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Domande frequenti sulle idee di Daniel Quinn

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FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 1:
Perché dovremmo studiare i popoli primitivi quando sono così evidentemente arretrati rispetto a noi? L'unico motivo per cui vivono ancora in balìa della natura è che non sanno come affrancarsene, cosa che invece noi abbiamo fatto con la civiltà. Se potessero, lo farebbero anche loro: chi non preferirebbe sottrarsi a tutti i pericoli della vita selvaggia (animali feroci, malattie, carestie) e vivere in modo più confortevole e sicuro?

Che il nostro modo di vivere sia migliore di quello tribale è una convinzione profondamente radicata in ogni membro della nostra civiltà, nel modo in cui vediamo la nostra specie e il suo ruolo sul pianeta. Paragonato al nostro, lo stile di vita dei nostri antenati preistorici ci sembra istintivamente rozzo, ottuso, privo di valore e indegno di un essere umano, e proviamo la stessa sensazione nei confronti delle tribù di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti. Vivere affidandosi a ciò che offre l'ambiente senza fare nulla per controllarlo e renderlo il più produttivo possibile, senza mai cambiare, senza avere un continuo avanzamento tecnologico, ci sembra semplicemente un modo stupido e insoddisfacente di vivere, dal punto di vista materiale, intellettuale e spirituale. (Questo punto viene sviscerato qui.)
Senza neanche bisogno di rifletterci, attribuiamo il fatto che queste popolazioni primitive non assumano il controllo del proprio ambiente all'incapacità anziché al disinteresse, perché ci sembra assurdo che degli esseri umani si possano contentare di vivere in modo “simile alle bestie”. Diamo per scontato che, se potessero, anche loro sceglierebbero di civilizzarsi e di vivere come noi.

Secondo la visione che abbiamo di noi stessi, l'uomo deve aspirare a dominare sempre meglio la natura, deve raggiungere vette sempre più elevate nelle arti e nelle scienze e perfezionarsi incessantemente, altrimenti non vive davvero “da essere umano”. Questa credenza basilare è strettamente intrecciata a quella secondo cui l'agricoltura è stata la più grande benedizione che potesse capitare all'umanità (avendo permesso la nascita della civiltà e quindi il nostro affrancamento dalla barbarie), e, come questa, anch'essa è creata dal condizionamento culturale a cui tutti noi siamo sottoposti fin dalla culla ed è mantenuta in vita dall'ignoranza sui veri effetti che il nostro stile di vita ha su noi stessi e sul mondo, nonché sull'ignoranza riguardo quello stile di vita “primitivo” che tanto in fretta giudichiamo orribilmente faticoso, indegno e ottuso senza averlo mai nemmeno analizzato.

In realtà i popoli primitivi che abbiamo sterminato o assorbito avevano ognuno una propria arte (molto più raffinata e diversificata di quanto si tenda a credere), una propria visione del mondo, delle leggi che, per quanto in alcuni casi molto complesse, erano studiate attentamente in ogni minimo dettaglio e funzionavano tanto bene da permettere la sopravvivenza pacifica della loro tribù per centinaia di millenni (e senza l'uso di misure come carceri o tribunali, che come si sa creano più problemi di quanti ne risolvano), e, incredibile ma vero, gli antichi cacciatori-raccoglitori disponevano (e dispongono tutt'ora, i pochi che ancora esistono) anche di una maggior quantità di tempo libero e perfino di una salute migliore rispetto ai popoli civilizzati. Quindi di una migliore qualità della vita.

