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FAQ generica n° 10:
Com'è la situazione ambientale del nostro pianeta, attualmente? Come siamo messi quanto a cibo, acqua, aria, energia, biodiversità, ecc.?

Ecco un quadro generale (e allarmante) della situazione attuale, secondo ricerche recenti (data la lunghezza della risposta, ho aggiunto un piccolo menu per scegliere rapidamente la sotto-sezione che vi interessa):
  • ACQUA: Attualmente, secondo le Nazioni Unite, ci troviamo nel bel mezzo di una vera e propria crisi idrica (fonte - cache). 1,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile e 2,6 miliardi di persone non hanno la possibilità di usare acqua per i servizi igienici e lo smaltimento dei rifiuti (fonte - cache), il che provoca oltre 3,5 milioni di morti all'anno per varie malattie causate da scarsa igiene e/o acque inquinata (fonte). L'inquinamento delle falde acquifere rischia inoltre di scatenare un circolo vizioso, visto che causa la morte di molte specie vegetali che hanno proprio la funzione di depurare l'acqua. Per quanto l'errata organizzazione delle risorse idriche faccia sicuramente la sua parte, è innegabile che la sovrappopolazione in costante peggioramento sia un'importante concausa della crisi idrica, visto che a una maggiore popolazione corrisponde logicamente un maggior sfruttamento delle falde acquifere, spesso già sottoposte a un utilizzo eccessivo (fonte - cache). Di questo passo, si prevede che per il 2025 oltre 3 miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a vivere in paesi con scarsità o assenza d'acqua potabile. (Fonti: Human Development Report e Beyond Scarcity: Power, Poverty and the Global Water Crisis) Le previsioni dell'Asian Development Bank sono anche peggiori: entro il 2030, 4 miliardi di persone vivranno in grave carenza d'acqua, e quando saremo 9 miliardi, il problema riguarderà metà della popolazione globale, in particolare quella della Cina e del sud asiatico. (fonte - cache)
    Attualmente non esiste una vera e propria soluzione alla crisi idrica mondiale, ma solo proposte imperfette che, inoltre, non riescono a ottenere una comune accettazione, e che quindi non hanno molte speranze di venire messe in pratica.
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  • CIBO: Attualmente, oltre 925 milioni di persone soffrono la fame. (fonte - cache) I prezzi del cibo passano da periodi di lieve declino a fasi di drastico aumento (la situazione attuale può essere controllata sul Food Price Watch o sul FAO Food Price Index), e il costante aumento della popolazione combinato con la costante diminuzione dei terreni fertili non fa ben sperare. Come la scarsità d'acqua, anche la scarsità di cibo viene comunemente attribuita all'errata distribuzione delle risorse alimentari, dato che in teoria esisterebbe abbastanza cibo per sfamare ogni essere umano sul pianeta (la produzione di cibo si è sempre mantenuta superiore all'aumento demografico da quando abbiamo adottato l'agricoltura totalitaria, diecimila anni fa), ma, come la scarsità d'acqua, anche la scarsità di cibo ha un'altra causa fondamentale: la disconnessione delle popolazioni affamate dalla capacità portante del territorio in cui vivono. Anziché vivere in 1.000 in un'area che ne può sostentare stabilmente 1.000, molte popolazioni ci vivono in 5.000 o 10.000, grazie agli aiuti alimentari inviati loro dalle nazioni più ricche, che li mantengono sì in vita, ma in una condizione di inedia e denutrizione che inoltre coinvolge sempre più individui, dato che quegli aiuti alimentari vanno ad aumentare la crescita demografica di quelle zone. Vedi a riguardo la FAQ generica n° 15, per una spiegazione più approfondita.
    Come per l'acqua, anche il cibo avrà, secondo molti scienziati, un momento di intensa crisi intorno al 2030, il periodo in cui gli effetti negativi di vari picchi (del petrolio, dell'acqua, del grano, della pesca e del fosforo – indispensabile per creare fertilizzanti) raggiungeranno la massima gravità contemporaneamente, situazione che è stata descritta come “una tempesta di problemi”.
    (Fonte 1 - cache) (Fonte 2 - cache)
    Secondo la FAO, infine, entro il 2050 dovremo aumentare la produzione di cibo del 70% per sfamare gli oltre 2 miliardi di persone in più che esisteranno. (PDF) Impresa difficile, vista la sempre minore quantità di acqua dolce, carburanti fossili e terra coltivabile a nostra disposizione (e che comunque non risolverebbe né la crisi ecologica, né il problema della fame globale, come spiegato qui.)
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  • TERRENO FERTILE: Il World Resources Institute ha riportato che oltre 3,3 miliardi di ettari, ossia circa il 26% di tutte le terre emerse (e almeno metà di tutta la terra coltivabile esistente), sono stati convertiti da terreno incolto in campi e pascoli. L'agricoltura ha ormai rimpiazzato un terzo delle foreste e un quarto delle praterie del nostro pianeta, e il 40% di ciò che rimane sta attualmente venendo convertito (PDF). La conversione di tanto territorio selvatico in campi e pascoli ha effetti tutt'altro che positivi sul nostro ambiente, dato che allevamento e agricoltura (specialmente quella intensiva) danneggiano il terreno in vari modi (oltre a devastare la biodiversità):
    • salinizzazione (l'accumulo di sali nello strato superficiale del suolo, causato dall'irrigazione e dall'uso di fertilizzanti chimici);
    • deforestazione (l'abbattimento delle foreste in modo da utilizzare il terreno per usi agricoli, cosa che contribuisce all'innalzamento del clima, danneggia gravemente la biodiversità e causa una rapida erosione del suolo);
    • desertificazione (la degradazione del terreno, che per via di cambiamenti climatici e/o eccessivo sfruttamento umano per pascoli o agricoltura perde i propri nutrienti e diviene sterile e incapace di sostentare un ecosistema);
    • erosione (la lenta asportazione del suolo fertile dovuta agli agenti atmosferici, che può però venire molto accelerata dall'agricoltura intensiva e dalla rimozione della vegetazione selvatica dal terreno).
