di individui all'anno anche se smettessimo di incrementare la produzione di cibo, io chiedo loro di che cosa saranno fatti questi milioni di individui, dato che non verrà prodotto cibo in più per sfamarli. Gli dico: “Per favore, portatemi alcune di queste persone, perché se non sono fatte di cibo, allora voglio sapere di che cosa sono fatte. Di raggi lunari, di polvere di arcobaleno, di luce di stelle, di respiro di angeli, di che cosa?”
Quasi invariabilmente, qualcuno mi chiede se non sono a conoscenza del fatto che la crescita della popolazione è molto più lenta nel Nord (ricco di cibo) che nel Sud (dove il cibo scarseggia). Questo sembra venir offerto come prova del fatto che le società umane non sono soggette alle leggi dell'ecologia, le quali (si presume) predicono che più cibo equivale a una crescita più rapida. Ma questo non è affatto ciò che l'ecologia prevede. Lasciate che lo ripeta: l'ecologia non prevede che la popolazione di un'area ricca di cibo crescerà più rapidamente di quella di un'area dove il cibo scarseggia. Ciò che l'ecologia prevede è questo: quando più cibo viene reso disponibile, la popolazione aumenta. Ogni anno più cibo viene reso disponibile al Nord, e ogni anno la sua popolazione aumenta. Ogni anno più cibo viene reso disponibile al Sud, e ogni anno la sua popolazione aumenta.
A questo punto, mi verrà obiettato enfaticamente che al Sud non sta venendo affatto reso disponibile sempre più cibo. La popolazione cresce come un incendio fuori controllo, ma questa crescita non sta venendo sostenuta da alcun aumento del cibo a sua disposizione. Tutto ciò che posso dire è che, se è davvero questo ciò che sta succedendo, siamo chiaramente in presenza di un miracolo. Queste nuove persone non possono essere fatte di cibo perché, secondo quanto mi dite, non sta venendo reso disponibile nessun cibo aggiuntivo per loro. Devono essere fatte d'aria, di ghiaccioli o di terra. Ma se si dovesse scoprire che – come sospetto fortemente – sono fatte di ordinaria carne e sangue, allora devo chiedervi che cosa pensiate che sia questa [a questo punto B si è afferrato la pelle del braccio.] Pensate di poter creare carne e sangue dal nulla? No, l'esistenza di carne e sangue è prova che queste persone sono fatte di cibo. E se quest'anno ci sono più persone, questo è prova che c'è anche più cibo a disposizione.
E ovviamente devo confrontarmi con i milioni di individui che stanno morendo di fame. Non dobbiamo continuare ad aumentare la produzione di cibo per sfamare queste persone? Ci sono due cose che devono essere comprese qui. La prima è che il cibo in più che produciamo ogni anno non va a sfamare i milioni di individui che muoiono di fame. Non ci è andato nel 1995, non ci è andato nel 1994, non ci è andato nel 1993, non ci è andato nel 1992 e non ci andrà nel 1996. Dov'è andato allora questo cibo? È andato ad alimentare la nostra esplosione demografica.
Questa è la prima cosa. La seconda è che chiunque stia cercando di risolvere la fame nel mondo sa benissimo che il problema non è la scarsità di cibo. Produrre più cibo non risolve affatto il problema, semplicemente perché il problema non è quello. Produrre più cibo non fa che produrre più persone.
Allora la gente mi chiede: “Non capisci che la nostra capacità agricola sta già venendo distrutta? Ogni anno eliminiamo milioni di tonnellate di suolo fertile. Perfino il mare non ha più tanto cibo quanto prima. Eppure l'esplosione demografica continua.” Il punto di quest'obiezione è: la nostra capacità di produzione alimentare sta calando, eppure la crescita della popolazione persiste. Questo viene portato come prova che non c'è alcuna connessione tra disponibilità di cibo e crescita della popolazione. Ancora una volta, ho paura che siamo in presenza di un ragionamento surreale. La nostra esplosione demografica non può continuare senza cibo più di quanto un fuoco possa continuare a bruciare senza combustibile. Il fatto che la nostra popolazione continui a crescere anno dopo anno prova che stiamo producendo sempre più cibo, anno dopo anno. Questo resterà vero finché non compariranno persone fatte di ombre, di fil di ferro o di ghiaia.
Quando ogni altra obiezione fallirà, si sosterrà che la gente non tollererà un limite alla produzione di cibo. Questo può essere vero, ma non confuta in alcun modo i fatti che ho presentato.
Nessuno mi ha mai chiesto espressamente che cosa ho contro il controllo delle nascite, ma risponderò comunque. Non ho assolutamente niente contro di esso. Rappresenta semplicemente una soluzione molto scarsa. La regola nella gestione delle crisi è: non cercare di controllare gli effetti, cerca di controllare le cause. Se controlli le cause, non hai bisogno di controllare gli effetti. È per questo che i controlli di sicurezza negli aeroporti vengono effettuati prima di farvi salire sull'aereo. Non vogliono dover controllare gli effetti, vogliono controllare le cause. Il controllo delle nascite è una strategia mirata agli effetti. Il controllo della produzione alimentare è una strategia mirata alle cause.
Ci converrà darle un'occhiata.

Domande e risposte.

[Tutte le domande sono riassunte da B per gli ascoltatori che non parlano tedesco.]

DOMANDA:
In una delle sue “dimostrazioni” dice che le pareti della gabbia possono venire espanse per accogliere un'aumentata popolazione di topi. Mi sembra che questo invalidi la dimostrazione, dato che noi non abbiamo modo di espandere i confini di questo pianeta perché possa accomodare un'aumentata popolazione umana.
RISPOSTA:
Ciò che hanno fatto le nazioni europee a partire dal sedicesimo secolo è stato precisamente espandere le pareti della gabbia per accomodare un'aumentata popolazione – nel Nuovo Mondo, in Australia, in Melanesia e in Africa.

DOMANDA:
Non riesco a capire cos'ha aggiunto di nuovo rispetto a Thomas Malthus, che stava facendo predizioni simili già un secolo fa.
RISPOSTA:
L'avvertimento di Malthus riguardava l'inevitabile fallimento dell'agricoltura totalitaria. Il mio avvertimento riguarda il suo continuo successo.

