F.A.Q.
Domande frequenti sulle idee di Daniel Quinn

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FAQ generica n° 14:
Se vi dessimo retta, miliardi di persone morirebbero di fame.

Tutto l'opposto: smetterebbero di morire di fame.
La fame nel mondo è stata generata (e continua a venire mantenuta e addirittura peggiorata) dall'agricoltura totalitaria, che ha reso possibile vivere in un territorio a più persone di quante il territorio potesse sostentarne. L'eccedenza di cibo che l'agricoltura totalitaria produce nelle nazioni sviluppate viene infatti trasferita e consumata nelle nazioni affamate, dove causa un ulteriore aumento della popolazione (essendo la popolazione una funzione della disponibilità di cibo - 
fontecache). L'anno dopo, dato che ora c'è più gente da sfamare, verrà inviato più cibo in quella zona, causando un altro aumento della popolazione. E così via.
In questo modo, anno dopo anno, le popolazioni delle zone affamate crescono sempre di più, rimanendo in una condizione di inedia e di denutrizione perché il cibo a loro disposizione basta appena per mantenerli in vita, ma non per nutrirli adeguatamente. Tutto perché quelle popolazioni sono scollegate dalla capacità portante dell'ambiente in cui vivono, e ne vengono mantenute scollegate dagli aiuti alimentari inviati loro dalle nazioni più ricche.
Dato che negli ultimi decenni la strategia di inviare cibo nelle zone affamate non ha fatto che peggiorare il problema, forse sarebbe opportuno considerare altre opzioni.

Quinn propone un approccio innovativo.
Studiando l'ecologia e il rapporto tra la popolazione di ogni specie e la sua disponibilità di cibo, si accorge che a un aumento del cibo disponibile corrisponde sempre un aumento della popolazione. Poi individua la causa della fame nella sempre peggiore sovrappopolazione delle aree affamate: ci sono troppe persone in quelle zone, più di quante il territorio possa sfamarne, quindi logicamente molta gente è affamata. Nulla di strano, in questo. Se la popolazione di quelle zone non fosse eccessiva per la loro capacità portante, il cibo prodotto in loco basterebbe per sfamare tutti senza bisogno di aiuti esterni, e nessuno avrebbe fame. Invece, dato che la popolazione è in costante aumento, neanche con gli aiuti alimentari esterni si riesce a sfamare tutti, e il massimo che si ottiene è di mantenerli in vita in condizioni disumane.

Quinn comincia così a farsi una domanda diversa da quella usuale. Anziché chiedersi: "Come facciamo a sfamare tutte queste persone?" (come faceva Thomas Malthus), si chiede: "Come facciamo a smettere di produrre tutte queste persone?".
Anziché concentrarsi sull'eliminare l'effetto della sovrappopolazione (la fame), si concentra sull'eliminarne la causa (
gli aiuti alimentari esterni, che causano un incessante aumento demografico), perché se elimini la causa di un problema, non hai bisogno di controllarne gli effetti. E la risposta a cui arriva è semplice: basta ridurre la disponibilità di cibo, e anche la popolazione smetterà di crescere.

La proposta di Quinn è quindi una graduale riduzione della produzione di cibo, in modo da fermare la nostra venefica crescita demografica e di invertirla. Idealmente, dovremmo diminuire gradualmente di numero fino a ricollegare ogni popolazione del pianeta con la capacità portante della zona in cui vive. Finché, insomma, nessun territorio avrà più persone di quante può sostentarne autonomamente, senza aiuti alimentari esterni.
Allora la fame sarà scomparsa. Non potrà più esserci, è questione di semplice logica: se c'è cibo sufficiente solo per 2 miliardi di persone, non possono essercene 7, 8 o 9 miliardi.
In quel caso, la popolazione oscillerebbe leggermente, magari dagli 1,9 ai 2,1 miliardi, ma oltre non andrebbe perché non potrebbe farlo. Non ci sarebbe abbastanza cibo per nutrire più persone di così.

Nessuna popolazione di nessuna specie è perfettamente stabile, piuttosto quello che si osserva è che ogni popolazione oscilla lievemente a causa del meccanismo ecologico chiamato feedback negativo: un lieve aumento della specie preda causa un lieve aumento anche della specie predatrice, perché ora ha più cibo a sua disposizione, e questo a sua volta causa una lieve diminuzione della specie preda, per via del maggiore numero di predatori. A questo punto, la specie predatrice diminuisce anch'essa, perché è diminuita la sua disponibilità di cibo. Non continua ad aumentare incessantemente. Questa diminuzione dei predatori causa un nuovo aumento delle prede, che a sua volta causa un altro aumento dei predatori, che causa di nuovo una diminuzione delle prede, e così via. Feedback negativo: una variabile controbilancia l'altra, e in questo modo nessuna delle due supera un certo limite.
La nostra civiltà invece vive usando il feedback positivo, grazie al potere dell'agricoltura totalitaria: quando la nostra popolazione aumenta, anziché sperimentare una diminuzione del cibo a nostra disposizione noi lo aumentiamo, producendone di più. Questo aumento del cibo causa un altro aumento della nostra popolazione, la quale aumenta ancora la produzione di cibo, provocando un altro aumento della popolazione, e così via, in un circolo vizioso. Feedback positivo: le variabili in gioco si stimolano a vicenda, e in questo modo tutte e due aumentano incessantemente.