Quest'ultima cosa in particolare inizialmente sembra assurda, quasi oltraggiosa, a ogni membro della nostra civiltà. Gli avanzamenti della nostra scienza medica sono il fiore all'occhiello della nostra cultura, il meglio che siamo riusciti a ottenere da diecimila anni di sforzi, il vantaggio più evidente e innegabile del nostro stile di vita rispetto a quello primitivo. Questo è ciò che la nostra cultura implicita ci urla quando qualcuno osa mettere in dubbio una nozione così basilare della nostra visione della storia umana, di cui tutti noi siamo convinti pur non avendo mai studiato l'argomento.
Peccato che questa diffusissima credenza sia anche una completa falsità smentita da ogni evidenza scientifica, e abbiamo due modi per sincerarcene: l'osservazione delle tribù di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti, e la paleopatologia, ossia lo studio, tramite l'analisi di scheletri e resti umani fossilizzati, delle malattie e dei problemi medici di cui soffrivano i popoli dell'età della pietra. Vediamo che dati possiamo ottenere da entrambi questi metodi.

Jared Diamond, autore di vari saggi di biologia e antropologia, ha avuto occasione di vivere per anni a stretto contatto con varie tribù primitive, e ha riportato che “[...] questi popoli hanno molto tempo libero, dormono quanto vogliono e lavorano molto meno dei loro vicini agricoltori. Per esempio, il tempo medio speso per procacciarsi il cibo è di sole 12-19 ore a settimana per i Boscimani e meno di 14 ore a settimana per i nomadi Hadza della Tanzania. Un Boscimano, quando gli è stato chiesto perché non imitassero le popolazioni vicine e non cominciassero anche loro a praticare l'agricoltura, ha risposto: 'Perché dovremmo, quando ci sono tante noci di mongongo al mondo?'”. (fonte - cache)

Marvin Harris, antropologo americano, ha confermato e ribadito questi dati, aggiungendo che l'idea che i cacciatori-raccoglitori spendano tutto il loro tempo per procacciarsi il cibo e sopravvivano al limite dell'inedia è ridicola, dato che come raccoglitori sono efficienti quanto i primati e come cacciatori quanto i felini. (M. Harris, "Cannibali e re: le origini delle culture".)
I Machiguenga peruviani, ad esempio, ottengono tutto il cibo di cui necessitano in circa 21 ore a settimana, e per svolgere il resto delle loro faccende quotidiane impiegano solo da una a tre ore al giorno. Una bella differenza dai moderni agricoltori civilizzati, che in media devono spendere 50-60 ore a settimana nella produzione di cibo.

L'antropologo Kent Flannery ha affermato che “nessuna società sulla Terra ha più tempo libero dei cacciatori-raccoglitori, che lo spendono principalmente conversando, giocando e rilassandosi”. (J. M. Gowdy, "Limited Wants, Unlimited Means: A Reader on Hunter-Gatherer Economics".)

Al di là del maggiore tempo libero e della minore fatica necessaria a questi popoli per procacciarsi il cibo, c'è anche da considerare la quantità di cibo ottenuta. La dieta dei cacciatori-raccoglitori comprende solitamente decine di diverse piante, insetti e animali. I Boscimani, per esempio, si cibano di circa 75 specie vegetali selvatiche, e questa varietà rende molto più improbabile per loro sperimentare carestie come quelle a cui sono sempre stati soggetti i popoli agricoli (la carestia di patate irlandese del 1840, per citarne una, uccise circa un milione di persone). In media, i Boscimani ottengono 2.140 kilocalorie e 93 grammi di proteine, ossia più della quantità raccomandata per persone della loro taglia, impiegando appena 2 ore e un quarto al giorno. 
(fonte - cache)
E si tenga sempre presente che si sta parlando delle tribù di cacciatori-raccoglitori attuali, che sono state spinte nei territori più inospitali del pianeta dalla nostra civiltà in continua espansione (i Boscimani per esempio vivono nella regione desertica del Kalahari). Le tribù del passato vivevano in territori molto più fertili e ricchi, ed è quindi logico supporre che la facilità con cui si procuravano il cibo e la sua qualità fossero notevolmente maggiori.