    Tutti questi fenomeni peggiorano sempre più con l'aumentare della popolazione e, quindi, della domanda di cibo. Ormai circa il 40% di tutta la terra coltivabile nel mondo è seriamente degradato, dato che continua a perdere nutrienti molto più rapidamente di quanto i meccanismi naturali possano rimpiazzarli; in America Centrale il 75% del territorio è ormai sterile, in Africa il 20% e in Asia l'11%. (fonte - cache) Il 38% dell'intero territorio globale è a rischio di desertificazione. (fonte - cache)
    Molti esperti (PDF) si dicono preoccupati riguardo la quantità di terra coltivabile restante, dato che i fenomeni precedentemente elencati ci sottraggono migliaia di chilometri quadrati di terreno fertile all'anno e che, inoltre, abbiamo la necessità di mantenere una certa quantità di foreste intatta in modo da poter continuare ad avere un'atmosfera adatta alla vita umana. Alcuni ottimisti affermano che l'avanzamento della tecnologia applicata all'agricoltura ci permetterà di rendere produttive anche le zone più aride o fredde, risolvendo finalmente la fame nel mondo, ma al momento non si conoscono modi per trasformare deserti o ghiacciai in terreno fertile, tantomeno in modo sostenibile. Quel che è peggio, se anche tale miracolosa tecnologia venisse realizzata, il problema della fame non sarebbe affatto risolto.
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  • ARIA: Si è calcolato che oggi rimanga meno dell’8% delle foreste che erano presenti 50 anni fa nel mondo, e che la loro conversione in campi, pascoli e industrie continui a un ritmo stimato tra i 10 e i 16 milioni di ettari all’anno, ossia che venga distrutta un'area pari a un campo da calcio ogni due secondi. (fonte - cache)
    Il cattivo stato di salute della foresta amazzonica e la febbrile deforestazione in tutto il mondo non fanno che peggiorare una situazione già grave per via dell'inquinamento atmosferico generato dalle attività della nostra civiltà. Gli inquinanti aerei possono presentarsi sotto forma di particelle solide, di minuscole goccioline liquide sospese in aria e di gas. Tali sostanze si dividono in inquinanti primari (che vengono emessi già come sono) e inquinanti secondari (che si formano nell'atmosfera quando due o più inquinanti primari interagiscono tra loro). I principali inquinanti atmosferici prodotti da attività umane sono: 
    • Ossido e diossido di zolfo (quest'ultimo può causare piogge acide).
    • Monossido e diossido di azoto (quest'ultimo è uno dei peggiori inquinanti esistenti, ed è la fonte delle cappe di smog sopra le città).
    • Monossido di carbonio (un gas incolore, inodore ma molto velenoso).
    • Anidride carbonica (un gas che oltre a causare l'effetto serra provoca anche l'acidificazione degli oceani).
    • Composti Organici Volatili (che possono causare cancro e leucemia).
    • Polveri Sottili (sostanze microscopiche sospese in aria che possono causare asma, enfisema e cancro).
    • Clorofluorocarburi (CFC) (che distruggono lo strato protettivo di ozono, esponendoci così a dosi dannose di raggi UV e quindi al rischio di tumore; ogni anno vengono immessi nell'atmosfera 27 milioni di chilogrammi di clorofluorocarburi, nonostante si sappia da decenni che distruggono in modo incredibilmente efficace lo strato di ozono (1 chilo di CFC distrugge 70.000 chili di ozono), e l'ozono positivo nell'atmosfera sia rarissimo - è uno strato di appena 2 millimetri).
    • Ammoniaca (che viene emessa da processi agricoli e che in concentrazioni eccessive è tossica e caustica).
    • Sostanze radioattive.
    • Inquinanti Organici Persistenti (si tratta di sostanze tossiche molto resistenti alla decomposizione che resistono intatte per anni, possono provocare molti problemi di salute e la morte sia a umani che ad animali, e hanno la capacità di accumularsi in grandi quantità nell'organismo e di diffondersi in altri ecosistemi – sia terrestri che acquatici – sfruttando le tendenze migratorie di alcune specie).
    Oltre agli inquinanti appena elencati, che sono i più dannosi e comuni, ne esistono svariate altre decine di “minori”. Industrie, inceneritori, motori, discariche, campi, allevamenti, spray, vernici, solventi e le innumerevoli altre attività della civiltà Prendi scaricano nell'atmosfera migliaia o milioni di tonnellate di ognuno di questi inquinanti ogni anno. I danni che tutte queste sostanze provocano sia agli esseri umani che alle specie animali e vegetali dell'intero pianeta sono impossibili da accertare. E' da tenere sempre presente, infatti, che l'inquinamento non costituisce un problema solo per gli umani, ma anche per ogni ecosistema con cui entra in contatto.
    E' facile capire come questa sia una situazione insostenibile, a lungo andare.
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  • CLIMA: Una recente ricerca pubblicata dalla rivista Science (The 2010 Amazon drought, Science, Febbraio 2011) ha rilevato che la foresta amazzonica rischia di trasformarsi da inestimabile purificatore d'aria in una dannosissima camera a gas (di gas serra, per la precisione). A causa della grande siccità del 2010, infatti, la foresta amazzonica ha rilasciato 8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ossia una quantità molto superiore a quella prodotta dagli interi Stati Uniti in un anno.
    Una ricerca (cache) ancora più recente (ottobre 2013) pubblicata dalla rivista Nature ha calcolato che ai ritmi attuali tra il 2047 e il 2069 la temperatura del nostro pianeta sarà tanto alta da rendere inabitabili molte delle zone del pianeta che attualmente sono tra le più popolate (tra cui le città di Washington, Londra, Parigi, New York, Pechino, Mumbai, Sidney, Mexico City e Rio de Janeiro).
    Oltre alla siccità, vari processi umani emettono dosi enormi di gas serra:
    processi industriali, carburanti bruciati per trasporti, processi agricoli – soprattutto l'uso di fertilizzanti chimici, estrazione, lavorazione e distribuzione di carburanti fossili, processi commerciali di vario tipo, utilizzo del terreno e combustione di biomasse, smaltimento dei rifiuti, impianti energetici. Questi processi sono spesso collegati e interdipendenti.
    Dall'esame di ghiaccio antico di secoli sappiamo che il livello di anidride carbonica nella nostra atmosfera deve mantenersi a circa 270 parti per milione per darci un clima adatto alla nostra sopravvivenza (Fonte: High-resolution Holocene N2O ice core record and its relationship with CH4 and CO2 - PDF) Attualmente abbiamo superato le 390 parti per milione (quando il limite massimo è stato stabilito a 350 - fonte, cache), e le emissioni sono sempre maggiori ogni anno che passa. Si prevede che per la fine del ventunesimo secolo saremo arrivati a 560 parti per milione. (Fonte: Science, The ascent of atmospheric sciences - PDF).
    Per smaltire tutta questa anidride carbonica dobbiamo affidarci a due meccanismi: le foreste (che trasformano l'anidride carbonica in ossigeno) e il ciclo del carbonio, che viene compiuto principalmente dal suolo e dagli oceani. Finora gli oceani e le foreste sono riusciti a mantenere il clima relativamente stabile ma, come ha affermato Peter Cox del British Metereological Office, esiste una soglia critica oltre la quale la biosfera smetterà di proteggerci dagli effetti delle nostre emissioni e comincerà ad amplificarli. 
    (fonte - cache) Se infatti la temperatura salirà troppo (e basterebbero 2 o 3 gradi Celsius), molte specie arboree e vegetali moriranno in tutto il mondo, liberando così nell'atmosfera il carbonio presente nei loro tessuti e aggravando enormemente il problema.
    Secondo Mark Lymas, autore del libro "Sei gradi: la sconvolgente verità sul riscaldamento globale":

    Un grado
    Celsius in più causerebbe la scomparsa delle barriere coralline, lo scioglimento di gran parte dei ghiacciai e il conseguente innalzamento del livello del mare di 2-3 metri, il che basterebbe a distruggere tutte le città costiere del pianeta.
    Due gradi in più causerebbero la sommersione di molti arcipelaghi e, cosa infinitamente peggiore, rappresenterebbero il punto di non ritorno, dato che a quel punto si attiverebbero vari meccanismi di riscaldamento che si aggraverebbero a vicenda.
    Tre gradi
    in più renderebbero Australia, Africa e Sud America inabitabili, e causerebbero la distruzione di gran parte della foresta amazzonica a causa di siccità e incendi.

    Quattro gradi
    in più provocherebbero la totale scomparsa della foresta amazzonica e l'innalzamento dei mari di ben 50 metri, il che annienterebbe nazioni come Egitto e Bangladesh.

    Cinque gradi
    in più causerebbero il completo scioglimento dei poli, e le foreste di tutto il mondo diventerebbero deserti. Le uniche nazioni ad avere un clima abitabile sarebbero quelle molto vicine ai poli, come la Groenlandia, la Siberia e il Canada, il che causerebbe migrazioni di miliardi di individui in cerca di un posto dove vivere e conflitti inimmaginabili.

    Sei gradi
    in più, infine, porterebbero gli oceani a esalare acido solfidrico (un gas estremamente velenoso); il metano arriverebbe a costituire il 5% dell'atmosfera, creando le condizioni adatte per il verificarsi di incendi globali, e la maggior parte delle forme di vita sul pianeta (compresi gli esseri umani) scomparirebbe.
    Secondo un rapporto (PDF) dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), nel corso del ventesimo secolo la temperatura globale è aumentata di circa 0,76 gradi Celsius, e l'innalzamento è sempre più rapido. Secondo alcune proiezioni dello stesso rapporto, di questo passo nel corso del ventunesimo secolo la temperatura aumenterà da 1,1 a 6,4 gradi Celsius.
    L'unica vera contromisura a nostra disposizione, ossia il Protocollo di Kyoto, mostra purtroppo dei gravi difetti che lo rendono pesantemente inadeguato alla situazione. E le altre proposte esistenti, come la geoingegneria (che propone di togliere in qualche modo dall'atmosfera l'anidride carbonica in eccesso) o l'adattamento al riscaldamento globale (ossia imparare a convivere con esso continuando a svolgere le stesse attività odierne), non sono ancora nemmeno accettate come fisicamente possibili dalla comunità scientifica.

    N.B.: alcuni scienziati (fonte - cache) ritengono che non vi sia in atto alcun riscaldamento globale causato dall'uomo. Se anche fosse vero, in ogni caso la nostra civiltà sarebbe comunque diretta di gran carriera verso l'estinzione umana a causa dei molti altri aspetti della crisi ecologica (scarsità di cibo, acqua e aria, distruzione della biodiversità, ecc.) esaminati in questa FAQ, e la menzognera mitologia culturale della nostra civiltà ne rimarrebbe la causa da estirpare, quindi sarebbe consigliabile non discutere SOLO del riscaldamento globale e ignorare tutto il resto, anche perché se si sostiene che i dati dei vari istituti di ricerca vengono regolarmente falsificati, non c'è modo di arrivare a una risposta definitiva sull'argomento e si finisce per battibeccare inutilmente all'infinito (su quali altri dati potremmo basarci, se non su quelli?). 
    Il riscaldamento globale ha già tolto fin troppa attenzione pubblica a problemi molto più gravi e immediati come la rapidissima estinzione di massa che stiamo causando e la nostra inarrestabile e catastrofica sovrappopolazione. Non continuiamo a concentrarci solo su quest'aspetto del problema.

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  • ENERGIA: Le fonti energetiche si dividono in:
    • Fonti non rinnovabili (che dipendono da materiali presenti in quantità limitata che l'ambiente produce a ritmi minori rispetto a quelli con cui li consumiamo e che non è possibile creare a piacimento; per esempio il petrolio, il carbone, il gas naturale e l'uranio).
    • Fonti rinnovabili (che dipendono da materiali che l'ambiente produce continuamente a un ritmo pari o superiore a quello con cui li utilizziamo; di fonti di energia rinnovabili attualmente conosciamo le biomasse, l'energia idroelettrica e le energie eolica, geotermica e solare, che però al momento hanno ancora un'efficienza marginale e sono in via di sviluppo).
    Le fonti energetiche attualmente più utilizzate sono di gran lunga i combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), che purtroppo non sono rinnovabili. Oggi i combustibili fossili provvedono a oltre l’85% del fabbisogno energetico mondiale. (PDF) Dato che il consumo di combustibili fossili aumenta ogni anno che passa (com'è logico che sia, visto il costante aumento della popolazione e la modernizzazione dei paesi in via di sviluppo), e considerando che ogni industria (compresa quella alimentare) ne è completamente dipendente, che le scorte mondiali di ognuno di questi combustibili si stanno esaurendo e che la formazione naturale di tali risorse richiede milioni di anni, si può capire facilmente perché l'espressione “crisi energetica” sia oggi tanto presente nelle discussioni politiche e nei media.
    Le scorte accertate dei combustibili fossili nel 2004 erano le seguenti (espresse in Gtoe, ossia miliardi di tonnellate): 700 Gtoe di carbone, 148 Gtoe di petrolio e 150 Gtoe di gas naturale. Per quanto riguarda il carbone, si stima che possa soddisfare la domanda energetica mondiale ancora per circa 200 anni (considerando la quantità di materiale esistente divisa per il suo consumo annuo). Il problema sono le scorte di gas naturale (che dureranno solo altri 50-60 anni) e soprattutto di petrolio, che di questo passo durerà altri 30-35 anni al massimo.
    (PDF)
    L'energia nucleare viene da molti considerata un'alternativa praticabile, ma purtroppo presenta problemi non trascurabili. Dato che la fissione nucleare (la fusione calda è ancora inutilizzabile perché consuma più energia di quanta ne fornisca) produce inevitabilmente un'enorme quantità di scorie incredibilmente nocive, se la si utilizza abbastanza a lungo è solo questione di tempo prima che avvenga un malfunzionamento – a causa di errori umani o disastri naturali – e una conseguente crisi ecologica, e più centrali nucleari vengono costruite in tutto il mondo, più aumentano sia il rischio di un incidente che le sue eventuali conseguenze. Considerando che ogni incidente simile, per quanto raro, quando accade provoca vittime e danni ambientali letteralmente incalcolabili (visto che coinvolge più generazioni e aree di centinaia di chilometri quadrati), che le scorie possono restare radioattive a livelli letali per centinaia di millenni, e che tuttora non abbiamo idea di come smaltirle in sicurezza (non abbiamo modo infatti di sapere se i “sarcofagi” di cemento che le contengono resisteranno per il tempo necessario), è chiaro che affidarsi all'energia nucleare non è la strada migliore, a meno di non riuscire a perfezionare e diffondere globalmente la fusione fredda che a quanto pare sono riusciti ad attuare in Giappone (fonte - cache) e a Bologna (fonte - cache). Lo studio dello smaltimento e dello stoccaggio di scorie nucleari, infatti, appartiene a quella branca della ricerca scientifica che l'ingegnere nucleare Alvin Weinberg ha chiamato trans-scienza, ossia al di là della scienza classica. Quest'ultima si basa sulla continua sperimentazione e sul procedere per tentativi ed errori per arrivare a conclusioni scientificamente certe, ma in alcuni casi ciò non è fisicamente fattibile.
    L'unico vero modo di controllare l'affidabilità dello stoccaggio delle scorie, infatti, sarebbe di aspettare i necessari millenni e stare a vedere cosa succede, ma questo non possiamo farlo per evidente mancanza di tempo. Né possiamo cercare altri metodi per tentativi ed errori, visto che in questo campo ogni errore ha conseguenze catastrofiche. Nella trans-scienza, fondamentalmente, si può solo sperimentare alla cieca la teoria che sembra migliore e sperare in bene.
    Esaminando le varie alternative, sembra che l'unica soluzione logica alla crisi etica mondiale che si  sta preparando a colpirci  sia riuscire a rendere sufficientemente produttive le fonti di energia rinnovabili (solare, eolica, geotermica, ecc.) prima che i combustibili fossili diventino economicamente sconvenienti. Ma, per quanto si facciano continui progressi nel loro sviluppo, l'obiettivo è ancora molto lontano ed è tutt'altro che sicuro che si riesca a raggiungerlo in tempo, specialmente se i paesi in via di sviluppo continueranno a modernizzarsi ai ritmi odierni.

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  • BIODIVERSITA': Per biodiversità si intende il livello di varietà genetica presente all'interno di singole specie o di interi ecosistemi. Maggiore biodiversità significa maggiore salute e resistenza per quella specie o quell'ecosistema. (fontecache)
    L'enorme importanza della biodiversità è data dal fatto che la vita sulla Terra,
    compresa quella umana, è possibile solo grazie ai cosiddetti “servizi ecosistemici. Questi servizi si possono generalmente dividere in:
    • Servizi di fornitura (di cibo, acqua potabile, legno, fibre e principi attivi farmaceutici e chimici, oltre che di energia idrica e di biomasse).
    • Servizi di regolazione (stabilizzazione del clima, assesto idrogeologico, barriera alla diffusione di malattie, riciclo e detossificazione dei rifiuti, purificazione dell'acqua e dell'aria, impollinazione dei campi, ecc.).
    • Servizi di supporto (formazione del suolo, fotosintesi, riciclo dei nutrienti, dispersione dei semi, ecc.).
    • Servizi culturali (ossia i valori estetici, ricreativi e spirituali dell'ambiente).
    La visione moderna del rapporto fra uomo e ambiente riconosce la diversità biologica come elemento chiave del funzionamento dell'enorme ecosistema che è il nostro pianeta. La biodiversità viene danneggiata da varie attività umane:
    • Distruzione degli habitat (tramite agricoltura, deforestazione e inquinamento).
    • Sfruttamento eccessivo del suolo e delle riserve di selvaggina e di pesce (e conseguenti estinzioni).
    • Introduzione di specie aliene (ossia non native di quell'habitat; questo di solito causa l'estinzione di molte specie native, che non si sono evolute in modo da potersi difendere da quelle aliene).
    La perdita di biodiversità, ossia l'estinzione di specie, sottospecie e razze animali e vegetali, provoca danni di vario tipo: 
    • ecologici (perché comporta un degrado o addirittura un annullamento della funzionalità degli ecosistemi),
    • culturali (perché si perdono conoscenze e tradizioni umane legate a determinate specie viventi e determinati habitat),
    • economici (perché comporta la perdita di risorse genetiche potenzialmente sfruttabili dal punto di vista commerciale).
    L'estinzione è un fondamentale meccanismo naturale che esiste da quando è comparsa la vita, ma nel corso dell'ultimo secolo si è trasformato in un problema molto grave per la nostra sopravvivenza. Oggi l'ambiente scientifico è perlopiù concorde nel ritenere che ci troviamo nel bel mezzo della sesta estinzione di massa nella storia del nostro pianeta. L'estinzione corrente ha però una particolarità fondamentale che la distingue dalle precedenti cinque: è la prima provocata da attività umane anziché da cause naturali. (Alcune fonti tra le tante: 1 (cache), 2 (cache), 3 (cache), 4 (cache), 5 (cache). In questa pagina (cache) sono raccolte centinaia di altre fonti.)
    Questo ha comprensibilmente scatenato grande sconcerto e allarme nell'ambiente ecologista, e ha portato molte associazioni ambientaliste a creare iniziative di vario tipo per salvaguardare le specie più a rischio di estinzione. L'obiettivo da raggiungere è però spesso malposto. Si tende a credere che lo scopo debba essere non disturbare l'equilibrio della natura, perché ogni cosa che la squilibra la danneggia e può portare al disastro. In realtà la situazione è più complessa. La natura non è mai in equilibrio, perché ovunque e in ogni istante sono attivi processi di estinzione, miglioramento, aumento o diminuzione di innumerevoli specie, e questo a prescindere dall'intervento umano. La natura è in costante squilibrio, perché l'evoluzione non è un processo concluso ma è tuttora in corso. Il punto è che in assenza di interferenze umane si tratta di uno squilibrio moderato, potremmo chiamarlo uno squilibrio sostenibile. Quello che bisogna fare è quindi mantenere lo squilibrio tra le varie specie e il tasso di estinzioni entro certi limiti che permettano all'evoluzione di fare il proprio corso senza causare estinzioni troppo rapide (che non le permettono di riempire le nicchie ecologiche rimaste vacanti con nuove specie, causando alla fine il collasso dell'intero ecosistema), o aumenti o diminuzioni di numero troppo marcati e innaturali di alcune specie a danno di altre (e in ultima analisi di loro stesse, a causa del principio di retroattività secondo cui tutte le componenti di un ecosistema sono interconnesse e interdipendenti, e danneggiarne una le influenza tutte, di solito negativamente).
    E' vero, infatti, che le specie viventi sono sempre state soggette a processi di estinzione e che il loro numero ha sempre subìto fluttuazioni nel tempo, come sostengono molti oppositori dell'idea che l'umanità stia danneggiando l'ambiente tanto da mettere a repentaglio perfino la propria sopravvivenza, ma il punto è il ritmo con cui questi cambiamenti avvenivano prima che l'uomo cominciasse a interferire con i rodati meccanismi naturali, e quello con cui invece avvengono oggi.
    Secondo David Raup, paleontologo della University of Chicago, il  tasso di estinzione di fondo, nel corso di tutta la storia biologica del pianeta, è stato in media di appena una specie ogni quattro anni. (D. Raup, "Extinction: bad genes or bad luck?")
    Oggi invece le estinzioni causate dall'uomo procedono a un ritmo 120.000 volte superiore, ossia di circa 82 specie al giorno. (R. Leakey, R. Lewin, "La sesta estinzione: la complessità della vita e il futuro dell'uomo".)
    Addirittura, secondo altri studiosi, attualmente si estinguono oltre 400 specie al giorno (diciassette ogni ora) a causa delle attività umane. (J. Diamond, "Il terzo scimpanzé".)
    Ahmed Djoghlaf, Segretario Esecutivo della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica, ha recentemente avvisato (cache) che il mondo sta sperimentando “la più grande ondata di estinzioni dalla scomparsa dei dinosauri. Ogni giorno perdiamo 150 specie a causa di attività umane”.

    Le stime differiscono tanto per via della difficoltà di arrivare a dati precisi su un fenomeno così capillare e complesso, le cui diverse variabili si influenzano a vicenda sia direttamente che indirettamente in modi tuttora impossibili da prevedere. E' stato dimostrato che ogni estinzione (anche di predatori) può causare una reazione a catena (cache) e provocare un numero imprecisato e imprevedibile di altre estinzioni.
    Per esempio: cinquant'anni fa nessuno avrebbe mai immaginato che l'estinzione dei grandi predatori (giaguari, puma e arpie) sull'isola di Barro Colorado, a Panama, avrebbe condotto all'estinzione dei piccoli uccelli della famiglia dei formicaridi e a grandi mutamenti della flora dell'isola, eppure questo fu proprio ciò che avvenne. I grandi predatori erano soliti cibarsi di predatori e roditori di medie dimensioni, limitandone così il numero. Con la loro scomparsa, i predatori di medie dimensioni proliferarono eccessivamente, sterminando gli uccelli della famiglia dei formicaridi. Anche i roditori di medie dimensioni ebbero un'esplosione demografica e, dato che erano soliti nutrirsi dei semi di dimensioni maggiori, causarono l'estinzione delle specie arboree più grandi e il proliferare di quelle più piccole in tutta l'isola. Questo provocò un forte incremento del numero dei roditori minori, che si nutrivano dei semi più piccoli, e conseguentemente anche un grande aumento della popolazione degli uccelli da preda che si nutrivano di tali piccoli roditori.
    Nessuno avrebbe mai potuto prevedere che l'estinzione di tre grandi specie di predatori non collegate tra loro avrebbe potuto causare tutti questi cambiamenti, e ancora oggi non è possibile prevedere le conseguenze indirette della scomparsa di ogni specie, perché le interconnessioni alla base di ogni ecosistema ci sono ancora per la maggior parte ignote. Sono semplicemente troppe, troppo sottili e troppo difficili da individuare. Per usare le parole del biologo Jared Diamond: “In natura esiste un numero di specie così grande, connesse l'una all'altra in modi così complessi, che è virtualmente impossibile prevedere dove possano condurre gli effetti che si propagano come onde a partire dall'estinzione di una qualsiasi specie particolare”. (J. Diamond, "Il terzo scimpanzé".)
    Quello che possiamo sapere, perché è una semplice questione di logica, è che al ritmo attuale è solo una questione di tempo prima che si estinguano una o più specie indispensabili all'attuazione di processi naturali che ancora non conosciamo o comprendiamo appieno, ma che indirettamente mantengono stabili il clima o permettono il rinnovamento di risorse a noi essenziali.

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  • RIFIUTI: Si definiscono “rifiuti” i prodotti di scarto delle attività umane. Riguardo il loro impatto ambientale, i rifiuti si possono dividere in:
    • Rifiuti non pericolosi (scarti di ghiaia, pietrisco, sabbia, argilla, oppure scarti animali e vegetali).
    • Rifiuti pericolosi (che contengono sostanze esplosive, tossiche, irritanti, acide, cancerogene, corrosive, infette, mutagene e infiammabili).
    I rifiuti pericolosi sono, insomma, tutti quei materiali di scarto che possono causare dei danni o la morte a creature viventi, o che possono porre a rischio l'ambiente circostante. Si tratta di prodotti di provenienza:
    • industriale (soprattutto dalla creazione di cemento, acciaio, carta e vetro, e dal settore termoelettrico e di raffinazione);
    • commerciale (particolarmente inquinante è l'estrazione mineraria, che utilizza abitualmente cianuro e mercurio);
    • domestica (prodotti per le pulizie, batterie, cosmetici, prodotti di giardinaggio, ecc.);
    • agricola (fertilizzanti chimici, pesticidi);
    • militare (armi nucleari e chimiche); 
    • medica (prodotti farmaceutici).
    I rifiuti pericolosi possono essere liquidi, solidi o liquami, e contenere agenti chimici, metalli pesanti, radioisotopi e altre tossine. Si diffondono facilmente e possono contaminare suolo, laghi, fiumi, falde acquifere e oceani. Alcuni contengono tossine (come il mercurio) che non si biodegradano e si accumulano nell'ambiente e nelle sue forme di vita, rendendole a loro volta tossiche (uomini e animali, per esempio, riassorbono il mercurio mangiando pesce contaminato).
    Ogni anno nel mondo vengono prodotti 4 miliardi di tonnellate di rifiuti (sia urbani che industriali). Di questi, solo 2,74 miliardi di tonnellate vengono raccolti e processati. (fonte - cache) Nonostante siano visti come la soluzione al problema rifiuti, la raccolta differenziata e il riciclaggio hanno dei grossi limiti: innanzitutto non tutti i materiali possono essere riciclati, poi è molto difficile fare in modo che un'intera nazione cominci a farlo in modo capillare (qui in Italia c'è voluto un decennio per cominciare, e ancora siamo lontani dal farlo ovunque), e, soprattutto, anche quando finalmente ci si riesce, raccolta differenziata e riciclaggio si occupano solo dei rifiuti urbani (carta, plastica, vetro, alluminio), e non di quelli industriali, agricoli o militari (che sono di gran lunga i più nocivi).
    Sono inoltre da considerare le interferenze della malavita organizzata nello smaltimento di rifiuti, e l'inadeguatezza delle leggi a riguardo e dei modi in cui vengono fatte rispettare. Un'inequivocabile testimonianza di questa inadeguatezza è il Pacific Trash Vortex (cache), rappresentato nell'immagine qui sopra, un enorme accumulo di immondizia (soprattutto plastica) chiamato anche “settimo continente di spazzatura” a causa delle sue incredibili dimensioni: si estende dalle Hawaii fin quasi al Giappone, e conta circa 10 milioni di chilometri quadrati per una decina di metri di profondità, ossia un'area superiore agli interi Stati Uniti (anche se le sue dimensioni continuano ad aumentare, quindi essere precisi è impossibile). Questo “continente”, anche se in realtà si tratta di due enormi “isole” di rifiuti, è composto da oltre 100 milioni di tonnellate di plastica proveniente da tutto il globo. Dato che la plastica non può biodegradarsi e reinserirsi nell'ecosistema in una forma innocua, con il tempo si è fotodegradata per via della luce solare e si è frammentata in particelle minuscole, che catturano come spugne varie sostanze tossiche (tra cui idrocarburi e pesticidi) e vengono scambiate da tartarughe, uccelli marini, meduse e pesci per cibo, assomigliando molto ai piccoli organismi o al plancton di cui questi animali si nutrono.
    E se degli inquinanti entrano nella catena alimentare, è solo questione di tempo prima che raggiungano noi umani. “Quello che finisce nell'oceano finisce nei pesci e quindi nei nostri piatti, è semplice”ha detto (cache) il Dr. Marcus Eriksen, direttore dell'Algalita Marine Research Foundation creata proprio dallo scopritore del continente di immondizia. Secondo il Dr. Eriksen, il pericolo per la salute umana è più che concreto. A giustificare e aumentare le nostre preoccupazioni, c'è il fatto che recentemente sono state scoperte altre due enormi isole di immondizia: una (cache) nell'Oceano Atlantico e un'altra (cache) nell'Oceano Indiano.

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  • SOVRAPPOPOLAZIONE: La sovrappopolazione è la situazione in cui la popolazione di un organismo è eccessivamente numerosa per la capacità portante del territorio in cui vive. Quest'ultima è invece il massimo numero di organismi che un ambiente può sostentare indefinitamente.
    Quando, diecimila anni fa, una particolare cultura umana cominciò a usare l'agricoltura totalitaria (definizione) per produrre da sé tutto il proprio cibo (quando, insomma, nacque la nostra civiltà), ebbe inizio un'inaudita esplosione demografica della nostra specie, che all'epoca contava solamente circa 5 milioni di individui. (cache)
    L'agricoltura totalitaria ha infatti la particolarità (unica, tra le strategie di sostentamento) di produrre sempre e invariabilmente un'eccedenza di cibo rispetto alla popolazione da sfamare. La sua efficacia è tale che produce sempre più cibo del necessario. E dato che la popolazione di qualunque specie (umani compresi) è una funzione della disponibilità di cibo (fontecache), quel cibo in più causa sempre e invariabilmente un aumento demografico, che a sua volta spinge a produrre ancora più cibo e procura così un ulteriore aumento della popolazione, in un circolo vizioso che è ormai arrivato a minacciare seriamente la nostra sopravvivenza su questo pianeta.
    Sebbene la popolazione umana sia stata in costante crescita dall'invenzione dell'agricoltura totalitaria (a eccezione di occasionali epidemie), il ritmo a cui si espande è aumentato enormemente in due occasioni particolari: la Rivoluzione Industriale e la Rivoluzione Verde (anche gli avanzamenti nella medicina hanno avuto un effetto, anche se non paragonabile). Nel 1800 la popolazione umana globale, dopo diecimila anni di sviluppo, ammontava a circa 1 miliardo, ma l'intensificazione dell'agricoltura causata dalla Rivoluzione Industriale la fece arrivare a 2 miliardi nel 1930, raddoppiandola nel giro di soli 130 anni. Nel 1960 c'erano ormai 3 miliardi di esseri umani sul pianeta, e nel 2000 questa cifra arrivò a 6 miliardi, raddoppiando stavolta in appena 40 anni. (fonte - cache) Ormai siamo arrivati a 7 miliardi, e aumentiamo di oltre 77 milioni di individui ogni anno, ma il ritmo a cui ci espandiamo è diminuito rispetto agli anni '60 (passando dal 2% all'1,15%), per cui si prevede che raggiungeremo i 9 miliardi entro il 2050 e che alla fine ci stabilizzeremo a poco più di 10 miliardi per il 2200. (PDF)
    Il fatto che il tasso di crescita stia diminuendo e che si preveda una stabilizzazione della popolazione umana ha portato molti a credere che in realtà una presenza tanto forte di esseri umani sul pianeta non comporti alcun problema. Questo è purtroppo errato. L'impatto delle attività umane sul pianeta è insostenibile già adesso, e peggiora sempre più a causa del sempre maggiore sfruttamento delle risorse da parte dei paesi sviluppati e del costante sviluppo tecnologico e demografico delle nazioni (appunto) in via di sviluppo. L'impronta ecologica umana (ossia la quantità di risorse naturali che utilizziamo rapportata alla capacità dell'ambiente di rigenerarle) è attualmente troppo elevata di circa il 50%(fonte - cache) Questo significa che ogni anno consumiamo il 50% in più di quello che il pianeta può rigenerare. Considerando i ritmi attuali di consumo delle risorse naturali (e di estinzione delle specie, come abbiamo visto), siamo già troppi. Se anche la nostra popolazione si stabilizzasse in questo istante, saremmo comunque destinati a estinguerci. La sovrappopolazione non è un rischio futuro, è un problema già in corso e gravissimo.
    In uno studio (cache) intitolato “Cibo, Terreno, Popolazione e l'economia degli Stati Uniti”, David Pimentel, professore di ecologia alla Cornell University, e Mario Giampietro, ricercatore all'INRAN (l'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione), hanno stimato che la massima popolazione sostenibile sarebbe di 2 miliardi di persone per l'intero pianeta. Altre stime però sono più generose, fissando il limite da 4 a 10 miliardi.
    Il problema di questi calcoli è che spesso considerano la capacità produttiva totale del nostro pianeta, e non solo quella sostenibile come dovrebbero, per cui il risultato finale viene molto più alto. Inoltre, spesso viene considerato solo il semplice aumento del numero di individui, e non anche il continuo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo e il conseguente aumento dell'impatto pro-capite degli abitanti di quelle zone (ossia quanto ogni individuo influisce sul pianeta), che minaccia di diventare rapidamente pericoloso a livello globale. (fonte - cache) Se l'impatto pro-capite degli abitanti delle nazioni sviluppate è pari a 32, quello degli abitanti del Terzo Mondo è ora solo 1. Ma lo sviluppo e la modernizzazione di quelle zone lo sta facendo aumentare sempre di più, ed è stato calcolato che se tutti i paesi in via di sviluppo raggiungessero gli standard di vita di Europa o Stati Uniti, l'impatto umano totale sul pianeta aumenterebbe di 12 volte (basterebbe che li raggiungesse solo la Cina per raddoppiarlo). (J. Diamond, "Collasso: come le società scelgono di morire o di vivere".) E come abbiamo detto, già l'impatto attuale è del 50% eccessivo e insostenibile.
    Come abbiamo già avuto modo di vedere, i vari aspetti della crisi ecologica si influenzano e si aggravano a vicenda. La carenza di cibo è legata alla crisi energetica (essendo l'agricoltura dipendente dai carburanti fossili), che è legata all'inquinamento (dato che la combustione di petrolio e carbone rilascia molte sostanze nocive), che è a sua volta legato al riscaldamento globale (essendo alcune delle suddette sostanze nocive dei gas serra), e così via. Ma la sovrappopolazione è un aspetto particolare della crisi ecologica, perché è quello che aggrava tutti gli altri: più persone significano più richiesta di cibo, di energia e di acqua potabile, per cui maggiore deforestazione, inquinamento, desertificazione, erosione del suolo, carestie, scarsità di acqua potabile ed estinzioni animali e vegetali (e quindi degradazione degli ecosistemi e dei “servizi” che essi forniscono e che ci consentono di continuare a esistere).
    La sovrappopolazione è un problema così grave che da solo basterebbe a minacciare di estinzione la razza umana, perfino se per miracolo oggi stesso riuscissimo a trovare il modo di produrre cibo, acqua ed energia illimitati a costo zero e senza inquinare minimamente l'ecosistema. Perfino in quel caso, che definire utopistico è dire poco, la sovrappopolazione riuscirebbe, alla fine, a portarci al disastro ecologico, visto che per produrre cibo è necessario suolo fertile, e di suolo ne esiste una quantità limitata, parte della quale va conservata allo stato selvaggio per mantenere funzionanti i meccanismi naturali. Anche utilizzando metodi non inquinanti e perfino trovando il modo di rendere fertili deserti e ghiacciai, alla fine, dato che la popolazione è una funzione della disponibilità di cibo, la popolazione umana raggiungerebbe comunque un numero tale (fosse anche cinquanta o cento miliardi) da richiedere la deforestazione e la conversione agricola di troppo territorio selvaggio per essere sfamata. Verrebbe superato uno dei punti di non ritorno del nostro ambiente (che sappiamo esistere ed essere ormai vicini (cache,) ma non sappiamo individuare con precisione) e questo avrebbe degli effetti disastrosi che si manifesterebbero solo tempo dopo, troppo tardi per rimediare. Se superassimo uno di questi punti di non ritorno, causando l'estinzione di una specie di troppo o abbattendo una quantità eccessiva di foreste, il pianeta verrebbe privato della capacità di rinnovare una o più delle proprie risorse, oppure di smaltire abbastanza anidride carbonica da mantenere il clima stabile, e si innescherebbero così vari meccanismi che si peggiorerebbero a vicenda a un ritmo sempre maggiore finché, nel giro di pochi anni, arriverebbero a causare una parziale o totale estinzione umana (e anche della maggior parte delle altre forme di vita, almeno nel caso del riscaldamento globale).
    Se poi consideriamo che non abbiamo modo di produrre davvero cibo, acqua ed energia illimitate senza inquinare, la sovrappopolazione è un problema ancora più grave, che minaccia di portarci all'estinzione molto più in fretta di quanto appena ipotizzato. Risolverlo è essenziale.

Concludendo, il nostro pianeta è allo stremo in ogni suo aspetto. L'estrema gravità della crisi ecologica in corso ormai non è più in dubbio (sebbene si possa discutere all'infinito sui dettagli delle stime, senza mai arrivare a una conclusione condivisa da tutti).




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