E' da tenere sempre ben presente che la riduzione della produzione alimentare di cui parla Quinn dovrebbe essere fatta GRADUALMENTE, non in tempi troppo bruschi, di modo che il calo demografico sia dovuto unicamente a morti naturali e a nascite meno frequenti, evitando rivolte per il cibo e miliardi di morti per fame.
Attualmente viene prodotta una quantità complessiva di cibo pari a 2.720 kilocalorie (cache) per ogni essere umano, quindi più del necessario, ma per via dell'errata distribuzione e dei prezzi eccessivi, le popolazioni affamate ne ottengono solo una quantità sufficiente a restare vive ma denutrite. A questo punto, se si vuole eliminare la fame senza carestie e rivolte bisogna logicamente fare due cose:
  1. Rendere equi la distribuzione e i costi del cibo (o distribuirlo gratuitamente a chi non se lo può permettere, o aumentare le loro possibilità finanziarie) in modo che tutti abbiano abbastanza per essere nutriti adeguatamente.
  2. Cominciare a ridurre gradualmente la quantità di cibo prodotta ogni anno, in modo che tutti abbiano abbastanza per non essere denutriti (1.900 calorie al giorno bastano e avanzano per mantenersi in salute) e che la popolazione non solo non possa aumentare, ma addirittura cali lentamente e senza conflitti per il cibo, grazie a morti naturali e a nascite meno frequenti, come nell'esperimento immaginario della gabbia di topi di Quinn ("The Story of B", pagine 263-266, leggibile anche online).
Questo secondo punto è essenziale, ed è qui che questa soluzione differisce da quelle classiche secondo cui per risolvere la fame bisogna soltanto produrre più cibo o renderne equa la distribuzione. Se ci si limita a questo ma non si pone un freno alla produzione alimentare, e quindi alla crescita demografica, la fame la si elimina per poco tempo, perché la sovrappopolazione continuerà a peggiorare fino a distruggere l'ambiente nel giro di pochi decenni, con l'apocalisse che ne consegue (un aspetto della quale sarebbero proprio delle carestie senza precedenti in tutto il globo, perché gli ecosistemi disgregati non riuscirebbero più a produrre cibo).

Siamo in grado di tenere conto di ogni caloria prodotta nei nostri campi e nei nostri allevamenti, quindi decidere di ridurre la produzione alimentare di un tot ogni anno non sarebbe affatto impossibile.
Se si vuole eliminare la fame senza nel frattempo causare miliardi di morti violente, quella proposta da Quinn sembra attualmente l'unica soluzione logicamente sensata.


(Un altro modo di ricollegare ogni popolazione alla capacità di sostentamento del proprio territorio, eliminando la fame senza morti di massa, sarebbe di trasferire le persone in eccedenza dalle zone povere a quelle ricche, ossia di spostare milioni di individui dal Terzo Mondo alle nazioni sviluppate, che hanno una capacità portante tanto elevata da poter produrre più cibo di quanto gliene serva... Ma per qualche motivo questa soluzione non sembra godere di molta popolarità. Inviargli degli aiuti alimentari dall'altra parte del mondo va benissimo, anche se evidentemente non funziona, ma ritrovarceli in casa nostra e sfamarli davvero no. Quello è troppo. Pazienza se così continueranno a morire di fame.)

Sarebbe anche molto utile utilizzare dei software di simulazione per verificare gli effetti sulle varie popolazioni di una riduzione della produzione di cibo. Potremmo vedere che cosa sarebbe ragionevole aspettarsi da una riduzione del 5%, del 10% o del 20% all'anno, e poi prendere una decisione con in mano molte più informazioni.

Va sempre ricordata una cosa, comunque: se anche la scelta fosse tra far morire di fame una parte della popolazione ma salvare il resto, o continuare come stiamo facendo ora e alla lunga far morire tutti, ovviamente bisognerebbe scegliere la prima opzione. Per quanto brutale possa essere, lo è sempre MENO dell'alternativa. Il fatto che sia una scelta difficile non deve essere una scusa per evitare di prenderla, soprattutto se si considera che non prenderla costerebbe molte più vite.

Purtroppo capita molto di rado di avere il lusso di scegliere tra la soluzione perfetta e una orribile. Quasi sempre, possiamo solo scegliere tra una soluzione orribile e una ancora più orribile, e in questo caso non prendere nessuna decisione e aspettare che si presenti un'opzione perfetta, in cui tutti hanno un lieto fine, è semplice vigliaccheria e ha conseguenze catastrofiche.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 15. FAQ sulla sovrappopolazione n° 2, 3, 4, 6. FAQ sull'agricoltura n° 6.)



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