DOMANDA:
I suoi modelli di crescita della popolazione non tengono conto della ben documentata correlazione tra qualità della vita e crescita della popolazione. Le nazioni con un'alta qualità della vita hanno un tasso di crescita vicino allo zero o addirittura negativo (come la Germania!), mentre le nazioni con bassi standard di vita sono quelle in cui avviene la crescita maggiore. Questo dimostra che non c'è necessariamente una correlazione tra la produzione di cibo e la crescita della popolazione.
RISPOSTA:
L'argomento che lei ha presentato è del tipo che piace all'industria del tabacco: “Una delle mie migliori amiche non ha mai toccato una sigaretta in vita sua, non è cresciuta e non ha mai lavorato tra fumatori, eppure è morta di cancro ai polmoni ad appena trentasette anni. Invece mio padre fuma due pacchetti al giorno da quando aveva diciassette anni, ed è ancora sano e arzillo adesso che ne ha sessantatré. Questo dimostra che non c'è necessariamente una correlazione tra il fumo e il cancro.”
Quando la nostra popolazione viene considerata nella sua interezza – globalmente, anziché nazione per nazione – non c'è il minimo dubbio che, nel complesso, essa stia aumentando catastroficamente, tanto che gli studi condotti da organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite prevedono chiaramente che nel giro di quarant'anni ci saranno dodici miliardi di noi.

DOMANDA:
Il punto che sta ignorando è che la crescita della popolazione può venire rallentata dal miglioramento delle condizioni di vita.
RISPOSTA:
Nel Nuovo Mondo, cinquecento anni fa, la popolazione non autoctona era pari a zero. Oggi conta trecento milioni. Questa crescita non è stata il risultato di scarse condizioni di vita. È stata il risultato delle cause che ho descritto qui stasera.

DOMANDA:
Gli agricoltori di tutto il mondo non sono affatto impegnati principalmente nella produzione di cibo per sfamare una popolazione in crescita, come dice lei. Non è questo a stimolare i loro sforzi. Sempre più agricoltori sono impegnati nella coltivazione di campi che non sfamano nessuno, come caffè, cotone e tabacco.
RISPOSTA:
Da dove arriva allora il cibo che alimenta la nostra popolazione in crescita? Se non sta venendo prodotto dagli agricoltori, chi lo sta producendo? Questo è un fatto biologico indiscutibile: se cento milioni di individui vengono aggiunti alla popolazione, questi individui saranno fatti di cibo e di nient'altro.

DOMANDA:
Secondo Karl Marx, la popolazione di ogni cultura è determinata dai vincoli del loro stile di vita. Per esempio, i popoli raccoglitori devono mantenere una popolazione molto piccola per poter continuare a vivere in quel modo. Potrebbero sfamarne di più, ma solo rinunciando ad alcuni aspetti del loro stile di vita. In altre parole, il modo in cui vivono impone loro dei limiti. Anche il nostro imporrà un limite a noi.
RISPOSTA:
Capisco. E nel frattempo, la produzione alimentare non c'entra nulla?
DOMANDA:
Per quanto mi riguarda, la produzione alimentare non c'entra nulla.
RISPOSTA:
Non posso fare altro che precisare che le scienze biologiche vedono la questione in modo diverso.

DOMANDA:
Mi sembra che non abbiamo bisogno di fare nulla riguardo la nostra popolazione in crescita. Il sistema stesso se ne prenderà cura.
RISPOSTA:
Intende collassando? Sì, è verissimo. Se scopre che l'edificio in cui vive ha dei difetti strutturali che presto ne causeranno il crollo, può certamente scegliere di non fare niente e di lasciare alla forza di gravità il compito di occuparsene. Ma se i suoi figli vivranno nel palazzo quando finalmente crollerà, potrebbero non gradire quanto lei questa soluzione.

(Riprendi la narrazione.)





La Grande Reminiscenza.                              
25 maggio, Schauspielhaus Wahnfried, Radenau.

C'è una droga chiamata polvere d'angelo, o PCP, che ha l'effetto di rendere le persone inconsapevoli delle proprie vulnerabilità e limitazioni fisiche. Sotto la sua influenza, le persone compiranno maniacalmente imprese ben al di là dei limiti strutturali del corpo umano, fratturandosi le ossa, lacerandosi la carne e strappandosi i legamenti senza neanche accorgersene, credendosi indistruttibili e accorgendosi dei danni che si sono procurati soltanto quando l'effetto della droga svanisce.
La nostra cultura ha la propria forma di polvere d'angelo, che ci rende inconsapevoli delle nostre vulnerabilità e limitazioni biologiche. Sotto la sua influenza, abbiamo compiuto maniacalmente imprese ben al di là dei limiti strutturali non solo della nostra specie ma di qualunque altra sul pianeta, cosicché ci siamo fratturati le ossa, lacerati la carne e strappati i legamenti senza accorgercene, credendo di essere indistruttibili. Solo adesso, come il drogato quando la droga comincia a perdere effetto, stiamo cominciando a notare le ferite che ci siamo inflitti durante la nostra furia cieca. Ma anche mentre le notiamo continuiamo ad assumere quella droga, perché non abbiamo ancora compreso che è proprio lei la fonte della nostra follia.
La droga di cui sto parlando è la Grande Amnesia. Proprio come la polvere d'angelo rende le persone inconsapevoli di essere fatte di carne e ossa, la Grande Amnesia rende noi inconsapevoli di essere solo una specie biologica in una comunità di specie biologiche, e ci rende incapaci di capire che non siamo esentati o esentabili dalle forze che governano tutte le forme di vita su questo pianeta. La Grande Amnesia ci rende inconsapevoli del fatto che ciò che non può funzionare per una qualunque altra specie non può funzionare neanche per noi. Come la polvere d'angelo spinge le persone a compiere azioni mortalmente pericolose per qualunque essere umano, la Grande Amnesia spinge noi a compiere azioni mortalmente pericolose per qualunque specie.
Molti pensano che ormai sia troppo tardi perché l'umanità possa salvarsi. Ascolto le loro preoccupazioni ogni giorno, e il mio cuore è con loro. La loro disperazione è comprensibile, perché scambiano l'effetto della droga per la natura umana stessa. Ma in realtà abbiamo il tempo di smettere di prendere la droga e di somministrarla ai nostri figli. Abbiamo il tempo di cominciare la Grande Reminiscenza.

L'obliterazione del tribalismo.

Ho spiegato poco fa che la Grande Amnesia ha creato l'illusione che il mondo fosse privo di umani finché i membri della nostra cultura fecero la loro comparsa, solo pochi millenni fa. Come corollario a questa illusione, nacque la convinzione che la nostra cultura fosse non solo la prima e l'originaria cultura umana, ma anche l'unica cultura che Dio avesse inteso per tutti gli esseri umani. Queste illusioni continuano a venire credute in tutto il mondo – a Oriente come a Occidente, gemelli nati da un solo parto – nonostante la vera (e ben nota) storia delle origini umane non dia loro il minimo sostegno.
Per come i pensatori fondamentali della nostra cultura avevano ricostruito la storia, gli umani erano comparsi sul pianeta con un innato istinto per la civilizzazione ma, naturalmente, nessuna esperienza. Scoprirono rapidamente gli ovvi benefici della vita in comune, e da lì in poi il percorso verso la civilizzazione fu semplice. I villaggi di agricoltori divennero paesi, i paesi divennero città, le città furono riunite in regni e così via. Era tutto molto semplice ma non tutto funzionava come si deve, perché uno strumento sociale fondamentale doveva ancora essere inventato: la legge. Ignoranti perfino del concetto di legge, gli abitanti di queste prime città erano condannati a sopportare crimini, insurrezioni, oppressioni e ingiustizie. La legge fu uno strumento chiave che la società dovette attendere per potersi sviluppare, proprio come la navigazione oceanica aveva dovuto attendere l'invenzione dell'astrolabio.
Si sarebbe portati a credere che fossero esistite delle leggi molto prima dell'invenzione della scrittura, ma non sembra sia così. Se le leggi fossero state formulate oralmente prima della scrittura, allora le prime cose a venire messe per iscritto sarebbero sicuramente state delle trascrizioni di queste leggi... Ma i primi manoscritti non contengono alcuna legge. In effetti, il codice di leggi scritte più antico, il Codice di Hammurabi, risale solo al 2100 a.C.
Questo è all'incirca ciò che i pensatori fondamentali della nostra cultura immaginarono, e questo è ciò che divenne la convinzione comune nelle nostra cultura, impressa ancora oggi in ogni teoria sociale e in ogni libro di testo scolastico nel mondo. Non ci dovrebbe essere bisogno di precisarlo, ma questa visione dei fatti è tanto vicina alla verità quanto la storia che i bambini sono portati dalle cicogne.
Ora proviamo a toglierci le lenti offuscanti della Grande Amnesia e a osservare che cosa stava davvero accadendo nel mondo diecimila anni fa. Esemplari di Homo sapiens avevano continuato a migrare dal loro luogo di nascita in Africa per più di centomila anni e avevano raggiunto letteralmente ogni angolo del pianeta – e non da poco. Per l'epoca di cui stiamo parlando, diecimila anni fa, il medioriente, l'Europa, l'Asia, l'Australia e il Nuovo Mondo erano stati tutti occupati da moderni esseri umani da almeno ventimila anni. E ben lungi dall'essere deserto, il medioriente era tra le aree più densamente popolate del mondo – densamente popolate, intendo, da popoli tribali, del tipo che poteva essere trovato ovunque nel mondo in quell'epoca e che può essere trovato ancora oggi nei pochi luoghi in cui gli è stato permesso di sopravvivere.
Quindi abbiamo smentito due aspetti della versione comunemente accettata: in primo luogo, i fondatori della nostra cultura non vivevano affatto in un mondo privo di altri esseri umani, perché erano un popolo tribale circondato da molti altri popoli tribali. In secondo luogo, nessuno di questi popoli tribali era un novellino per quanto riguarda la cultura. Tutti questi popoli avevano culture vecchissime, e ciò significa che nessuno di essi poteva essere estraneo al concetto di legge. Nella storia dell'antropologia, non è mai avvenuto che un popolo tribale sia stato trovato sprovvisto di un gruppo completo di leggi – completo, si intende, per lo stile di vita di quella particolare tribù.
Non scopriremo mai i nomi delle tribù che abitavano il medioriente in quell'epoca. Anche il nome della tribù in cui è nato il nostro bizzarro stile di vita resterà per sempre sconosciuto. Dato che i suoi discendenti sono stati chiamati Prendi, darò a questa tribù un nome simile e la chiamerò Pren. Stabilita questa premessa, vi racconterò ora una storia di mia invenzione – che non dovrà essere presa come un resoconto di avvenimenti reali, ma neanche come una di quelle ridicole favolette che ci vengono raccontate da quelli ancora accecati dalla Grande Amnesia. Il popolo che io ho chiamato Pren è esistito di sicuro (altrimenti noi non saremmo qui), ed era sicuramente un popolo tribale circondato da altri popoli tribali, che io ho qui chiamato Ak, Bak, Cak e così via fino ai Kak.



Questo disegno mostra due importanti aspetti della vita tribale. Innanzitutto, lo sfondo nero di ogni area tribale è ciò che ne fa risaltare il nome. Ciò che questo vuole mostrare è che ogni tribù è definita unicamente dall'integrità e dalla densità delle proprie usanze e delle proprie leggi. Non c'è letteralmente altro modo di distinguerle. Le leggi e le usanze degli Ak sono ciò che li rendono una tribù distinta. Le leggi e le usanze dei Bak sono ciò che li rendono una tribù distinta. Le leggi e le usanze dei Cak sono ciò che li rendono una tribù distinta. E così via.
In secondo luogo, gli spessi bordi fra le tribù rendono chiaro che i confini culturali tra le varie tribù sono impenetrabili. Un membro dei Bak non può svegliarsi una mattina e decidere di diventare un membro degli Hak; una cosa simile è impensabile tra i popoli tribali di tutto il mondo.
Probabilmente a quell'epoca alcuni di questi popoli tribali erano agricoltori e altri cacciatori-raccoglitori. Non c'è nulla di strano nell'osservare i due stili di vita l'uno accanto all'altro. A ogni modo, sappiamo che i Pren (i fondatori dello stile di vita Prendi) erano agricoltori – per quanto non ci sia motivo di supporre che abbiano inventato l'agricoltura. Ciò che inventarono fu un nuovo stile di agricoltura – lo stile totalitario.
Ma la stupefacente innovazione dei Pren non si limitò a un nuovo stile di agricoltura. I Pren svilupparono l'incredibile e inaudita convinzione che tutti dovessero vivere come loro. Non è possibile descrivere adeguatamente quanto questo li rendesse inusuali. Non posso nominare un solo altro popolo nella storia umana che si sia prefissato l'obiettivo di convertire i propri vicini. Di sicuro nessun altro popolo tribale della storia ha mai mostrato il minimo interesse nel convertire gli altri al proprio stile di vita – e non sono a conoscenza nemmeno di un altro popolo civilizzato che abbia mai mostrato un'inclinazione simile. Per esempio, i Maya, i Natchez e gli Aztechi non avevano alcun interesse nell'imporre il proprio modo di vivere ai popoli circostanti, nemmeno a quelli che conquistavano. I Pren erano decisamente rivoluzionari in questo aspetto. Tramite ispirazione, persuasione e aggressione, la rivoluzione Pren cominciò a inglobare i popoli vicini.



Adottando una cultura comune, i Pren, i Dak e i Fak hanno necessariamente perso parte dell'integrità che un tempo li definiva. È per questo che sono raffigurati ingrigiti. Le leggi e le usanze dei Pren hanno poca importanza per i Dak e i Fak. Le leggi e le usanze dei Dak hanno poca importanza per i Pren e i Fak. Le leggi e le usanze dei Fak hanno poca importanza per i Dak e i Pren. Dato che ora condividono uno stile di vita comune, i confini culturali tra di loro si indeboliscono. Non è più tanto facile distinguerli l'uno dall'altro. Ora essere un Dak o un Fak non è più importante come lo era una volta. Ora la cosa importante è che sono alleati con i Pren. Va tenuto presente che in questa alleanza le leggi e le usanze dei Pren non hanno più importanza di quelle di chiunque altro. I Dak e i Fak non sono diventati Pren, hanno solo largamente cessato di essere Dak e Fak.



Il processo continua. Le leggi e le usanze di ogni tribù continuano a sbiadire e divenire sempre più irrilevanti. Ormai i Dak e i Fak hanno quasi totalmente perso le loro identità tribali, e presto gli Ak e i Gak si uniranno a loro.



Alla fine, tutte le tribù originali sono state assimilate in un'unica enorme comunità agricola. Dato che le leggi e le usanze tribali sono state annullate, le identità tribali sono illeggibili. Uno degli Ak può vivere facilmente tra gli Hak quanto un belga in Francia o un newyorkese a San Francisco.
Ora siamo pronti a raffigurare lo stato della legge in questa comunità agricola.



I pensatori fondamentali della nostra cultura immaginavano che la nostra cultura fosse nata in un mondo privo di legge. Come mostra questa serie di disegni, la nostra cultura in realtà è nata in un mondo pieno di leggi, e ha poi proceduto a obliterarle – inavvertitamente, ne sono sicura (almeno all'inizio). Perfino la legge tribale dei Pren scomparve, resa irrilevante quanto le altre da questo processo.
Vorrei che capiste che questa ricostruzione non è completamente un lavoro di immaginazione. Studiate la diffusione della nostra cultura in America, in Australia, in Africa o altrove e non potrete fare a meno di notare la costante obliterazione delle leggi tribali sulla sua strada – e, con essa, l'obliterazione delle identità tribali.

Sulla natura delle leggi ricevute.

Con il passare del tempo, man mano che il vuoto aumentava di dimensioni, divenne ovvio che c'era bisogno di un nuovo tipo di legge. Dato che le leggi tribali erano state rese obsolete, non c'era altro da fare che cominciare a inventarne di nuove...
Penso che chiunque parli spesso in pubblico alla fine impari a percepire quando un discorso colpisce davvero gli spettatori. Questo è ciò che ho percepito proprio ora, dopo aver detto che non restava altro da fare che cominciare a inventare delle leggi.
Si tratta naturalmente di un'idea sconcertante, che le leggi possano anche non essere inventate, ma è proprio questa la situazione con le leggi tribali. Le leggi tribali non sono mai leggi inventate, sono sempre leggi ricevute. Non sono mai il risultato del lavoro di commissioni o di individui, sono sempre il lavoro dell'evoluzione sociale. Sono plasmate dagli stessi criteri che hanno plasmato il becco di un uccello o gli artigli di una talpa: da ciò che funziona. Non riflettono mai la preoccupazione di una tribù per cosa è “giusto”, “buono” o “equo”, si limitano a funzionare per quella particolare tribù. Un esempio vi potrà...
Vedo che questa donna ha una domanda urgente. Prego, dica pure...
Sì. Ripeterò la domanda per quelli che non sono riusciti a sentirla. Riguarda la mutilazione genitale delle donne dei popoli tribali, più precisamente la rimozione del clitoride, che viene spacciata per una forma di circoncisione femminile. Ho fatto delle ricerche al riguardo, e non ho trovato neanche una singola popolazione tribale inalterata che segua questa pratica abominevole. Si trova solo tra popoli che sono stati completamente assorbiti dalla cultura Prendi – e specificamente dalla cultura Prendi della sfera islamica. La rimozione del clitoride non viene suggerita dal Corano, ma i suoi seguaci hanno l'impressione che sia approvata dall'Islam e che si tratti di una cosa molto musulmana da fare, ma questa pratica non esiste fuori dalle zone sotto l'influenza islamica. Una decisa conferma che non si tratta di una pratica “tribale” ci viene dal fatto che non esiste nei popoli che ancora vivono tribalmente, come per esempio i Pagibeti o gli Yaka. Esiste solo nei popoli che hanno abbandonato le proprie leggi, usanze e identità tribali, e che ora appartengono alla più ampia comunità Prendi di una qualche entità politica riconosciuta come il Senegal o il Mali.
D'accordo?
Stavo dicendo che un esempio vi potrà chiarire la differenza tra leggi tribali ricevute e leggi inventate. Ecco come gli Alawa australiani gestiscono l'adulterio.
Supponiamo che siate un giovane uomo Alawa non sposato. A un certo punto vi trovate nell'infelice situazione di essere attratti dalla moglie di vostro cugino, Gurtina – e sapete che anche lei è attratta da voi. Ora, vostro cugino è un brav'uomo e voi non lo ferireste mai intenzionalmente, ma queste cose succedono: voi e sua moglie siete in preda alla follia dell'amore.
È davvero toccante e patetico. Vivendo nello stesso campo, non potete fare a meno di vedervi ogni giorno. Vi girate intorno come stelle binarie, respinti da una forza e attratti da un'altra. Ciò che vi leggete nello sguardo è chiaro e inequivocabile. Ardete dal desiderio di metterlo alla prova, ma... Sapete che cosa questo vi costerà.
Non importa. Presto non riuscite più a sopportarlo. Il fuoco dell'amore vi sta bruciando vivi. Un giorno, al limitare del campo, finalmente la affrontate. Lei abbassa gli occhi con modestia, come sempre, ma la vostra decisione è presa. “Stanotte”, le sussurrate, “dietro il cespuglio dall'altro lato del fiume.”
Lei esita un attimo per decidere, ma anche lei sa che è arrivato il momento. “Al tramonto?”, chiede. “Al tramonto.” Lei annuisce e si allontana, il cuore colmo di felicità e paura.
Quella notte andate sul posto leggermente in anticipo, naturalmente, per preparare il vostro nido di passione. Gurtina arriva. Le vostre mani si toccano. Vi abbracciate. Ah!
 Alcune ore dopo, deliziosamente esausti, siete seduti davanti un piccolo fuoco e lo guardate impallidire nell'alba crescente. Vi scambiate un'occhiata, e con essa vi dite più di quanto vi siete comunicati in tutta la notte. Avete messo alla prova la vostra passione. Ora, dice quest'occhiata, è il momento di mettere alla prova il vostro amore.
Con un sospiro, spegnete il fuoco e vi avviate verso il campo, cercando di non trascinare i piedi. I vostri volti sono uno spettacolo attentamente pianificato. Mostrare esultanza sarebbe infantile e insolente. Mostrare vergogna significherebbe rinnegare il vostro amore. Invece, ciò che esibite è un misto di determinazione e accettazione. Sapete entrambi che cosa vi troverete di fronte, e infatti eccolo qui. A un lato del campo sono allineati gli uomini, già scalpitando di furia. All'altro lato aspettano le donne, fumanti di rabbia.
Voi e Gurtina vi scambiate un'altra occhiata – questa più breve del battito d'ali di un moscerino – e venite inghiottiti da un'ondata di collera. Gli uomini calano su di voi, le donne su di lei. Sassi, lance e boomerang solcano l'aria, clave e bastoni vengono agitati con trasporto. Ma voi non vi limitate a starvene lì e subire, tutt'altro. Entrambi reagite alle ostilità difendendo il vostro amore, rispondendo colpo su colpo, urla contro urla, sassi contro sassi, lance contro lance, finché alla fine i combattenti sono esausti.
Gurtina, pesta e sanguinante, viene restituita a suo marito, e a voi viene detto di prendere la vostra roba e sparire, se siete furbi. Per ora i corpi degli uomini sono esausti ma la loro furia non lo è, e quando si saranno ripresi sarete di nuovo un bersaglio. Così radunate le vostre cose mentre riflettete. E riflettete intensamente. La prova che il vostro amore deve superare non è finita, è appena cominciata. Le prossime ore saranno la vera prova, e si svolgerà nella vostra testa e nel vostro cuore. Lasciate il campo, sapendo di avere di fronte una scelta...
La domanda è: volete davvero questa donna? La volete più di qualunque altra cosa a cui tenete al mondo? Se non ne siete sicuri, se avete il minimo dubbio, allora continuerete semplicemente a camminare. Girovagherete per qualche settimana, e quando tornerete la furia degli uomini si sarà placata. Vi scherniranno per qualche settimana e poi si dimenticheranno della faccenda. Gurtina... Ah, Gurtina vi riconoscerà per quello che siete: un seduttore codardo, un uomo debole, e non lo dimenticherà mai. E naturalmente ci sarà un prezzo da pagare a vostro cugino. Ma tutto questo sarebbe sopportabile. L'alternativa, d'altro canto... Girate intorno al campo tutto il giorno, restando fuori vista, riflettendo. Ma per il tramonto sapete che i vostri dubbi sono svaniti. Nell'oscurità calante, entrate nel campo di nascosto e andate verso il punto in cui la vostra amata viene tenuta sotto sorveglianza. Una leggera sorveglianza.
Tenuta sotto una leggera sorveglianza perché non possa scappare con voi. Ah, la perfezione di quella sorveglianza! Vedete il suo effetto?
Gurtina, vedete, ha la propria decisione da prendere. La stessa terribile decisione che avete dovuto prendere voi. E quella sorveglianza definisce e limita la sua scelta, perché lei sta venendo guardata a vista. Voi no. Voi dovete dare prova del vostro coraggio andando da lei. Lei invece non deve dimostrarlo venendo da voi. E, in effetti, non può proprio farlo. Lei sta venendo tenuta sotto sorveglianza, capite. Quindi se voi non andaste da lei, lei non ne rimarrebbe umiliata. Sareste solo voi a esserlo.
Ma questa è solo metà della questione. Quelle guardie sono lì per proteggere anche voi, perché Gurtina ha la propria decisione da prendere. Vi vuole davvero? Vi vuole più di qualunque altra cosa a cui tenga? Se non ne è sicura, se ha anche solo il minimo dubbio, quando sentirà il vostro segnale al tramonto non dovrà fare altro che alzare le spalle con un'aria di impotenza, come a dire: “Vedi? Non posso scappare, amore mio. La sorveglianza è troppo stretta.” Quindi la presenza delle guardie le permette di prendere la decisione che preferisce senza dover temere di danneggiare la vostra autostima. La presenza delle guardie le rende possibile chiudere l'incidente in un attimo, senza una sola parola, nel modo più indolore possibile.
Ora, notate bene che nulla di tutto questo è frutto di un ragionamento cosciente o esplicito. Ciononostante, la sorveglianza su Gurtina è curiosamente inefficiente. Abbastanza efficiente da servire allo scopo che ho appena descritto... Ma inefficiente quanto basta da permetterle di fuggire al vostro segnale, se davvero vuole farlo. Perché naturalmente gli Alawa sono abbastanza sensibili da sapere che se vi vuole fino a questo punto, sarebbe stupido renderle la fuga impossibile.
La prova adesso è conclusa. Avete entrambi preso la vostra decisione. Ora il prezzo deve essere pagato. Il prezzo per aver disturbato la vita della tribù, per aver sminuito l'importanza del matrimonio agli occhi dei bambini. E quel prezzo è il peggiore che esista, a parte la morte stessa: la detribalizzazione, l'esilio a vita.
Al vostro segnale Gurtina sfugge alle sue guardie e insieme, finalmente e per sempre, vi allontanate nella notte per non tornare mai più. Ora state viaggiando nella terra dei morti. Detribalizzati, siete morti per tutti quelli che vi siete lasciati alle spalle e per chiunque altro incontrerete nella vostra vita. Ora siete privi di una casa, per vostra scelta, da soli e alla deriva in un mondo immenso e vuoto. Ora siete l'uno la casa dell'altra, dato che vi siete scelti a vicenda al di sopra della tribù. L'unico cameratismo che avrete per il resto della vita sarà quello tra voi due: niente amici, niente padre o madre, niente zie o zii, niente cugini, niente nipoti. Avete rinunciato a tutto, per poter stare insieme.
E voi sapete che questo è davvero un prezzo che avete scelto di pagare, e non una punizione. Stare insieme e continuare a vivere con la tribù sarebbe impensabile, vergognoso, persino peggiore dell'esilio. Significherebbe, in effetti, la distruzione della tribù, perché se i bambini vedessero che non c'è alcun prezzo da pagare per l'adulterio, il matrimonio diverrebbe una farsa e le fondamenta della famiglia e della tribù stessa si sgretolerebbero.

Ciò che vedete al lavoro in questo esempio è la meravigliosa efficacia della legge tribale. A differenza della legge inventata, che si limita a elencare delitti e castighi, la legge tribale funziona. Funziona per tutti gli individui coinvolti. Un uomo e una donna legati da un amore così grande devono ovviamente avere il diritto di stare insieme. Ma, per il bene della tribù, devono anche sparire, andarsene lontani dagli occhi e dalla mente per sempre. In questo modo, i bambini della tribù hanno constatato che amore e matrimonio non sono le cose trascurabili che sono diventate tra gente “progredita” come noi. Il disonore del marito è stato vendicato, e non ci saranno prese in giro da parte dei suoi compagni al riguardo, perché gli hanno dato man forte nel biasimare gli adulteri.
Ma forse avete avuto un dubbio a questo punto della storia: perché gli amanti sono tornati al campo dopo l'adulterio?
Oh, questo è il fulcro della legge. Non funzionerebbe affatto senza di esso. Immaginate, per esempio, che dopo la vostra notte d'amore diceste a Gurtina: “Perché dovremmo aspettare un altro giorno per stare insieme? Scappiamo via adesso!” Cosa penserebbe lei? Penserebbe: “Accidenti, in che guaio mi sono cacciata? Che razza d'uomo è questo? Un codardo, ovviamente, che preferirebbe farci strisciare via nella notte piuttosto che tornare indietro ad affrontare gli altri e dire: 'Be', eccoci qua. Fate del vostro peggio!'”
E se il suggerimento lo facesse lei, voi pensereste la stessa cosa. Quindi voi due dovete tornare indietro...
Ogni parte di questo procedimento è la legge, e chiunque concorra ad attuarlo fa parte di essa. Per queste persone, la legge non è una cosa distinta scritta in un libro. È il tessuto stesso delle loro vite... È ciò che li rende gli Alawa e li distingue dai Mara e dai Malanugga-nugga, che hanno i propri metodi per gestire l'adulterio – che sono i migliori per loro. Non può essere ripetuto a sufficienza che non esiste un modo giusto di vivere per le persone – questa è solo l'illusione della cultura più distruttiva e omicida che la storia abbia mai prodotto.
Sono sicura che per voi sia ovvio che questa legge sull'adulterio non possa essere stata inventata da alcuna commissione. Non è un'improvvisazione o il frutto di una pianificazione, e proprio per questo ha peso per gli Alawa. Potrebbe non venire in mente a nessuno di loro di analizzarla come ho fatto io qui stasera, ma questo non ha la minima importanza. Non seguono la legge Alawa perché può superare un'esaminazione. Seguono la legge Alawa perché loro sono gli Alawa, e rinunciare alla loro legge significherebbe rinunciare alla loro identità – significherebbe divenire detribalizzati.

Il mondo dei detribalizzati.

Spero di essere riuscita a darvi un'idea del prezzo che ha dovuto venir pagato per diventare parte della rivoluzione Prendi: detribalizzazione – la perdita delle leggi, delle usanze e delle identità tribali. Dato che la detribalizzazione del Vecchio Mondo (con il che intendo il medioriente, l'Oriente e l'Europa) è avvenuta migliaia di anni prima delle più antiche registrazioni storiche, è diventata parte della Grande Amnesia, e in quanto tale era invisibile ai pensatori fondamentali della nostra cultura. Per come la vedevano loro, i primi umani erano stati solo proto-urbanisti – agricoltori senza campi, paesani senza paesi, cittadini senza città. Non avrebbero mai potuto immaginare un intero mondo di popoli tribali sottoposti a detribalizzazione – né, soprattutto, che cosa significasse essere detribalizzati. Quando osservarono il passato, videro individui che si preparavano a costruire civiltà, individui naturalmente portati alla civilizzazione. Quando noi osserviamo il passato, non più sotto l'influenza della Grande Amnesia, vediamo qualcosa di molto diverso: gente che inavvertitamente (ma sistematicamente) annientava uno stile di vita molto efficace e poi si sforzava freneticamente di mettere insieme qualcosa con cui rimpiazzarlo. Abbiamo continuato a sforzarci freneticamente fin da allora, e ogni anno i nostri legislatori e i nostri politici si rimettono a lavorare all'incessante compito di mettere insieme qualcosa efficace quanto ciò che abbiamo distrutto.
La gente a volte mi accusa di essere semplicemente innamorata del tribalismo. Mi dicono: “Se ti piace così tanto, perché non vai a farlo e non ci lasci in pace?” Coloro che colgono questo da quanto dico mi fraintendono completamente. Lo stile di vita tribale non è prezioso perché è bello, amabile o “vicino alla natura”. Non è neanche prezioso perché è il “modo naturale di vivere” per le persone. Per me, queste sono assurdità. È come dire che la migrazione degli uccelli è positiva perché è il modo naturale di vivere per gli uccelli, o che il letargo degli orsi è positivo perché è il modo naturale di vivere per gli orsi. La vita tribale è preziosa perché è stata messa alla prova e l'ha superata. Ha funzionato per le persone per tre milioni di anni. Ha funzionato per le persone come i nidi funzionano per gli uccelli, come le ragnatele funzionano per i ragni, come i tunnel funzionano per le talpe, come il letargo funziona per gli orsi. Questo non la rende amabile, la rende utilizzabile.
La gente mi dirà anche: “Be', se era così fantastica, perché non è durata?” La risposta è che è durata – è durata fino a ora. Continua a funzionare, ma il fatto che qualcosa funzioni non lo rende invulnerabile. Tunnel, nidi e ragnatele possono venire distrutti, ma questo non cambia il fatto che funzionano. Il tribalismo può venire distrutto – e in effetti lo è stato in larga parte – ma questo non cambia il fatto che ha funzionato per tre milioni di anni e continua a farlo tuttora.
E il fatto che il tribalismo funzioni non significa che non possa farlo anche qualcos'altro. Il problema è che il nostro particolare qualcos'altro non sta funzionando – e non può funzionare. Porta con sé il seme della propria distruzione. È fondamentalmente instabile. E sfortunatamente ha dovuto raggiungere dimensioni globali prima che la natura della sua instabilità potesse venire riconosciuta.
È importante comprendere che il nostro non è stato l'unico stile di vita che abbia attraversato una sperimentazione. I nidi si sono evoluti – e continuano a evolversi – grazie alle innumerevoli sperimentazioni degli uccelli. I tunnel si sono evoluti – e continuano a evolversi – grazie alle innumerevoli sperimentazioni delle talpe. Le ragnatele si sono evolute – e continuano a evolversi – grazie alle innumerevoli sperimentazioni dei ragni. Non possiamo sapere quali culture umane siano state sperimentate nel Vecchio Mondo – sono state tutte annientate dall'esperimento Prendi – ma sappiamo molto sugli esperimenti che sono stati effettuati altrove. La cosa affascinante è che queste varianti culturali sono state messe alla prova nello stesso modo in cui lo sono le variazioni di una specie: ciò che funzionava è sopravvissuto, ciò che non funzionava è scomparso, lasciandosi dietro i suoi resti fossili – canali di irrigazione, strade, città, tempi, piramidi. Ovunque, le persone stavano cercando delle alternative al tradizionale modo di procurarsi da vivere – la caccia e la raccolta. Fecero dei tentativi con l'agricoltura a tempo pieno, ma se il loro particolare esperimento non funzionava erano prontissimi ad abbandonarlo – e in effetti lo fecero varie volte. Veniva considerato un grande mistero, una volta. Cosa ne era stato di quegli antichi costruttori che avevano eretto città in giungle e deserti? Erano forse stati risucchiati in un'altra dimensione? No, hanno solo smesso. Sono semplicemente tornati a un metodo che sapevano avrebbe funzionato.
A rendere l'esperimento Prendi differente da tutti questi altri è stata la sua bizzarra convinzione che il suo stile di vita fosse quello che le persone dovevano seguire – ovunque, per sempre, a qualunque costo. Per i Prendi, non importava che funzionasse o meno. Non importava che alla gente piacesse. Non importava che facesse passare alle persone le pene dell'inferno. Questo era l'unico modo giusto di vivere per gli esseri umani. Questa stravagante idea rese impossibile alla gente rinunciarvi, a prescindere da quanto male funzionasse. Se non funziona, allora ti tocca soffrire.

Se non funziona, ti tocca soffrire.

E soffrirono, eccome.
Non è difficile capire che cosa abbia spinto le persone a vivere tribalmente – e continui a spingerle a farlo ovunque questo stile di vita ancora esista. I popoli tribali hanno le loro sofferenze da sopportare, ma nella vita tribale nessuno soffre a meno che non lo facciano tutti. Non esiste una classe o un gruppo di persone che debba sopportare tutta la sofferenza, né una classe o un gruppo che ne sia esentato. Se pensate che sia troppo bello per essere vero, controllate voi stessi. Nella vita tribale non ci sono governanti degni di questo nome; anziani o capi esercitano influenza anziché potere, e anche quello solo occasionalmente. Non esiste nulla di simile a una classe dirigente o a un'élite ricca o privilegiata. Nulla di simile a una classe lavoratrice, povera o sfruttata. Se suona perfetto, be', perché non dovrebbe, dopo tre milioni di anni di formazione evolutiva? Non siete sorpresi che la selezione naturale abbia organizzato le oche in un modo che funziona bene per le oche, o gli elefanti in un modo che funziona bene per gli elefanti, o i delfini in un modo che funziona bene per i delfini. Perché dovreste essere sorpresi che la selezione naturale avesse organizzato le persone in un modo che funzionava bene per le persone?
E, al contrario, perché dovreste essere sorpresi che i fondatori della nostra cultura, dopo aver annientato uno stile di vita messo alla prova per tre milioni di anni, siano stati incapaci di mettere insieme all'istante un rimpiazzo altrettanto buono? Si trattava di un compito davvero formidabile. Ci stiamo lavorando da diecimila anni, e dove siamo arrivati?
La primissima cosa che scomparve fu proprio la cosa che aveva reso la vita tribale un successo: il suo egualitarismo sociale, economico e politico. Non appena cominciò la nostra rivoluzione, cominciò anche il processo di divisione tra governanti e governati, ricchi e poveri, potenti e sottomessi, padroni e schiavi. Era nata la classe sofferente, e quella classe (come sempre sarebbe stato) era composta dalle masse. Non ripeterò una storia che conoscete tutti. Solo pochi millenni separano l'inizio della nostra cultura in piccoli villaggi agricoli dall'epoca dei re-dei, quando le classi reali vivevano in un'opulenza sconvolgente e tutti gli altri – le masse sofferenti – vivevano come bestiame.
Finalmente siamo arrivati all'epoca storica. La Grande Amnesia era completa. La vita tribale era scomparsa da migliaia di anni. Nessuno in tutto il mondo civilizzato, in Oriente o in Occidente, si ricordava un tempo in cui individui perfettamente ordinari – del tipo che ora componeva le masse sofferenti – vivevano più che dignitosamente, e la società umana non era divisa tra quelli che devono soffrire e quelli che invece ne sono esentati.
Tutti pensavano che le cose fossero andate in questo modo fin dall'inizio. Tutti pensavano che questa fosse la natura del mondo – e quella dell'uomo. Cominciarono a considerare il mondo un luogo malvagio. Cominciarono a credere che l'esistenza stessa fosse malvagia. Cominciarono a credere (e chi può biasimarli!) che ci fosse qualcosa di fondamentalmente sbagliato negli esseri umani. Cominciarono a credere che l'umanità fosse dannata.
Cominciarono a credere che qualcuno avrebbe dovuto salvarci.
È importante che comprendiate che nessuna di queste idee ebbe origine dalla vita tribale – né si riesce a immaginare come avrebbe potuto. Queste sono idee che ci si aspetta di veder nascere tra persone che conducono vite piene di angoscia, vite vuote. Puoi costringere la gente a vivere come bestiame, ma non puoi farle credere che sta vivendo bene. Puoi renderla impotente, ma non puoi farle smettere di avere sogni e desideri. Le masse sofferenti sapevano di stare soffrendo, sapevano che c'era qualcosa di terribilmente sbagliato, sapevano di aver bisogno di qualcosa. E ciò di cui avevano bisogno era la salvazione.
L'origine e la causa della sofferenza umana – e il modo di porvi fine – divenne la prima grande preoccupazione intellettuale e spirituale della nostra cultura, a partire da circa quattromila anni fa. I successivi tre millenni avrebbero visto lo sviluppo di tutte quelle religioni destinate a diventare le principali religioni della nostra cultura – Induismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo e Islam – e ognuna di esse aveva la propria teoria sull'origine e sulla causa della sofferenza umana e il proprio metodo per porvi fine, trascenderla o imparare a sopportarla. Ma tutte condividevano una singola, centrale visione: che si tratti della liberazione dall'infinito ciclo di morte e rinascita o dell'unione beata con Dio in Paradiso, la salvazione è lo scopo più alto a cui la vita umana possa aspirare, inimmaginabilmente superiore a qualunque altro, come ricchezza, felicità, gloria o fama, e ognuno di noi è totalmente solo in questa ricerca. Non esiste un mercato in cui si possano comprare il nirvana, la virtù, la grazia o il perdono dai peccati. Nessun genitore, coniuge o amico può ottenere la salvazione al posto tuo in alcun modo. E dato che il suo valore è incomparabilmente superiore a quello di qualunque altra cosa, la salvazione è l'unica cosa in cui ti è permesso essere completamente e impunemente egoista. La tua salvazione non deve passare in secondo piano rispetto a niente, che si tratti di amicizie, lealtà, gratitudine, gloria, re, nazione o famiglia. Nell'intero universo di possibilità, nessuna ha la priorità sulla tua salvazione, e chiunque ti chieda di porla in secondo piano rispetto a qualcosa ti sta chiedendo troppo – a prescindere da che cosa si tratti – e la sua richiesta può venire rifiutata senza la minima esitazione o senso di colpa.

B è l'Anticristo?

Finalmente siamo pronti ad affrontare questo difficile problema che tanti di voi hanno portato alla mia attenzione. Ancora e ancora, mi dite: “Dimmi come rispondere a quelli che ti accusano. Dimmi come spiegare loro che tu non sei l'Anticristo!”
Dovete iniziare dal capire che cosa l'Anticristo rappresenti. Tutti gli esperti degni di questo nome concordano che Anticristo sia solo il nome più recente dato a un'antica entità presente in moltissime leggende religiose della nostra cultura – molto più antica di Cristo, di cui dovrebbe essere l'opposto. In altre parole, non rappresenta semplicemente l'antitesi di Gesù. Tutte le nostre religioni salvazioniste hanno paventato la comparsa di un individuo che avrebbe allontanato i virtuosi dalla strada della salvazione. L'Anticristo non è solamente l'antitesi di Gesù, è anche l'antitesi di Budda, di Elia, di Mosè, di Maometto, di Nanak, di Joseph Smith e di Maharaj Ji . Di tutti i salvatori e dispensatori di salvazione del mondo. È, in effetti, l'Antisalvatore.
Ad accompagnare la leggenda dell'Anticristo c'è stata la bizzarra e quasi risibile credenza che il suo immenso fascino sarebbe consistito nella sua sfrenata perversione. Questo mostra che bassa opinione le religioni salvazioniste abbiano dei propri membri. Mostra come ci disprezzino, come pensino che bramiamo il male e la corruzione e che saremo pronti a seguire servilmente chiunque ce li prometta.
A questo punto sono finalmente pronta a dirvi come rispondere agli accusatori di B. Quando vi dicono: “B è l'Anticristo”, non pensiate di fare qualcosa di ammirevole rispondendo: “Oh no, no, no, non capisci.” Questi accusatori in realtà capiscono.
Quando vi dicono: “B è l'Anticristo”, ecco cosa dovreste dir loro. Dite loro: “Sì, hai ragione. Perfettamente ragione. B vuole allontanare i cuori delle persone da voi cosicché il mondo possa vivere. B vuole unire le voci di tutti gli umani sul pianeta in una che canti: 'Il mondo deve vivere, il mondo deve vivere! Siamo solo una specie tra miliardi. Gli dei non ci amano più di quanto amino i ragni, gli orsi, le balene o i gigli d'acqua. L'era della Grande Amnesia è finita, e tutte le sue menzogne e le sue illusioni sono state dissipate. Ora ci ricordiamo chi siamo. La nostra famiglia non sono i cherubini, i serafini, i troni, i principati o i poteri. La nostra famiglia sono le efemere, i lemuri, i serpenti, le aquile e i tassi. La cecità di cui abbiamo sofferto durante Grande Amnesia è cessata, quindi non crediamo più che l'Uomo sia difettoso. Non crediamo più che gli dei abbiano commesso un errore quando ci hanno creato. Non crediamo più che sappiano creare ogni singola cosa nell'universo tranne un essere umano.  La cecità di cui abbiamo sofferto durante Grande Amnesia è cessata, quindi non possiamo più continuare a vivere come se nulla importasse a parte noi. Non possiamo più credere che soffrire sia il destino che gli dei avevano in mente per noi. Non possiamo più credere che la morte sia una liberazione dal nostro destino. Non bramiamo più il nulla del nirvana. Non sogniamo più di indossare corone d'oro alla corte reale del Paradiso'.”
Dite loro: “Avete ragione a dire che ci stiamo allontanando dalla strada della salvazione. Ce ne stiamo allontanando esattamente come avete sempre temuto che avremmo fatto. Ma, ascoltate, non ci stiamo allontanando dalla salvazione per amore del peccato e della corruzione, come avete sempre immaginato che avremmo fatto. Ce ne stiamo allontanando perché ora ci ricordiamo che una volta appartenevamo al mondo, e ne eravamo felici. Ci stiamo allontanando dalla salvazione, ma non per amore della perversione, come sprezzantemente credevate che avremmo fatto. Ce ne stiamo allontanando per amore del mondo, come in mille anni di congetture non avete mai immaginato che avremo potuto fare.”
Giovanni Evangelista ha scritto: “Non dovete amare il mondo o le cose del mondo, perché coloro che amano il mondo sono estranei all'amore del Padre.” Poi, appena due frasi dopo, ha scritto: “Figli, l'ora finale è alle porte! Avete sentito che l'Anticristo sta arrivando. Non è uno ma molti, e quando essi saranno tra di noi saprete che l'ora finale è arrivata.”
Giovanni sapeva di cosa stava parlando. Aveva ragione ad avvisare i suoi seguaci di diffidare di coloro che amano il mondo. Noi siamo quelli di cui stava parlando, e questa è l'ora finale... Ma è la loro ora finale, non la nostra. Hanno avuto il loro giorno, e questa è la sua ultima ora.
Ora comincia il nostro giorno.

(Riprendi la narrazione.)


FINE


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