Discussa la quantità, vediamo ora la qualità della dieta primitiva, per scoprire la quale ci viene in aiuto la paleopatologia, che tramite l'esame delle ossa e delle feci fossilizzate ritrovate in varie località intorno al globo ci permette di individuare l'età della morte, i tassi di crescita fisica ed eventuali segni di malnutrizione, anemia, tubercolosi, lebbra e altre malattie. Da queste analisi sono emersi vari dati in contrasto con la comune concezione dei popoli primitivi come malnutriti e sempre a un passo dall'inedia. Innanzitutto, l'altezza media nelle tribù di cacciatori-raccoglitori precedenti alla Rivoluzione Neolitica era di 180 centimetri per gli uomini e 167 per le donne, mentre nei popoli agricoli di cinquemila anni fa si era ridotta a 161 centimetri per gli uomini e appena 152 per le donne. Con il tempo le altezze medie hanno ripreso a crescere lentamente, ma gli attuali Greci e Turchi ancora non hanno riguadagnato l'altezza media dei loro antenati preistorici. 
(fonte - cache)

Uno studio condotto su 800 scheletri di nativi americani risalenti al 1.150 d.C., epoca in cui abbandonarono la caccia e la raccolta a favore della coltivazione intensiva del mais, ha mostrato un serio e immediato peggioramento della salute di questi individui dopo l'adozione dell'agricoltura: un aumento del 50% dei segni di malnutrizione, un'incidenza quattro volte superiore di anemia da carenza di ferro e tre volte superiore di malattie infettive generiche, e un deciso aumento di patologie degenerative della spina dorsale, probabilmente causate da lavoro eccessivamente duro e continuato. L'aspettativa di vita media di questi uomini prima dell'agricoltura era di ventisei anni. Dopo l'agricoltura, scese a diciannove.
(fonte - cache)

I motivi per cui l'agricoltura ha portato a questo peggioramento nella salute umana sono almeno tre.
Innanzitutto, i cacciatori-raccoglitori avevano una dieta molto più varia, mentre i primi popoli agricoli ricavavano il proprio nutrimento da poche coltivazioni (o addirittura da una sola). E oggi la situazione, benché migliorata, non è comunque perfetta: attualmente solo tre piante ad alto contenuto di carboidrati – grano, riso e mais – forniscono alla nostra specie la maggior parte delle calorie che consuma, e ognuna delle tre è carente in alcune vitamine o amminoacidi essenziali alla nostra salute. 
(fonte - cache)
Questo problema si fa sentire non tanto nelle società più avanzate, che godono di un'ampissima varietà alimentare, quanto in tutte le nazioni in via di sviluppo, che in questo aspetto sono molto meno fortunate (e comprendono la maggior parte dei membri della nostra civiltà).

Il secondo motivo per cui l'agricoltura ha peggiorato la situazione dei popoli che l'hanno adottata è il fatto che ha generato una completa dipendenza da poche coltivazioni, il che comporta il rischio di morire di fame se per un qualunque motivo il raccolto è inferiore al necessario o del tutto assente.

Infine, c'è da considerare il fatto che l'agricoltura ha causato la nascita di villaggi e città stanziali densamente popolati e, almeno per i primi millenni, decisamente poco igienici. La densità di popolazione e la scarsità di igiene portano inevitabilmente alla comparsa e diffusione di parassiti e di epidemie di malattie infettive, che non potevano scatenarsi finché le comunità umane erano piccole, separate e mobili. L'agricoltura (e la stretta e costante vicinanza con gli animali che si dovevano allevare per lavorare i campi) ci ha portato tubercolosi, dissenteria, vaiolo, morbillo, colera, tifo e peste bubbonica, per citare solo le malattie più celebri, e questo, inutile dirlo, è ancora oggi un problema molto grave nelle zone del pianeta meno sviluppate.
Ma non sono queste le uniche malattie che la civiltà ci ha regalato.

