F.A.Q.
Domande frequenti sulle idee di Daniel Quinn
 
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In queste FAQ ho cercato di rispondere in modo semplice, rapido ed esauriente alle domande e alle obiezioni più frequenti di chi affronta le idee di Daniel Quinn per la prima volta. E' venuta fuori una pagina enorme, ma non ho voluto spezzettare le domande in varie pagine (come ha invece fatto Quinn sul suo sito) perché volevo fare in modo che tutte le informazioni necessarie fossero concentrate in un unico posto, senza bisogno di andarsele a cercare in altre sezioni. In questo modo poi basta scaricare questa singola pagina per potersele leggere tutte offline.
Se questa pagina è troppo pesante da caricare, comunque, è possibile leggere una sola FAQ per pagina.

Per trovare l'argomento che vi interessa, vi conviene usare la funzione di ricerca del vostro browser, che di solito è accessibile dal menu in alto: "Modifica/Trova".

E' caldamente consigliato leggere i libri, prima di consultare questa sezione.

Nei casi in cui Quinn stesso ha risposto alla domanda, ho fatto riferimento alla sua risposta, linkandone la fonte.
Se la domanda non è presente in questa pagina, provate a consultare le FAQ in inglese di Quinn. Se non è nemmeno lì, potete provare a chiedere a me o a Quinn stesso, se parlate inglese, dato che di recente è attivo anche su Facebook e di norma risponde alle domande in breve tempo.
Cliccate sull'argomento che vi interessa per visualizzare tutte le domande a riguardo.
(I concetti più importanti verranno ripetuti piuttosto spesso, perché ogni singola risposta dev'essere comprensibile senza bisogno di leggerne altre e perché ripetere i concetti fondamentali è l'unico modo di assicurarne la comprensione. Portate pazienza, purtroppo è un fastidio necessario.)

GLOSSARIO (in ordine alfabetico):
  • Agricoltura totalitaria: particolare stile di agricoltura peculiare della nostra civiltà che si contraddistingue per la spietatezza con cui attua il proprio compito: convertire sempre più biomassa del pianeta in cibo umano (e quindi in esseri umani) a qualunque costo, anche se per farlo deve causare la distruzione di innumerevoli ecosistemi e l'estinzione di decine o centinaia di specie viventi ogni giorno. Nonostante la definizione di "agricoltura", comprende anche l'allevamento di animali e la caccia e la pesca eccessive (overhunting e overfishing). In sostanza si tratta del sistema di produzione alimentare della civiltà Prendi (agricoltura + allevamento + caccia + pesca). L'agricoltura totalitaria è nociva in tutte le sue fasi, sia quando PRODUCE il nostro cibo (distruggendo nel frattempo ogni specie considerata inutile), sia, soprattutto, quando poi UTILIZZA quel cibo per alimentare la nostra sovrappopolazione in costante peggioramento (e quindi la crisi ecologica che essa causa), il che è ciò che la rende insostenibile.
  • Biodiversità: il livello di varietà genetica presente all'interno di ecosistemi o di singole specie. La biodiversità è indice di salute e resistenza: più specie compongono un ecosistema, più quell'ecosistema è forte e resistente ai cambiamenti ambientali. (fontecache) Un ecosistema che avesse una sola specie per ogni nicchia ecologica (una sola specie vegetale, una sola specie erbivora, una sola specie carnivora, e così via), sarebbe chiaramente molto debole, perché basterebbe che anche solo una di queste specie scomparisse per portare al crollo dell'intero ecosistema. Gli ecosistemi più forti sono quelli con molte specie per ogni nicchia ecologica (molti vegetali, molti erbivori, ecc.), di modo che quando una specie per un motivo o per l'altro scompare, altre specie simili prendono il suo posto e l'ecosistema continua a funzionare.
  • Capacità portante: il numero di individui che un territorio può sostentare. Può essere aumentata con la tecnologia e un'agricoltura più efficiente, ma non oltre certi limiti e soprattutto non per un tempo infinito, a causa dell'impoverimento del suolo e dell'erosione che tali pratiche causano. Alcuni ecologi obiettano che in realtà per capacità portante si dovrebbe intendere il numero di individui che un territorio può sostentare INDEFINITAMENTE, per cui i temporanei miglioramenti dati da un'agricoltura più efficiente non dovrebbero contare come un incremento della capacità portante.
  • Civiltà: un sistema sociale costituito da società in un avanzato stato di sviluppo intellettuale, tecnologico, artistico, economico e politico, dotate di scrittura e soprattutto nettamente GERARCHIZZATE, con grandi e notevoli differenze tra le varie classi sociali.
  • Comune: organizzazione sociale formata da persone che vivono insieme ma si guadagnano da vivere indipendentemente, a differenza di una tribù.
  • Cultura: l'insieme delle credenze, delle norme, degli usi e dei costumi che contraddistingue un popolo e che viene tramandato di generazione in generazione.
  • Ecosostenibile: vedi "sostenibile".
  • Feedback positivo: il meccanismo per cui due variabili si incrementano a vicenda senza limiti, in un circolo vizioso. Un perfetto esempio di feedback positivo è il circolo vizioso della nostra civiltà: produrre più cibo ---> aumentare di numero ---> produrre ancora più cibo perché ora c'è più gente da sfamare ---> aumentare ancora di numero perché un aumento del cibo causa invariabilmente un aumento di popolazione ---> produrre ancora più cibo... E così via. In questo modo, sia il cibo che la popolazione continuano ad aumentare all'infinito.
  • Feedback negativo: il meccanismo per cui due variabili si controbilanciano e si controllano a vicenda, rimanendo perlopiù stabili. Un esempio è il comportamento di ogni specie vivente, a parte la nostra: più prede ---> più predatori, che ora hanno più cibo a disposizione ---> meno prede, perché vengono mangiate in numero maggiore ---> meno predatori, che ora hanno meno cibo ---> di nuovo più prede, perché vengono mangiate in numero minore... E così via. In questo modo, il numero di prede e predatori si mantiene perlopiù stabile, senza mai sperimentare drastici aumenti o riduzioni.
  • Grande Amnesia: il processo per cui i membri della nostra civiltà si sono dimenticati, dopo aver vissuto per millenni come Prendi, che l'uomo NON era nato agricoltore e costruttore di civiltà, e che per decine di migliaia di anni aveva vissuto tribalmente.
  • Impronta ecologica: la quantità di risorse naturali che utilizziamo rapportata alla capacità dell'ambiente di rigenerarle. Attualmente stiamo utilizzando il 150% della capacità della biosfera (fonte - ), il che significa che stiamo vivendo in modo insostenibile.
  • Insostenibile: qualcosa (un comportamento, un'attività, una cultura) che non può continuare INDEFINITAMENTE, ma ha una durata necessariamente limitata. Esempio: distruggere centinaia di specie al giorno per produrre il nostro cibo è un comportamento insostenibile, dato che a questo ritmo prima o poi finiremo sicuramente per distruggere i nostri ecosistemi (che sono fatti di specie viventi) e quindi tutte le milioni di specie (inclusa la nostra) che dipendono dagli insostituibili servizi che gli ecosistemi erogano gratuitamente al pianeta, come la conversione di anidride carbonica in ossigeno, il mantenimento di un clima stabile, la purificazione dell'acqua e la produzione di cibo.
  • Lascia: termine che Quinn usa per indicare tutte quelle culture umane che "lasciano" la propria vita in mano agli dei, ossia alla natura, senza produrre da sé tutto il proprio cibo per sottrarsi al pericolo di carestie o siccità. I popoli tribali sono popoli Lascia. Vedi anche "Prendi".
  • Legge della Competizione Limitata: la legge ecologica secondo cui ogni specie può competere al massimo delle proprie capacità, ma senza 1) sterminare sistematicamente i propri competitori, 2) distruggere il loro cibo, 3) negare loro l'accesso al cibo. Infrangere questa legge, anche se può sembrare immediatamente conveniente, a lungo andare porta invariabilmente all'auto-eliminazione.
  • Legge della Vita: qualunque comportamento o strategia che favorisca il più efficacemente possibile la vita. Si tratta delle Strategie Evolutivamente Stabili che ogni specie impiega per continuare a esistere. Una delle leggi della vita degli anatroccoli per esempio è: segui la prima creatura che vedi e non allontanarti mai da lei. Una legge della vita delle capre è: allatta solo il tuo piccolo e nessun altro. Una fondamentale legge della vita degli esseri umani è che l'uomo è stato creato per il mondo, e non viceversa (la visione Lascia). La nostra civiltà si sta autodistruggendo perché ha smesso di seguire questa essenziale legge della vita e ha cominciato a vivere secondo un'altra regola: il mondo è stato creato per l'uomo, e l'uomo è stato creato per conquistarlo e dominarlo (la visione Prendi).
  • Madre Cultura: il nome che Quinn ha dato all'incessante e onnipresente voce che ribadisce (perlopiù implicitamente) la mitologia culturale della nostra civiltà tramite film, romanzi, giornali, pubblicità, canzoni, libri di testo, fumetti, conversazioni informali, barzellette, cartoni animati, pettegolezzi, lezioni, aneddoti, favole, superstizioni, leggende, prediche, talk show, sermoni, discorsi elettorali e molte altre fonti di informazione. Madre Cultura è composta da milioni di voci di milioni di individui diversi, che quasi sempre (va precisato) ripetono le sue menzogne in perfetta buona fede, dato che fin dalla nascita hanno ascoltato anch'essi la sua voce e sono cresciuti convinti della sua veridicità. Una volta imparato a riconoscerla, l'azione di Madre Cultura è rintracciabile pressoché ovunque nella nostra civiltà.
  • Meme: i meme sono informazioni che si trasferiscono da una mente all'altra tramite la comunicazione. Sono ciò che compone una cultura: i suoi valori, le sue norme, le sue credenze. La mitologia culturale della nostra civiltà, per esempio, non è che un gruppo di meme.
  • Mitologia culturale: un gruppo di credenze e assunzioni comunemente ritenute veritiere - ovvie, addirittura - e tramandate di generazione in generazione senza venir mai messe in dubbio, ma che in realtà sono infondate e/o logicamente fallaci (mitologia, appunto). (Dettagli)
  • Modo di vivere: anche detto "stile di vita": in questa sede è definito come un modo di procurarsi da vivere, una strategia di sostentamento, come la caccia-e-raccolta, la pastorizia nomade o l'agricoltura stanziale. Ogni modo di vivere è accompagnato e giustificato da una visione.
  • Nuova Rivoluzione Tribale: una rivoluzione culturale teorizzata da Daniel Quinn che si ispira al tribalismo (ma con le opportune modifiche in modo da essere adatta alle società moderne) il cui scopo è di sostituire alla catastrofica mitologia culturale della nostra civiltà Prendi delle assunzioni sul mondo, sul suo funzionamento e sul nostro posto in esso che siano scientificamente fondate e benigne, in modo da cambiare la visione della nostra cultura (e quindi interrompere la sue azione distruttiva). Quinn individua sette caratteristiche che questa rivoluzione dovrà avere per poter essere efficace e non venire pervertita da individui privi di scrupoli interessati solo al proprio guadagno o a farla fallire: non avverrà tutta in una volta, come un colpo di stato; verrà attuata incrementalmente, da persone che miglioreranno ed estenderanno l'una le idee dell'altra, come la Rivoluzione Industriale; non verrà guidata da nessuno, non ci sarà alcun pastore, organizzatore, leader, guida o mente al comando; non sarà l'iniziativa di alcun organismo politico, governativo o religioso; non avrà un punto di arrivo prestabilito; non procederà secondo un programma; e ricompenserà coloro che faranno avanzare la rivoluzione con la moneta della rivoluzione. (Dettagli)
  • Prendi: termine che Quinn usa per indicare quelle culture umane che hanno "preso" in mano il proprio destino cominciando a produrre da sé tutto il proprio cibo, in modo da sottrarsi ai capricci della natura e di poter sopravvivere a carestie e siccità (obiettivo condivisibile che però purtroppo ha avuto e sta avendo risultati disastrosi). Non si tratta di un giudizio morale: si può essere la persona più illuminata e generosa del mondo, ma se si vive consumando il cibo prodotto dall'agricoltura totalitaria e si contribuisce all'economia Prendi (anche solo consumando i suoi prodotti), allora si è un Prendi. Vedi anche "Lascia".
  • Redenzionista (religione): qualunque religione che affermi che gli esseri umani sono intrinsecamente difettosi/peccaminosi/maledetti, che tutte le sofferenze umane esistono per questo motivo e che abbiamo bisogno di venire redenti o salvati per smettere di soffrire. Vedi anche "salvazionista".
  • Ricchezza Lascia: ricchezza di tipo immateriale e non cumulabile, dato che si tratta di semplice energia umana. La ricchezza tribale infatti consiste nella sicurezza esistenziale, nel sostegno reciproco (sia concreto che emotivo) che i membri si offrono a vicenda a ogni occasione. Noi civilizzati viviamo continuamente assillati da ansie, terrori e incertezza riguardo il nostro futuro (perdere il lavoro, perdere la casa, restare da soli). Nelle tribù non esiste nulla di tutto questo. Esse funzionano restando uniti e aiutandosi a vicenda in qualunque situazione, a qualunque costo, e questo non per altruismo o bontà s'animo ma perché è CONVENIENTE per tutti: ciò che è bene per la tribù è bene per il singolo. Il singolo si prende cura degli altri membri perché essi si prendono cura di lui. Questa è la ricchezza alla base di tutte le economie Lascia. Essendo non cumulabile, non può concentrarsi nelle mani di pochi e nessuno può venirne privato. (Dettagli) La Ricchezza Lascia è anche alla base della Gift Economy.
  • Ricchezza Prendi: ricchezza di tipo materiale e cumulabile. Può trattarsi di cibo come di prodotti o di servizi. E' alla base di ogni economia Prendi, e si concentra sempre e invariabilmente nelle mani di pochi, creando un netto divario tra i pochi ricchi e i molti poveri. (Dettagli)
  • Salvazionista (religione): vedi "redenzionista".
  • Sistema utopistico: un sistema che per funzionare richiede condizioni irraggiungibili, come per esempio che gli esseri umani smettano di essere egoisti e intellettualmente miopi. O che imparino a vivere senza conflitti per sempre. Un sistema, quindi, destinato a fallire.
  • Sostenibile: qualcosa (un comportamento, un'attività, una cultura) che teoricamente potrebbe continuare INDEFINITAMENTE, dato che nulla gli impone dei limiti di durata. Esempio: utilizzare le risorse di un ambiente a un ritmo più lento di quello a cui l'ambiente le può rigenerare.
  • Sovrappopolazione: la situazione dove la popolazione di un territorio è superiore alle capacità di sostentamento di quel territorio. Se 1000 persone vivono in un'area che ha abbastanza cibo e acqua solo per 300, quell'area è sovrappopolata.
  • Stile di vita: vedi Modo di vivere.
  • Strategia Evolutivamente Stabile: un comportamento che la selezione naturale mantiene in vita indefinitamente anziché eliminare perché, pur non essendo perfetto, si tratta di quello più efficace a disposizione. La Strategia delle Rappresaglie Imprevedibili (dettagli) e la legge tribale (dettagli) sono esempi di strategie evolutivamente stabili.
  • Tecnologia: si definisce "tecnologia" ogni modifica apportata all'ambiente per raggiungere uno scopo, dagli utensili di pietra, all'agricoltura, ai videogiochi.
  • Tribalismo: sistema sociale costituito da tribù. Vedi "tribù".
  • Tribù: organizzazione sociale umana ecosostenibile e non gerarchizzata (o gerarchizzata in modo molto leggero e trascurabile, ossia senza divari tra ricchi e poveri o tra sempre-sazi e sempre-affamati), generalmente composta da poche decine o poche centinaia di individui. Si tratta dell'organizzazione sociale umana universale, trovata indipendentemente in ogni angolo del globo e unanimemente ritenuta dagli antropologi quella originaria dell'uomo (nonché, da alcuni autori come Daniel Quinn, Jared Diamond e Desmond Morris, quella di maggior successo sia dal punto di vista sociale, che esistenziale, che ecologico). Una tribù è in sostanza un gruppo di persone che si guadagnano da vivere insieme, tramite una costante collaborazione reciproca. Se invece vivono insieme ma si guadagnano da vivere separatamente, si tratta di una comune.
  • Visione: per "visione" in questa sede si intende una STORIA che le persone si raccontano e che plasma le loro azioni. La visione Prendi per esempio è che il mondo appartiene all'uomo e l'uomo è stato creato per dominarlo e usarlo a suo piacimento, ed è questa storia che le nostre azioni concretizzano, ogni giorno. La visione Lascia invece è che l'uomo appartiene al mondo, che è un luogo sacro e da preservare, e le loro azioni rispecchiano questa credenza. Cambiando la visione di un popolo, cambiano automaticamente anche le sue azioni. Lo scopo che Quinn vuole raggiungere con i suoi libri è appunto quello di cambiare la devastante visione della nostra civiltà Prendi, dato che è l'unico modo di salvarci dall'estinzione, che di questo passo è logicamente inevitabile.
 

FAQ generiche:
  1. Potresti riassumere il messaggio di Quinn in modo breve e chiaro? Perché i libri mi hanno lasciato un po' confuso.
  2. Quinn parla di salvare il mondo o di salvare l'umanità? Perché il mondo senza umanità se la caverebbe benissimo.
  3. Com'è possibile dividere ogni cultura umana esistente in sole due categorie, Prendi e Lascia?
  4. Quindi i Lascia sono i buoni e i Prendi i cattivi?
  5. I Lascia non rappresentano forse i valori femminili e i Prendi quelli maschili?
  6. Perché l'interlocutore del primo e del terzo libro è un gorilla telepatico, e perché è stato chiamato Ishmael?
  7. Che significato hanno le trame dei libri di Quinn? Il prete che perde la fede, il gorilla parlante, la bambina con problemi famigliari, ecc.?
  8. Quinn afferma che non esista un unico modo giusto di vivere per le persone. Questo significa forse che secondo lui non esistono nemmeno modi sbagliati di vivere? Il nazismo, per esempio, non era sbagliato?
  9. Il modo giusto di vivere esiste eccome: lasciare che tutti vivano come vogliono!
  10. Com'è la situazione ambientale del nostro pianeta, attualmente? Come siamo messi quanto a cibo, acqua, aria, energia, biodiversità, ecc.?
  11. Il messaggio di Quinn è che dobbiamo smettere di essere egoisti e di fare solo quello che ci conviene e imparare a essere più altruisti? Che dobbiamo smettere di essere avidi e insaziabili e imparare a rinunciare a delle cose?
  12. Quinn suggerisce forse di fare come il protagonista del film "Into the wild", che abbandonò la civiltà e andò a vivere da solo in Alaska?
  13. Francamente mi sembrate solo dei fanatici che odiano l'umanità e preferiscono gli animali e le piante alle persone.
  14. Se vi dessimo retta, miliardi di persone morirebbero di fame.
  15. Come può Quinn incolpare gli aiuti alimentari che inviamo alle popolazioni affamate di PEGGIORARE la fame?
  16. Come possiamo fare per smettere di mettere il cibo sotto chiave e renderlo liberamente accessibile a tutti?
  17. Che ha di tanto speciale questo Quinn? Non è solo l'ennesimo ambientalista/luddista che sottolinea i danni ecologici causati dall'industrializzazione e dall'inquinamento e incolpa la tecnologia e la Rivoluzione Industriale di tutto, come l'Unabomber?
  18. Ma insomma, la tecnologia è la causa dei nostri mali o la nostra unica speranza di salvezza?
  19. Quinn è solo un nemico del progresso umano che odia la civiltà.
  20. Potete dimostrare che la crisi ecologica sia davvero tanto grave da minacciare l'esistenza della specie umana?
  21. Secondo me non c'è bisogno di fare niente riguardo la crisi ecologica: il pianeta se ne occuperà da solo.
  22. La crisi ecologica sta già venendo affrontata da innumerevoli esperti e specialisti, che bisogno c'è che ce ne occupiamo anche noi?
  23. Capisco che la crisi ecologica sia un problema gravissimo che va risolto assolutamente, ma prima dobbiamo occuparci di...
  24. Mi piacerebbe che la crisi ecologica fosse risolvibile, ma purtroppo la causa ultima è la natura umana, e quella non c'è modo di cambiarla.
  25. Quinn dà per scontato che l'evoluzione esista anche se è solo una teoria, e se non la si accetta cadono molte delle sue conclusioni.
  26. Non è che Quinn nei suoi libri suggerisce che gli ebrei siano superiori al resto dell'umanità? Più nobili, visto che hanno antenati Lascia?
  27. Quinn mi sembra solo un altro furbone che si è inventato un modo per fare soldi, come un sacco di altri guru ambientalisti/spirituali/new age.
  28. Su che dati si è basato Quinn per sviluppare le proprie teorie? Come posso verificarli io stesso?
  29. Trovo il lavoro di Quinn sconcertante ma veritiero. Cosa posso fare concretamente per cambiare le cose ed evitare l'estinzione della nostra specie?
  30. Cosa ne pensa Quinn di Ayn Rand e della sua filosofia?
  31. Cosa ne pensa Quinn di Karl Marx, e in che modo ne è stato influenzato?
  32. Le idee di Quinn mi hanno ispirato a fondare una comunità con un gruppo di amici dove vivere in armonia con la natura e senza inquinare.
  33. Ogni volta che suggerisco a qualcuno di leggere Ishmael mi fanno la stessa domanda: "Di che parla?", e io non riesco mai a trovare una risposta soddisfacente.
  34. Ho trovato una contraddizione/una falsità nelle parole di Quinn!
  35. Se anche il collasso ecologico avvenisse, l'umanità non si estinguerebbe. Siamo troppi, troppo intelligenti e sparsi in ogni angolo del pianeta, alcuni di noi riuscirebbero sicuramente ad adattarsi e sopravvivere.
  36. Cosa ne pensa Quinn dell'Ecologia Profonda (Deep Ecology)?
  37. Dominiamo il mondo perché siamo la specie più forte. Abbiamo il potere per farlo, quindi ne abbiamo anche il diritto! Che c'è di sbagliato?
  38. La "descolarizzazione" proposta da Quinn non è forse uguale all'unschooling proposto da John Holt?
  39. Provo spesso a discutere di questi argomenti, ma molte volte non riesco a concludere nulla. Qualche suggerimento?
  40. La faccenda è molto più semplice di quanto dica Quinn: se solo tutti **********, tutti i nostri problemi si risolverebbero!
  41. Per caso state proponendo il suicidio o l'autoestinzione umana come soluzione alla crisi ecologica?
  42. E' vero che il film "Instinct - Istinto Primordiale" con Anthony Hopkins è stato tratto da "Ishmael"? Quindi mi basta vedere il film anziché leggere il libro?
  43. Ho letto i libri e le FAQ. Come posso approfondire ulteriormente le idee di Quinn?
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FAQ sulla sovrappopolazione:
  1. Quinn non capisce di che sta parlando. Il nostro pianeta non è affatto sovrappopolato, solo alcune aree lo sono, ma il resto è quasi vuoto. La sovrappopolazione non esiste nemmeno, come problema.
  2. Se disponibilità di cibo e crescita demografica sono sempre e inevitabilmente collegati, allora perché la popolazione aumenta di più e più rapidamente nelle nazioni povere dove il cibo è scarso, mentre nelle nazioni ricche aumenta più lentamente o addirittura diminuisce?
  3. Non stiamo affatto producendo più cibo, anzi, ne produciamo sempre meno perché i terreni fertili sono in continua diminuzione a causa di erosione, desertificazione e inquinamento, per non parlare delle sempre maggiori coltivazioni a scopo non alimentare (tabacco, cotone, biodiesel) eppure la popolazione globale continua ad aumentare. Questo non dimostra che disponibilità di cibo e aumento demografico non sono affatto collegati?
  4. Non c'è bisogno di abbandonare l'agricoltura totalitaria e di cambiare completamente stile di vita per fermare l'aumento demografico, basta creare una legge che renda illegale avere più di tot figli e farla rispettare in tutto il mondo, soprattutto nelle nazioni la cui popolazione aumenta più rapidamente.
  5. Il ritmo della nostra crescita demografica sta rallentando, ed è stato calcolato che nel giro di 50-100 anni si arresterà completamente, e la popolazione resterà stabile a 10-12 miliardi. Quindi la sovrappopolazione di cui parla Quinn non esiste affatto come problema.
  6. E' assurdo paragonare gli umani a qualunque altra specie vivente, perché noi abbiamo la capacità di capire le conseguenze delle nostre azioni e possiamo decidere liberamente il nostro comportamento. Per esempio, possiamo aumentare la produzione di cibo senza aumentare anche di numero. Possiamo scegliere di riprodurci di meno, o addirittura di non riprodurci affatto.
  7. Come facciamo a sapere con certezza che prima dell'agricoltura totalitaria gli umani mantenevano un equilibrio stabile con l'ambiente?
  8. Quando una popolazione si modernizza a sufficienza, la sua crescita demografica si interrompe o addirittura diminuisce leggermente (come dimostra il tasso di crescita scarso o nullo delle nazioni più sviluppate). Quindi basta modernizzare anche i paesi in via di sviluppo per fermare l'aumento demografico.
  9. Dato che il problema non è tanto il numero di persone ma la loro impronta ecologica, basta convincere tutti a ridurre i propri consumi di risorse ambientali!
  10. Dove sono le prove matematiche che la popolazione umana è una funzione della disponibilità di cibo e che sia impossibile evitare di aumentare di numero quando si aumenta la produzione alimentare?
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FAQ sull'agricoltura:
  1. Ma l'agricoltura non è stata inventata come risposta alla carestia?
  2. Quinn intende forse dire che dovremmo abbandonare l'agricoltura?
  3. L'agricoltura biologica (che non usa pesticidi, erbicidi e fertilizzanti) non risolverebbe il problema?
  4. L'agricoltura che non produce cibo (per esempio quella volta a produrre cotone, tabacco, etanolo, ecc.) è quindi innocua o addirittura positiva?
  5. E' impossibile liberarci dell'agricoltura totalitaria: non esiste altro modo per sfamare miliardi di esseri umani.
  6. Se stabilizzassimo la produzione di cibo e le impedissimo di aumentare, gli abitanti delle zone più povere non comincerebbero forse a cadere come mosche?
  7. Insomma, secondo Quinn come potremmo liberarci dell'agricoltura totalitaria e dei suoi effetti catastrofici? Cosa dobbiamo fare, in pratica?
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FAQ sulla mitologia culturale:
  1. Riassumendo, quali sono le menzogne di Madre Cultura che ci stanno conducendo all'estinzione?
  2. Ma anche il voler cambiare il modo di vivere della nostra cultura per salvarci dall'estinzione non è forse una manifestazione di presunzione tipica dei Prendi? Non dimostra che rimaniamo prigionieri della nostra mitologia culturale?
  3. Senza civiltà, gli esseri umani sono inermi in balìa della natura. Questo non dimostra forse che vivere civilizzati sia il modo migliore di vivere per noi e che eravamo destinati ad adottarlo, prima o poi?
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FAQ sulla religione nei libri di Quinn:
  1. E' evidente da quello che scrive che Quinn è l'ennesimo ateo che odia la religione e la incolpa di tutti i mali del mondo.
  2. Come può Quinn fare di tutta l'erba un fascio e considerare Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo ed Ebraismo come se fossero uguali? Sono completamente diversi!
  3. Dai suoi libri, non si capisce bene in cosa creda personalmente Quinn.
  4. Quinn non è forse un animista? Tutto il suo messaggio non è solo propaganda animista per fare proseliti per la sua strana religione?
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FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti:
  1. Diventare vegetariani/vegani/fruttariani non risolverebbe il problema?
  2. Quinn sta dicendo che raccolta differenziata, agricoltura biologica e tutti i vari programmi e le varie associazioni ambientaliste sono inutili?
  3. E riguardo l'ecologismo?
  4. Che ne pensi della Modernizzazione Ecologica? O di quella Riflessiva?
  5. L'innovazione tecnologica alla fine non arriverà a una soluzione?
  6. Il Protocollo di Kyoto e le altre politiche ambientaliste non hanno forse il potenziale per risolvere la crisi ecologica?
  7. Lo sviluppo sostenibile mi sembra la soluzione perfetta.
  8. I biocombustibili non sono un passo avanti promettente?
  9. L'agricoltura biologica non interromperebbe l'incessante crescita demografica e la relativa sovrappopolazione, che è l'aspetto della crisi ecologica che peggiora tutti gli altri?
  10. A mali estremi, estremi rimedi: l'ecoterrorismo e le rivolte armate non risolverebbero la questione una volta per tutte?
  11. In cosa consisterebbe il ricondizionamento culturale?
  12. La teoria della Decrescita non dice sostanzialmente quello che dice Quinn?
  13. E il controllo delle nascite?
  14. Cosa ne pensa Quinn della Permacultura?
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FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale:
  1. Perché dovremmo studiare i popoli primitivi quando sono così evidentemente arretrati rispetto a noi? L'unico motivo per cui vivono ancora in balìa della natura è che non sanno come affrancarsene, cosa che invece noi abbiamo fatto con la civiltà. Se potessero, lo farebbero anche loro: chi non preferirebbe sottrarsi a tutti i pericoli della vita selvaggia (animali feroci, malattie, carestie) e vivere in modo più confortevole e sicuro?
  2. Quinn è un anarco-primitivista secondo cui i popoli tribali (i Lascia) sono migliori, più saggi e più buoni dei popoli civilizzati (i Prendi) e secondo cui dovremmo tutti tornare a vivere in caverne?
  3. Sarebbe possibile integrare la nostra scienza in una società Lascia e continuare a progredire nella nostra conoscenza dell'universo, dell'arte e della medicina senza autodistruggerci mentre lo facciamo?
  4. Ma che si intende, esattamente, per "vivere fuori dalla civiltà Prendi"?
  5. Come si può sostenere che lo stile di vita tribale dei Lascia sia di maggior successo di quello civilizzato dei Prendi? Guardate tutte le invenzioni e i progressi in ogni campo che la civiltà Prendi ha prodotto. Per non parlare di quanto ha migliorato la nostra vita.
  6. Se il tribalismo è un modo di vivere superiore, perché ogni volta che si è scontrato con quello Prendi è stato distrutto?
  7. Come possiamo diventare dei Lascia?
  8. Ok, quindi ci serve un nuovo modo di vivere che combini i pregi di entrambi (applicabile a società di migliaia o milioni di individui e che consenta un costante miglioramento scientifico e artistico come lo stile Prendi ed ecosostenibile e soddisfacente per i suoi membri come lo stile Lascia) senza i difetti di nessuno dei due. Ma come lo otteniamo? Chi lo dovrebbe ideare?
  9. Qual è la differenza tra uno stile di vita sostenibile e uno insostenibile? Tra uno di successo e uno fallimentare? Che caratteristiche deve avere uno stile di vita per essere definito "sostenibile" e "di successo"?
  10. Quali sono, brevemente, le alternative più promettenti attualmente disponibili?
  11. Non mi pare molto sensato prendere a esempio le tribù, visto che non riescono nemmeno a stabilire un accordo per vivere in pace e sono perennemente in guerra tra loro.
  12. Dato che le tribù sono costantemente in guerra tra loro, diventare dei Lascia non ci riporterebbe indietro nella stessa situazione, con gruppi creati secondo criteri arbitrari (razziali, religiosi, geografici, ecc.) in perenne lotta tra loro?
  13. Come può Quinn essere un ambientalista e contemporaneamente prendere ad esempio la Rivoluzione Industriale? E' un controsenso.
  14. La legge tribale è diversa da quella civilizzata perché anziché preoccuparsi solo di punire il colpevole si preoccupa di riparare al danno che ha arrecato, e nei casi di furto o di danneggiamento di proprietà è facile attuare questo principio (basta restituire il maltolto o che il colpevole dia alla vittima una cosa di valore equivalente a quella che ha distrutto). Ma cosa si fa nei casi in cui il danno è irreparabile, come nei casi di omicidio, di stupro o di distruzione di una proprietà inestimabile, unica e insostituibile?
  15. Capisco la gravità del problema ecologico e la necessità di abbandonare il nostro devastante stile di vita Prendi, ma non riesco proprio a trovare attraente l'idea di rinunciare a tutti i vantaggi e i comfort del nostro stile di vita e di vivere in modo più primitivo...
  16. Come fa Quinn a sostenere che i popoli Lascia non abbiano problemi come depressione, crimine, suicidi, senso di inutilità e male di vivere generalizzato? Che prove ha?
  17. Ne capisco i vantaggi ecologici, ma mi sembra che lo stile di vita tribale non porti da nessuna parte, che sia noioso e insopportabile. Dopo centinaia di millenni, i popoli primitivi sono rimasti sempre uguali, senza evolversi minimamente.
  18. Questa "Nuova Rivoluzione Tribale" sembra l'ennesima e inutile speranza di rivoluzione popolare che spazzi via i corrotti e crei un mondo migliore, come quella socialista. In cosa è diversa?
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FAQ generica n° 1:
Potresti riassumere il messaggio di Quinn in modo breve e chiaro? Perché i libri mi hanno lasciato un po' confuso.

In sostanza, Daniel Quinn sostiene che tutte le società umane siano divisibili in due culture principali (in base alla loro visione del mondo e del posto dell'uomo in esso): la cultura Prendi, ossia la nostra, a cui appartengono tutte le società che condividono la credenza che il mondo sia stato creato per l'uomo e che l'uomo abbia il diritto/dovere di dominarlo e sfruttarlo a piacimento, e la cultura Lascia, ossia quella a cui appartengono tutte le società umane tribali convinte invece che l'uomo appartenga al mondo, il quale sarebbe un luogo sacro da preservare.

La cultura Prendi, ossia la nostra civiltà, viene chiamata così perché all'incirca diecimila anni fa "prese" in mano il proprio destino e si elevò al di sopra dei capricci della natura, di carestie e siccità, cominciando a produrre da sola tutto il proprio cibo tramite l'agricoltura totalitaria (che è tanto efficiente da produrre regolarmente perfino più cibo del necessario), anziché affidarsi alla sempre incerta generosità dell'ambiente come le altre società umane di cacciatori-raccoglitori che la circondavano.
Così facendo, i Prendi acquisirono due cose fondamentali per la nascita della nostra civiltà:
  1. l'agricoltura totalitaria, il più efficiente meccanismo produttore di cibo umano (e quindi di esseri umani) mai esistito, e
  2. una visione che, originata dall'evidente potere che l'agricoltura totalitaria conferiva a chi la praticava, poneva l'uomo al vertice del creato, superiore alle altre creature e distinto da esse, e gli conferiva il destino di dominatore del mondo e il diritto di sfruttare e modificare il pianeta a proprio piacimento.
Poiché, come emerge da studi come quello di David Pimentel e Russel Hopfenberg, "La popolazione umana come funzione della disponibilità di cibo" (cache), a una maggiore disponibilità di cibo corrisponde sempre e invariabilmente un aumento della popolazione, l'uso dell'agricoltura totalitaria causò la rapida crescita demografica dei Prendi, e più aumentava la loro popolazione, più aumentava la loro domanda di cibo.

Alla fine, esauriti i territori da coltivare, i Prendi decisero di prendersi quelli delle altre tribù, che oltre a essere inferiori di numero avevano anche la colpa di "sprecare" il loro territorio, agli occhi dei Prendi, dato che si rifiutavano di coltivarlo. La loro visione del mondo sosteneva infatti anche che l'unico modo giusto di vivere fosse quello Prendi (coltivare la terra ---> aumentare di numero ---> coltivare ancora più terra), per cui i Prendi si imbarcarono in una crociata unica nella storia umana, che aveva l'obiettivo di convertire ogni popolazione al loro stile di vita. Alcune tribù vennero sedotte dal potere dell'agricoltura totalitaria e inglobate dai Prendi, altre vennero schiavizzate, altre distrutte e altre ancora scacciate in territori meno fertili.

Dopo diecimila anni di questa crociata, noi Prendi ci siamo espansi fino a ricoprire quasi tutto il globo, e le ultime tribù rimaste si trovano ai margini della nostra civiltà (che sta tutt'ora cercando di inglobarle o spazzarle via). Siamo ormai sicuri di aver conquistato il mondo e di dominarlo, ma negli ultimi secoli (e soprattutto negli ultimi decenni), la nostra civiltà ha cominciato a mostrare un difetto che potrebbe rivelarsi fatale.
Il circolo vizioso innescato dall'agricoltura totalitaria ("più cibo ---> più popolazione ---> ancora più cibo ---> ancora più popolazione") ha infatti portato a una gravissima sovrappopolazione, la quale ha scatenato una crisi ecologica su più fronti (alimentare, idrico, energetico ed ecosistemico - vedi qui per i dettagli) che minaccia non solo di scatenare una fame globale ancora peggiore di quella già esistente, che già coinvolge oltre 920 milioni di persone (fonte - cache), ma un vero e proprio collasso ecologico globale che porterebbe all'estinzione di milioni di specie viventi, inclusa quella umana.

E' stato calcolato infatti che solo per restare in vita, i 7 miliardi di persone che compongono la nostra civiltà consumano il 50% delle risorse in più di quelle che potrebbero consumare in modo sostenibile. (fonte - cache)
E ogni anno, la popolazione umana globale aumenta di circa 77 milioni di individui (fonte - cache), peggiorando la sovrappopolazione e, di conseguenza, ogni aspetto della crisi ecologica.
Ogni giorno, inoltre, circa 150 specie si estinguono a causa di attività umane, soprattutto dell'agricoltura totalitaria, indebolendo sempre di più gli ecosistemi di cui necessitiamo per avere cibo, aria pulita e acqua potabile. (fonte - cache)

E' chiaro da questi dati che la civiltà Prendi è ecologicamente insostenibile e destinata a scomparire. E' una questione di semplice logica. Il suo sistema è basato su un circolo vizioso ed è quindi condannato a collassare.

Secondo Quinn, la causa prima di questa situazione catastrofica, e il motivo per cui anziché venire risolta non fa che aggravarsi sempre di più, è la mitologia culturale della nostra civiltà, ossia quell'insieme di credenze che ogni membro della nostra civiltà considera ovvie e scontate (tanto da non sognarsi nemmeno di metterle in discussione) ma che in realtà sono scientificamente e logicamente errate e hanno conseguenze disastrose (vedi qui per i dettagli e le confutazioni di queste false credenze).

In sostanza, le più pericolose sono queste credenze:
  1. Il mondo è stato creato per l'uomo, e l'uomo è stato creato per conquistarlo e dominarlo.
  2. La specie umana è distinta da tutte le altre e immune alle leggi ecologiche a cui le altre devono sottostare.
  3. Il nostro è l'unico modo giusto di vivere, e deve essere portato avanti a qualunque costo, a prescindere dai danni e dalle sofferenze che causa.
Questa mitologia culturale non solo ci ha portato fin qui, donandoci un sistema di vita ecologicamente condannato all'estinzione e inoltre tormentato da problemi (sia sociali che esistenziali) che nessuna tribù ha mai conosciuto (povertà, epidemie, carestie, crimine, guerre su larga scala, rischio di distruzione nucleare, disuguaglianze sociali, depressione generalizzata, abuso di droghe, ecc.) ma ora ci impedisce anche di individuare le vere cause del problema, e quindi di risolverlo.

Finché resteremo convinti che la nostra specie sia immune alle leggi ecologiche a cui sono soggette tutte le altre forme di vita, infatti, non capiremo che il motivo per cui la nostra sovrappopolazione continua a peggiorare è che in ogni specie una maggiore disponibilità di cibo causa SEMPRE un aumento della popolazione, e la specie umana non fa eccezione, a dispetto del suo intelletto superiore. Non capiremo, insomma, che la sovrappopolazione è un problema biologico, non sociale, e quindi non può venire risolta da leggi o programmi ma richiede un approccio radicalmente diverso. (dettagli)

Finché resteremo convinti che il nostro è l'unico modo giusto di vivere, non riusciremo a smettere di sfruttare il mondo oltre i suoi limiti. Non solo, ma non capiremo nemmeno perché una simile visione del mondo è problematica e controproducente e perché dovremmo rigettarla. (E tantomeno penseremo di cambiare stile di vita.)

Finché resteremo convinti di appartenere a una specie superiore, separata e indipendente dalle altre, non riusciremo a capire che dobbiamo smettere di far estinguere le altre forme di vita a ritmi folli perché altrimenti finiremo per causare un collasso ecologico e per estinguerci anche noi, dato che siamo DIPENDENTI dai nostri ecosistemi per sopravvivere quanto ogni altra creatura.

E così via.

Lo scopo di Quinn è quindi smascherare le menzogne della nostra mitologia culturale e dimostrarne gli effetti nocivi, e così facendo cambiare la nostra visione del mondo e di noi stessi (e, conseguentemente, le nostre azioni), perché l'unica cosa che può salvarci a questo punto è cambiare le nostre menti e abbandonare il vecchio modo di pensare che ci impedisce perfino di vedere chiaramente la situazione in cui siamo finiti.
Una rivoluzione culturale (che Quinn chiama la Nuova Rivoluzione Tribale) è assolutamente necessaria, se vogliamo sopravvivere come specie.

(Leggi anche il saggio "Il Nuovo Rinascimento", che Quinn considera una concisa espressione del suo messaggio.)

(FAQ correlate: FAQ generiche n° 10 e 20.
FAQ sulla mitologia culturale n° 1, e tutte le FAQ sulla Nuova Rivoluzione Tribale.)



FAQ generica n° 2:
Quinn parla di salvare il mondo o di salvare l'umanità? Perché il mondo senza umanità se la caverebbe benissimo.

Quando Quinn parla di salvare il mondo, intende il mondo come habitat adatto alla vita umana, non il pianeta in sé. (Vedi pagina 40 della traduzione italiana in PDF di "The Story of B", leggibile anche online.)



FAQ generica n° 3:
Com'è possibile dividere ogni cultura umana esistente in sole due categorie, Prendi e Lascia?

E' possibile, se come criterio si prende la visione del mondo e del posto dell'uomo in esso di queste culture: se credono che il mondo sia stato creato per l'uomo e che l'uomo abbia il diritto di dominarlo, in quanto specie superiore alle altre, allora si tratta di Prendi; se invece credono che l'uomo appartenga al mondo come qualunque altra specie e non abbia particolari diritti né doveri, allora si tratta di Lascia.
Ci sono anche altre differenze tra le due culture (per esempio, i Prendi sono vittime della Grande Amnesia e i Lascia no, i Prendi usano l'agricoltura totalitaria e i Lascia no, i Prendi sono convinti che il loro sia l'unico modo giusto di vivere e i Lascia no, e così via), ma la differenza principale è la visione che hanno del mondo e del posto dell'uomo in esso.



FAQ generica n° 4:
Quindi i Lascia sono i buoni e i Prendi i cattivi?

No. Quinn non parla di moralità o di giustizia, ma solo di efficacia.
I Lascia non vivono in modo più efficace (sia dal punto di vista della qualità della vita che da quello della sostenibilità ambientale) perché sono più buoni dei Prendi, ma solo perché il modo di vita che hanno ereditato dai loro antenati è - per puro caso - uno evolutivamente stabile, messo alla prova da centinaia di millenni di selezione naturale e quindi di comprovata efficacia, anziché uno ideato a tavolino come quello Prendi che ha più difetti che pregi (tra cui quello di essere un sistema utopistico, che cioé per funzionare richiede che gli umani siano migliori di quanto siano mai stati e mai saranno). Sono più fortunati di noi Prendi, non più buoni o più saggi.
Lo scopo di Quinn è di arrivare a uno o più stili di vita che ci permettano di evitare l'estinzione, non di rendere l'umanità più buona, giusta o generosa.



FAQ generica n° 5:
I Lascia non rappresentano forse i valori femminili e i Prendi quelli maschili?

Come ha detto Quinn stesso, questa teoria è assurda.
Non si capisce poi quali dovrebbero essere questi "valori femminili", opposti a dei famigerati "valori maschili". Probabilmente chi propone questa interpetazione considera "valori femminili" caratteristiche moralmente positive come generosità, altruismo, pazienza, ecc., e per "valori maschili" caratteristiche moralmente negative come aggressività, avidità, egoismo, ecc. Il che significa che questa teoria non è altro che una variazione sessista di quella secondo cui i Lascia sono i buoni e i Prendi i cattivi. (Vedi domanda precedente.)



FAQ generica n° 6:
Perché l'interlocutore del primo e del terzo libro è un gorilla telepatico, e perché è stato chiamato Ishmael?

E' un gorilla perché, dato che parla per la comunità della vita non-umana, deve essere una creatura non umana, e il gorilla è sembrato a Quinn un animale abbastanza nobile e autoritario. (Fonte) E' ironico che proprio lui, che nel libro smentisce la credenza che l'uomo sia una creatura speciale e superiore alle altre specie, abbia deciso di usare l'animale che più ricorda l'uomo come maestro, ma non poteva certo usare una pecora. Un romanzo richiede simili accorgimenti letterari.

Il gorilla poi si chiama Ishmael per questo motivo: secondo la nostra mitologia culturale, Dio ha perso interesse nelle altre creature quando l'uomo ha fatto la sua comparsa, anche se le altre specie esistevano da prima. Nonostante noi umani siamo solo i secondogeniti, siamo i "veri" figli di Dio, secondo Madre Cultura, e il mondo è stato creato per noi. Secondo la Genesi, questo è esattamente ciò che è accaduto a Ishmael quando è nato Isacco: il padre Abramo perse ogni interesse per lui, nonostante fosse il primogenito. Ciò che secondo la Genesi è avvenuto a Ishmael è esattamente ciò che secondo la nostra mitologia culturale è avvenuto alla comunità non-umana, quindi, quale nome migliore per il portavoce di tale comunità? (Fonte)




FAQ generica n° 7:
Che significato hanno le trame dei libri di Quinn? Il prete che perde la fede, il gorilla parlante, la bambina con problemi famigliari, ecc.?

Le trame hanno generalmente la funzione di rendere i concetti espressi più accattivanti e comprensibili: i personaggi chiedono spiegazioni, fanno domande, hanno bisogno che i concetti vengano loro ripetuti più volte in vari modi diversi, e così il lettore riceve spiegazioni migliori e più variegate ed efficaci. Inoltre, le reazioni dei personaggi permettono di capire quali concetti sono importanti e quali no, e quanto lo sono. (Fonte)
La trama di The Story of B ha inoltre lo scopo di mettere in guardia i lettori: parlando di quelle idee non verranno uccisi da un complotto, ma rischieranno seriamente di perdere degli amici e di ritrovarsi isolati. (Fonte)



FAQ generica n° 8:
Quinn afferma che non esista un unico modo giusto di vivere per le persone. Questo significa forse che secondo lui non esistono nemmeno modi sbagliati di vivere? Il nazismo, per esempio, non era sbagliato?

Quinn non è interessato a giudicare quali modi di vivere sono giusti e quali sbagliati, perché, come ripete spesso, per lui questi termini sono privi di senso. Gli interessa solo giudicare l'efficacia dei vari stili di vita, nient'altro. (Fonte)

Inoltre, per "modo di vivere" o "stile di vita" in questa sede si intende "modo di soddisfare i bisogni (cibo, acqua, riparo) e di gestire i problemi di una comunità", non "modo di trattare i nostri simili", "visione etica del mondo", "condotta politica" o altro.



FAQ generica n° 9:
Il modo giusto di vivere esiste eccome: lasciare che tutti vivano come vogliono!

Per "modo di vivere" in questa sede si intende una strategia di sostentamento (caccia-e-raccolta, pastorizia nomade, agricoltura totalitaria, ecc.) combinata a delle strategie di gestione dei bisogni e dei problemi della comunità (legge tribale o legge statale, educazione tribale o educazione statale, Strategia delle Rappresaglie Imprevedibili o guerra di conquista, ecc.).

Lasciare che tutti vivano come vogliono NON è un modo di vivere, perché non fornisce di che vivere. Non dà né cibo, né riparo, né strategie per gestire i bisogni e i problemi della comunità. E' solo un buon principio generale a cui attenersi per evitare conflitti, ma nulla di più.
(Anche Quinn esprime lo stesso concetto con parole diverse qui.)




FAQ generica n° 10:
Com'è la situazione ambientale del nostro pianeta, attualmente? Come siamo messi quanto a cibo, acqua, aria, energia, biodiversità, ecc.?

Ecco un quadro generale (e allarmante) della situazione attuale, secondo ricerche recenti (data la lunghezza della risposta, ho aggiunto un piccolo menu per scegliere rapidamente la sotto-sezione che vi interessa):

Concludendo, il nostro pianeta è allo stremo in ogni suo aspetto. L'estrema gravità della crisi ecologica in corso ormai non è più in dubbio (sebbene si possa discutere all'infinito sui dettagli delle stime, senza mai arrivare a una conclusione condivisa da tutti).




FAQ generica n° 11:
Il messaggio di Quinn è che dobbiamo smettere di essere egoisti e di fare solo quello che ci conviene e imparare a essere più altruisti? Che dobbiamo smettere di essere avidi e insaziabili e imparare a rinunciare a delle cose?

No, l'esatto opposto: dobbiamo imparare a esigere più cose, ma quelle di cui abbiamo davvero bisogno, anziché quelle che ci vengono suggerite dal sistema in cui viviamo. Ricchezza Lascia, non Prendi. Dobbiamo imparare a fare quello che è conveniente per tutti noi, anziché quello che conviene solo ai pochi in cima alla piramide, che sono gli unici a guadagnarci.

Sembrerà blasfemo a tutti i benintenzionati ansiosi di vestirsi di iuta e sacrificarsi per il mondo, ma dobbiamo diventare più egoisti. Ma non dobbiamo praticare il tipo di egoismo della nostra civiltà Prendi, secondo cui se voglio ottenere qualcosa devo toglierlo a qualcun altro, ma quello delle culture Lascia, secondo cui se io ottengo quello che voglio, lo ottiene anche il resto della comunità, e viceversa. I popoli tribali non vivono in quel modo perché sono più buoni o altruisti, ma perché gli conviene. Da quello stile di vita ottengono tutto quello che desiderano e di cui hanno bisogno, ed è questo l'unico motivo per cui lo attuano.

I membri delle tribù non condividono le risorse tra di loro equamente perché sono saggi o generosi, ma perché più persone sono in salute e in grado di trovare di che vivere, meglio è per tutti, anche per loro. Non aiutano gli altri membri per bontà d'animo, ma perché in questo modo quando saranno loro ad aver bisogno di aiuto (come inevitabilmente succede, prima o poi), gli altri ricambieranno il favore. A differenza della nostra civiltà, dove il singolo è fondamentalmente in lotta con i propri simili per un numero limitato di risorse, nelle culture Lascia il singolo si prende cura della comunità (perché la comunità si prende cura di lui). Quello che è bene per la tribù è bene anche per il singolo. Quindi non è altruismo per il singolo prendersene cura, ma convenienza personale.

I popoli tribali praticano insomma una sorta di egoismo benefico basato sulla collaborazione anziché sulla competizione. In questo modo, ognuno ottiene quello che vuole SENZA toglierlo a qualcun altro, ma dandolo anche a lui. Anziché avere pochi vincitori e molti perdenti, come nella nostra civiltà, in questo modo vincono tutti. (All'inizio ci vuole un po' per di comprendere un concetto per noi tanto alieno.)

Se durante una carestia un membro della tribù trova un'enorme provvista di cibo, la cosa più conveniente per lui (non moralmente giusta, ma conveniente) è di condividerlo col resto della tribù, perché più persone sono in forze e in grado di cercare cibo, meglio è anche per lui, visto che il cibo che troveranno lo condivideranno a loro volta con lui. Se si tenesse tutto il cibo per sè potrebbe anche sopravvivere alla carestia, ma il problema è che il resto della tribù morirebbe e lui si ritroverebbe da solo, e un umano solo, senza tribù, è inerme quanto una singola formica senza il resto del formicaio.

Se una famiglia della tribù ha un figlio disabile o un anziano senile, questo viene accudito dall'intera tribù, perché ogni membro sa benissimo che quando capiterà a lui di avere un problema simile in questo modo non verrà abbandonato a se stesso, ma verrà aiutato da tutti. E un problema condiviso dall'intera comunità cessa quasi di essere un problema.

Quinn sostiene, insomma, che dobbiamo diventare più egoisti e cominciare a esigere per noi stessi le cose che i popoli tribali hanno sempre avuto dall'alba dei tempi:

(Vedi anche "
My Ishmael", pagine 115-134, leggibile anche online.)

(FAQ correlate: FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 15.)



FAQ generica n° 12:
Quinn suggerisce forse di fare come il protagonista del film "Into the wild", che abbandonò la civiltà e andò a vivere da solo in Alaska?

Assolutamente no. Andarsene da soli nelle terre selvagge significa non aver capito come e perché si sono evoluti gli esseri umani. Ci siamo evoluti in gruppi, come animali sociali, per un motivo: un umano da solo è inerme e destinato a morire in poco tempo. Abbiamo bisogno del supporto di un gruppo, per sopravvivere. Scegliere l'isolamento nella foresta non è affatto uno stile di vita efficace, senza contare che 7 miliardi di noi comunque non potrebbero farlo.




FAQ generica n° 13:
Francamente mi sembrate solo dei fanatici che odiano l'umanità e preferiscono gli animali e le piante alle persone.

Il nostro scopo ultimo è di salvare la specie umana dall'estinzione, quindi direi proprio di no.

Molte persone che per vari motivi (spesso religiosi - cache) detestano il pensiero che la nostra civiltà stia erodendo l'ambiente e non vogliono accettare la necessità di smetterla di moltiplicarci, evitano la discussione accusando chiunque osi pronunciare le parole "sovrappopolazione" o, peggio ancora, "riduzione della popolazione" di odiare la vita umana, di essere dei fanatici ambientalisti che considerano gli esseri umani disgustosi e indegni di vivere e gli animali e le piante più "nobili" e "buoni".

Nulla di più lontano dal vero (almeno nel nostro caso).

Quinn (e con lui chiunque si approcci al problema ambientale con spirito scientifico e neutrale) dice una cosa completamente diversa in tutti i suoi libri: che il problema non è la vita umana in sé, ma solo ed esclusivamente la nostra cultura Prendi. La vita umana in sé non è "male" o "bene" per l'ambiente più di quanto lo sia quella di lumache, trote o fenicotteri, come dimostra il fatto che gli esseri umani hanno vissuto senza causare crisi ecologiche per centinaia di millenni prima della comparsa della nostra civiltà e che le culture tribali ancora esistenti continuano a farlo tutt'oggi.
(Sì, i cacciatori-raccoglitori che per primi arrivarono in America decine di millenni fa cacciarono fino all'estinzione varie specie, ma questo non fu altro che il normale e soprattutto LIMITATO E TEMPORANEO processo di assestamento che ogni ecosistema sperimenta quando vi compare una nuova specie. Quello che la nostra civiltà sta facendo è invece una distruzione di specie illimitata e troppo rapida perché i meccanismi evolutivi possano rimpiazzare le specie estinte con altre nuove. Ecco perché i cacciatori-raccoglitori che per primi colonizzarono l'America non causarono un crollo ecologico e perché invece noi siamo destinati a farlo, di questo passo.)

Non solo Quinn non sostiene affatto che la vita umana sia malvagia o nociva, ma l'idea che l'umanità sia intrinsecamente difettosa e condannata a distruggere tutto ciò che tocca è, anzi, una delle fallacie culturali che smentisce con il suo lavoro.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 2.)



FAQ generica n° 14:
Se vi dessimo retta, miliardi di persone morirebbero di fame.

Tutto l'opposto: smetterebbero di morire di fame.
La fame nel mondo è stata generata (e continua a venire mantenuta e addirittura peggiorata) dall'agricoltura totalitaria, che ha reso possibile vivere in un territorio a più persone di quante il territorio potesse sostentarne. L'eccedenza di cibo che l'agricoltura totalitaria produce nelle nazioni sviluppate viene infatti trasferita e consumata nelle nazioni affamate, dove causa un ulteriore aumento della popolazione (essendo la popolazione una funzione della disponibilità di cibo - 
fontecache). L'anno dopo, dato che ora c'è più gente da sfamare, verrà inviato più cibo in quella zona, causando un altro aumento della popolazione. E così via.
In questo modo, anno dopo anno, le popolazioni delle zone affamate crescono sempre di più, rimanendo in una condizione di inedia e di denutrizione perché il cibo a loro disposizione basta appena per mantenerli in vita, ma non per nutrirli adeguatamente. Tutto perché quelle popolazioni sono scollegate dalla capacità portante dell'ambiente in cui vivono, e ne vengono mantenute scollegate dagli aiuti alimentari inviati loro dalle nazioni più ricche.
Dato che negli ultimi decenni la strategia di inviare cibo nelle zone affamate non ha fatto che peggiorare il problema, forse sarebbe opportuno considerare altre opzioni.

Quinn propone un approccio innovativo.
Studiando l'ecologia e il rapporto tra la popolazione di ogni specie e la sua disponibilità di cibo, si accorge che a un aumento del cibo disponibile corrisponde sempre un aumento della popolazione. Poi individua la causa della fame nella sempre peggiore sovrappopolazione delle aree affamate: ci sono troppe persone in quelle zone, più di quante il territorio possa sfamarne, quindi logicamente molta gente è affamata. Nulla di strano, in questo. Se la popolazione di quelle zone non fosse eccessiva per la loro capacità portante, il cibo prodotto in loco basterebbe per sfamare tutti senza bisogno di aiuti esterni, e nessuno avrebbe fame. Invece, dato che la popolazione è in costante aumento, neanche con gli aiuti alimentari esterni si riesce a sfamare tutti, e il massimo che si ottiene è di mantenerli in vita in condizioni disumane.

Quinn comincia così a farsi una domanda diversa da quella usuale. Anziché chiedersi: "Come facciamo a sfamare tutte queste persone?" (come faceva Thomas Malthus), si chiede: "Come facciamo a smettere di produrre tutte queste persone?".
Anziché concentrarsi sull'eliminare l'effetto della sovrappopolazione (la fame), si concentra sull'eliminarne la causa (
gli aiuti alimentari esterni, che causano un incessante aumento demografico), perché se elimini la causa di un problema, non hai bisogno di controllarne gli effetti. E la risposta a cui arriva è semplice: basta ridurre la disponibilità di cibo, e anche la popolazione smetterà di crescere.

La proposta di Quinn è quindi una graduale riduzione della produzione di cibo, in modo da fermare la nostra venefica crescita demografica e di invertirla. Idealmente, dovremmo diminuire gradualmente di numero fino a ricollegare ogni popolazione del pianeta con la capacità portante della zona in cui vive. Finché, insomma, nessun territorio avrà più persone di quante può sostentarne autonomamente, senza aiuti alimentari esterni.
Allora la fame sarà scomparsa. Non potrà più esserci, è questione di semplice logica: se c'è cibo sufficiente solo per 2 miliardi di persone, non possono essercene 7, 8 o 9 miliardi.
In quel caso, la popolazione oscillerebbe leggermente, magari dagli 1,9 ai 2,1 miliardi, ma oltre non andrebbe perché non potrebbe farlo. Non ci sarebbe abbastanza cibo per nutrire più persone di così.

Nessuna popolazione di nessuna specie è perfettamente stabile, piuttosto quello che si osserva è che ogni popolazione oscilla lievemente a causa del meccanismo ecologico chiamato feedback negativo: un lieve aumento della specie preda causa un lieve aumento anche della specie predatrice, perché ora ha più cibo a sua disposizione, e questo a sua volta causa una lieve diminuzione della specie preda, per via del maggiore numero di predatori. A questo punto, la specie predatrice diminuisce anch'essa, perché è diminuita la sua disponibilità di cibo. Non continua ad aumentare incessantemente. Questa diminuzione dei predatori causa un nuovo aumento delle prede, che a sua volta causa un altro aumento dei predatori, che causa di nuovo una diminuzione delle prede, e così via. Feedback negativo: una variabile controbilancia l'altra, e in questo modo nessuna delle due supera un certo limite.
La nostra civiltà invece vive usando il feedback positivo, grazie al potere dell'agricoltura totalitaria: quando la nostra popolazione aumenta, anziché sperimentare una diminuzione del cibo a nostra disposizione noi lo aumentiamo, producendone di più. Questo aumento del cibo causa un altro aumento della nostra popolazione, la quale aumenta ancora la produzione di cibo, provocando un altro aumento della popolazione, e così via, in un circolo vizioso. Feedback positivo: le variabili in gioco si stimolano a vicenda, e in questo modo tutte e due aumentano incessantemente.

E' da tenere sempre ben presente che la riduzione della produzione alimentare di cui parla Quinn dovrebbe essere fatta GRADUALMENTE, non in tempi troppo bruschi, di modo che il calo demografico sia dovuto unicamente a morti naturali e a nascite meno frequenti, evitando rivolte per il cibo e miliardi di morti per fame.
Attualmente viene prodotta una quantità complessiva di cibo pari a 2.720 kilocalorie (cache) per ogni essere umano, quindi più del necessario, ma per via dell'errata distribuzione e dei prezzi eccessivi, le popolazioni affamate ne ottengono solo una quantità sufficiente a restare vive ma denutrite. A questo punto, se si vuole eliminare la fame senza carestie e rivolte bisogna logicamente fare due cose:
  1. Rendere equi la distribuzione e i costi del cibo (o distribuirlo gratuitamente a chi non se lo può permettere, o aumentare le loro possibilità finanziarie) in modo che tutti abbiano abbastanza per essere nutriti adeguatamente.
  2. Cominciare a ridurre gradualmente la quantità di cibo prodotta ogni anno, in modo che tutti abbiano abbastanza per non essere denutriti (1.900 calorie al giorno bastano e avanzano per mantenersi in salute) e che la popolazione non solo non possa aumentare, ma addirittura cali lentamente e senza conflitti per il cibo, grazie a morti naturali e a nascite meno frequenti, come nell'esperimento immaginario della gabbia di topi di Quinn ("The Story of B", pagine 263-266, leggibile anche online).
Questo secondo punto è essenziale, ed è qui che questa soluzione differisce da quelle classiche secondo cui per risolvere la fame bisogna soltanto produrre più cibo o renderne equa la distribuzione. Se ci si limita a questo ma non si pone un freno alla produzione alimentare, e quindi alla crescita demografica, la fame la si elimina per poco tempo, perché la sovrappopolazione continuerà a peggiorare fino a distruggere l'ambiente nel giro di pochi decenni, con l'apocalisse che ne consegue (un aspetto della quale sarebbero proprio delle carestie senza precedenti in tutto il globo, perché gli ecosistemi disgregati non riuscirebbero più a produrre cibo).

Siamo in grado di tenere conto di ogni caloria prodotta nei nostri campi e nei nostri allevamenti, quindi decidere di ridurre la produzione alimentare di un tot ogni anno non sarebbe affatto impossibile.
Se si vuole eliminare la fame senza nel frattempo causare miliardi di morti violente, quella proposta da Quinn sembra attualmente l'unica soluzione logicamente sensata.


(Un altro modo di ricollegare ogni popolazione alla capacità di sostentamento del proprio territorio, eliminando la fame senza morti di massa, sarebbe di trasferire le persone in eccedenza dalle zone povere a quelle ricche, ossia di spostare milioni di individui dal Terzo Mondo alle nazioni sviluppate, che hanno una capacità portante tanto elevata da poter produrre più cibo di quanto gliene serva... Ma per qualche motivo questa soluzione non sembra godere di molta popolarità. Inviargli degli aiuti alimentari dall'altra parte del mondo va benissimo, anche se evidentemente non funziona, ma ritrovarceli in casa nostra e sfamarli davvero no. Quello è troppo. Pazienza se così continueranno a morire di fame.)

Sarebbe anche molto utile utilizzare dei software di simulazione per verificare gli effetti sulle varie popolazioni di una riduzione della produzione di cibo. Potremmo vedere che cosa sarebbe ragionevole aspettarsi da una riduzione del 5%, del 10% o del 20% all'anno, e poi prendere una decisione con in mano molte più informazioni.

Va sempre ricordata una cosa, comunque: se anche la scelta fosse tra far morire di fame una parte della popolazione ma salvare il resto, o continuare come stiamo facendo ora e alla lunga far morire tutti, ovviamente bisognerebbe scegliere la prima opzione. Per quanto brutale possa essere, lo è sempre MENO dell'alternativa. Il fatto che sia una scelta difficile non deve essere una scusa per evitare di prenderla, soprattutto se si considera che non prenderla costerebbe molte più vite.

Purtroppo capita molto di rado di avere il lusso di scegliere tra la soluzione perfetta e una orribile. Quasi sempre, possiamo solo scegliere tra una soluzione orribile e una ancora più orribile, e in questo caso non prendere nessuna decisione e aspettare che si presenti un'opzione perfetta, in cui tutti hanno un lieto fine, è semplice vigliaccheria e ha conseguenze catastrofiche.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 15. FAQ sulla sovrappopolazione n° 2, 3, 4, 6. FAQ sull'agricoltura n° 6.)
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FAQ generica n° 15:
Come può Quinn incolpare gli aiuti alimentari che inviamo alle popolazioni affamate di PEGGIORARE la fame?
 
Quegli aiuti alimentari non fanno che peggiorare la sovrappopolazione di quelle zone, aumentando il cibo disponibile e quindi producendo sempre più persone che si troveranno a vivere in una zona priva del cibo necessario per nutrirli adeguatamente. Grazie a questi aiuti, la fame non solo non scompare, ma addirittura peggiora sempre più.
Peter Rosset, direttore esecutivo dell'Institute for Food and Development Policy, nel suo libro "Lessons from the Green Revolution" (PDF, p. 8) ha affermato: “Se la storia della Rivoluzione Verde ci ha insegnato qualcosa, è che l'aumento della produzione di cibo può essere - e spesso è - accompagnato da un aumento della fame”.

Se anziché mantenere quelle popolazioni scollegate dalla capacità di sostentamento del proprio territorio le nazioni ricche smettessero di interferire, la popolazione di quelle zone calerebbe da sola, come avviene per ogni specie ogni volta che ci sono troppi individui per il cibo esistente. I membri più forti si approprierebbero delle poche risorse disponibili e sopravviverebbero, e i più deboli morirebbero. La popolazione continuerebbe a calare fino a raggiungere un numero abbastanza piccolo da poter essere sfamato con ciò che il proprio territorio produce autonomamente, e così la fame scomparirebbe.

Certo, farla scomparire in questo modo sarebbe un processo brutale, e le morti per fame sarebbero incalcolabili. Se si vuole evitare questa sgradevole conseguenza, si può adottare la soluzione della graduale diminuzione della produzione alimentare proposta da Quinn (vedi domanda precedente), che mira a risolvere il problema della fame senza far scoppiare conflitti per il cibo e senza causare carestie.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 14.)



FAQ generica n° 16:
Come possiamo fare per smettere di mettere il cibo sotto chiave e renderlo liberamente accessibile a tutti?

Per tutte le domande di questo tipo ("Come facciamo a ridurre la produzione alimentare? Come facciamo a trovare uno stile di vita sostenibile per tutti noi?", ecc.), la risposta è la stessa: nessuno lo sa. Neanche Quinn, che questi obiettivi li ha ideati.
Si tratta di problemi troppo complessi per poter essere risolti da una singola persona. La cosa più utile che possiamo fare per avvicinarci a una soluzione è diffondere le idee di Quinn. Smascherare la mitologia culturale della nostra civiltà e rivelarne le menzogne a più persone possibili.

Può sembrare una risposta deludente a chi cerca qualcosa di concreto da fare, ma è tutt'altro che inutile. Più menti liberate lavorano al problema, più è probabile trovare una soluzione. Uno, dieci o cento di noi possono non riuscire a trovare le risposte, ma milioni di noi? Decine di milioni, centinaia di milioni, miliardi di persone di ogni nazionalità, età, classe sociale e campo lavorativo, in possesso di ogni tipo di conoscenze, idee ed esperienze diverse, che cercano con tutte le loro forze un modo per ottenere quello che vogliono disperatamente, avendo ben chiara l'urgenza della questione e la posta in gioco?
Credo che in quel caso la situazione sarebbe più promettente.

Siamo 7 miliardi. Finora questo numero è stato sinonimo di problemi e future apocalissi, ma in esso c'è anche un'opportunità: se anche solo una persona su un milione (lo 0,0001% della popolazione) avesse un'idea praticabile su come risolvere la situazione, avremmo 7.000 alternative da mettere alla prova e di cui controllare i progressi. E più esperimenti del genere possiamo fare, meglio è. (Vedi qui per una spiegazione più approfondita a riguardo.)

"Cambiare menti rimane la chiave di tutto." (Come ha ripetuto Quinn in una FAQ molto simile a questa.)

In un'altra FAQ proprio su questo argomento, Quinn ha detto: "Non ho soluzioni pratiche, a riguardo. [...] Smettere di mettere il cibo sotto chiave non è il punto da cui cominciare a cambiare la nostra situazione. Se mai accadrà, sarà una CONSEGUENZA di molti, molti cambiamenti profondi e precedenti. Potrebbero volerci cent'anni per renderci PRONTI a rendere il cibo liberamente accessibile - e non sono sicuro che potrebbe mai avvenire in una popolazione di miliardi di individui. Siamo DIVENTATI miliardi perché molte persone sono diventate ricche RENDENDOCI miliardi. Questo non cambierà da un giorno all'altro."

(FAQ correlate: FAQ generica n° 29.)



FAQ generica n° 17:
Che ha di tanto speciale questo Quinn? Non è solo l'ennesimo ambientalista/luddista che sottolinea i danni ecologici causati dall'industrializzazione e dall'inquinamento e incolpa la tecnologia e la Rivoluzione Industriale di tutto, come l'Unabomber?

Assolutamente no.
Innanzitutto, Quinn non è affatto un luddista: non odia la tecnologia e, anzi, la gradisce alquanto.
Come scrive egli stesso (a pagina 53 della traduzione italiana in PDF di "Oltre la Civiltà", leggibile anche online): "La gente a cui non piace ciò che dico cercherà spesso di rassicurarsi con il pensiero che sono solo qualcuno che odia la civiltà e che preferirebbe vivere 'a contatto con la natura'. Questo farà sorridere chiunque mi conosca, perché io sono un grande amante della civiltà e vivo felicemente nel cuore della quarta più grande città degli Stati Uniti, a pochi passi di distanza da supermercati, gallerie d'arte, ristoranti, librerie, musei, sale da biliardo, università e centri tatuaggi. [...] Non sono un Luddista o un Unabomber. Non considero la civiltà una maledizione, ma una benedizione che la gente (me incluso) dovrebbe essere libera di abbandonare – per qualcosa di meglio. Ed è qualcosa di meglio che sto cercando, nulla di meno."

Poi, Quinn identifica la nascita del problema ambientale con la Rivoluzione Agricola di 10.000 anni fa, che ha dato origine al circolo vizioso che porta sempre più cibo e sempre più popolazione e alla nostra mitologia culturale, che ci impedisce di capirne gli effetti nocivi e ci spinge a continuare con il nostro malsano stile di vita, convinti che sia l'unico modo giusto di vivere.
Ben prima della Rivoluzione Industriale, la nostra popolazione stava già esplodendo. A ritmi più lenti, è vero, ma comunque nel 1750, all'inizio della Rivoluzione Industriale, la popolazione mondiale era già passata da 5 a 800 milioni e raddoppiava ogni 500 anni. Di quel passo, in 2.500 anni 
saremmo diventati 25 miliardi! Certo, ci sarebbe stato molto meno inquinamento, senza fabbriche e combustibili fossili, ma produrre cibo sufficiente a sfamare 25 miliardi di persone avrebbe comportato una distruzione ambientale (e un caos sociale) inimmaginabile. Ci avremmo messo di più per arrivare sull'orlo della crisi ecologica, ma alla fine ci saremmo arrivati comunque, perché il problema non è stato causato dalla Rivoluzione Industriale: essa l'ha solo accelerato.

Quinn, infine, non propone nuove teorie o nuovi programmi per risolvere la crisi ecologica, come tanti ambientalisti: propone un nuovo PARADIGMA. Un nuovo modo di interpretare la realtà e di vedere il mondo e il posto che l'uomo occupa in esso. Una nuova visione.

Assumere un nuovo paradigma è molto più arduo dell'imparare una semplice teoria (come si accorge subito chiunque affronti il lavoro di Quinn), e ha conseguenze molto più profonde e radicali, dato che modifica la percezione di ogni cosa (anche di cose non direttamente collegate all'argomento centrale del paradigma) e crea schemi di pensiero completamente nuovi e fino a quel momento inconcepibili, che a loro volta possono portare a teorie - e quindi ad azioni - precedentemente impensabili.
Se ideare una nuova teoria è come inventare una nuova strategia per vincere a un certo gioco, ideare un nuovo paradigma è come inventare un gioco completamente nuovo.
 
(FAQ correlate: FAQ generica n° 18. FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 5.)



FAQ generica n° 18:
Ma insomma, la tecnologia è la causa dei nostri mali o la nostra unica speranza di salvezza?

Nessuna delle due.
Eravamo tecnologici anche prima di imbarcarci nel nostro viaggio di autodistruzione, e molte altre specie animali usano forme rudimentali di tecnologia - addirittura alcune specie di formiche usano l'agricoltura - quindi credere che la tecnologia sia malvagia e vada evitata sempre e comunque non ha senso e
significa non aver capito che cos'è. Anche i nidi degli uccelli sono una forma di tecnologia, così come i bastoncini che gli scimpanzé usano per "pescare" formiche e i coltelli di pietra che usavano i nostri antenati preistorici. La tecnologia non è altro che il modificare l'ambiente per raggiungere uno scopo, non riguarda solo gli apparecchi elettronici.

D'altro canto, nemmeno credere che la tecnologia possa risolvere ogni problema e permetterci di vivere in violazione delle leggi ecologiche del nostro mondo ha senso, visto che la storia ci mostra chiaramente come finisca spesso per creare più inconvenienti di quanti ne risolva, e come abbia dei limiti ben precisi (per esempio, non può ricreare artificialmente i servizi che gli ecosistemi forniscono al pianeta e da cui dipendiamo per vivere).

La situazione è un po' più complessa di "tecnologia = male" o "tecnologia = bene".

Non dobbiamo evitare la tecnologia, dobbiamo evitare di infrangere le leggi ecologiche. Le tecnologie che infrangono la Legge della Competizione Limitata - come l'agricoltura totalitaria - o qualunque altra tecnologia che danneggi l'ambiente oltre le sue capacità di rigenerazione, sono le uniche che dobbiamo evitare, se non vogliamo estinguerci. Ma ogni altra tecnologia è sostenibile, e quindi utilizzabile senza problemi.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 17. FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 5.)

(Vedi anche il saggio di Quinn: "La Tecnologia e l'Altra Guerra" su questo tema.)



FAQ generica n° 19:
Quinn è un nemico del progresso umano che odia la civiltà.

Quinn semplicemente dà alla parola "progresso" un significato diverso da quello comunemente usato: non considera dei progressi l'avere maggior tecnologia o sistemi sociali più complessi se il prezzo da pagare per averli è un peggioramento della qualità della vita umana e/o un'insostenibilità ecologica che ci condanna all'estinzione. Non è affatto un nemico del progresso, anzi, ne è un grande fautore (tutti i suoi libri hanno lo scopo di incoraggiarlo). E' nemico del regresso spacciato per progresso.

Per quanto riguarda il suo presunto odio verso la civiltà, scrive egli stesso (a pagina 53 della traduzione italiana in PDF di "Oltre la Civiltà", leggibile anche online):
"La gente a cui non piace ciò che dico cercherà spesso di rassicurarsi con il pensiero che sono solo qualcuno che odia la civiltà e che preferirebbe vivere 'a contatto con la natura'. Questo farà sorridere chiunque mi conosca, perché io sono un grande amante della civiltà e vivo felicemente nel cuore della quarta più grande città degli Stati Uniti, a pochi passi di distanza da supermercati, gallerie d'arte, ristoranti, librerie, musei, sale da biliardo, università e centri tatuaggi. (E vivo a contatto con la natura ogni secondo di ogni giorno, 365 giorni all'anno, dato che la “natura” è qualcosa in cui non si può evitare di vivere, non importa dove ci si trovi.)
Oppure mi sfidano a dire quanto mi piacerebbe vivere senza aria condizionata, riscaldamento centralizzato, tubature, frigoriferi, telefoni, computer, e così via. Pensano che io sia un predicatore di povertà, anche se non possono indicare una sola parola nei miei scritti a sostegno di questa convinzione.
Non sono un Luddista o un Unabomber. Non considero la civiltà una maledizione, ma una benedizione che la gente (me incluso) dovrebbe essere libera di abbandonare – per qualcosa di meglio. Ed è qualcosa di meglio che sto cercando, nulla di meno. Coloro che cercano qualcosa di peggio devono sicuramente consultare un libro diverso."



FAQ generica n° 20:
Potete dimostrare che la crisi ecologica sia davvero tanto grave da minacciare l'esistenza della specie umana?

Tutte le ricerche mostrano che la nostra impronta ecologica (la quantità di risorse naturali che utilizziamo) è troppo elevata per essere sostenibile (ormai usiamo addirittura il 50% in più di quello che potremmo - cache), e che stiamo distruggendo le altre specie a ritmi troppo rapidi perché l'evoluzione possa rimpiazzarle.
Visto che quelle specie viventi sono ciò che compone gli ecosistemi, e che noi dipendiamo da quegli esistemi e dai servizi che ci forniscono per vivere (servizi che non siamo assolutamente in grado di replicare artificialmente), questa distruzione di specie non è un problema trascurabile.

Considerando l'attuale situazione, è solo questione di tempo prima che l'ambiente collassi e smetta di fornirci tutte le risorse da cui dipendiamo (cibo, aria, acqua, ecc.). Quando questo avverrà, non solo la nostra civiltà non potrà più continuare a esistere (vista l'enorme mole di risorse che richiede), ma l'esistenza stessa della specie umana sarà in serissimo pericolo, considerando gli apocalittici e inimmaginabili tumulti (sia ambientali che sociali) che si verificheranno a quel punto, da guerre globali a carestie e siccità di proporzioni mai viste nella storia umana.

(FAQ Correlate: FAQ generica n° 10.)



FAQ generica n° 21:
Secondo me non c'è bisogno di fare niente riguardo la crisi ecologica: il pianeta se ne occuperà da solo.

E' vero, ma lo farà collassando, facendo estinguere la specie che ne ha causato il collasso (la nostra) insieme a milioni di altre come effetto collaterale, e poi riassestandosi in un periodo di decine o centinaia di migliaia di anni in un modo completamente nuovo.
Questo è ciò che è successo ogni volta che si è verificata un'estinzione di massa sul pianeta. E va notato che la specie che dominava il pianeta prima dell'estinzione non ha mai continuato a dominarla anche dopo. Anzi, è quasi sempre scomparsa.

Questo è proprio il risultato che ci stiamo sforzando di evitare, dato che comporterebbe la quasi certa estinzione dell'umanità, oltre che di milioni di altre specie. Sarebbe meglio evitare il collasso ambientale e risolvere invece la situazione smettendo di devastare il pianeta. E il primo passo per farlo è cambiare le menti dei membri della civiltà che lo sta distruggendo - la nostra - rivelando loro la falsità della sua distruttiva mitologia culturale.
Se si cambia la mentalità di un popolo, ne si cambiano anche le azioni.



FAQ generica n° 22:
La crisi ecologica sta già venendo affrontata da innumerevoli esperti e specialisti, che bisogno c'è che ce ne occupiamo anche noi?

Quegli esperti e quegli specialisti sono quasi sempre anch'essi vittime della mitologia culturale della nostra civiltà, che impedisce loro di vedere chiaramente le cause del problema e, quindi, di trovare una soluzione.
Anziché cercare un modo per liberarci del circolo vizioso "sempre più cibo ---> sempre più popolazione", per esempio, cercano modi di controllare l'esplosione demografica tramite metodi di controllo delle nascite (fallendo regolarmente). La mitologia culturale, convincendoli che la specie umana è superiore alle altre e immune alle regole ecologiche che le altre forme di vita devono seguire, impedisce loro di vedere l'inevitabile connessione tra produzione di cibo e aumento della popolazione 
(fontecache). E finché rimarranno convinti che la capacità di raziocinio umana sia in grado di permetterci di violare le leggi ecologiche (di produrre sempre più cibo senza aumentare di numero, in questo caso), non potranno mai trovare una soluzione al problema.

Senza contare che, da soli, esperti e specialisti possono fare ben poco. MILIARDI di noi stanno lavorando alacremente ogni giorno per distruggere il pianeta, spinti da una visione del mondo illusoria e scientificamente errata che ci spinge a scavarci la fossa senza nemmeno renderci conto di farlo. L'unico modo di fermare questa smisurata macchina di distruzione che è la nostra civiltà, è di cambiare la visione del mondo che la alimenta. E questa è una cosa che non solo possiamo, ma dobbiamo fare noi in prima persona.

Affidarci a qualcun altro perché risolva il problema non basterà. Ambientalisti ed ecologisti hanno un potere limitatissimo, come dimostra il fatto che in decenni di attività ambientalista la situazione ha continuato a peggiorare sempre di più, e i politici non solo non cambieranno le cose, ma saranno gli ultimi a cambiare.
Nessun politico arriverà a salvarci dalla distruzione dicendoci cosa fare, per il semplice motivo che i politici non fanno che adeguarsi ai desideri degli elettori. Se gli elettori mostrano di volere una certa cosa, allora e SOLO ALLORA i politici cominciano a offrirgliela, per guadagnare voti. Nessun politico offrirà mai agli elettori qualcosa che non hanno mostrato di volere, perché facendolo non ci guadagnerebbe nulla. E se anche un politico idealista cominciasse a farlo, sarebbe inutile: non verrebbe votato e quindi non acquisirebbe alcun potere.

Il primo passo rimane sempre e solo uno: cambiare le menti dei membri della nostra civiltà. Mostrare loro la falsità della nostra mitologia culturale e la nocività delle sue conseguenze, far capire loro le cause del problema e la gravità della situazione. Solo quando vorranno risolvere questa situazione, potrà cambiare qualcosa.

Come ha detto Quinn stesso, questa convinzione che ALTRI debbano occuparsi del problema che ci minaccia tutti è solo un'altra delle menzogne che la nostra cultura utilizza per evitare di venire analizzata e smantellata:

"
Come non finisco mai di dire (perché i lettori non finiscono mai di chiederlo), solo TU puoi sapere quali sono le TUE risorse. Solo TU puoi sapere cosa puoi ottenere dove TU ti trovi e nella TUA situazione. Quando tutti capiranno questo fatto, allora finalmente saremo liberi dall'ipnotica ninna-nanna di Madre Cultura: "Non c'è nulla che TU possa fare. Devi aspettare che ALTRI facciano qualcosa - capi politici, capi industriali, capi religiosi, e così via. Da solo, TU sei inerme, quindi tanto vale che tu dorma, dorma, dorma. Tu non sei NESSUNO, sei una persona priva di risorse, senza influenza, senza una voce con cui parlare, senza orecchie per ascoltare, senza occhi per vedere, senza menti o mani per svolgere qualunque compito. Quindi non ascoltare Ishmael, non ascoltare B, non ascoltare Uru. Ascolta me e dormi... dormi... dormi. Perché non c'è nulla che TU possa fare. Devi aspettare che ALTRI facciano qualcosa - capi politici, capi industriali, capi religiosi, e così via. Da solo, TU sei inerme, quindi tanto vale che tu dorma, dorma, dorma..."

Ma scienziati e leader politici, industriali e religiosi sono anch'essi preda delle menzogne di Madre Cultura e, quel che è peggio, hanno un INTERESSE PERSONALE a mantenere intatta questa cultura che è la radice del problema, visto che da essa traggono guadagno. Aspettarsi che possano risolvere il problema quindi è insensato.

Senza contare che non è necessario: in realtà nessuna questione - né ambientale né sociale né economica - è troppo complicata per una persona di intelligenza media, se decide di impegnarsi per comprenderla. Gli "esperti" cercano molto spesso di nascondere questo fatto - per mantenere la propria supremazia sulla massa - sommergendo qualunque profano che si azzardi ad avventurarsi nelle aree di loro competenza con termini tecnici, formule matematiche e frasi contorte progettate apposta per essere incomprensibili, ma questi stratagemmi potranno funzionare solo finché la massa rimarrà perlopiù ignara della gravità del problema e disinteressata a capirlo meglio - finché la loro visione non cambierà, insomma.



FAQ generica n° 23:
Capisco che la crisi ecologica sia un problema gravissimo che va risolto assolutamente, ma prima dobbiamo occuparci di...

No, prima non dobbiamo occuparci di niente, né di sconfiggere il terrorismo, né di rendere tutti più sensibili e rispettosi, né di eliminare le discriminazioni razziali, né di ridistribuire la ricchezza equamente, perché se non risolviamo la crisi ecologica cesseremo di esistere, e non avrà avuto alcun senso risolvere queste altre questioni (ammesso che siano risolvibili e che riusciamo a farlo).
Preoccuparsi di risolvere prima qualche altro problema sarebbe come trovarsi in una casa che va a fuoco e decidere di lucidare i mobili prima di spegnere l'incendio. La "Parabola della nave che affonda" di Quinn lo spiega molto chiaramente:

La nave stava affondando rapidamente. Il capitano disse ai passeggeri e all'equipaggio: “Dobbiamo mettere in acqua le scialuppe immediatamente.”
Ma l'equipaggio disse: “Prima dobbiamo sconfiggere l'oppressione capitalista della classe lavoratrice. Poi potremo occuparci delle scialuppe.”
Allora le donne dissero: “Prima vogliamo gli stessi diritti degli uomini. Le scialuppe di salvataggio possono aspettare.”
Le minoranze etniche dissero: “Prima dobbiamo eliminare la discriminazione razziale. Poi distribuiremo equamente i posti nelle scialuppe.”
Il capitano replicò: “Sono tutte questioni importanti, ma non avrà alcun senso risolverle se non sopravviviamo. Dobbiamo mettere in acqua le scialuppe immediatamente!”
Ma i religiosi dissero: “Prima dobbiamo riportare la preghiera nelle aule scolastiche. Questo è più importante delle scialuppe.”
Allora gli antiabortisti: “Prima di tutto dobbiamo rendere illegale l'aborto. I feti hanno tanto diritto di salire su quelle scialuppe quanto chiunque altro.”
Quelli a favore della libertà di scelta dissero: “Prima riconoscete il nostro diritto di abortire, poi vi aiuteremo con le scialuppe.”
I socialisti dissero: “Prima dobbiamo ridistribuire la ricchezza. Fatto questo, tutti lavoreranno equamente a mettere in acqua le scialuppe.”
Gi attivisti per i diritti degli animali dissero: “No, prima dobbiamo far cessare l'uso di animali nelle sperimentazioni mediche. Non possiamo mettere questa faccenda in secondo piano rispetto alle scialuppe.”
E alla fine la nave affondò e tutti annegarono, perché nemmeno una scialuppa era stata messa in acqua. L'ultimo pensiero di molti di loro fu: “Non mi sarei mai immaginato che risolvere quei problemi avrebbe richiesto tanto tempo, o che la nave sarebbe affondata così improvvisamente...”



FAQ generica n° 24:
Mi piacerebbe che la crisi ecologica fosse risolvibile, ma purtroppo la causa ultima è la natura umana, e quella non c'è modo di cambiarla.

Come detto chiaramente in The Story of B (in questo punto), noi non siamo l'umanità. La nostra civiltà Prendi è solo una cultura umana, non rappresenta l'intera umanità. Innumerevoli altre culture umane hanno vissuto su questo pianeta negli ultimi 2 milioni di anni (e ancora ci vivono, quando non le abbiamo distrutte), e nessuna di loro ha mai nemmeno cominciato a distruggere il mondo.
E' vero che gli umani possono essere avidi, egoisti, aggressivi, crudeli, miopi e sgradevoli, ma non è questo il motivo per cui noi Prendi stiamo distruggendo il pianeta. Il motivo è la nostra civiltà e la mitologia culturale su cui è basata. La prova è che anche le culture tribali Lascia sono composte da esseri umani avidi, egoisti,
aggressivi, crudeli, miopi e sgradevoli proprio come la nostra, eppure riescono a vivere su questo pianeta senza alcun problema.
Il che smentisce anche la fallacia culturale secondo cui l'uomo è incapace di capire da solo come deve vivere (e ha bisogno che glielo dicano delle divinità, attraverso dei profeti) perché la sua natura è difettosa e incompleta. In realtà, ogni cultura tribale possiede un modo di vivere che soddisfa i propri membri e permette loro di condurre vite appaganti, oltre che ecologicamente sostenibili. Nessuna cultura tribale presenta i nostri problemi sociali o esistenziali, perché i suoi sistemi sociali (economici, legali, religiosi, bellici, educativi) sono stati plasmati dalla selezione naturale, che nel corso di centinaia di millenni ha eliminato tutti quelli incapaci di soddisfare coloro che li adottavano (i quali si limitavano ad abbandonarli e a cominciare a vivere in modo diverso oppure perivano insieme al loro stile di vita fallimentare).

Se la causa della crisi ecologica e dei nostri problemi sociali fosse la natura umana e i suoi "difetti" (tra virgolette perché dal punto di vista evolutivo in realtà sono vantaggi, ed è per questo che la selezione naturale non li ha cancellati ma li ha resi universali nella specie umana), allora nemmeno le culture Lascia dovrebbero riuscire a vivere stabilmente e in maniera soddisfacente in questo mondo. E' evidente che il problema è un altro, dato che Prendi e Lascia condividono la stessa identica natura umana. (Il "mito del buon selvaggio" secondo cui gli uomini non civilizzati sono più buoni o saggi di quelli civilizzati è, appunto, solo un mito. Esattamente come il mito opposto del "selvaggio crudele", secondo cui sarebbero più aggressivi e malvagi.)

A differenziare Prendi e Lascia non è la natura spirituale dei propri membri, è la visione del mondo che hanno. I Prendi non hanno cominciato a distruggere il mondo perché avevano dei difetti caratteriali, ma perché erano (e sono) convinti che il mondo appartenga all'uomo, che l'uomo abbia il diritto di sfruttarlo a piacimento, senza limiti e senza problemi, perché la specie umana è superiore e indipendente dalle altre e quindi può continuare a vivere anche se le altre scompaiono, e che il loro modo di vivere sia l'UNICO GIUSTO per gli esseri umani, perché se non si vive costruendo civiltà ed espandendoci sempre di più non si è pienamente umani. Se ci si accontenta di vivere come i popoli tribali si è dei subumani, simili ad animali.

Questo gruppo di credenze (la mitologia culturale della nostra civiltà) è la differenza tra Prendi e Lascia (i quali invece sono convinti che sia l'uomo ad appartenere al mondo, come qualunque altra specie vivente, senza né particolari diritti né doveri). Questi dogmi sono la radice della nostra crisi ecologica, e finché non verranno smentiti continueranno a spingere le persone a portare avanti la crociata Prendi e a convertire il mondo in cibo umano. E senza vederci nulla di male.
Se vogliamo risolvere la crisi ecologica, dobbiamo cambiare le menti dei membri della nostra civiltà e mostrare loro la falsità della nostra mitologia culturale e la follia suicida della continua espansione Prendi. Le loro azioni cambieranno di conseguenza, come sempre accade quando si adotta una nuova visione del mondo.

Questo può sembrare scoraggiante, ma in realtà è un'ottima notizia: se il problema fosse la natura umana, non avremmo speranze di sopravvivere. Non solo non abbiamo la minima idea di come cambiarla, ma se anche ce l'avessimo, non è affatto detto che sarebbe una buona idea farlo. Modificare di colpo i comportamenti e le caratteristiche risultanti da milioni di anni di evoluzione, difficilmente è un bene per una specie. Di solito ne causa l'estinzione.
Per quanto cambiare una visione del mondo che dura da millenni possa sembrare un compito titanico, è almeno possibile.

(FAQ correlate: FAQ sulla mitologia culturale n° 1.)



FAQ generica n° 25:
Quinn dà per scontato che l'evoluzione esista anche se è solo una teoria, e se non la si accetta cadono molte delle sue conclusioni.

Risposta di Quinn in una delle sue FAQ:

"Non CREDO nell'evoluzione più di quanto CREDA che la Terra gira intorno al Sole. Dire che non esistono prove dell'evoluzione è come dire che non esistono prove che la Terra ruoti intorno al Sole. L'evoluzione non è stata "provata" e non viene insegnata a scuola come qualcosa che è stato provato. E' inevitabilmente definita una teoria, ma nella scienza una teoria non è una congettura non dimostrata, è un concetto che organizza degli elementi, e ormai l'evoluzione si è dimostrata così persuasiva e convincente nello spiegare gli elementi raccolti da così tante scienze naturali, che davvero pochissimi scienziati dubitano che abbia avuto luogo.
L'evoluzione fornisce una spiegazione coerente di ciò che sappiamo sul mondo e sulla comunità della vita, mentre la teoria che il mondo sia stato creato tutto in una volta com'è adesso no. Non è vero che la teoria dell'evoluzione "nega completamente l'idea di Dio". Non fa nulla del genere. Anche l'attuale Papa lo ha recentemente riconosciuto. Ciò che "nega completamente" è che il mondo sia stato creato tutto in una volta nella sua forma attuale. Se Dio è onnipotente, può aver creato un universo che si è evoluto in miliardi di anni altrettanto facilmente di uno che è comparso istantaneamente nella forma che conosciamo."

E' da precisare, inoltre, che l'evoluzione è stata sperimentalmente osservata in azione in molte circostanze, e questo vale sia per la "microevoluzione" che per la "macroevoluzione" (anche se tale distinzione in realtà è infondata, dato che la cosiddetta macroevoluzione in realtà non è altro che un accumulo di microevoluzioni).

Vari esempi di speciazione (ossia di comparsa di una nuova specie a partire da specie preesistenti con cui la nuova specie non si può più riprodurre, anche detta "macroevoluzione") si possono trovare qui (cache), qui (cache) e qui (cache).



FAQ generica n° 26:
Non è che Quinn nei suoi libri suggerisce che gli ebrei siano superiori al resto dell'umanità? Più nobili, visto che hanno antenati Lascia?

Interpretare in questo modo le idee di Quinn significa non averle capite.
Innanzitutto, tutti i popoli della Terra hanno antenati Lascia, se si risale indietro a sufficienza: tutti gli esseri umani erano Lascia, prima della nascita della nostra cultura Prendi, quindi gli ebrei non hanno nulla di unico in questo riguardo. E gli ebrei attualmente esistenti sono Prendi quanto chiunque altro.

Poi: Quinn dice molto chiaramente di non essere interessato a esprimere giudizi morali, perché considera termini come "buono", "cattivo", "bene", "male", "giusto" e "sbagliato" come privi di senso. L'unica cosa che gli interessa è l'efficacia dello stile di vita Lascia, che permette ai popoli tribali di vivere sostenibilmente su questo pianeta. Il suo scopo è di capire il principio che permette ai Lascia di vivere senza distruggere il proprio ambiente e di applicarlo anche alla nostra cultura, in modo da creare un nuovo stile di vita sostenibile e praticabile da miliardi di individui che ci salvi dall'estinzione, e questo è l'unico motivo per cui analizza i popoli Lascia. Non perché siano più nobili o altro.

Quinn parla del nazismo solo all'inizio di Ishmael e in un altro paio di occasioni, e solo allo scopo di usarlo come strumento narrativo per descrivere una società prigioniera della propria mitologia culturale, che ha la vaga sensazione che qualcosa le stia venendo nascosto ma non sa dire esattamente che cosa e sceglie di non indagare a riguardo per disinteresse o paura (come il popolo tedesco scelse di coprirsi gli occhi e le orecchie su ciò che stava venendo fatto ai propri vicini ebrei, permettendo che la cosa continuasse). A parte questo, il nazismo non ha nessuna funzione nei libri di Quinn.

Sostenere per questo che il nazismo o il sionismo siano gli argomenti centrali del pensiero di Quinn, significa guardare l'unghia del dito che indica la luna.

(FAQ correlate: FAQ generiche n° 4 e 5. FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 2, 5 e 8.)



FAQ generica n° 27:
Quinn mi sembra solo un altro furbone che si è inventato un modo per fare soldi, come un sacco di altri guru ambientalisti/spirituali/new age.

E' vero che Ishmael ha vinto 500.000 dollari nel 1991 piazzandosi al primo posto nel Turner Tomorrow Fellowship (un concorso che premiava la proposta più originale per risolvere il problema ambientale), ma è anche vero che dai 4 sequel Quinn ha guadagnato poco e niente, com'era prevedibile sarebbe successo, visto il carattere tutt'altro che popolare dei suoi libri. Se il suo scopo fosse stato fare soldi, si sarebbe fermato dopo Ishmael.

E' anche vero che esiste un negozietto online di magliette e gadget vari dedicati a Ishmael, ma dubito che i profitti siano tanto alti da giustificare 5 libri, saggi, conferenze, articoli e tutto l'impegno che Quinn ha riversato in questo argomento negli ultimi 30 anni (per arrivare alla stesura finale di Ishmael gli ci sono voluti decenni di ricerche e scrittura, e una decina di stesure fallimentari; anche il tempo e la fatica che deve aver richiesto rispondere alle oltre 540 FAQ sul suo sito devono essere stati notevoli, e non ha ricevuto un solo centesimo in cambio).

Naturalmente, dal suo lavoro qualcosa ci ha guadagnato e continua a guadagnarci, questo è ovvio, ma perché non dovrebbe, visti gli sforzi che gli ha richiesto? E in che modo questo smentisce le sue idee? Se un autore non fa la fame, quello che dice è sbagliato e volto unicamente a fare soldi? Se uno scienziato scrive e vende libri per divulgare le sue scoperte, quelle scoperte non sono vere? (Qualcuno dovrebbe dirlo a Stephen Hawking.)

(Il sottoscritto comunque dalle sue traduzioni amatoriali e da questo sito non ci guadagna assolutamente nulla, è bene precisarlo.)

Accusare Quinn di avidità è solo un modo per evitare di discutere di ciò che dice, niente di più.

Per quanto riguarda l'accusa di essere un ennesimo guru New Age, Quinn stesso ha evidenziato una fondamentale differenza: gli imbonitori New Age sono interessati unicamente agli orpelli più appariscenti delle culture tribali: rituali sciamanici, leggende, capanne del sudore, ruote della medicina, copricapi di piume, totem, amuleti e cose simili, e si limitano a ignorare tutto il resto di ciò che compone quelle culture.
Quinn invece è interessato proprio a quel "resto", ossia al modo in cui i popoli tribali riescono a vivere da centinaia di millenni in modo sostenibile e soddisfacente per tutti i loro membri. Il suo scopo, c
om'è ovvio leggendo i suoi libri, non è certo sfilare soldi alle (tante) persone disposte a pagare per l'illusione di essere più spirituali, più in contatto con la "Madre Terra", e cose simili. Altrimenti avrebbe proceduto in modo ben diverso.



FAQ generica n° 28:
Su che dati si è basato Quinn per sviluppare le proprie teorie? Come posso verificarli io stesso?

Non so esattamente da quali fonti abbia attinto lui (ha aggiunto una bibliografia solo in "Oltre la Civiltà", purtroppo, e non negli altri libri), ma eccone alcune a sostegno dei dati più importanti (se un link non funziona, usate la relativa copia cache):


FAQ generica n° 29:
Trovo il lavoro di Quinn sconcertante ma veritiero. Cosa posso fare concretamente per cambiare le cose ed evitare l'estinzione della nostra specie?

La radice della crisi ecologica è la mitologia culturale Prendi, quel gruppo di false credenze che continuano a spingerci a devastare il mondo senza riguardi per il futuro, convincendoci che è l'unico modo giusto di comportarci, che tanto il mondo si rigenererà da qualunque danno, che abbiamo il diritto di sfruttarlo a piacimento perché ci appartiene, e che siamo una specie separata e indipendente dalle altre (quindi se esse si estinguono non è un nostro problema e le leggi biologiche a cui sono soggette loro non riguardano anche noi).

Il primo, imprescindibile passo per risolvere questa situazione è di cambiare la mentalità delle persone a riguardo, e l'unico modo per farlo è svelare il carattere menzognero e scientificamente infondato della mitologia culturale Prendi. Il che significa che la cosa più utile che ognuno di noi può fare al momento è divulgare le idee di Quinn e le sue confutazioni della nostra mitologia culturale.

Sembra poco, ma in realtà si tratta di cambiare la visione del mondo della nostra intera civiltà (e quindi automaticamente LE SUE AZIONI) e di innescare una rivoluzione culturale come non se ne vedono da diecimila anni.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 16.)




FAQ generica n° 30:
Cosa ne pensa Quinn di Ayn Rand e della sua filosofia?

La giudica "l'ultimo relitto del diciannovesimo secolo". Sebbene Rand abbia smascherato alcune delle menzogne di Madre Cultura, non ha esitato un attimo ad accettarne altre (tra cui quella fondamentale secondo cui il mondo è stato creato per l'uomo), quindi i suoi ragionamenti poggiano su basi fallaci e non possono che avere conclusioni imperfette. (Fonte)

L'anacronismo delle posizioni di Rand è ben espresso dalla sua convinzione che il libero mercato sia infallibile e si autoregoli invariabilmente (le crisi economiche avvenute nell'ultimo secolo chiedono rispettosamente di dissentire), e che il capitalismo, essendo la miglior forma di economia possibile, NON POSSA causare danni ecologici. I sostenitori della Rand sono infatti noti per essere anti-ambientalisti.

Il problema fondamentale dell'obiettivismo di Rand è che propone di adattare le persone al sistema sociale in cui vivono, anziché proporre un sistema che si adatti a come le persone sono realmente. Ayn Rand immagina che ogni capitalista sia un eroico imprenditore equo e integerrimo, l'ideale platonico dell'industriale retto e onesto che crea ricchezza e benessere per tutti, come lo sono i protagonisti dei suoi romanzi. Se tutti (o almeno la maggioranza) dei membri di un sistema capitalistico liberista fossero davvero come lei li immagina, allora il suo sistema funzionerebbe alla perfezione, certo, ma quel SE è enorme e inficia la validità dell'intera proposta, perché il mondo reale non si adatta alla sua visione.
La filosofia di Rand è utopistica, e quindi destinata a fallire. A dispetto delle sue pretese di rigido obiettivismo, il pensiero di Rand è fortemente idealista.

Rand ignora completamente i danni che la ricchezza cumulabile non può fare a meno di creare (soprusi dei più ricchi sui più poveri, corruzione impossibile da sradicare). Ignora il fatto che la ricchezza cumulabile non può che creare una società piagata da ingiustizie sociali, perché essa rende l'emergere di tali ingiustizie non solo possibile, ma desiderabile proprio per il tipo di persona maggiormente incline ad accumulare ricchezza in un sistema simile.

La filosofia della Rand ignora ogni ispirazione che il tribalismo possa offrire, e soffre quindi dello stesso etnocentrismo di chiunque altro giudichi ridicolo cercare tra "selvaggi primitivi" la risposta ai problemi della nostra civiltà, nonostante essi siano i depositari del sistema sociale umano di maggior successo mai esistito. Partendo da una prospettiva storica e sociale molto ristretta (considera solo gli ultimi due secoli di sviluppo della civiltà), è inevitabile che le sue conclusioni siano fallaci.


(Vedi la FAQ generica n° 11 per la differenza tra l'egoismo Prendi e quello tribale.)



FAQ generica n° 31:
Cosa ne pensa Quinn di Karl Marx, e in che modo ne è stato influenzato?

"Come Ayn Rand e Freud, anche Marx era prigioniero della Grande Amnesia. Anche se sapeva che la nostra cultura non costituisce l'intera umanità, comunque nelle sue teorie assume che lo sia. Perché dovrei studiare la TEORIA di Marx su cosa funzionerebbe, quando posso studiare cosa ha funzionato e funziona davvero?" (Fonte)



FAQ generica n° 32:
Le idee di Quinn mi hanno ispirato a fondare una comunità con un gruppo di amici dove vivere in armonia con la natura e senza inquinare.

Buona fortuna, ma è completamente diverso da quello che intendeva Quinn. Il suo scopo è di trovare nuovi modi di vivere che permettano all'intera umanità di vivere sostenibilmente, e se un gruppetto di persone si isola dalla civiltà non fa che rinunciare a lavorare al problema. Mentre quei pochi individui vivono per conto loro, il resto della civiltà Prendi continua imperturbata la corsa verso il baratro.

Il discorso è diverso se il modo di vivere che questo gruppetto di persone adotta può servire almeno da modello per il resto della nostra civiltà, in modo da incoraggiare altre persone a trovare nuovi modi di vivere ecologicamente sostenibili. In quel caso, quella comunità sarebbe il primo passo verso la salvezza dall'estinzione. Ma perché altri possano volerla prendere a modello, bisogna che capiscano PERCHE' dovrebbero cambiare il proprio stile di vita. Il primo passo quindi rimane sempre smentire la mitologia culturale della nostra civiltà e cambiare le menti di chi ci circonda.

(FAQ correlate: FAQ sul Tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 8.)




FAQ generica n° 33:
Ogni volta che suggerisco a qualcuno di leggere Ishmael mi fa la stessa domanda: "Di che parla?", e io non riesco mai a trovare una risposta soddisfacente.

Nessuno ci è riuscito in vent'anni, nemmeno Quinn stesso. Per sopperire alla mancanza, Quinn suggerisce di spiegare che EFFETTO ha avuto su di te, e non di cosa parla. Descriverlo come un libro sconcertante che ti apre gli occhi sull'estinzione a cui stiamo andando incontro e cambia il tuo modo di vedere le cose riguardo il mondo, l'uomo e la sua natura, sicuramente incuriosisce.



FAQ generica n° 34:
Ho trovato una contraddizione/una falsità nelle parole di Quinn!

Primo: non abbiate troppa fretta di esprimere giudizi definitivi. Le idee di Quinn vengono discusse da vent'anni da migliaia di lettori ed esperti di vari settori e rimangono solide e coerenti, quindi è molto improbabile che la vostra obiezione non sia già stata analizzata a dovere (più volte). Prima di affermare di averle confutate, leggete queste FAQ, e se la questione non viene trattata qui, leggete le FAQ del sito di Quinn, che ad oggi (settembre 2012) sono oltre 540. Se neanche lì se ne parla, potete chiedere chiarimenti a me o direttamente a Quinn.

Secondo: se anche un dato o un'affermazione dovessero risultare davvero errati, questo non inficerebbe l'intero sistema di pensiero che Quinn ha delineato in 5 libri. Al limite, porterebbe a una revisione di quella particolare questione, ma i pilastri generali del sistema (le menzogne della nostra cultura implicita e l'insostenibilità dello stile di vita che hanno generato) rimarrebbero validi, per il semplice motivo che si tratta di questioni di LOGICA: un sistema basato sulla costante e infinita conversione delle altre specie in cibo umano (e quindi in biomassa umana) non può essere ecosostenibile, perché senza le altre specie viventi non può esistere nemmeno la nostra. Quindi se per esempio si scoprisse che le specie che si estinguono ogni giorno a causa dell'agricoltura totalitaria non sono 200 o 150 ma solo 50, questo non dimostrerebbe che la crisi ecologica non esiste, ma solo che procede più lentamente di quanto si credesse (ma la sua destinazione finale rimane la stessa). Ecco perché discutere incessantemente di dettagli simili è inutile, se non addirittura controproducente, visto che toglie attenzione alle questioni davvero cruciali. Senza contare che, data la difficoltà di arrivare a una risposta precisa certa e verificabile, tali discussioni rischiano di non avere una fine.




FAQ generica n° 35:
Se anche il collasso ecologico avvenisse, l'umanità non si estinguerebbe. Siamo troppi, troppo intelligenti e sparsi in ogni angolo del pianeta, alcuni di noi riuscirebbero sicuramente ad adattarsi e sopravvivere.

Se il collasso ecologico avvenisse, le catene alimentari comincerebbero a scomparire con un effetto domino, non più al ritmo di decine o centinaia al giorno, ma di decine o centinaia di migliaia. Le forme di vita che sopravviverebbero non sarebbero quelle più adattabili o intelligenti (non ci sarebbe tempo di adattarsi, né l'intelligenza da sola potrebbe creare cibo, acqua potabile e aria pulita senza più ecosistemi), ma quelle in fondo alla catena alimentare, come gli scarafaggi.

Chi sostiene che un certo numero di noi sopravviverebbe immagina che nel caos di un'apocalisse ecologica saremmo in grado di preservare le catene alimentari da cui dipendiamo mentre le altre scomparirebbero, ma semplicemente non c'è modo di fare una cosa simile.
Inoltre, il mondo post-collasso sarebbe così radicalmente diverso che gli umani sopravvissuti fino a quel momento si troverebbero a vivere in condizioni letteralmente disumane senza la minima idea di come fare, essendo privi anche delle tecniche e delle capacità di sopravvivenza che aveva l'homo habilis.

"Ma forse un gruppetto di umani riuscirebbe a sopravvivere e a portare avanti la specie", si obietterà a questo punto. Il che è del tutto possibile, certo. Arrivare a risposte certe al 100% su questioni così complesse è pressoché impossibile. Ma a causa dei motivi esaminati in questa risposta, è molto, molto improbabile che anche solo poche centinaia o poche migliaia di umani riuscirebbero a sopravvivere a un collasso ecologico globale. Puntare su questa minuscola possibilità e lasciare che il collasso avvenga non mi sembra una soluzione sensata.

(Senza contare che se non si smentisse la mitologia culturale alla base della nostra civiltà una volta per tutte, gli umani sopravvissuti cercherebbero con tutte le loro forze di ricostruire la civiltà scomparsa, ricreando il problema. Cambiare la mentalità della nostra civiltà rimane un passo essenziale.)



FAQ generica n° 36:
Cosa ne pensa Quinn dell'Ecologia Profonda (Deep Ecology)?

L'Ecologia Profonda è una filosofia secondo cui la specie umana non è superiore a nessun'altra e secondo cui ogni specie vivente ha lo stesso diritto di esistere, a prescindere dalla propria intelligenza e dalla propria utilità per gli umani. L'Ecologia Profonda sottolinea anche l'interdipendenza di ogni specie e punta il dito sulla pericolosa e rapidissima diminuzione della biodiversità provocata dalla nostra civiltà, che sta causando una vera e propria estinzione di massa. Il suo scopo è di modificare la concezione dell'ambiente della nostra civiltà in modo da rendere le nostre società e le loro attività sostenibili.

Data la sua confutazione di una delle più nocive fallacie culturali della nostra civiltà (quella secondo cui la specie umana è superiore e separata dal resto della comunità della vita), Quinn ha affermato di essere più che favorevole all'Ecologia Profonda e ai suoi obiettivi.
Bisogna sempre stare attenti, però, a non commettere l'errore di incolpare TUTTA l'umanità dell'attuale crisi ecologica (che è stata provocata solo dalla nostra cultura Prendi, e non anche dalle culture Lascia) e quindi a non dare la colpa di tutto alla natura umana intrinsecamente malvagia.



FAQ generica n° 37:
Dominiamo il mondo perché siamo la specie più forte. Abbiamo il potere per farlo, quindi ne abbiamo anche il diritto! Che c'è di sbagliato?

Questa domanda è di stampo morale, quindi con ciò che dice Quinn non c'entra nulla.
Quinn non è interessato a stabilire se sia moralmente giusto o sbagliato dominare il mondo, semplicemente perché NON ESISTE RISPOSTA a una domanda simile. La morale è una questione di opinioni, ciò che è giusto per una persona è sbagliato per un'altra, e non c'è modo di arrivare a una risposta oggettivamente valida per tutti, perché una tale risposta non esiste. Quindi parlare di morale è fondamentalmente una perdita di tempo (pericolosissima, considerando il ritmo a cui procede la distruzione ambientale).

Quinn non dice che non abbiamo il diritto di dominare il mondo, o che sterminare le specie che giudichiamo inutili è moralmente sbagliato, dice che è un modo di vivere INSOSTENIBILE, e quindi fallimentare e destinato a farci estinguere, a lungo andare.
Non affronta il discorso dal punto di vista morale, ma da quello pratico: il nostro attuale stile di vita non può che concludersi con la nostra estinzione, ed è per questo che dobbiamo cambiarlo. Non perché è moralmente riprovevole ma perché è inefficace.

Inoltrarsi in (interminabili) dibattiti sulla moralità di questo o quello, significa cambiare discorso e parlare di qualcosa di completamente diverso dalle idee di Quinn.



FAQ generica n° 38:
La "descolarizzazione" proposta da Quinn non è forse uguale all'unschooling proposto da John Holt?

Ho chiesto lumi a Quinn e mi ha risposto che se non è uguale, è comunque quasi indistinguibile (vedi immagine sottostante).



Traduzione: "Sono piuttosto noto nei circoli di unschooling e di home-schooling, e non solo per My Ishmael. Un discorso che ho tenuto a una conferenza sull'educazione a casa e la descolarizzazione nel 2000 può essere letto qui: http://www.ishmael.org/Education/Writings/unschooling.cfm. [Traduzione italiana qui.] Ho naturalmente letto John Holt riguardo la descolarizzazione (molte lune fa), ma ho paura di non poterti dire così su due piedi in che modo il suo approccio si differenzi dal mio (ammesso che lo faccia)."

Entrambe le proposte hanno piena fiducia nella capacità dei bambini di imparare da sé tutto ciò che gli interessa o di cui possano aver bisogno nella vita di tutti i giorni, senza bisogno di aule, libri di testo, programmi o voti, che anzi sono controproducenti (si tenga sempre a mente che si parla della scuola dell'obbligo, e non di scuole facoltative come università, scuole d'arte o di arti marziali).

Entrambe le proposte sottolineano l'estrema inefficienza dell'educazione classica, che pretende, tramite programmi standardizzati, di insegnare a tutti le stesse cose nello stesso momento e allo stesso modo, senza nessun riguardo per le diverse attitudini, predisposizioni, obiettivi e talenti di ognuno.

(Ma credo che Quinn sia l'unico a sostenere che lo scopo sistemico della scuola, nella nostra cultura, sia di tenere i giovani fuori dal mercato del lavoro fino ai 18-22 anni e di impedire loro di ottenere capacità di sopravvivenza, in modo da tenerli dipendenti dalla nostra civiltà, e che quindi il suo apparente fallimento sia in realtà un pieno successo.)

Per saperne di più sull'unschooling, è possibile leggere la relativa pagina di wikipedia (in inglese, purtroppo).
Per approfondire ciò che Quinn ha da dire sulla descolarizzazione, è possibile leggere il suo saggio a riguardo e l'omonimo capitolo in My Ishmael.


Mi permetto di aggiungere il mio personale contributo alla questione dell'educazione scolastica:

L'attuale sistema educativo è difettoso alla radice e destinato inevitabilmente a fallire perché contrasta con la struttura neurologica umana. Il cervello umano è strutturato in modo tale da ricordare e imparare solo ciò che trova interessante, shockante o utile e dimenticare il resto. Non si tratta di un difetto: deve essere strutturato in questo modo per funzionare bene e rapidamente, altrimenti avremmo la testa piena di confuse informazioni inutili.

Dimenticare ciò che non ci interessa è importante quanto ricordare ciò che ci interessa.

Ogni volta che qualcosa ci interessa, il nostro cervello rilascia una sostanza, il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor) che permette l'"incisione" delle informazioni nel nostro cervello in modo indelebile. Senza questa sostanza le connessioni sinaptiche non si possono consolidare in modo permanente, e quindi le informazioni non vengono immagazzinate a lungo termine. Questa sostanza, insomma, è essenziale per ricordare e imparare davvero le cose, anziché ricordarle soltanto a breve termine. (fonte - cache)

Il punto è che il BDNF viene rilasciato nel cervello solo quando ci imbattiamo in qualcosa che ci interessa, ci sconcerta o ci è spesso utile nella vita quotidiana. (Vedi "Il cervello infinito" di Norman Doidge per approfondimenti.)
Anche concentrarsi intensamente può causare un rilascio di BDNF ma, data la brevità della soglia d'attenzione umana, pensare che tutti gli studenti possano rimanere in uno stato di perenne, intensa concentrazione per cinque ore al giorno, 
sei giorni a settimana, per tredici anni di scuola, è assurdo.

Ripetere e ripetere le stesse cose (come quando studiamo per un esame o un'interrogazione) non funziona: la ripetizione al massimo ti permette di ricordarti le cose A BREVE TERMINE, ma dopo qualche giorno o qualche settimana ti sei già scordato tutto ciò che non ti ha interessato, e continui a ricordarti per anni solo le poche briciole di informazione che invece ti hanno colpito o per cui hai un uso pratico e frequente. (Credo che chiunque abbia sperimentato questo fenomeno.)
L'analfabetismo di ritorno non esiste per caso.


Questo significa che non è possibile prendere un gruppo di individui (ognuno con capacità, attitudini e interessi diversi e che di simile hanno solo l'età anagrafica) e insegnare a tutti quanti le stesse cose, come se fossero computer identici da programmare tutti allo stesso modo. Una cosa simile non è biologicamente possibile. Ognuno di loro imparerà solo pochissime cose delle materie che trova interessanti o utili nella vita di tutti i giorni, e tutto il resto lo dimenticherà, perchè è così che il cervello umano funziona. Ed è così che deve funzionare per essere efficiente.

Un sistema educativo che vuole "educare" il cervello ma che non tiene conto del modo in cui opera, potrà mai funzionare?

Ogni volta che ascolto la gente parlare dei problemi dell'istruzione e delle possibili soluzioni mi sembra di assistere al dialogo di un gruppo di persone intorno a una bicicletta senza ruote che si chiedono perché non funzioni e come aggiustarla.
Uno dice che bisogna riverniciarla ("perché ai miei tempi erano bianche e funzionavano meglio!"), un altro che bisogna ricostruirla in fibra di carbonio e titanio ("perché va modernizzata!"), un altro ribatte che bisogna aggiungere una catena in più (come quelli secondo cui la soluzione è aumentare i finanziamenti), un altro ancora sostiene che bisogna aggiungere un campanello (come quelli secondo cui la situazione si risolverebbe riportando in vigore i grembiuli)... e nessuno si accorge che il problema è un altro, molto più fondamentale: non ci sono le RUOTE, quindi quella bicicletta non potrà mai funzionare.
(Naturalmente ciò accade perché a chi comanda conviene che la situazione rimanga così, non certo perché ai piani alti non si sa come funziona il nostro cervello o non si realizza l'inefficienza dell'attuale sistema educativo. Questo è fuor di dubbio.)



FAQ generica n° 39:
Provo spesso a discutere di questi argomenti, ma molte volte non riesco a concludere nulla. Qualche suggerimento?

Si tratta di argomenti molto complessi e soprattutto insoliti, a cui non siamo abituati a pensare e che quindi all'inizio possono creare molte difficoltà, visti i particolari schemi di ragionamento che richiedono. La pazienza è essenziale, con chi non è abituato a rifletterci.
Alcuni consigli generali:
  1. Assicuratevi di aver davvero compreso e padroneggiato i concetti che volete esprimere (e soprattutto le loro conseguenze), altrimenti è facile rimanere spiazzati da una domanda a cui altrimenti si sarebbe risposto facilmente.
  2. Tenete sempre a portata di mano delle fonti a sostegno delle vostre affermazioni (qui ne trovate alcune a sostegno delle affermazioni più importanti ed "eretiche").
  3. Tenete presente che discussioni lunghe, complesse e bisognose di fonti e dati come queste si svolgono molto meglio per iscritto che a voce (in un forum su internet, per esempio).
  4. Ripetete e ripetete i concetti più importanti, o non verranno compresi.
  5. Scegliete accuratamente i vostri interlocutori. Alcune persone non vogliono ascoltare e non lo faranno, quindi discutere con loro risulterebbe in un'irritante perdita di tempo. Riconosceteli ed evitateli.
Riguardo quest'ultimo punto, ecco un piccolo elenco delle tipologie più comuni di individui con cui è inutile provare a discutere di questi argomenti:
In generale, è mia personale opinione che vadano evitati i militanti religiosi o politici (inclusi gli ambientalisti e/o animalisti radicali, ossessionati dall'aspetto morale della questione) e purtroppo anche le persone oltre una certa età (in genere oltre i 45-50 anni), che si dimostrano piuttosto coriacee verso ogni nuova idea o interpretazione (più si è anziani, più è difficile accettare di aver coltivato convinzioni erronee per tutta la vita, e soprattutto è difficile ammetterlo a persone più giovani).
Naturalmente questo non è SEMPRE vero, è solo una norma generale.

Sempre in generale, mi sembra che i giovani si dimostrino più reattivi e desiderosi di capirne di più, dato che non hanno ancora avuto il tempo di riempirsi di idee e preconcetti fallaci e di renderli il perno della propria identità. Inoltre ha più senso rivolgersi a loro, dato che toccherà principalmente a loro affrontare il problema, nel prossimo futuro.

Quello che si deve sempre tenere presente è che nessuno che non voglia ascoltare può essere convinto a farlo. E' impossibile. Quinn stesso afferma di non essere mai riuscito a far capire qualcosa a qualcuno che non VOLESSE capirlo.
Se il terreno non è fertile, è inutile cercare di seminarlo. Imparare a riconoscere rapidamente le cause perse è fondamentale, se non si vuole finire con lo sprecare la maggior parte del tempo e delle energie in vicoli ciechi.

(Naturalmente, se qualcuno scrive pubblicamente false confutazioni o fraintendimenti delle idee di Quinn va corretto e smentito pubblicamente, ma questo non perché si sta cercando di convincere LUI, ma per evitare che qualcun altro, leggendo quello che scrive, possa credere che le cose stiano davvero come dice. Una volta smentitolo, se si vede che non è disposto a riconoscere i propri errori, conviene lasciarlo stare.)



FAQ generica n° 40:
La faccenda è molto più semplice di quanto dica Quinn: se solo tutti **********, tutti i nostri problemi si risolverebbero!

Al posto degli asterischi, si possono aggiungere molte cose:
E così via. Si potrebbe continuare molto a lungo.

"Ma tutte queste proposte sono completamente diverse!", si obietterà. "Come puoi fare di tutta l'erba un fascio?!"

Lo faccio perchè, come chi ha letto i libri di Quinn dovrebbe sapere, spesso è molto più utile concentrarsi sulle ENORMI SOMIGLIANZE BASILARI esistenti tra varie idee piuttosto che sulle innumerevoli, minute differenze superficiali.
E se ci si concentra sulle somiglianze fondamentali tra tutte queste proposte, si capisce una cosa: si tratta invariabilmente di proposte utopistiche.

Ognuna di esse, infatti, per funzionare richiederebbe che la natura umana fosse diversa (più intelligente, più altruista, più generosa, più profonda, più curiosa, più obiettiva, meno venale, più lungimirante, più razionale, e così via.) Ma dato che non si conosce alcun modo di cambiare la natura umana, né tantomeno di farlo su larga scala a miliardi di individui (e anche se potessimo, non sarebbe affatto una buona idea), queste proposte non potranno mai fare altro che FALLIRE, come infatti ha fatto e continua a fare ogni sistema utopistico nella storia dell'uomo.
L'argomento viene sviscerato più in dettaglio in questa FAQ, non mi pare il caso di ripetere tutto qui.

In questa sede, basti far presente che affidarsi a proposte utopistiche equivale a trovarsi incatenati sul fondo di un pozzo profondo che si sta allagando sempre di più e dire: "Be', non c'è bisogno che provi a liberarmi delle catene e ad arrampicarmi fuori, rischiando magari di cadere e di farmi male. Se solo mi spuntassero magicamente le ali sarei salvo, quindi la cosa migliore è senza dubbio aspettare che mi spuntino senza fare nient'altro."

E' vero che in teoria la sua idea funzionerebbe (se davvero gli spuntassero le ali sarebbe effettivamente salvo), ma che validità pratica pensate che abbia un'idea simile? E che risultato credete che otterrà, questo "ottimista" in fondo al pozzo?

E' chiaro che si tratta di un approccio fondamentalmente difettoso, visto che per funzionare richiede qualcosa che non avverrà mai (e che è perfino meglio che non avvenga!). Il fatto che un'idea in teoria potrebbe funzionare, se solo la condizione x si realizzasse, non significa che sia un'idea valida. Bisogna considerare la probabilità di realizzazione di quella condizione x (e nei casi elencati qui sopra, ci vorrebbe una magia).

Inoltre, parecchie di queste idee hanno altri difetti fatali, nati dalla semplificazione della situazione o dall'ignoranza di fattori fondamentali in gioco.

La proposta di far diventare tutti vegetariani o vegani, per esempio, non risolverebbe il problema ecologico (né quello della fame) nemmeno se si riuscisse a convincere tutti a rinunciare a carne, pesce, uova, formaggi, eccetera, e se questo non provocasse alcun problema di salute a nessuno (dettagli).

La proposta di convincere tutti ad adottare dei bambini del Terzo Mondo, poi, è sconcertante. Ammettiamo che per miracolo siamo riusciti a convincere decine di milioni di famiglie occidentali ad adottare bambini di estranei e a prendersene cura con i propri soldi. Bene. E l'anno prossimo? Hanno adottato i bambini, non i genitori. Quelli sono ancora nel Terzo Mondo e vivono nelle stesse condizioni, il che significa che continueranno a riprodursi. Ogni anno, vengono aggiunti 77 milioni di bambini alla popolazione mondiale, principalmente nel Terzo Mondo (fonte - cache), e ogni tentativo di controllo deliberato delle nascite mai provato nella storia dell'uomo ha sempre regolarmente fallito (dettagli). Che facciamo? Convinciamo quelle famiglie occidentali ad adottare altri bambini ogni anno, man mano che vengono prodotti? Quanti figli finirebbe con il dover adottare in tutto ogni famiglia occidentale? 3? 5? 10? 20? Fino a quando potrebbe reggere una situazione simile, se anche tutti fossero disposti a farlo? E davvero pensate che con l'ambiente già in crisi, sarebbe una buona idea aumentare l'impatto ecologico di questi abitanti del Terzo Mondo, facendoli vivere secondo gli standard occidentali (cosa che sarebbe devastante e aggraverebbe enormemente la crisi ecologica)?
Questa proposta oltre a richiedere condizioni utopistiche non risolverebbe nulla neanche se per miracolo si realizzasse, né la fame globale (non quella dei genitori, almeno) né, soprattutto, l'incessante sovrappopolazione e la crisi ecologica che essa causa (né l'estinzione umana che causerà di questo passo).

Per quanto mirare a migliorare le condizioni di vita di bambini bisognosi sia ammirevole, continuare a ignorare il problema che minaccia di distruggerci tutti (la correlazione tra disponibilità di cibo e aumento della popolazione e i danni ecologici che la conseguente sovrappopolazione sta causando), significa condannarci TUTTI all'estinzione, inclusi quei bambini che si sta cercando di aiutare. Il primo passo è risolvere il circolo vizioso "più cibo - più popolazione - ancora più cibo", altrimenti non sopravviveremo come specie e non avrà avuto senso risolvere qualunque altro problema. E il primo passo per risolvere quel circolo vizioso è smentire la mitologia culturale della nostra civiltà e far capire ad abbastanza persone i veri rischi che stiamo correndo e tutti i motivi per cui gli converrebbe personalmente risolvere il problema (il che è difficile, ma almeno non impossibile). Bisogna, quindi, far leva sull'egoismo degli umani, non aspettare che scompaia o diminuisca. (Dettagli sulle differenze tra egoismo nocivo e benefico.)

L'approccio di Quinn, insomma, anziché remare (inutilmente) CONTRO la natura umana, per funzionare la UTILIZZA così com'è ora. Tra i due punti di vista c'è la stessa differenza che c'è tra sistemi utopistici e strategie evolutivamente stabili. I primi non possono che fallire, le seconde non possono che funzionare (se non funzionassero, non sarebbero state portate avanti dalla selezione naturale e non sarebbero diventate strategie evolutivamente stabili).

Affidarsi a idee utopistiche è sicuramente molto più comodo e facile, visto che in sostanza richiede solo di predicare agli altri di diventare più buoni, più lungimiranti, più altruisti, ecc., per poi aspettare che si trasformino. E di sicuro ci dà la piacevole sensazione di stare dalla parte giusta, di star lavorando a risolvere il problema e di sapere che cos'è davvero importante. Ma è anche un approccio estremamente inefficace, come dovrebbe essere evidente dal fatto che decenni di queste proposte non solo non hanno risolto la situazione, ma non ne hanno neanche rallentato il peggioramento, 
che ormai è giunto a livelli critici. Di questo passo, la nostra estinzione è questione di pochi decenni al massimo.

Quando una soluzione si dimostra fallimentare per tanto tempo e in così tanti modi diversi, è ora di provarne un'altra radicalmente diversa.
Continuare ad affidarsi solo a frasi come quella nell'immagine qui sopra
e aspettare che si realizzino per magia non è solo inutile, è dannoso.

(FAQ correlate: FAQ sulla sovrappopolazione n° 9
FAQ generica n° 11. FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 15. FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 12.)



FAQ generica n° 41:
Per caso state proponendo il suicidio o l'autoestinzione umana come soluzione alla crisi ecologica?

Assolutamente no.
La colpevole della crisi ecologica è solo la nostra cultura Prendi (per la precisione, la sua mitologia culturale), ed essa non costituisce tutta l'umanità, come tendiamo a credere, ma solo UNA cultura fra centinaia di migliaia. Questo concetto è uno dei cardini del pensiero di Quinn, e viene spiegato molto chiaramente e in varie occasioni (per esempio in questo punto di The Story of B e nel saggio "Come stiamo preparando noi stessi e i nostri figli all'estinzione").

La specie umana in sé non è più dannosa di qualunque altra specie animale o vegetale sul pianeta. Centinaia di migliaia di culture diverse dalla nostra (tribali) hanno vissuto su questo pianeta per milioni di anni senza causare alcuna crisi ecologica. E' solo la nostra cultura Prendi il problema. Quindi basta trovare dei modi di vivere migliori di essa e abbandonarla. Non c'è nessun bisogno di autoestinguersi. Non è la vita umana il problema.

Proporre l'autoestinzione o il suicidio collettivo è tipico di chi è ancora convinto che noi civilizzati costituiamo l'intera specie umana e che l'umanità sia intrinsecamente difettosa e nociva per il pianeta. Ma chiunque abbia letto (e capito) Quinn sa che non è affatto così.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 24.)




FAQ generica n° 42:
E' vero che il film "Instinct - Istinto Primordiale" con Anthony Hopkins è stato tratto da "Ishmael"? Quindi mi basta vedere il film anziché leggere il libro?

Il film "Instinct - Istinto Primordiale" è stato molto vagamente ispirato a "Ishmael", ma non contiene praticamente niente del libro e delle idee di Quinn (e addirittura ne contraddice alcune), perché lo studio di produzione credeva che un semplice film d'azione che si limitasse a predicare un ritorno dell'uomo allo stato primordiale (che NON è ciò che Quinn propone) potesse incassare di più di un film che esprimesse una filosofia molto più complessa, inusuale e difficile da afferrare come quella di "Ishmael".
L'unico punto in comune tra libro e film è che entrambi affermano che c'è qualcosa di sbagliato nel nostro modo di vivere, ma lì si fermano le somiglianze.

Quindi no, vedere il film non è assolutamente lo stesso che leggere il libro. Sono due cose del tutto diverse.

Quinn ha espresso lo stesso concetto qui e qui.



FAQ generica n° 43:
Ho letto i libri e le FAQ. Come posso approfondire ulteriormente le idee di Quinn?

Su internet (sfortunatamente sono siti in inglese, dato che in Italia l'unico sito che esamina le idee di Quinn è questo):
Quinn fornisce anche una lista di libri da leggere (sfortunatamente pochi sono disponibili in italiano):
http://www.ishmael.org/Education/Readings/




 
FAQ sulla sovrappopolazione:

  1. Quinn non capisce di che sta parlando. Il nostro pianeta non è affatto sovrappopolato, solo alcune aree lo sono, ma il resto è quasi vuoto. La sovrappopolazione non esiste nemmeno, come problema.
  2. Se disponibilità di cibo e crescita demografica sono sempre e inevitabilmente collegati, allora perché la popolazione aumenta di più e più rapidamente nelle nazioni povere dove il cibo è scarso, mentre nelle nazioni ricche aumenta più lentamente o addirittura diminuisce?
  3. Non stiamo affatto producendo più cibo, anzi, ne produciamo sempre meno perché i terreni fertili sono in continua diminuzione a causa di erosione, desertificazione e inquinamento, per non parlare delle sempre maggiori coltivazioni a scopo non alimentare (tabacco, cotone, biodiesel) eppure la popolazione globale continua ad aumentare. Questo non dimostra che disponibilità di cibo e aumento demografico non sono affatto collegati?
  4. Non c'è bisogno di abbandonare l'agricoltura totalitaria e di cambiare completamente stile di vita per fermare l'aumento demografico, basta creare una legge che renda illegale avere più di tot figli e farla rispettare in tutto il mondo, soprattutto nelle nazioni la cui popolazione aumenta più rapidamente.
  5. Il ritmo della nostra crescita demografica sta rallentando, ed è stato calcolato che nel giro di 50-100 anni si arresterà completamente, e la popolazione resterà stabile a 10-12 miliardi. Quindi la sovrappopolazione di cui parla Quinn non esiste affatto come problema.
  6. E' assurdo paragonare gli umani a qualunque altra specie vivente, perché noi abbiamo la capacità di capire le conseguenze delle nostre azioni e possiamo decidere liberamente il nostro comportamento. Per esempio, possiamo aumentare la produzione di cibo senza aumentare anche di numero. Possiamo scegliere di riprodurci di meno, o addirittura di non riprodurci affatto.
  7. Come facciamo a sapere con certezza che prima dell'agricoltura totalitaria gli umani mantenevano un equilibrio stabile con l'ambiente?
  8. Quando una popolazione si modernizza a sufficienza, la sua crescita demografica si interrompe o addirittura diminuisce leggermente (come dimostra il tasso di crescita scarso o nullo delle nazioni più sviluppate). Quindi basta modernizzare anche i paesi in via di sviluppo per fermare l'aumento demografico.
  9. Dato che il problema non è tanto il numero di persone ma la loro impronta ecologica, basta convincere tutti a ridurre i propri consumi di risorse ambientali!
  10. Dove sono le prove matematiche che la popolazione umana è una funzione della disponibilità di cibo e che sia impossibile evitare di aumentare di numero quando si aumenta la produzione alimentare?
    .


FAQ sulla sovrappopolazione n° 1:
Quinn non capisce di che sta parlando. Il nostro pianeta non è affatto sovrappopolato, solo alcune aree lo sono, ma il resto è quasi vuoto. La sovrappopolazione non esiste nemmeno, come problema.

La sovrappopolazione si ha quando la popolazione di un certo territorio è eccessiva per le capacità di sostentamento di quel territorio. Quando quel territorio non riesce a produrre risorse sufficienti a sostentare stabilmente e indefinitamente la popolazione che ospita.
Questa è esattamente la situazione in cui ci troviamo: secondo tutte le ricerche più recenti, infatti, stiamo usando più risorse di quanto l'ambiente sia in grado di rigenerare. Il 50% in più (cache). In altre parole, stiamo vivendo in un modo insostenibile che di questo passo ci porterà sicuramente all'esaurimento del nostro ambiente (e quindi all'estinzione, visto che senza ambiente non avremmo modo di sopravvivere).

Non ha senso distinguere tra le singole popolazioni umane e obiettare che alcune aree non sono sovrappopolate. Anche in India ci sono zone poco popolate, ma se si considera la nazione nel suo complesso, ci si accorge che è gravemente sovrappopolata, perché le aree poco popolate sono solo una parte minima del totale. Allo stesso modo, quando si parla del nostro pianeta come ambiente, quella che conta è la popolazione umana globale. E la popolazione globale è troppa, per le capacità di carico del nostro pianeta, come dimostra il fatto che usiamo più risorse di quelle che è in grado di rigenerare.

Ricordatevi sempre che ciò che conta non è lo spazio fisico ma la capacità portante dei vari territori. Anche dieci persone possono essere sufficienti a sovrappopolare un'area di cento chilometri quadrati, se quell'area è un deserto capace al massimo di sostentare tre persone.

Quindi mostrare, come fanno molti, delle mappe della popolazione del nostro pianeta e indicare tutte le zone ancora quasi vuote non ha senso: quelle zone (di solito si tratta di aree troppo calde, troppo fredde, troppo rocciose, ecc.) hanno capacità portanti così scarse che ospitano già la massima quantità di umani che possono sostentare. Oppure si tratta delle poche foreste pluviali rimaste al pianeta (che dobbiamo assolutamente conservare come sono, visto che sono essenziali per avere aria respirabile).
Anche se a prima vista guardando quelle mappe sembra che ci sia ancora spazio in abbondanza e che molte zone del pianeta stiano andando quasi "sprecate", in realtà non è affatto così.

In uno studio (cache) intitolato “Cibo, Terreno, Popolazione e l'economia degli Stati Uniti”, David Pimentel, professore di ecologia alla Cornell University, e Mario Giampietro, ricercatore all'INRAN (l'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione), hanno stimato che la massima popolazione sostenibile sarebbe di 2 miliardi di persone per l'intero pianeta. Altri invece pongono il limite persino più in basso, a 500 milioni di persone al massimo.

E' bene precisare, comunque, che ciò che conta non è tanto il numero di persone ma la loro impronta ecologica, quindi limitarsi a stabilire una soglia massima di popolazione assumendo che vivano tutti secondo gli standard attuali non basta, bisognerebbe anche stabilire un'impronta ecologica massima da non superare per nessun motivo. Se la popolazione fosse di soli due miliardi ma ognuno di essi consumasse cento volte più di quanto noi occidentali consumiamo attualmente, quei due miliardi sarebbero comunque troppi. ("Ma allora", si dirà a questo punto, "per risolvere la crisi ecologica basta ridurre i nostri consumi di risorse ambientali, non serve ridurre la nostra produzione di cibo per far calare la popolazione!". In teoria, sì. In pratica, quest'idea purtroppo non è affatto promettente.)

Stime sul fronte opposto invece hanno fornito, nel corso degli anni, cifre da capogiro, arrivando ad affermare che la Terra potrebbe sostentare senza problemi decine di miliardi o addirittura TRILIARDI di persone. Ma queste stime non sono solo iper-ottimistiche, sono ANTISCIENTIFICHE, dato che ignorano completamente tutti i dati a nostra disposizione, che mostrano come in realtà siamo GIA' troppi, visto che i nostri attuali 7 miliardi causano uno sfruttamento ambientale 
del 50% insostenibile (cache). Se la popolazione attuale è già insostenibile, non si capisce come si possa pensare che decine di miliardi o triliardi di persone non lo sarebbero.

Alcuni (qui un esempio di stampo religioso - cache) rifiuteranno la realtà della sovrappopolazione affermando che se concentrassimo tutti gli esseri umani esistenti in un unico posto, potrebbero entrare in un'area delle dimensioni dell'Alaska senza nessun problema, lasciando vuoto il resto del pianeta. Il pio autore dell'articolo linkato conclude dicendo: "C'è spazio in abbondanza. Siamo ancora ben lontani dal realizzare il compito che Dio ci ha assegnato di 'essere fecondi e moltiplicarci fino a riempire la Terra e sottometterla'."

Quest'argomentazione è ovviamente ridicola, e per rendersene conto basta considerare l'aspetto più essenziale della vita umana: la produzione di cibo. Produrre abbastanza cibo per 7 miliardi di esseri umani richiede una devastazione ambientale insostenibile, come già detto, soprattutto considerando che tale devastazione è in costante aumento a causa del circolo vizioso "più cibo ---> più popolazione ---> ancora più cibo ---> ancora più popolazione" su cui si fonda la nostra civiltà, e questo significa che così tante persone alla fine causeranno sicuramente un collasso ecologico. ("Insostenibile" vuol dire proprio questo.)

Quei 7 miliardi di individui, quindi, non potrebbero vivere tutti in un'area delle dimensioni dell'Alaska, al massimo potrebbero morirci di fame. Per alimentarsi hanno bisogno di usare molto ma molto più territorio di quello. Tanto da finire con l'autodistruggersi.
E se consideriamo anche tutte le altre cose che la nostra civiltà ha bisogno di produrre per continuare a esistere e la cui produzione danneggia l'ambiente (tessuti, macchinari, elettronica, edifici, ecc.), il quadro diventa ancora più fosco.

No, non ci sono ancora spazio e risorse in abbondanza, e continuare a crederlo non potrà che avere esiti catastrofici.



FAQ sulla sovrappopolazione n° 2:
Se disponibilità di cibo e crescita demografica sono sempre e inevitabilmente collegati, allora perché la popolazione aumenta di più e più rapidamente nelle nazioni povere dove il cibo è scarso, mentre nelle nazioni ricche aumenta più lentamente o addirittura diminuisce?

La B dell'ABC dell'ecologia dice che all'aumentare del cibo disponibile per una specie, cresce anche la sua popolazione.
Questo è esattamente ciò che sta avvenendo alla nostra specie:
l'eccedenza di cibo che l'agricoltura totalitaria produce nelle nazioni sviluppate viene infatti trasferita e consumata nelle nazioni affamate, dove causa un aumento della popolazione. L'aumento demografico avviene nelle nazioni più povere perché è lì che il cibo in eccedenza prodotto dalle nazioni ricche viene consumato.

Le nazioni ricche quindi aumentano la disponibilità di cibo delle nazioni povere. Aumentano il cibo che le nazioni povere possono consumare, e quindi ne causano anche l'aumento demografico.
Ecco perché le nazioni più povere sono quelle con la crescita demografica più elevata e rapida. Non c'è nessuna contraddizione.

"Va bene", si potrebbe obiettare a questo punto, "questo spiega perché le popolazioni meno sviluppate crescono a ritmi così elevati, ma perché le popolazioni delle nazioni ricche non aumentano anch'esse? Dopotutto, anche loro hanno a disposizione più cibo del necessario, quindi potrebbero crescere di numero. Perché questo non avviene, o avviene secondo ritmi molto inferiori?"

Il motivo è lo stile di vita post-industriale di quelle nazioni. Una volta raggiunto uno stile di vita simile, infatti, avere figli diventa una spesa enorme, rispetto ai vantaggi che procura, e la popolazione è quindi fortemente scoraggiata a farlo. Nelle nazioni più povere, invece, avere figli è conveniente, perché costano molto poco per venire allevati e dopo pochi anni possono essere mandati a lavorare e a guadagnare.

Ma allora il problema è risolto, si sarà tentati di dire: basta portare tutte le popolazioni del pianeta al nostro stesso livello di vita. Una volta che vivranno tutti secondo uno stile post-industriale, la crescita demografica si arresterà.
Il problema è che ci estingueremmo molto prima di arrivarci. Vedi la FAQ sulla sovrappopolazione n° 8 per i dettagli.




FAQ sulla sovrappopolazione n° 3:
Non stiamo affatto producendo più cibo, anzi, ne produciamo sempre meno perché i terreni fertili sono in continua diminuzione a causa di erosione, desertificazione e inquinamento, per non parlare delle sempre maggiori coltivazioni a scopo non alimentare (tabacco, cotone, biodiesel) eppure la popolazione globale continua ad aumentare. Questo non dimostra che disponibilità di cibo e aumento demografico non sono affatto collegati?

Se la popolazione è aumentata, vuol dire che è aumentata anche la quantità di cibo a sua disposizione, altrimenti quella crescita demografica non sarebbe potuta avvenire. Questa è una questione di semplice logica: noi umani abbiamo bisogno di cibo per esistere. Se quest'anno esistono 77 milioni di persone in più rispetto all'anno scorso (fonte - cache), significa che è stato consumato cibo in più sufficiente a far esistere anche loro.

The Story of B, pagine 267 e 269, leggibili anche online:


"Mi viene spesso detto che anche se smettessimo di aumentare la produzione di cibo, la nostra popolazione continuerebbe comunque a crescere. Questo rappresenta un diniego sia della A che della B dell'ABC dell'ecologia. La A dice: noi siamo cibo. Siamo cibo perché siamo ciò che mangiamo, e ciò che mangiamo è cibo. Per dirlo chiaro e tondo, ognuno di noi è fatto di cibo.

Quando la gente mi dice che la nostra popolazione continuerebbe ad aumentare di milioni di individui all'anno anche se smettessimo di incrementare la produzione di cibo, io chiedo loro di che cosa saranno fatti questi milioni di individui, dato che non verrà prodotto cibo in più per sfamarli. Gli dico: “Per favore, portatemi alcune di queste persone, perché se non sono fatte di cibo, allora voglio sapere di che cosa sono fatte. Di raggi lunari, di polvere di arcobaleno, di luce di stelle, di respiro di angeli, di che cosa?”

[...]

Allora la gente mi chiede: “Non capisci che la nostra capacità agricola sta già venendo distrutta? Ogni anno eliminiamo milioni di tonnellate di suolo fertile. Perfino il mare non ha più tanto cibo quanto prima. Eppure l'esplosione demografica continua.” Il punto di quest'obiezione è: la nostra capacità di produzione alimentare sta calando, eppure la crescita della popolazione persiste. Questo viene portato come prova che non c'è alcuna connessione tra disponibilità di cibo e crescita della popolazione.

Ancora una volta, ho paura che siamo in presenza di un ragionamento surreale. La nostra esplosione demografica non può continuare senza cibo più di quanto un fuoco possa continuare a bruciare senza combustibile. Il fatto che la nostra popolazione continui a crescere anno dopo anno prova che stiamo producendo sempre più cibo, anno dopo anno. Questo resterà vero finché non compariranno persone fatte di ombre, di fil di ferro o di ghiaia."




FAQ sulla sovrappopolazione n° 4:
Non c'è bisogno di abbandonare l'agricoltura totalitaria e di cambiare completamente stile di vita per fermare l'aumento demografico, basta creare una legge che renda illegale avere più di tot figli e farla rispettare in tutto il mondo, soprattutto nelle nazioni la cui popolazione aumenta più rapidamente.

La fiducia che viene riposta nelle varie misure di controllo delle nascite è completamente immotivata. Nessuna di queste misure ha mai funzionato nella storia umana.
La politica cinese del figlio unico, oltre ad aver causato innumerevoli atrocità (cache) e problemi sia sociali che economici, non ha impedito alla popolazione cinese di continuare ad aumentare di milioni di individui all'anno (vedi immagine a lato, clicca per ingrandire). Anche la distribuzione gratuita di anticoncezionali in Africa, la pianificazione famigliare e la sensibilizzazione dell'opinione pubblica hanno sempre fallito, ottenendo al massimo risultati molto marginali e insufficienti. La sterilizzazione forzata in India, poi, oltre a non essere riuscita a controllare la popolazione è stata anche sfruttata dal governo per colpire dissidenti politici e addirittura per praticare rudimentali forme di eugenetica (cache), sterilizzando le caste inferiori.

Se si vuole proporre un rimedio come efficace, si dovrebbero portare degli argomenti (fattuali e/o logici) a sostegno di questa presunta efficacia. Il controllo delle nascite non può vantare nessun successo passato (anzi, solo fallimenti), e anche dal punto di vista logico è gravemente difettoso:
  1. Non c'è alcun modo di far rispettare una legge simile, così capillare e che riguardi MILIARDI di persone. La legge cinese non è riuscita nemmeno a controllare la propria popolazione, come si può pensare che una legge simile possa controllare la popolazione COMPLESSIVA umana? Senza contare che i paesi con il maggior aumento demografico sono anche quelli in cui tribunali e forze dell'ordine sono a dir poco inadeguati (per usare un eufemismo). Non è possibile nemmeno immaginare una legge che possa raggiungere l'obiettivo di controllare stabilmente e indefinitamente la popolazione mondiale umana, tantomeno per secoli o millenni. (Che caratteristiche dovrebbe avere? Come dovrebbe essere progettata? Come verrebbe fatta rispettare?)
    .
  2. Le misure di controllo demografico hanno tutte il gravissimo difetto fondamentale di mirare a controllare gli effetti del problema anziché mirare ad eliminarne le cause. Nessun problema è mai stato risolto in questo modo. La causa della sovrappopolazione è la sempre maggiore disponibilità di cibo: senza di esso, non potremmo aumentare di 77 milioni di persone all'anno (fonte - cache). Se producessimo abbastanza cibo solo per 2 miliardi di persone, non potrebbero esisterne 7 miliardi. Questo è un fatto innegabile.
Sebbene la proposta di Quinn di ridurre gradualmente la produzione globale di cibo (dettagli) non possa vantare successi precedenti (non essendo mai stata provata), è comunque logicamente solida, a differenza delle varie proposte di controllo delle nascite.



FAQ sulla sovrappopolazione n° 5:
Il ritmo della nostra crescita demografica sta rallentando, ed è stato calcolato che nel giro di 50-100 anni si arresterà completamente, e la popolazione resterà stabile a 10-12 miliardi. Quindi la sovrappopolazione di cui parla Quinn non esiste affatto come problema.

Dato che anche la popolazione attuale è eccessiva e insostenibile e ci porta a consumare il 50% in più (cache) delle risorse che potremmo consumare sostenibilmente, stabilizzarci anche oggi stesso non risolverebbe affatto il problema.
La sovrappopolazione non è un rischio futuro, è un problema già in corso (e gravissimo), che porta all'estinzione decine o centinaia di specie al giorno (cache), disgregando gli ecosistemi da cui dipendiamo e portandoci quindi sempre più vicini all'estinzione. Siamo già troppi. Stabilizzare la nostra popolazione non basta, dobbiamo ridurla a livelli sostenibili, se vogliamo sopravvivere.

Inoltre, c'è da sottolineare che chi pensa che stabilizzarci a 10-12 miliardi risolverebbe ogni problema è preda della fallacia culturale secondo cui la specie umana è separata e distinta dal resto dell'ambiente, e quindi può continuare a vivere indefinitamente anche se le altre specie si estinguono al ritmo di centinaia o migliaia al giorno. Non considera tutte le estinzioni che mantenere una popolazione umana così elevata causerebbe. Anche se la nostra popolazione fosse stabile, la popolazione delle altre specie continuerebbe a declinare sempre più, fino a portare al collasso ecologico. Sterminare le altre specie, alla lunga significa sterminare noi stessi.



FAQ sulla sovrappopolazione n° 6:
E' assurdo paragonare gli umani a qualunque altra specie vivente, perché noi abbiamo la capacità di capire le conseguenze delle nostre azioni e possiamo decidere liberamente il nostro comportamento. Per esempio, possiamo aumentare la produzione di cibo senza aumentare anche di numero. Possiamo scegliere di riprodurci di meno, o addirittura di non riprodurci affatto.

The Story of B, pagine 266-267, leggibile anche online:

"Mi occuperò per prima dell'obiezione più comune, ossia che gli esseri umani non sono topi. Questo è naturalmente verissimo, soprattutto a livello individuale. Ognuno di noi, come individuo, è in grado di compiere scelte riproduttive che i topi non possono assolutamente fare. Tuttavia – e questa è la considerazione che fa l'ecologia e che ho fatto anch'io oggi – il nostro comportamento come popolazione biologica è indistinguibile da quello di qualsiasi altra. A difesa di quest'affermazione, offro l'evidenza di diecimila anni di obbedienza a questa fondamentale legge ecologica: un aumento della quantità di cibo a disposizione di una specie significa crescita per quella specie.


Un grafico che mostra il costante aumento della nostra popolazione negli ultimi millenni.
(Fonte: Worldometers.info (cache), usando i dati dell'US Census Bureau.)


[NdT: Alcuni insisteranno che questi diecimila anni di dati non sono una dimostrazione definitiva della correlazione tra disponibilità di cibo e crescita demografica, e quindi la teoria vada ignorata, ma commettono un errore di metodo.
In casi come questi (come con la teoria dell'evoluzione), dimostrazioni matematiche certe al cento percento non si possono ottenere, ma questa non dev'essere una scusa per ignorare tutti gli innumerevoli, pesanti indizi esistenti e per rifiutarsi di usare la logica. Il metodo scientifico non dice di tirare a caso o di scegliere la spiegazione che preferiamo, quando non esistono prove certe. Dice di considerare la teoria che spiega nel modo migliore e senza contraddizioni tutti gli elementi. Questo è proprio il caso della teoria dell'evoluzione e di quella secondo cui la popolazione è una funzione della disponibilità di cibo (fonte, cache, PDF). Questa è l'UNICA teoria che spieghi il fatto altrimenti ritenuto "paradossale" per cui più si aumenta la produzione alimentare per sfamare un'accresciuta popolazione e più aumentano la popolazione stessa e il numero delle persone affamate (fonti).]

Mi è stato detto che non deve necessariamente essere così. Mi è stato detto  che  possiamo  aumentare  la  produzione  di  cibo  e contemporaneamente  ridurre la  nostra  popolazione. Questa  è essenzialmente la posizione di quelli che sostengono il controllo delle nascite. Questa è essenzialmente la posizione di quelle organizzazioni ben intenzionate che si sforzano di migliorare le tecniche agricole delle popolazioni indigene del Terzo Mondo. Vogliono dare alle popolazioni tecnologicamente sottosviluppate i mezzi  per  aumentare la loro popolazione con una mano, e i mezzi per controllare le loro nascite con l'altra... Anche se sappiamo benissimo che questi metodi di controllo delle nascite non funzionano nemmeno per noi! Queste persone sono sicure che possiamo sia continuare ad aumentare la produzione di cibo che fermare la crescita della popolazione con il controllo delle nascite. Sono in diniego della B dell'ABC dell'ecologia.
[Secondo cui il declino e la crescita di tutte le popolazioni dipendono dalla quantità di cibo di cui dispongono. Un aumento della disponibilità di cibo significa crescita. Una riduzione della disponibilità di cibo significa declino. Sempre e comunque, senza eccezioni.]

La storia – e non solo trent'anni di storia, ma diecimila – non offre il minimo sostegno all'idea che possiamo aumentare la produzione di cibo e allo stesso tempo frenare la crescita della popolazione. Al contrario, la storia conferma con decisione ciò che insegna l'ecologia: se produci più cibo, avrai più persone.
Ovviamente la questione è diversa al livello individuale. Il vecchio Macdonald nella sua fattoria può aumentare la produzione di cibo e contemporaneamente tenere a zero la crescita della sua famiglia, ma questa chiaramente non è la fine della storia. Che farà con il cibo in più che ha prodotto nella sua fattoria? Lo inzupperà di benzina e gli darà fuoco? Ma allora non avrà affatto aumentato la quantità di cibo disponibile per il consumo. Lo venderà? Presumibilmente è questo che farà, e se lo venderà allora quel cibo in più entrerà a far parte dell'incremento agricolo annuo che alimenta la crescita della nostra popolazione globale."
 


FAQ sulla sovrappopolazione n° 7:
Come facciamo a sapere con certezza che prima dell'agricoltura totalitaria gli umani mantenevano un equilibrio stabile con l'ambiente?

A questa domanda ha risposto il Dr. Alan Thornill, che fa da consulente a Quinn sugli aspetti scientifici del suo lavoro:

"In realtà, NESSUNA specie è in equilibrio stabile con il proprio ambiente (e se ne si trova una che lo è, non lo rimarrà a lungo). Cambiamenti ambientali costringono gli individui a passare continuamente (se possono) dalla riproduzione/propagazione dei loro geni in tempi floridi alla sopravvivenza in tempi grami. (Ovviamente, queste sono le due estremità dello spettro.) Dato che gli individui passano da "fai dei figli" (o dei semi) ad "aggrappati a tutte le risorse per sopravvivere a tutti i costi", e dato che le popolazioni sono composte da individui che saranno tutti soggetti all'incirca alle stesse condizioni ambientali, ci si può aspettare che le dimensioni di TUTTE le popolazioni fluttueranno intorno alla capacità di sostentamento di un'area. (E' da notare che anche la capacità di sostentamento di un'area cambierà in seguito a modifiche ambientali.)

Ho trascurato i fattori che possono causare i cambiamenti ambientali - possono essere di tutto: aumento dei predatori, competizione con le altre specie per le risorse, cattivo clima, disastri naturali, epidemie di parassiti, ecc. Attraverso questi cambiamenti, le specie sono in un equilibrio dinamico e in costante mutamento, non perché scelgano che sia così, ma perché con il susseguirsi delle epoche e delle condizioni, cambiano anche necessariamente le specie più avvantaggiate.

Il fatto che gli umani siano sopravvissuti per più di 200.000 anni SENZA distruggere il mondo intorno a loro, suggerisce che un tempo anche noi vivevamo seguendo le regole della "competizione limitata" che Dan descrive nei suoi libri. Il fatto che ora stiamo distruggendo ogni creatura vivente sul pianeta per fare posto al nostro cibo o al cibo del nostro cibo (trasformando la biomassa del pianeta in massa umana), significa che non stiamo più giocando "secondo le regole". Per usare le parole di Dan, non stiamo più vivendo "nelle mani degli dei"."



FAQ sulla sovrappopolazione n° 8:
Quando una popolazione si modernizza a sufficienza, la sua crescita demografica si interrompe o addirittura diminuisce leggermente (come dimostra il tasso di crescita scarso o nullo delle nazioni più sviluppate). Quindi basta modernizzare anche i paesi in via di sviluppo per fermare l'aumento demografico.

Sì, l'aumento demografico in questo modo si fermerebbe, ma saremmo tutti estinti molto prima di arrivare a quel punto.

Il motivo per cui la sovrappopolazione danneggia l'ambiente non è l'esistenza di più individui in sé, ma il loro impatto pro-capite, la porzione di risorse che utilizzano. Se l'impatto pro-capite degli abitanti delle nazioni sviluppate è 32, quello degli abitanti del Terzo Mondo è solo 1. Modernizzare il loro stile di vita significherebbe aumentare spropositatamente il loro impatto pro-capite, e quindi l'erosione ambientale che causano, e questo ci farebbe estinguere molto più rapidamente dell'attuale crescita demografica.

E' stato calcolato che se tutti i paesi in via di sviluppo raggiungessero gli standard di vita di Europa o Stati Uniti, l'impatto umano totale sul pianeta aumenterebbe di 12 volte (basterebbe che li raggiungesse solo la Cina per raddoppiarlo). (J. Diamond, "Collasso: come le società scelgono di morire o di vivere".) E se consideriamo che già l'impatto attuale è del 50% eccessivo e insostenibile (cache), si può immaginare quanto sarebbe catastrofico uno scenario simile.

Dato che lo scopo è smettere di danneggiare l'ambiente per salvarci dall'estinzione, fermare la sovrappopolazione modernizzando i paesi arretrati non solo non avrebbe senso, ma sarebbe controproducente.



FAQ sulla sovrappopolazione n° 9:
Dato che il problema non è tanto il numero di persone ma la loro impronta ecologica, basta convincere tutti a ridurre i propri consumi di risorse ambientali!

Questo in sostanza è ciò che sostiene la teoria della Decrescita, e ha quindi il suo stesso, fondamentale, irrisolvibile problema: dato che meno consumi significherebbe anche meno prodotti e meno ricchezza per tutti, per funzionare questa proposta richiede che la natura umana cambi, che le persone diventino abbastanza generose e altruiste da decidere di privarsi volontariamente di ciò che considerano dei comfort e delle comodità che si sono guadagnati (hanno lavorato per pagarle, dopotutto), solo perché qualcos'altro, un'entità che considerano distinta e separata da se stessi, possa stare meglio.

La fallacia culturale secondo cui la specie umana è separata dal resto delle forme di vita e sarebbe in grado di vivere anche senza di esse è infatti una delle più radicate nelle nostre menti, così come la fallacia culturale secondo cui il nostro tipo di ricchezza, basato sui prodotti, sia non solo il migliore ma addirittura l'UNICO che si possa avere. Il primo passo dev'essere smentire queste due pericolosissime false credenze, altrimenti non è possibile ottenere alcun risultato.

Questo tipo di appello all'altruismo e allo spirito di sacrificio di tutti non ha MAI funzionato su larga scala nella storia dell'uomo. Il che è significativo, considerando quanto spesso sono state avanzate idee di questo genere.
Certo, piccoli gruppi di individui disposti a sacrificarsi per il bene altrui (o della propria anima) si sono sempre trovati e si troveranno sempre, ma la stragrande maggioranza della gente non ci penserà nemmeno.

E' necessario riconoscere un semplicissimo dato di fatto, impossibile da provare matematicamente ma comunque innegabile per chiunque sia intellettualmente onesto: la gente, in generale, non rinuncia a ciò che ha per qualcosa di MENO, ma solo per qualcosa di meglio. E pensare che questo sia un male, che badare ai propri interessi sia un difetto, significa non aver capito come le specie si evolvono. L'egoismo e l'attenzione ai propri interessi sono un VANTAGGIO, non un difetto, altrimenti non sarebbero universali come sono ora. La selezione naturale porta avanti solo le caratteristiche vantaggiose, non quelle sconvenienti.

Il motivo per cui ogni forma di vita tende generalmente a preoccuparsi più di se stessa che delle altre è che questo comportamento si è dimostrato efficace. Cambiarlo quindi sarebbe un rischio enorme, dato che modificare caratteristiche plasmate dalla selezione naturale nel corso di milioni di anni è probabilmente fatale per ogni specie (se tali caratteristiche esistono, vuol dire che svolgono una funzione ben precisa). Possiamo anche credere che renderci tutti più altruisti sarebbe un'ottima cosa, ma non è affatto detto che sia così. Cambiamenti simili hanno sempre conseguenze indirette impossibili da prevedere.

Ma il problema se sia una buona idea o no cambiare la natura umana non si pone nemmeno, perché farlo (fortunatamente) NON E' POSSIBILE.
Ecco perché proposte come convincere tutti a ridurre volontariamente i propri consumi per il bene dell'ambiente, o convincerli a donare le proprie cose ai bisognosi o altre proposte simili sono sistemi utopistici destinati al fallimento: perché non tengono in considerazione la natura umana e, anzi, la contraddicono.
(E' vero, successi marginali grazie all'azione di piccoli gruppi di persone potranno anche ottenerli, ma non otterranno MAI successi sufficienti a risolvere il problema che mirano a risolvere, perché la stragrande maggioranza della gente semplicemente non aderirà a una proposta contraria ai propri interessi. Non è mai avvenuto.)

Nessun sistema utopistico ha mai funzionato. Né il nostro sistema legale (che eliminerebbe ogni comportamento che si prefigge di eliminare, se solo tutti fossero più preoccupati del benessere collettivo che del proprio), né il nostro sistema educativo (che funzionerebbe perfettamente, se solo tutti gli alunni fossero entusiasti di imparare tutto ciò che prevedono i programmi ministeriali, anche se si tratta perlopiù di cose per loro inutili e noiose, e se gli insegnanti fossero tutti entusiasti di insegnarglielo), né il nostro sistema carcerario (che trasformerebbe tutti in cittadini modello, se solo tutti i detenuti fossero più buoni e altruisti e disposti a smettere di infrangere la legge quando gli conviene), né nessun'altra delle innumerevoli proposte utopistiche che sono state fatte e continuano a venire fatte ogni giorno.

Nella storia dell'uomo, i sistemi utopistici contano esattamente ZERO successi.

Ecco perché Quinn propone un approccio radicalmente diverso: svelare le menzogne della nostra mitologia culturale e far così capire a tutti che rinunciare alla Ricchezza Prendi (la nostra) per la Ricchezza Lascia (la stessa posseduta dai popoli tribali) GLI CONVERREBBE PERSONALMENTE. Non sarebbe un sacrificio, ma un guadagno. Non significherebbe rinunciare a delle cose, ma ottenerne di migliori.

Proporre a qualcuno di ridurre i propri consumi per salvare l'ambiente è come proporgli di rinunciare alla propria televisione a colori perché qualcun altro che non ha fatto niente per guadagnarsela possa ottenerne una.
Proporre a qualcuno di rinunciare alla Ricchezza Prendi per quella Lascia (ovviamente dopo avergli spiegato perché gli converrebbe farlo), invece, è come proporgli di scambiare un televisore in bianco e nero per uno al plasma.
Anziché combattere contro la natura umana, nel secondo caso la si utilizza per raggiungere il proprio obiettivo.

Un'ultima precisazione: anche riuscendo nell'impresa miracolosa di convincere tutti a ridurre i propri consumi, comunque il problema ambientale non sarebbe risolto. A meno di non spezzare il circolo vizioso "più cibo ---> più popolazione ---> ancora più cibo ---> ancora più popolazione" su cui si basa la nostra civiltà e di smetterla di aumentare incessantamente di numero, infatti, finiremmo comunque per raggiungere un punto in cui la semplice produzione di cibo per sfamare chissà quanti miliardi di individui richiederebbe una devastazione ecosistemica sufficiente da sola a provocare un collasso ecologico. Produrre sempre più cibo infatti significa dover disboscare sempre più foreste, e quindi convertire sempre più specie viventi (sia animali che vegetali) prima in cibo umano e poi in biomassa umana.

(FAQ correlate: FAQ generiche n° 11 e 40. FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 15. FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 12.)



FAQ sulla sovrappopolazione n° 10:
Dove sono le prove matematiche che la popolazione umana è una funzione della disponibilità di cibo e che sia impossibile evitare di aumentare di numero quando si aumenta la produzione alimentare?

L'idea di Quinn più controversa è forse quella secondo cui la popolazione umana è una funzione della disponibilità di cibo (fonte, cache, PDF), ed è pertanto impossibile aumentare la produzione alimentare senza aumentare anche di numero (a meno di non distruggere il cibo in più prodotto senza consumarlo, certo).
Quest'idea porta Quinn a sostenere che dobbiamo smettere immediatamente di produrre sempre più cibo ogni anno che passa (anzi, dobbiamo cominciare a ridurne gradualmente la produzione) se vogliamo sconfiggere piaghe come la sovrappopolazione (che minaccia di farci estinguere) e la fame nel mondo.

Critici di quest'affermazione la rifiutano sostenendo che non esistono prove certe della sua veridicità, quindi è solo una teoria senza fondamento e usarla come base per un ragionamento o un esperimento sarebbe illogico e antiscientifico. Ma la faccenda è più complicata di così.

Il motivo per cui non esistono prove matematicamente certe che l'aumento della disponibilità di cibo causi sempre e inevitabilmente una crescita demografica, è che la natura della questione rende impossibile che possano esistere. Come potrebbero esistere prove matematiche di una cosa simile? Come le si potrebbero trovare? Come si potrebbe verificare con certezza che all'aumentare del cibo disponibile aumenti SEMPRE anche la popolazione, senza eccezioni? Quali e quanti esperimenti si dovrebbero fare? In che modo? Con quante persone? Per quanto tempo? In quali condizioni?
E' impossibile verificare quest'affermazione in ogni possibile condizione (essendo esse infinite), quindi rimarrà sempre il dubbio che dopotutto la connessione tra aumento di cibo e crescita demografica non sia inevitabile, a dispetto di tutte le volte in cui è stata osservata in passato.

La connessione tra disponibilità di cibo e popolazione è per sua natura impossibile da dimostrare matematicamente con certezza assoluta. Ma questo non significa che sia priva di valore cognitivo, di validità scientifica e di utilità pratica. Il metodo scientifico non dice che in assenza di prove certe si può scegliere liberamente la teoria che si preferisce. Dice che in quel caso si deve scegliere la teoria che spieghi TUTTI gli elementi in gioco nel modo più semplice e logico, senza ignorarne o contraddirne nessuno.
Ed è proprio questo il caso della teoria secondo cui
la popolazione umana è una funzione della disponibilità di cibo.

Questa teoria è l'unica che riesca a spiegare il fatto (che altrimenti sembra paradossale) per cui all'aumentare della produzione di cibo molto spesso aumenta anche la fame (aumentando il cibo infatti aumenta anche la popolazione e quindi le risorse alimentari disponibili risultano di nuovo insufficienti).
E sebbene sia priva di prove matematiche, è sostenuta e confermata dagli ultimi diecimila anni di indizi, che mostrano chiaramente come la crescita della popolazione abbia sempre seguito di pari passo l'incremento della produzione alimentare. Ogni volta che quest'ultima è salita (prima con la Rivoluzione Agricola, poi con quella Industriale e infine con la Rivoluzione Verde), il ritmo di crescita della nostra popolazione è aumentato in proporzione. Ogni volta, senza eccezioni.

Di contro, la teoria "rivale" che sia possibile aumentare la produzione alimentare senza anche aumentare di numero non solo è anch'essa priva di prove certe (non dimentichiamolo), ma è contraddetta dall'evidenza storica degli ultimi dieci millenni. Scegliere questa teoria anziché quella di Quinn, supportata da innumerevoli indizi e dalle leggi dell'ecologia (che mostrano che la stessa cosa avviene a ogni popolazione animale), è insensato e contrario al metodo scientifico.

Senza contare che vìola un importante principio logico (e di buon senso): se una strategia ha mostrato di non funzionare ogni volta che è stata applicata, è meglio cercarne di nuove che siano più efficaci.
Soprattutto quando la posta in gioco è la sopravvivenza della nostra specie.
Aumentare la produzione alimentare anno dopo anno non ha mai fatto altro che aumentare anche la nostra popolazione (salvo riduzioni temporanee dovute a pestilenze o guerre) e peggiorare la nostra situazione ambientale, anno dopo anno. Forse è il caso di provare una soluzione alternativa, anziché insistere a utilizzare solo questa. Soprattutto considerando i danni catastrofici che la sovrappopolazione sta causando.

Definendo la connessione tra disponibilità di cibo e crescita demografica "solo" una teoria e rifiutandosi per questo di prenderla in considerazione, si implicano tre cose non vere:
  1. Che la teoria alternativa sia un fatto accertato e non una teoria anch'essa.
  2. Che quando non si ha una risposta certa al 100% si può scegliere quella che si preferisce a prescindere dalla sua validità, coerenza ed esaustività.
  3. Che una teoria sia priva di validità scientifica, che sia solo un'idea campata in aria e fondata sul niente e quindi possa venire ignorata.
Le prime due affermazioni implicite le abbiamo già trattate. Veniamo alla terza.

Come ha detto Quinn stesso riguardo l'evoluzione: "
[...] nella scienza una teoria non è una congettura non dimostrata, è un concetto che organizza degli elementi". Capita molto spesso nella ricerca scientifica che non si possano avere prove matematiche della validità di una certa teoria a causa della natura della questione in esame (e di limitazioni di tempo e strumentazioni), ma questo non significa che si possano ignorare le teorie sostenute e confermate da tutti i dati esistenti e scegliere di credere ad altre teorie che non riescono a spiegarne alcuni o addirittura ne vengono contraddette. La teoria con la maggiore validità e coerenza va preferita, a meno di non voler gettare il metodo scientifico e la razionalità dalla finestra.

Anche l'evoluzione è "solo" una teoria, perché anche in quel caso è impossibile ottenere prove matematicamente certe, ma non vuol dire che abbia scientificamente senso credere al creazionismo e ignorare il potere esplicativo, predittivo e chiarificatore
dell'evoluzione.

Perfino la gravità è "solo" una teoria (si sa che gli oggetti si attraggono a vicenda ma non si sa ancora con certezza perché e come questo avvenga), ma la teoria della gravitazione basata sulla relatività di Einstein è ormai confermata da tanti di quegli elementi che (quasi) nessuno si sognerebbe di ignorarla per questo (nonostante presenti ancora alcune anomalie e discrepanze).

In conclusione, a dispetto della mancanza di prove matematiche, la teoria secondo cui la popolazione umana (come quella di qualunque altra specie) è una funzione della disponibilità di cibo è la miglior base teorica attualmente in nostro possesso per capire e risolvere problemi come la sovrappopolazione e la fame globale. Continuare a ignorarla e ad applicare teorie che si sono regolarmente dimostrate inefficienti aggrappandosi al pretesto che non esistono prove certe al 100% della sua validità, significa fraintendere il funzionamento del metodo scientifico
e continuare a dirigersi verso la catastrofe.

(Vedi anche le FAQ sulla sovrappopolazione n° 2, 3, 6.)




FAQ sull'agricoltura:
  1. Ma l'agricoltura non è stata inventata come risposta alla carestia?
  2. Quinn intende forse dire che dovremmo abbandonare l'agricoltura?
  3. L'agricoltura biologica (che non usa pesticidi, erbicidi e fertilizzanti) non risolverebbe il problema?
  4. L'agricoltura che non produce cibo (per esempio quella volta a produrre cotone, tabacco, etanolo, ecc.) è quindi innocua o addirittura positiva?
  5. E' impossibile liberarci dell'agricoltura totalitaria: non esiste altro modo per sfamare miliardi di esseri umani.
  6. Se stabilizzassimo la produzione di cibo e le impedissimo di aumentare, gli abitanti delle zone più povere non comincerebbero forse a cadere come mosche?
  7. Insomma, secondo Quinn come potremmo liberarci dell'agricoltura totalitaria e dei suoi effetti catastrofici? Cosa dobbiamo fare, in pratica?
    .


FAQ sull'agricoltura n° 1:
Ma l'agricoltura non è stata inventata come risposta alla carestia?

E' la teoria comunemente accettata, ma dal punto di vista logico non ha senso. L'agricoltura non è una soluzione alla carestia più di quanto cucire un paracadute mentre si sta già precipitando sia una soluzione all'essere caduto da un aereo. Solo chi ha già abbastanza cibo per sopravvivere può permettersi di aspettare i mesi necessari perché i campi seminati diano i loro frutti. Un popolo in preda alla carestia morirebbe di fame prima che spunti il primo fagiolo.

Senza contare che l'agricoltura, lungi dal risolvere la fame, la promuove. Crea le condizioni in cui la fame può svilupparsi. L'agricoltura permette a più persone di quante un'area ne possa sostentare stabilmente di vivere in quell'area, e questa è esattamente la situazione in cui la fame appare. (Questi concetti sono stati espressi anche da Quinn in varie occasioni.)

Un perfetto esempio di questo processo è l'Africa: le tecniche agricole che noi civilizzati ci siamo premurati di insegnare ai popoli primitivi africani hanno permesso loro inizialmente di ottenere più cibo di prima, e quindi di aumentare di numero, ma poi hanno impoverito ed eroso il suolo, che non ha più potuto produrre abbastanza cibo per sfamare tutte le persone che ormai esistevano. La popolazione è aumentata enormemente, e poi si è ritrovata senza mezzi di sostentamento stabili. Ed ecco che è nata la fame (che non è affatto esistita da sempre in Africa, ma è il risultato delle interferenze della nostra civiltà in un sistema che fino ad allora era stato stabile).



FAQ sull'agricoltura n° 2:
Quinn intende forse dire che dovremmo abbandonare l'agricoltura?

No. L'agricoltura è una strategia di sostentamento utilizzata anche da innumerevoli culture tribali. In sé non è più dannosa della caccia-e-raccolta, dato che consiste semplicemente nell'incoraggiare la crescita dei propri cibi preferiti.

Quella che dobbiamo abbandonare è la versione estremizzata dell'agricoltura utilizzata dalla nostra civiltà, quella che Quinn definisce "agricoltura totalitaria". Questa è l'unica forma di agricoltura che è insostenibile e non può fare altro che portarci all'estinzione, a causa del circolo vizioso che innesca (più cibo ---> più popolazione ---> ancora più cibo ---> ancora più popolazione) che ci porta a convertire sempre più specie viventi in cibo umano, distruggendo in questo modo sempre più ecosistemi. Interrompiamo questo circolo vizioso, e la nostra agricoltura diverrà sostenibile (naturalmente dovremmo anche ridurre la nostra popolazione a un numero sostenibile e dopo mantenere stabile la produzione di cibo, per poter continuare a esistere indefinitamente.)



FAQ sull'agricoltura n° 3:
L'agricoltura biologica (che non usa pesticidi, erbicidi e fertilizzanti) non risolverebbe il problema?

L'agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che non utilizza fertilizzanti, erbicidi o pesticidi chimici (a parte i pochi approvati dal regolamento comunitario) od OGM.
Tra i vantaggi di questo tipo di agricoltura ci sono un minor danneggiamento dell'ambiente e una superiore quantità di sostanze nutritive nei prodotti risultanti. Di contro, l'agricoltura biologica non viene considerata applicabile su scala globale perché la sua resa è mediamente inferiore del 20-45% rispetto all'agricoltura convenzionale, e per produrre la medesima quantità di cibo richiederebbe quindi di mettere a coltura il 25-64% delle terre in più. Questo porterebbe alla distruzione di molti più ecosistemi (anche se non utilizza prodotti chimici e inquina di meno, l'agricoltura biologica richiede comunque di deforestare aree selvatiche ed estirpare tutte le specie considerate inutili o nocive), e, come abbiamo detto, la quantità di suolo fertile esistente nel mondo non fa che diminuire ogni anno di più. Come abbiamo visto, però, in realtà la quantità di cibo prodotta oggi è eccessiva e dovrebbe essere ridotta, in modo da porre un freno al continuo aumento della sovrappopolazione, per cui non è detto che questa minor resa sia davvero un difetto come si ritiene comunemente.

In ogni caso è molto improbabile che l'adozione globale dell'agricoltura biologica ci permetterebbe di risolvere la crisi ecologica, dato che anche prima dell'invenzione di fertilizzanti, erbicidi e pesticidi chimici, l'agricoltura che veniva praticata era comunque insostenibile e totalitaria e stava quindi causando una distruzione ecosistemica e una crescita demografica sempre maggiori che, a lungo andare, ci avrebbero portato nella situazione in cui siamo ora, anche se in molto più tempo.
Nel 1750, data approssimativa in cui si conviene sia iniziata la Rivoluzione Industriale, la popolazione umana aveva già raggiunto gli 800 milioni e raddoppiava ogni 500 anni circa. Anche ammettendo che il ritmo di raddoppio della popolazione rimanesse costante anziché aumentare incessantemente, nel giro di appena 2.500 anni saremmo arrivati a oltre 25 miliardi di individui anche senza Rivoluzione Industriale, e un simile numero di esseri umani per essere sfamato richiede una distruzione ambientale e un'estinzione di specie insostenibile. L'industrializzazione ha solamente accelerato e aggravato un problema già esistente e già letale, quindi ritornare a un'agricoltura preindustriale non potrebbe risolverlo, se tale agricoltura continuasse a produrre più cibo del necessario e quindi a produrre sempre più persone.

Il punto non è trovare un tipo di agricoltura che non inquini e non usi pesticidi, perché, per quanto sia importante, questo non basterebbe a salvarci dall'estinzione. Il punto è trovare un tipo di agricoltura non totalitaria, ossia che non produca sempre più cibo e sempre più individui. L'uso di pesticidi e fertilizzanti è un particolare secondario (per quanto sarebbe sempre meglio evitarli, certo).

Al massimo l'agricoltura biologica potrebbe migliorare la situazione e darci un po' di respiro, ma finché non troveremo il modo di controllare e diminuire a piacimento la produzione alimentare (e quindi la nostra popolazione, e quindi il nostro impatto sul pianeta), la crisi ecologica non potrà che continuare ad aggravarsi. La preoccupazione dei danni che OGM e pesticidi possono causare non è affatto immotivata, ma non è di primaria importanza, e ha già rubato fin troppa attenzione alla questione davvero fondamentale: fermare il circolo vizioso "sempre più cibo ==> sempre più popolazione", che è ciò che davvero minaccia di farci estinguere. Sarebbe più sensato concentrarsi su questo, d'ora in poi.



FAQ sull'agricoltura n° 4:
L'agricoltura che non produce cibo (per esempio quella volta a produrre cotone, tabacco, etanolo, ecc.) è quindi innocua o addirittura positiva?

Non completamente, perché anche se non peggiora la sovrappopolazione, comunque danneggia la biodiversità convertendo interi ecosistemi in campi coltivati e distruggendo ogni creatura vivente considerata "non utile".




FAQ sull'agricoltura n° 5:
E' impossibile liberarci dell'agricoltura totalitaria: non esiste altro modo per sfamare miliardi di esseri umani.

Vero, nessun altro sistema di produzione alimentare è altrettanto efficace, neanche vagamente, ma si deve tenere presente che l'agricoltura totalitaria è insostenibile per un solo motivo: perché ha come scopo quello di produrre sempre più cibo per sfamare una popolazione la cui costante crescita viene alimentata proprio dal cibo in più che produce. Questo circolo vizioso "più cibo ---> più umani ---> ancora più cibo ---> ancora più umani" (che non può fare altro che distruggere l'ambiente a forza di convertirlo in cibo umano e quindi in esseri umani) è ciò che rende la nostra agricoltura insostenibile e totalitaria.

Se riuscissimo a cambiare l'obiettivo dell'agricoltura totalitaria (produrre sempre più cibo) e a spezzare questo circolo vizioso, stabilizzando la produzione alimentare, la nostra agricoltura diverrebbe sostenibile. Con le parole di Quinn: "Se 6 miliardi di noi sono stati sfamati l'anno scorso con l'agricoltura totalitaria, 6 miliardi di noi possono venire sfamati quest'anno con un'agricoltura sostenibile", cioé che non produca PIU' cibo del necessario e che non alimenti una sempre maggiore crescita demografica.

Naturalmente, secondo tutti i dati a nostra disposizione l'attuale popolazione umana è già eccessiva (perché consuma più risorse di quelle che l'ambiente può generare), quindi stabilizzarla non basterebbe a evitare l'estinzione: per questo, Quinn ha proposto una graduale diminuzione della produzione di cibo. "Graduale" in modo da evitare rivolte, carestie e miliardi di morti per fame.
Vedi la risposta alla FAQ generica n° 14 e una domanda simile posta sul sito di Quinn.




FAQ sull'agricoltura n° 6:
Se stabilizzassimo la produzione di cibo e le impedissimo di aumentare, gli abitanti delle zone più povere non comincerebbero forse a cadere come mosche?

Risposta di Quinn a questa domanda nelle sue FAQ:

"Immaginiamo di avere un'isola con un milione di abitanti.
Il mese scorso, questo milione di persone ha ricevuto 30.000 tonnellate di cibo - una quantità più che abbondante. Se questo mese ricevono altre 30.000 tonnellate di cibo, non c'è alcun motivo per cui dovrebbero cominciare a cadere come mosche, se non l'hanno fatto il mese scorso. E' vero che nasceranno dei nuovi bambini, ma è anche vero che degli adulti anziani moriranno (e dovrebbe essere notato che i neonati richiedono meno cibo degli adulti). Lo stesso dicasi se riceveranno altre 30.000 tonnellate di cibo il mese prossimo, quello dopo, e così via.


Ora immaginiamo di avere un'altra isola con un milione di abitanti.
Il mese scorso, questo milione di individui ha ricevuto solo 10.000 tonnellate di cibo - sono piuttosto affamati. Se questo mese ricevono altre 10.000 tonnellate di cibo,
non c'è alcun motivo per cui dovrebbero cominciare a cadere come mosche, se non l'hanno fatto il mese scorso. Lo stesso dicasi se riceveranno altre 10.000 tonnellate di cibo il mese prossimo, quello dopo, e così via.

Ora immaginiamo di avere un'altra isola con un milione di abitanti.
Il mese scorso, questo milione di persone ha ricevuto solo 5.000 tonnellate di cibo - sono davvero affamati, e alcuni stanno cadendo come mosche. Se questo mese ricevono altre 5.000 tonnellate di cibo, continueranno ad essere affamati, e alcuni cadranno come mosche, proprio come il mese scorso. La differenza è che, poiché la mortalità infantile sarà probabilmente alta in queste condizioni, e la natalità sarà più bassa, e molti bambini non sopravviveranno fino alla maturità, questa popolazione calerà un po'. Forse il loro numero si abbasserà a 999.500, questo mese. Se il mese prossimo riceveranno altre 5.000 tonnellate di cibo, accadrà la stessa cosa. E così via."


Quindi, se nell'ultima isola (che è nella stessa situazione delle nostre nazioni più povere) si stabilizza la disponibilità di cibo (anziché aumentarla di continuo come facciamo noi), la popolazione ha una possibilità di liberarsi dallo stato di inedia in cui si trova. Alla fine, infatti, la popolazione calerà fino a raggiungere un numero di individui abbastanza basso da poter essere sfamato senza problemi dal cibo a sua disposizione, e nessuno soffrirà più la fame. Se invece la disponibilità di cibo fosse stata aumentata, la fame non solo sarebbe continuata, ma avrebbe riguardato sempre più persone.

E' da notare che la gente non ha cominciato a morire di fame perché la disponibilità di cibo è stata stabilizzata: stava già morendo di fame. La stabilizzazione del cibo ha avuto il solo effetto di liberarli dalla fame, dopo un certo periodo di assestamento. E le morti per fame durante quel periodo sono da imputare al fatto che in precedenza era stato reso disponibile troppo cibo a quella popolazione, il che ha fatto aumentare il suo numero oltre la capacità portante del suo territorio. Non sono state causate dalla stabilizzazione del cibo (che il problema l'ha risolto, e non creato).

(Certo, questo è un metodo di eliminazione della fame efficace ma brutale e che prevede molte morti atroci. Se si vuole evitarle, si può considerare una graduale riduzione della disponibilità di cibo, spiegata in questa risposta.)



FAQ sull'agricoltura n° 7:
Insomma, secondo Quinn come potremmo liberarci dell'agricoltura totalitaria e dei suoi effetti catastrofici? Cosa dobbiamo fare, in pratica?

Per tutte le domande di questo tipo ("Come facciamo a ridurre la produzione alimentare? Come facciamo a smettere di mettere il cibo sotto chiave?", ecc.), la risposta è la stessa: nessuno lo sa. Neanche Quinn, che questi obiettivi li ha ideati.
Si tratta di problemi troppo complessi per poter essere risolti da una singola persona. La cosa più utile che possiamo fare per avvicinarci a una soluzione è diffondere le idee di Quinn. Smascherare la mitologia culturale della nostra civiltà e rivelarne le menzogne a più persone possibili, in modo da arrivare a uno stadio di sperimentazioni che forse ci permetterebbero di trovare dei nuovi modi di vivere sostenibili.

Può sembrare una risposta deludente a chi cerca qualcosa di concreto da fare, ma è tutt'altro che inutile. Più menti liberate lavorano al problema, più è probabile trovare una soluzione. Uno, dieci o cento di noi possono non riuscire a trovare le risposte, ma milioni di noi? Decine di milioni, centinaia di milioni di persone di ogni nazionalità, età, classe sociale e campo lavorativo, in possesso di ogni tipo di conoscenze, idee ed esperienze diverse, che cercano con tutte le loro forze un modo per ottenere quello che vogliono disperatamente, avendo ben chiara l'urgenza della questione e la posta in gioco?
Credo che in quel caso la situazione sarebbe più promettente.

"Cambiare menti rimane la chiave di tutto." (Come ha affermato Quinn stesso in risposta a questa domanda.)

In un'altra domanda molto simile, Quinn ha detto:

"Non so dirvi come le persone vivranno tra 200 anni (se ci saranno ancora persone). Né posso descrivere il tipo di agricoltura che useranno per sfamarsi. Tutto ciò che posso fare è continuare a insistere che, sebbene l'agricoltura totalitaria sia insostenibile, l'agricoltura in sé non lo è. La formulazione esatta di come dovrà essere praticata in modo da sfamare sostenibilmente l'umanità in futuro, dev'essere lasciata ad altri che hanno una comprensione migliore di me di ciò che è tecnicamente possibile.
La scienza non si è mai aspettata che un singolo individuo risolvesse ogni problema, e la specie umana non può aspettarsi che un singolo individuo risolva tutti i problemi che si troverà ad affrontare nei prossimi decenni. Molte buone menti dovranno cambiare prima che questi problemi gemelli possano venire risolti: (1) come sfamare l'umanità sostenibilmente e (2) come ridurre la nostra popolazione sistematicamente e umanamente dall'attuale, catastrofico livello a uno non-catastrofico."





FAQ sulla mitologia culturale:
  1. Riassumendo, quali sono le menzogne di Madre Cultura che ci stanno conducendo all'estinzione?
  2. Ma anche il voler cambiare il modo di vivere della nostra cultura per salvarci dall'estinzione non è forse una manifestazione di presunzione tipica dei Prendi? Non dimostra che rimaniamo prigionieri della nostra mitologia culturale?
  3. Senza civiltà, gli esseri umani sono inermi in balìa della natura. Questo non dimostra forse che vivere civilizzati sia il modo migliore di vivere per noi e che eravamo destinati ad adottarlo, prima o poi?
    .


FAQ sulla mitologia culturale n° 1:
Riassumendo, quali sono le menzogne di Madre Cultura che ci stanno conducendo all'estinzione?

Daniel Quinn analizza nei suoi libri le seguenti credenze, diffuse ovunque nella nostra civiltà e ribadite esplicitamente o implicitamente in innumerevoli occasioni (giornali, libri, cartoni animati, lezioni, sermoni, discussioni informali, ecc.), trovandole fattualmente e logicamente errate e concludendo che si tratta quindi della mitologia della nostra cultura:
  1. Che adottare l'agricoltura totalitaria e costruire civiltà sia un impulso innato negli esseri umani, che fossimo inevitabilmente destinati a diventare Prendi e che la civiltà sia il modo di vivere migliore, definitivo e insuperabile per gli esseri umani.
    (
    Basta il fatto che gli homo sapiens siano vissuti per oltre il 95% della loro esistenza senza agricoltura totalitaria e senza costruire civiltà a dimostrare che non si tratta affatto di un impulso innato della nostra specie. Per centinaia di migliaia di anni hanno avuto tutte le conoscenze e gli strumenti necessari a farlo, dato che sapevano come praticare l'agricoltura - come dimostrato dal fatto che molte tribù ne praticavano forme non totalitarie - e ne conoscevano i vantaggi, ma hanno scelto di continuare a vivere tribalmente (evidentemente perché ne avevano capito anche gli svantaggi). Tutti tranne UNA cultura, che poi è diventata la nostra. Una sola cultura tra centinaia di migliaia. Difficilmente si può definire un comportamento adottato da un'unica cultura "innato" per l'intera specie.
    Per quanto riguarda l'affermazione che essere civilizzati sia il modo migliore di vivere per gli esseri umani, basta leggere il saggio di Jared Diamond "Il peggior errore della storia umana" o quello di Richard Heinberg "Critica alla Civiltà" (cache), per una disamina di tutti i gravissimi problemi di salute, sociali, psicologici ed esistenziali che l'agricoltura totalitaria ci ha portato. Problemi di cui ancora non riusciamo a liberarci, dato che sono intrinseci a questo stile di vita.
    L'assunzione che la civiltà sia il modo di vivere definitivo e insuperabile per gli esseri umani, poi, non è sostenuta da prove né fattuali né logiche. Anzi. Dati tutti i problemi aggiuntivi che ci ha causato rispetto al tribalismo e considerato che non rappresenta la perfezione in nessun ambito (nessuno dei nostri sistemi sociali funziona esattamente come dovrebbe), non si capisce come la si possa definire "insuperabile", "definitiva" o "impossibile da migliorare".
    Vedi anche la FAQ sulla mitologia culturale n° 3.)

    .
  2. Che la natura umana sia intrinsecamente difettosa e che noi umani siamo una pestilenza per questo pianeta.
    (La diffusissima credenza che la causa di tutti i problemi della nostra civiltà (crimine, corruzione, povertà, distruzione ambientale) sia il fatto che la natura umana è intrinsecamente difettosa, permette alla nostra cultura di continuare a esistere indisturbata, perché se quei problemi sono dovuti allo spirito umano difettoso, allora vuol dire che sono irrisolvibili (dato che non sappiamo come "guarirlo"), e in questo caso noi non possiamo fare altro che stringere i denti e andare avanti a vivere come stiamo facendo. Senza neanche provare a modificare i meccanismi fondamentali del nostro modo di vivere.
    Questa fallacia culturale non è altro che un meccanismo di difesa molto efficiente che la nostra cultura usa per impedire ai propri membri di scoprire la vera causa dei suoi difetti (che in sostanza sono l'aver rimpiazzato i sistemi sociali tribali, efficaci perché plasmati dalla selezione naturale e messi alla prova per centinaia di millenni, con quelli Prendi, progettati a tavolino dai nostri antenati quando hanno deciso di vivere da civilizzati in comunità enormi e stanziali e sempre inefficaci a causa del limitato raziocinio umano). Se si ammettesse che in realtà la natura umana non è affatto la causa dei nostri problemi sociali ed ecologici (come spiegato più approfonditamente qui), allora potremmo cominciare ad analizzare il funzionamento basilare della nostra civiltà e a confrontarlo con quello delle società tribali, e questo ci porterebbe sicuramente a scoprire che gli umani NON sono affatto intrinsecamente nocivi per questo pianeta e che la nostra civiltà non è affatto insuperabile o migliore del tribalismo come la nostra cultura ci ripete incessantemente, anzi. Questo è un rischio che la nostra cultura non può assolutamente correre, se vuole continuare a esistere.)
    .
  3. Che il nostro sia l'unico modo GIUSTO di vivere per le persone e che tutti debbano vivere come noi.
    (Questa credenza - del tutto arbitraria - è figlia di quella secondo cui la nostra civiltà ha migliorato molto la vita umana rispetto a quando vivevamo tribalmente, e di quella secondo cui il mondo è in grado di accettare ogni cambiamento e sfruttamento umano, come se fosse stato creato apposta per essere usato da noi. Smentendo queste due credenze, si smentisce automaticamente anche l'assunzione che quello civilizzato sia il modo "giusto" di vivere per le persone, dato che emerge come in realtà sia uno stile di vita pieno di ogni genere di difetti ed ecologicamente insostenibile.)
    .
  4. Che i membri della nostra cultura costituiscano l'intera umanità.
    (Basta scoprire quante altre culture tribali esistano oltre alla nostra, per capire l'infondatezza di quest'arrogante assunzione (cache).
    Questa fallacia culturale è pericolosissima per via delle errate convinzioni che genera: se noi Prendi costituiamo l'intera umanità e le nostre azioni e i nostri difetti sono propri dell'intera specie umana, allora gli umani sono sempre, inevitabilmente e intrinsecamente distruttivi per il pianeta, e l'unica soluzione alla crisi ecologica è di estinguerci. Se noi Prendi rappresentiamo l'intera umanità, allora vivere in modo equo e sostenibile per gli esseri umani è impossibile e provarci è inutile. E così via. Se invece si realizza che i nostri limiti e i nostri difetti sono propri solo di UNA cultura tra centinaia di migliaia, si capisce che per risolvere i nostri problemi basta cambiare il nostro stile di vita. Cosa non facile, ma almeno possibile.)

    .
  5. Che il mondo sia stato creato perché l'uomo lo conquistasse e dominasse.
    (Questa credenza, nata in un tempo in cui il funzionamento degli ecosistemi, l'interdipendenza di ogni specie con le altre e i limiti di carico dell'ambiente non erano conosciuti, sopravvive sorprendentemente ancora oggi nella mente di fin troppe persone della nostra cultura. Si sarebbe tentati di credere che solo gli individui religiosi (cristiani, soprattutto) siano convinti che il mondo sia stato creato per l'uomo, ma in realtà quest'assunzione viene accettata come una premessa evidentemente vera anche dalla maggior parte delle persone non credenti, perché è alla base non solo di alcune religioni, ma della nostra intera civiltà, anche se naturalmente è una convinzione inespressa. Per scoprire le credenze inespresse di qualcuno, bisogna analizzarne il COMPORTAMENTO: se anche non le esprime a parole, infatti, le esprime invariabilmente con le sue azioni. E la nostra civiltà come si comporta con il mondo? Lo utilizza parsimoniosamente, con grande attenzione, consapevole dei rischi enormi che comporterebbe l'esagerare? Oppure lo sfrutta come e quanto vuole nella sua inarrestabile corsa all'espansione, stabilendo limiti e norme insufficienti e cercando inoltre ogni modo per aggirarle, rendendole così praticamente inutili? (E di sicuro non lo fa per motivi religiosi. Va sempre ricordato che sono le nostre religioni a essere state originate dalla nostra cultura, e non il contrario.) Chi usa questa credenza come base per i propri ragionamenti, comunque, spesso lo fa inconsapevolmente, non per arroganza, senza neanche accorgersi che sta dando per scontato qualcosa contraddetto dalla realtà. La caratteristica più pericolosa delle fallacie culturali infatti è proprio il loro carattere latente, che ci impedisce di accorgerci della loro esistenza finché qualcuno non ce le indica e non le smentisce.
    Per smentire questa fallacia in particolare, basta aprire un qualunque libro di ecologia e accorgersi che in realtà la comunità della vita non è piramidale - con l'uomo al vertice e le altre specie sotto di lui - ma circolare - con l'uomo che è solo una specie tra milioni di forme di vita in rapporti di reciproca dipendenza. Da questo appare chiaro come il mondo non appartenga affatto all'uomo, ma l'uomo appartenga al mondo - e ne abbia bisogno per continuare a vivere.)
    .
  6. Che la specie umana appartenga a un piano di esistenza superiore rispetto alle altre specie e quindi possa continuare a esistere anche se esse scompaiono.
    (Altra credenza molto antiquata che sopravvive nella mente della maggior parte delle persone nonostante sia stata smentita da anni dall'ecologia.
    Oggi infatti sappiamo che l'umanità è dipendente dall'ambiente quanto grilli, pesci o piccioni. Sebbene la sua tecnologia gli permetta di stiracchiare i limiti ecologici, non gli permette assolutamente di violarli e di vivere in modo insostenibile. La nostra civiltà, sterminando decine o centinaia di specie al giorno, sta indirettamente sterminando noi.)
    .
  7. Che noi da soli non possiamo fare nulla per risolvere la crisi ecologica, e quindi dobbiamo lasciar fare agli "esperti" (scienziati, leader politici, industriali o religiosi).
    (
    Come ha detto Quinn stesso, questa convinzione che ALTRI debbano occuparsi del problema che ci minaccia tutti è solo un'altra delle menzogne che la nostra cultura usa per sopravvivere ed evitare il rischio di venire smantellata: "Come non finisco mai di dire (perché i lettori non finiscono mai di chiederlo), solo TU puoi sapere quali sono le TUE risorse. Solo TU puoi sapere cosa puoi ottenere dove TU ti trovi e nella TUA situazione. Quando tutti capiranno questo fatto, allora finalmente saremo liberi dall'ipnotica ninna-nanna di Madre Cultura: "Non c'è nulla che TU possa fare. Devi aspettare che ALTRI facciano qualcosa - capi politici, capi industriali, capi religiosi, e così via. Da solo, TU sei inerme, quindi tanto vale che tu dorma, dorma, dorma. Tu non sei NESSUNO, sei una persona priva di risorse, senza influenza, senza una voce con cui parlare, senza orecchie per ascoltare, senza occhi per vedere, senza menti o mani per svolgere qualunque compito. Quindi non ascoltare Ishmael, non ascoltare B, non ascoltare Uru. Ascolta me e dormi... dormi... dormi. Perché non c'è nulla che TU possa fare. Devi aspettare che ALTRI facciano qualcosa - capi politici, capi industriali, capi religiosi, e così via. Da solo, TU sei inerme, quindi tanto vale che tu dorma, dorma, dorma..."
    Ma scienziati e leader politici, industriali e religiosi sono anch'essi preda delle menzogne di Madre Cultura e, quel che è peggio, hanno un INTERESSE PERSONALE a mantenere intatta questa cultura che è la radice del problema, visto che da essa traggono guadagno. Aspettarsi che possano risolvere il problema quindi è insensato. Senza contare che non è necessario: in realtà nessuna questione - né ambientale né sociale né economica - è troppo complicata per una persona di intelligenza media, se decide di impegnarsi per comprenderla. Gli "esperti" cercano molto spesso di nascondere questo fatto - per mantenere la propria supremazia sulle masse - sommergendo qualunque profano che si azzardi ad avventurarsi nelle aree di loro competenza con termini tecnici, formule matematiche e frasi contorte progettate apposta per essere incomprensibili, ma questi stratagemmi potranno funzionare solo finché la massa rimarrà perlopiù ignara della gravità del problema e disinteressata a capirlo meglio - ossia finché la loro visione non cambierà.)
    .
  8. Che il nostro tipo di ricchezza basato sui prodotti (che Quinn chiama "Ricchezza Prendi") sia non solo il tipo migliore di ricchezza che possiamo ottenere, ma addirittura l'UNICO tipo di ricchezza che esista.
    (Completamente falso e frutto di una prospettiva deliberatamente ristretta dalla nostra cultura (che non gradisce concorrenza), e di ignoranza sul tipo di ricchezza posseduto dai popoli tribali, la cosiddetta Ricchezza Lascia, di cui si parla nella FAQ generica n° 11 e nella FAQ sul tribalismo n° 15. Se la Ricchezza Prendi è basata sui prodotti e cumulabile (e quindi genera inevitabilmente divari tra ricchi e poveri), la Ricchezza Lascia è immateriale, non cumulabile e basata su scambi reciproci di energia umana. La Ricchezza Prendi è grandiosa per le industrie e per chi è in cima alla nostra piramide, questo è innegabile, ma è anche scadente o addirittura pessima per la maggior parte della gente. la Ricchezza Lascia invece è inutilizzabile da industrie e aziende, ma è ottima per le persone - per tutte le persone, non solo per quelle in cima alla piramide.
    Scambiare la Ricchezza Prendi per quella Lascia sarebbe sconveniente per i pochi in cima alla nostra piramide (che perderebbero ogni supremazia e ogni controllo sugli altri) ma sarebbe enormemente conveniente per la stragrande maggioranza della gente, che vedrebbe svanire la povertà, l'oppressione, la paura di perdere il lavoro o la casa e l'ansia per il futuro. Cose simili scomparirebbero perché verrebbero a mancare i presupposti per la loro esistenza. Non potrebbero più avvenire.
    La differenza tra questi due tipi di ricchezza è trattata più in dettaglio a partire da questo punto di My Ishmael.)
    .
  9. Che lo stile di vita tribale sia stato un lungo, noioso, indegno e inutile preludio alla vera storia umana, cominciata solo con noi Prendi, che lasciarcelo alle spalle sia stata la cosa migliore che potessimo fare e che non abbiamo nulla da imparare da un modo di vivere così primitivo.
    (
    Modo di vivere che però, oltre a essere ecosostenibile, a un'attenta analisi risulta superiore al nostro sia dal punto di vista sociale, che legale, che economico, che educativo, che esistenziale, che religioso, che qualitativo, tanto che molti antropologi lo ritengono lo stile di vita di maggior successo che l'umanità abbia mai sperimentato (Cfr. D. Morris, "Lo zoo umano").
    Ora che il nostro stile di vita civilizzato comincia a mostrare tutti i propri limiti e la propria nocività, forse sarebbe utile guardare a quest'altro antichissimo, sostenibile e soddisfacente stile di vita, per vedere se per caso non possiamo applicarne i principi al nostro.)
Queste sono alcune delle false credenze che compongono ciò che Quinn chiama la "mitologia culturale" della nostra civiltà. Non è assolutamente una lista completa, ma queste fallacie culturali sono quelle che ci stanno indirettamente conducendo verso l'estinzione.

Questa mitologia culturale in sociologia viene chiamata cultura implicita, termine con cui si intende ogni nozione, credenza o paradigma che gli appartenenti a una comunità non sono consapevoli di avere, usare o trasmettere, ma che tuttavia possiedono, usano e trasmettono ad altri individui continuamente senza neanche rendersene conto, avendoli accettati acriticamente come veritieri fin dall'infanzia.

La cultura implicita è anche stata chiamata latenza dal sociologo Talcott Parsons (per intendere l'insieme delle norme interiorizzate che forniscono lealtà al sistema e che costituiscono lo strumento di controllo sociale di più alto livello), imprinting culturale, rifacendosi al termine utilizzato da Konrad Lorenz per descrivere il comportamento animale, e Doxa dal sociologo e antropologo Pierre Bourdieu.

Ogni società ha una propria cultura implicita. La mitologia culturale in sé non è una cosa necessariamente negativa, serve solo a portare avanti quella particolare cultura, dando ai suoi membri una spiegazione e una giustificazione della loro esistenza, e quindi un motivo per continuare a perpetuarla (la nostra mitologia culturale, per esempio, ci fornisce la possibilità di crederci i padroni del mondo, creature superiori destinate a dominare tutte le altre specie, e ci dà un destino: progredire sempre di più nella nostra conoscenza e nel nostro dominio del creato).
L'unico motivo per cui dobbiamo cambiare la NOSTRA mitologia culturale, è che ci sta portando alla distruzione.



FAQ sulla mitologia culturale n° 2:
Ma anche il voler cambiare il modo di vivere della nostra cultura per salvarci dall'estinzione non è forse una manifestazione di presunzione tipica dei Prendi? Non dimostra che rimaniamo prigionieri della nostra mitologia culturale?

Questa domanda rivela un fraintendimento del significato dei termini "Prendi" e "Lascia" (che in effetti sono carichi di connotazioni preconcette, tanto che anche Quinn si è pentito di averli usati).

Essere Prendi non significa essere avido, egoista e assetato di potere e controllo. Significa solo aver deciso di "prendere" in mano il proprio destino producendo tutto il proprio cibo con l'Agricoltura Totalitaria (dettagli), decidendo quindi quali specie sono degne di vivere (quelle a noi utili) e quali invece devono morire (quelle a noi inutili o addirittura dannose).
Una persona può essere buona e generosa quanto si vuole, può fare volontariato ogni giorno e non essere interessato al denaro, ma se vive praticando l'Agricoltura Totalitaria (e quindi infrangendo la Legge della Competizione Limitata), agendo di conseguenza come se il mondo fosse una sua proprietà (anche se lo fa senza accorgersene, in completa buona fede), allora è un Prendi.

Essere Lascia, di contro, non significa essere generoso, buono, altruista o fatalista. Non significa non fare niente per risolvere un problema. Non significa stendersi a terra e lasciarsi morire quando ci si ammala o quando si viene aggrediti. Significa solo non ergersi a divinità decidendo quali specie sono degne di vivere e quali invece devono morire. Ecco in che senso si "lascia" nelle mani degli "dei" il proprio destino.
Una persona può essere avida, egoista, meschina e assetata di controllo quanto si vuole, può fare qualunque cosa per sopravvivere e per evitare l'estinzione della propria specie, può lottare con tutte le proprie forze contro un aggressore e cercare di curarsi in ogni modo dalle malattie, ma se vive senza praticare l'Agricoltura Totalitaria (e quindi senza infrangere la Legge della Competizione Limitata e senza considerare il mondo un proprio possedimento), allora è comunque un Lascia.

Fare di tutto per sopravvivere e per evitare l'estinzione NON significa necessariamente essere un Prendi: dipende da come lo si fa. Se lo si fa infrangendo la Legge della Competizione Limitata e trattando il mondo come una proprietà personale, allora si è un Prendi. Altrimenti si è semplicemente un Lascia che (come tutti i Lascia) compete al massimo delle proprie capacità per sopravvivere, ma senza ergersi a divinità e decidere quali specie devono vivere e quali morire.
E naturalmente, essere fatalista e non curarsi della propria sorte non significa essere un Lascia.


I due termini non hanno un'accezione morale o etica, ma semplicemente pratica. Quinn non sprona ad abbandonare l'Agricoltura Totalitaria e a divenire Lascia per diventare più buoni, tolleranti o fatalisti, o per trascendere le preoccupazioni riguardo la nostra sorte e arrivare all'illuminazione, ma perché infrangere la Legge della Competizione Limitata significa vivere in modo evolutivamente fallimentare e autodistruggersi. Tutto qui.

Quindi voler cambiare il nostro modo di vivere, smettendo di infrangere la Legge della Competizione Limitata, non può in alcun modo essere definito un modo di ragionare "da Prendi": è l'esatto opposto. Significa aver cominciato a ragionare da Lascia. Significa aver smesso di considerare il mondo una nostra proprietà, aver smesso di considerarci una specie superiore alle altre 
che può sterminare quelle che considera inutili senza conseguenze. Significa eliminare dal nostro stile di vita ciò che lo rende Prendi.

Un conto è cercare di mettere una pezza al nostro modo di vivere e di continuare a usarlo, cercando solo di controllarne gli effetti negativi con misure reattive (e quindi inefficaci) come controllo delle nascite, tribunali, prigioni, limitazioni all'inquinamento, ecc., ma conservandone la mitologia culturale, senza mai nemmeno pensare di adottare un altro modo di vivere perché il nostro è l'unico "giusto". (Questo sì che è un approccio tipicamente Prendi.)

Un conto completamente diverso è cambiare stile di vita radicalmente, partendo dalle sue fondamenta, attaccando direttamente le cause del problema, e quindi i pilastri fondanti della cultura Prendi (la sua mitologia culturale). Questo significa creare uno stile di vita nuovo e profondamente, nettamente diverso da quello Prendi. Uno che non condivida la sua stessa mitologia culturale e che quindi agisca anche in modo diverso e sia ecosostenibile, soddisfacente ed egualitario.

Si tratta di due cose completamente diverse, addirittura opposte. Nel primo caso si conservano il modo di vivere e la mentalità attuali, nel secondo li si sostituisce con altri (che abbiano valori ed effetti contrari).



FAQ sulla mitologia culturale n° 3:
Senza civiltà, gli esseri umani sono inermi in balìa della natura. Questo non dimostra forse che vivere civilizzati sia il modo migliore di vivere per noi e che eravamo destinati ad adottarlo, prima o poi?

Questa convinzione è molto diffusa nella nostra civiltà, ed è riassunta nella famosa frase secondo cui i primitivi avevano una vita "disgustosa, brutale e breve". Peccato che i fatti e la logica ci dicano altrimenti.

Come spiegato approfonditamente in questa risposta, la vita tribale in realtà aveva (e ha tutt'ora, dove è sopravvissuta) una qualità della vita molto superiore alla vita civilizzata, dato che forniva ai propri membri una quantità di tempo libero molto maggiore, una visione del mondo non contraddittoria e non insostenibile e una salute migliore. Senza contare i molti problemi sociali ed esistenziali da cui la nostra civiltà è afflitta ma che sono del tutto assenti nelle tribù (povertà, discriminazioni, depressione, crimine, suicidi, guerre, ecc.).
Studiosi come Desmond Morris descrivono la vita tribale come "lo stile di vita di maggior successo della storia umana", arrivando a dire che "siamo, e probabilmente lo resteremo sempre, dei semplici animali tribali, non adatti alla vita nelle supertribù moderne di milioni di membri". (D. Morris, "Lo zoo umano".)

Chi sostiene che gli umani senza civiltà siano inermi in balìa della natura, solitamente immagina un singolo umano o un gruppetto di umani civilizzati improvvisamente gettati in una giungla senza viveri, vestiti e attrezzi di alcun tipo.
Non c'è alcun dubbio che in condizioni simili la sopravvivenza di questi umani sarebbe molto dubbia, ma questo ragionamento non ha senso, se si vuole confutare l'efficacia della vita tribale, per il semplice motivo che un gruppo di umani civilizzati gettati nella giungla non sarebbe una tribù. Non avrebbe quell'insieme di conoscenze e di tecniche di sopravvivenza che costituiscono la cultura di una tribù. Sarebbe solo un gruppo di persone terrorizzate e smarrite in una pessima situazione, senza la minima idea di come procacciarsi il cibo o trovare un riparo, né di come costruire attrezzi per farlo. Questo non dimostra che le tribù siano inefficaci per gli umani più di quanto il fatto che una formica da sola sia inerme dimostri che i formicai sono inefficaci per le formiche.

Ogni popolo tribale ha un bagaglio di conoscenze (la cultura della propria tribù) che lo rende in grado di vivere comodamente nel proprio ambiente, sapendo perfettamente come sfruttare ogni specie vegetale o animale per ottenere cibo, utensili, vestiti, riparo, medicine, ecc., e come evitare i mille pericoli intorno a loro.
Basta pensarci per capirlo: se davvero i popoli tribali fossero stati inermi in balìa della natura ostile, come avrebbero potuto sopravvivere per centinaia di migliaia di anni mantenendo perlopiù una popolazione stabile (disastri naturali permettendo)?

Gli studi antropologici di queste popolazioni ci mostrano come la loro vita, lungi dall'essere disgustosa, brutale e breve, sempre al limite dell'inedia, sia in realtà rilassata, comoda e facile. Molto più della nostra. Il che appare sempre ai limiti del credibile per i membri della nostra civiltà, convinti dell'opposto senza aver mai studiato l'argomento, grazie alla nostra mitologia culturale.




FAQ sulla religione nei libri di Quinn:
  1. E' evidente da quello che scrive che Quinn è l'ennesimo ateo che odia la religione e la incolpa di tutti i mali del mondo.
  2. Come può Quinn fare di tutta l'erba un fascio e considerare Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo ed Ebraismo come se fossero uguali? Sono completamente diversi!
  3. Dai suoi libri, non si capisce bene in cosa creda personalmente Quinn.
  4. Quinn non è forse un animista? Tutto il suo messaggio non è solo propaganda animista per fare proseliti per la sua strana religione?
    .


FAQ sulla religione nei libri di Quinn n° 1:
E' evidente da quello che scrive che Quinn è l'ennesimo ateo che odia la religione e la incolpa di tutti i mali del mondo.

In realtà, Quinn si definisce animista, non ateo.
Inoltre non incolpa affatto le religioni dei problemi della nostra civiltà. Dato che ne individua l'origine 10.000 anni fa, quando abbiamo adottato l'agricoltura totaliaria, è chiaro che le religioni non possono esserne responsabili, essendo comparse solo millenni dopo.

Quinn considera le religioni dei meccanismi di controllo, che la nostra cultura usa per fornirci una spiegazione della nostra condizione attuale. Delle razionalizzazioni che rendono sensato il nostro non agire, il nostro non sottrarci al giogo della nostra civiltà.
La spiegazione che ci forniscono è falsa, naturalmente, dato che incolpa alcuni presunti difetti della natura umana di tutte le nostre sofferenze, dicendoci che abbiamo bisogno della redenzione dal peccato, di raggiungere uno stato di coscienza più elevato, di espiare le colpe delle nostre vite passate per sfuggire al ciclo di reincarnazioni, ecc. A seconda della religione. E nel frattempo, naturalmente, dobbiamo continuare a portare avanti la civiltà Prendi.

Ma le religioni sono solo conseguenze delle menzogne della nostra cultura, non ne sono l'origine. Rafforzano le bugie della nostra cultura (soprattutto quella secondo cui il mondo è stato creato perché l'uomo lo dominasse, quella secondo cui l'umanità è una specie superiore e distinta dalle altre e quella secondo cui la causa di ogni problema è la natura umana difettosa e non il nostro modo di vivere), ma non le hanno create e non sono affatto l'unica cosa che le ripete incessantemente.

Se anche le religioni svanissero oggi stesso, rimarremmo comunque diretti verso l'autodistruzione, a causa della mitologia culturale che ci controlla e ci stordisce più di qualunque dottrina religiosa, venendo ribadita da tv, giornali, romanzi, favole, lezioni, dibattiti, ecc.



FAQ sulla religione nei libri di Quinn n° 2:
Come può Quinn fare di tutta l'erba un fascio e considerare Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo ed Ebraismo come se fossero uguali? Sono completamente diversi!

Come per le culture umane, Quinn sottolinea le grandi somiglianze basilari tra le varie religioni, non le miriadi di piccole differenze.

Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo ed Ebraismo vengono definite tutte religioni salvazioniste (o redenzioniste) perché hanno in comune le seguenti caratteristiche (e di conseguenza hanno gli stessi effetti):
Tutte le religioni salvazioniste infatti sono religioni Prendi, nate dalla cultura Prendi per fornire ai suoi membri una spiegazione delle loro sofferenze. (Spiegazione falsa, naturalmente, dato che una spiegazione vera porterebbe a individuare la radice del problema nella mitologia culturale della nostra civiltà e a cambiare modo di vivere.) Sono un modo che la nostra cultura ha usato e usa tuttora per convincere le persone che non ci sia modo di sfuggire alla sofferenza, e che l'unica cosa sensata da fare sia continuare a vivere da Prendi e nel frattempo aspettare la salvezza.

E' da notare che non esistono credenze simili tra i popoli tribali, perché dato che il loro modo di vivere non causa loro alcuna sofferenza, non hanno bisogno di ideare dottrine che la razionalizzino.




FAQ sulla religione nei libri di Quinn n° 3:
Dai suoi libri, non si capisce bene in cosa creda personalmente Quinn.

La cosa è intenzionale. Come ha detto chiaro e tondo, lo scopo dei suoi libri non è di parlare delle proprie credenze personali (a cui comunque ha accennato in altre sedi), ma di ciò che è oggettivamente verificabile. Nulla di ciò che Quinn dice riguardo sovrappopolazione, cultura, ecologia, evoluzione o qualunque altro argomento può venire inficiato dalle sue credenze personali.
Quinn potrebbe essere un pastafariano, e tutto ciò che sostiene rimarrebbe comunque valido.




FAQ sulla religione nei libri di Quinn n° 4:
Quinn non è forse un animista? Tutto il suo messaggio non è solo propaganda animista per fare proseliti per la sua strana religione?

Se il suo scopo era di fare proseliti, ha usato un metodo molto strano, visto che dell'animismo parla solo in uno dei suoi libri (The Story of B) e in un saggio (Le Nostre Religioni: sono le Religioni dell'Umanità Stessa?), e per il resto si concentra su argomenti completamente diversi.

Il suo messaggio è che la nostra mitologia culturale ci sta portando all'estinzione. Anche togliendo ogni riferimento all'animismo dal suo lavoro, ogni sua osservazione e confutazione rimane perfettamente valida.




FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti:
  1. