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FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 5:
Come si può sostenere che lo stile di vita tribale dei Lascia sia di maggior successo di quello civilizzato dei Prendi? Guardate tutte le invenzioni e i progressi in ogni campo che la civiltà Prendi ha prodotto. Per non parlare di quanto ha migliorato la nostra vita.

Come abbiamo già visto, la nostra vita è tutt'altro che migliorata dopo l'adozione della civiltà, dal punto di vista medico. Anzi, decenni di progresso medico ci hanno portato a scoprire, ironicamente, che la dieta ideale per gli esseri umani è proprio quella tribale, basata sulle risorse rese disponibili a ogni popolo dal territorio in cui vive, e che seguendola la maggior parte dei nostri malanni svanisce.
 
In questa FAQ, ci occuperemo dell'aspetto sociale della questione (e in quest'altra di quello esistenziale.)

Prima di iniziare, una precisazione: si deve tenere sempre presente che noi abitanti delle nazioni più sviluppate NON COSTITUIAMO LA NOSTRA INTERA CIVILTA', ma solo la punta della piramide.
La maggior parte dei membri della nostra civiltà (circa 5 miliardi) vive in nazioni in via di sviluppo o nel Terzo Mondo, ossia in condizioni molto peggiori delle nostre. Che sono già tutt'altro che idilliache, come vedremo ora.
(Questa è una cosa che chi vanta le meraviglie e i comfort della vita civilizzata tende a non considerare mai, dando per scontato che TUTTI i membri della nostra civiltà vivano come gli abitanti delle nazioni ricche e che i vantaggi della vita civilizzata siano accessibili a tutti anziché solo a pochi fortunati.)

Quindi sostenere che i popoli civilizzati vivano sempre meglio di quelli tribali è scorretto per un motivo in più. Nella nostra civiltà, come in ogni società gerarchica, i pochi in cima che hanno una vita decente sono sostenuti e serviti dai molti che si trovano sul fondo e che sono costretti a vivere molto peggio. Dire che dobbiamo continuare a vivere come stiamo facendo ora, in sostanza significa dire che 5 miliardi di esseri umani devono continuare a farci da servi per permetterci di godere del nostro stile di vita da prima classe.

E anche per noi che siamo in cima alla piramide, non sono tutte rose e fiori.

E' vero, infatti, che la nostra civiltà è insuperabile per quanto riguarda la produzione di prodotti e servizi ma è anche vero, purtroppo, che il prezzo sociale ed esistenziale (oltre che ambientale) da pagare per questi prodotti e questi servizi è elevatissimo.
Vediamo brevemente i problemi sociali che la civiltà ci ha regalato in cambio dei suoi vantaggi:
  • Povertà.
  • Crimine.
  • Disuguaglianze sociali e di genere.
  • Schiavitù.
  • Guerra nel senso moderno del termine.
Per quanto riguarda la povertà, l'antropologo Marshall Sahlins ha descritto l'età della pietra come "l'opulenta società delle origini", intendendo che in realtà gli uomini di quel periodo non solo non vivevano affatto in condizioni di costante inedia, sempre sull'orlo della morte, ma anzi conducevano vite piuttosto agiate e comode, non dovendo temere per il cibo (in quanto onnivori e nutrendosi di oltre 1.500 vegetali e di varie specie di selvaggina) e non essendo la preda favorita di nessun predatore perché troppo grandi e pericolosi. Sahlins ha affermato che “i popoli più 'primitivi' del pianeta hanno poche cose, ma non sono poveri. La povertà non è una piccola quantità di possedimenti, ma una relazione tra persone, è generata dalla differenza tra chi ha molto e chi poco. E' uno status sociale, e in quanto tale è un'invenzione della civiltà”. (fonte - cache)
Va sempre ricordato che gli abitanti delle nazioni sviluppate rappresentano solo la punta della piramide Prendi. La maggior parte della nostra civiltà è costituita dalle nazioni in via di sviluppo e dal Terzo Mondo, e questo significa che la grande maggioranza dei membri della nostra civiltà (circa 5 miliardi) vive in condizioni di povertà e disagio per noi inimmaginabili.

Per quanto riguarda il crimine, esso semplicemente non esiste nelle società non civilizzate. Non perché i membri di queste società non commettano mai azioni dannose a un altro membro, ma perché essi non hanno leggi statali che possano venire violate. I crimini sono infatti comportamenti che uno Stato definisce illegali e, non avendo Stato, le popolazioni tribali non hanno la categoria di comportamenti chiamata “crimine”, che nacque solo con l'invenzione della scrittura, visto che scrivere leggi fu la prima cosa per cui la impiegammo. Quando i missionari cominciarono a visitare le popolazioni tribali ebbero grandi difficoltà a far capire loro che cosa fosse un comportamento criminale e in cosa si differenziasse dagli altri tipi di agire. Questo significa che devono gestire ogni comportamento inappropriato, dalla maleducazione all'omicidio, allo stesso modo: applicando le proprie leggi tribali, che sono diverse per ogni tribù e ne costituiscono l'identità stessa. (Dettagli sulle differenze tra leggi tribali e statali.)

Stesso dicasi per le disuguaglianze sociali. Sebbene  lievi forme di disuguaglianze sociali possano venire osservate anche in società tribali, si tratta di inezie in confronto a quelle create dalle società appartenenti alla nostra civiltà. In alcune tribù può capitare che il capo dei cacciatori o gli anziani godano di piccoli privilegi, come la scelta del cibo e dell'alloggio migliore, ma per avere divisione in classi (o addirittura in caste), discriminazione su base razziale o economica, schiavitù, corruzione e costante sfruttamento di molti da parte di pochi, abbiamo dovuto aspettare la nostra civiltà, la cui economia è basata sullo scambio di prodotti e servizi, sia direttamente che indirettamente (ossia utilizzando denaro, che poi comprerà prodotti e servizi).
Dato che viviamo in società dove la ricchezza si può accumulare, essa finisce sempre nelle mani di pochi ricchi (quelli con più prodotti e servizi a disposizione), mentre la maggior parte della gente rimane solo benestante o addirittura povera. (Vedi il concetto di Ricchezza Prendi.)
La ricchezza prodotta nelle società tribali (Ricchezza Lascia) invece non si può accumulare, dato che è immateriale, quindi non può concentrarsi nelle mani di pochi ricchi e non può causare povertà e diseguaglianze sociali. La ricchezza tribale infatti consiste nella sicurezza esistenziale, nel sostegno reciproco (sia concreto che emotivo) che i membri si offrono a vicenda a ogni occasione.
Noi civilizzati viviamo continuamente assillati da ansie, terrori e incertezza riguardo il nostro futuro. Nelle tribù non esiste nulla di tutto questo. Esse funzionano restando uniti e aiutandosi a vicenda in qualunque situazione, a qualunque costo, e questo non per altruismo o bontà s'animo ma perché ciò che è bene per la tribù è bene per il singolo. Se durante una carestia un solo cacciatore-raccoglitore trova una grande quantità di cibo, gli conviene dividerlo con i suoi compagni anziché tenerla per sé, perché sa benissimo che loro faranno lo stesso con lui, quindi più persone sono in forze e in grado di cercare cibo, meglio è anche per lui. Se una famiglia ha un figlio disabile o un anziano senile, questo viene accudito dall'intera tribù, perché ogni membro sa benissimo che quando capiterà a lui di avere un problema simile in questo modo non verrà abbandonato a se stesso, ma verrà aiutato da tutti. E un problema condiviso dall'intera comunità cessa quasi di essere un problema.
Sicuramente nel corso della storia umana sono esistite tribù i cui membri in tempi di crisi pensavano solo a se stessi senza curarsi dei compagni, ma dato che non sono arrivate fino a noi, tali tribù devono aver finito per disgregarsi e sono state eliminate dal processo di selezione naturale.
Questo tipo di ricchezza "esistenziale" non può essere tolta ai membri della tribù o messa sotto chiave come avviene con i nostri prodotti e servizi (primo tra tutti il cibo, il principale prodotto della nostra economia), quindi non è possibile che si verifichino povertà e disuguaglianze sociali basate sulla ricchezza.

L'antropologo Marvin Harris ha suggerito che perfino le disuguaglianze di genere (ossia la supremazia maschile e la sottomissione femminile) siano una creazione delle società agricole, affermando che la loro origine sia da ricercarsi nella guerra. Quando la guerra divenne fondamentale per la sopravvivenza della comunità (sia per non venire distrutta da altre comunità, sia per non morire di fame a causa di troppo poco territorio posseduto), nelle società si cominciò a dare molta più importanza agli uomini che alle donne, le quali in compenso vennero trattate sempre più da oggetti (premi e merci di scambio tra guerrieri). Questo portò anche alla poligamia, che a sua volta provocò un aumento del ritmo di crescita della popolazione e quindi una maggiore necessità di guerre.
Harris conclude: “L'assegnazione dei lavori faticosi alle donne e la loro subordinazione e svalutazione conseguono automaticamente, nella necessità di ricompensare i maschi a spese delle femmine.” E così le donne finirono a doversi occupare dei lavori più ingrati, come la sarchiatura e la macinazione dei semi, la raccolta dell'acqua e della legna, la cura dei bambini e dell'ambiente domestico e la preparazione quotidiana del cibo, e per giunta cominciarono anche a venire disprezzate, essendo fisicamente inferiori agli uomini in quell'attività – ora fondamentale – che era la guerra di conquista. (M. Harris, "Cannibali e re: le origini delle culture".)

La schiavitù è un altro regalo della nostra civiltà e, a dispetto di quanto si tende a credere, non è affatto un problema superato, ma è tutt'ora gravissimo. In effetti, pare che non sia mai stato più grave nella storia umana: secondo le ultime indagini (cache), oggi ci sono 27 milioni di schiavi in tutto il mondo.

Veniamo ora a quella comunemente considerata la peggior piaga dell'uomo moderno: la guerra.
La guerra intesa nel senso moderno del termine, ossia come uno sterminio sistematico e programmato di intere popolazioni attuato allo scopo di impossessarsi delle loro risorse o di modificare o dominare il loro modo di vivere, la loro cultura o la loro religione, è nata insieme all'agricoltura totalitaria. Prima di essa, infatti, esistevano ovunque innumerevoli tribù che impiegavano come strategia di conflitto fra di loro quella che da alcuni studiosi è stata definita come "guerra endemica", o "strategia delle rappresaglie imprevedibili", che operava come segue.
Ogni tribù, a intervalli – più o meno regolari – di qualche anno, entrava di proposito nel territorio di un'altra tribù confinante, la attaccava senza nessun motivo preciso, infliggeva un certo ammontare di danni e poi si ritirava, tornando nel proprio territorio. La tribù attaccata a questo punto sferrava una rappresaglia alla tribù attaccante, invadeva il suo territorio e infliggeva anch'essa all'incirca la stessa quantità di danni, per poi tornare nuovamente nel proprio territorio.
Dopo tutto questo, la situazione tra le due tribù, anziché degenerare in un'escalation di violenze, vendette e agguati come saremmo portati a pensare, ritornava pacifica come in precedenza, e riprendevano gli amichevoli rapporti di scambio di beni (cibo, pellicce, utensili, oggetti di artigianato), di conoscenze (tecniche di caccia e di fabbricazione di armi e attrezzi), e perfino di donne tra le due popolazioni (che spesso erano troppo poco numerose per praticare esclusivamente l'endogamia senza effetti nocivi). Questa pace durava per qualche anno, dopodiché si verificava un nuovo attacco e una nuova rappresaglia, seguita da altri anni di pace, che veniva poi interrotta da un altro attacco e un'altra rappresaglia, e così via.
Lo scopo di questo comportamento, per noi del tutto privo di senso, non era quello di conquistare le risorse dei propri vicini o di eliminarli perché portatrici di credenze o comportamenti giudicati "sbagliati" o riprovevoli, ma era semplicemente quello di mandare loro un messaggio: "Siamo qui, questo territorio e quello che contiene è nostro e siamo abbastanza forti e numerosi da potervi infliggere gravi danni, se vogliamo, quindi non provate a sottrarci qualcosa di quello che ci appartiene". Il messaggio che la tribù attaccata trasmetteva con la sua rappresaglia alla tribù attaccante era invece: "Riconosciamo che questo territorio è vostro e capiamo che se provassimo a sottrarvi qualcosa che vi appartiene riporteremmo gravi danni, ma ci teniamo a farvi sapere che lo stesso vale per voi". In questo modo, con delle scaramucce casuali, molto poco sanguinarie e più che altro simboliche, l'equilibrio e la divisione territoriale tra le varie popolazioni venivano mantenuti stabili.
La guerra tribale era, insomma, una strategia di mantenimento della pace, e non una strategia di distruzione o conquista. Completamente diversa dalla guerra civilizzata, anche negli effetti: anziché causare la scomparsa delle culture sconfitte, assicurava la persistenza di tutte le culture esistenti, di modo che nessuna andasse perduta. E dato che la diversità culturale è fonte di resistenza per la specie umana quanto la diversità biologica è fonte di resistenza per gli ecosistemi, si può capire l'importanza e il valore di questa strategia.

Oltre a questi problemi sociali, vanno considerati anche i problemi esistenziali e psicologici (depressione, senso di inutilità, assenza di scopo, suicidi, ansia per il futuro, solitudine, ecc.) che la nostra civiltà ci ha regalato. Naturalmente non si tratta di due discorsi separati, dato che i problemi sociali causano e peggiorano quelli esistenziali, e viceversa.

Per concludere: la nostra civiltà è superiore alle tribù per quanto riguarda l'avanzamento scientifico e la produzione di tecnologia, ma è MOLTO inferiore per quanto riguarda le due caratteristiche fondamentali di ogni stile di vita:
  1. la qualità della vita dei suoi membri e
  2. la sostenibilità ambientale.
Ogni stile di vita che non fornisca una qualità della vita soddisfacente a tutti i propri membri e che non sia ecologicamente sostenibile è fallimentare e destinato a scomparire o a venire rimpiazzato da un altro che fornisca una qualità della vita migliore, con il tempo.
Il tribalismo esiste da quando esistono gli esseri umani, e i suoi sistemi sociali 
(economici, legali, religiosi, bellici, educativi) sono invariabilmente ecosostenibili e soddisfacenti per i suoi membri. La nostra civiltà in 10.000 anni non è mai riuscita a creare un sistema sociale che funzionasse come avrebbe dovuto ed è già arrivata sull'orlo dell'autodistruzione.

Per questi motivi, studiosi come Quinn, Jared Diamond e Desmond Morris descrivono la vita tribale come "lo stile di vita di maggior successo della storia umana", arrivando a dire che "siamo, e probabilmente lo resteremo sempre, dei semplici animali tribali, non adatti alla vita nelle supertribù moderne di milioni di membri". (D. Morris, "Lo zoo umano".)

Ecco come si può sostenere che lo stile di vita Lascia sia di maggior successo di quello Prendi.



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