Lo studioso Richard Heinberg ha infatti precisato: "In termini di salute e di qualità della vita, la civilizzazione ha costituito un disastro attenuato. S. Boyd Eaton, medico, ha argomentato in The Paleolitic Prescription (1988) che le genti pre-agricole praticavano uno stile di vita generalmente salutare, e che cancro, malattie cardiache, ictus, diabete, enfisema, ipertensione e cirrosi — che, insieme, costituiscono il 75% della mortalità nelle nazioni industrializzate — sono provocate dal nostro stile di vita civilizzato. In termini di dieta ed esercizio, lo stile di vita pre-agricolo mostrava una netta superiorità rispetto a quello delle genti dedite all’agricoltura e civilizzate.
Il tanto vantato incremento della longevità presso le popolazioni civilizzate non è tanto il risultato di medicinali meravigliosi, quanto semplicemente di una migliore igiene — un correttivo per le condizioni create dal sovraffollamento delle città; e dalla riduzione della mortalità infantile. È vero che molte vite sono state salvate dagli antibiotici moderni. Eppure proprio gli antibiotici sembrano responsabili dell’evoluzione di colonie di microrganismi resistenti, che chi si occupa di medicina teme ora possano produrre epidemie senza precedenti nel prossimo secolo [ossia il nostro]. All’antica pratica dell’erboristeria, della quale si hanno prove che risalgono almeno a 60.000 anni fa, ricorrono in modo istintivo tutti gli animali superiori. Le conoscenze erboristiche formarono le basi della medicina moderna e rimangono in molti modi superiori ad essa. In casi innumerevoli, le moderne medicine di sintesi hanno rimpiazzato le erbe non perché siano più efficaci o più sicure, ma semplicemente perché è più redditizio produrle."
(Fonte: R. Heinberg, "Critica alla Civiltà", 1995, disponibile in italiano (cache) e in inglese (cache).)

Inoltre, ci sono fondati motivi di ritenere che il nostro stile di vita civilizzato stia seriamente danneggiando lo sviluppo neurologico dei nostri figli in vari modi, mentre lo stile di vita tribale è in grado di soddisfare tutte le necessità di un cervello in via di sviluppo. (fonte, cache)

L'antropologo Mark Nathan Cohen ha concluso questa analisi (cache) del modo in cui la civiltà ha influenzato e influenza tutt'ora la salute umana (in peggio) dicendo: "Ritengo che dobbiamo radicalmente modificare l'opinione comune secondo cui la civiltà abbia rappresentato un progresso nel benessere umano, o almeno che l'abbia rappresentato per la maggior parte delle persone per la maggior parte della storia prima del ventesimo secolo. I dati messi a confronto semplicemente non sostengono quest'idea."

Concludendo, scambiare la caccia e la raccolta con l'agricoltura intensiva ci ha portato a dover faticare molto di più per ottenere meno cibo, per giunta di qualità inferiore, ci ha rovinato la salute per millenni (e continua a farlo tuttora), e ha comportato il costante rischio di carestia e di epidemie. Per non parlare di tutti gli altri problemi (sia sociali che esistenziali) che la civiltà ci ha regalato e di cui i popoli tribali sono privi: povertà, crimine, depressione, schiavitù, senso di inutilità, suicidi, abuso di droghe, ansia per il futuro, senso di solitudine e di non-appartenenza, disuguaglianze sociali e di genere, guerra nel senso moderno del termine (totalmente diversa dalla guerra tribale, sia per le sue modalità che per i suoi obiettivi, dato che anziché avere lo scopo di conquistare o distruggere le altre tribù aveva lo scopo di mantenere la pace tra di esse, e anziché causare la scomparsa delle culture sconfitte le manteneva tutte in vita e in salute).
Non c'è da stupirsi se Quinn ha identificato la comparsa dell'agricoltura totalitaria con la cacciata dall'Eden.

Molti antropologi, alla luce di tutti questi fatti, ritengono oggi che la maggior parte delle tribù di cacciatori-raccoglitori che passarono all'agricoltura lo fecero solo quando costretti dalle circostanze, e non prima. Jared Diamond ha affermato: “I cacciatori-raccoglitori praticavano lo stile di vita migliore e più duraturo della storia umana. Per contrasto, noi stiamo ancora combattendo con i problemi che ci ha causato l'agricoltura, e non è affatto detto che riusciremo a risolverli.”
(fonte - cache)

I popoli tribali, insomma, non hanno bisogno di "affrancarsi dalla natura ostile", semplicemente perché per loro non è affatto ostile. Sono già in cima alla loro catena alimentare e hanno un modo di vivere che li soddisfa da ogni punto di vista e si è dimostrato efficace per centinaia di millenni. Sanno come procurarsi tutto ciò di cui hanno bisogno, dal cibo ai vestiti ai ripari, e come gestire ogni pericolo del loro stile di vita (dalle ferite agli animali selvaggi), come dimostrato dal fatto che le loro tribù sono sopravvissute per centinaia di millenni e che i loro membri sono ancora intenzionati a vivere in quel modo.
Credere che vivano tribalmente solo perché sono incapaci di civilizzarsi è semplice arroganza da parte nostra.

"Un attimo", obietteranno alcuni a questo punto, "E allora tutti quei popoli africani che stanno morendo di fame? Anche loro vivono in modo efficace e soddisfacente?" Le fotografie di adulti e bambini scheletrici, circondati da mosche e/o col ventre gonfio di gas sono saldamente incise nella mente di ognuno di noi, e sicuramente rappresentano una situazione reale, ma si deve tenere ben presente che quelli non sono popoli tribali. Sono popoli Prendi, che ottengono tutto il proprio cibo dall'agricoltura totalitaria (che ci siamo premurati di insegnargli noi), e che ora soffrono la fame perché tali pratiche agricole hanno prima causato una crescita demografica e poi impoverito il suolo e reso impossibile sfamare tutte le persone ora esistenti in quei territori. Quegli individui affamati sono, insomma, gli sfortunati popoli sul fondo della Piramide Prendi, non sono affatto Lascia.
I popoli Lascia infatti reagiscono alle carestie spostandosi in territori più ricchi, dove il cibo è liberamente consumabile. Sono i popoli di agricoltori stanziali quelli che soffrono la fame, essendo bloccati nel proprio territorio e non potendo spostarsi in quelli confinanti, dato che lì il cibo non è di sicuro liberamente consumabile, essendo stato coltivato da altri agricoltori stanziali che lo difenderebbero con la forza.

Ora non si fraintenda: questo apparente elogio della vita primitiva non ha lo scopo di suggerire che la crisi ecologica e i problemi sociali della nostra civiltà scomparirebbero se tornassimo tutti a vivere da cacciatori-raccoglitori (anche perché sarebbe impossibile, visto che 7 miliardi di noi non potrebbero mai sostentarsi con quello stile di vita), vuole solo mostrare come la nostra cultura implicita, allo scopo di esaltare e renderci allettante il nostro stile di vita in modo che nel corso della storia continuassimo a sottostare al suo giogo a prescindere dalle sofferenze che ci provocava, abbia non solo indorato notevolmente il nostro modo di vivere, ma anche perpetuato per millenni menzogne prive di fondamento sullo stile di vita opposto (basato sull'affidarsi all'ambiente anziché cercare di controllarlo), ignorandone i (molti) pregi ed esagerandone (e a volte perfino inventandone) i difetti.

Studiare lo stile di vita tribale
, se riusciamo a superare il nostro istintivo disprezzo verso di esso, può sicuramente insegnarci molto sulla sostenibilità ambientale e su come costruire società che soddisfino i bisogni di tutti i loro membri. E una volta capiti i principi che lo rendono così efficace, avremo la possibilità di applicarli anche alle nostre società moderne per creare degli stili di vita nuovi che abbiano i pregi di entrambi (tribale e civilizzato) senza averne i difetti.
(Come faremmo a crearli? Maggiori dettagli qui.)


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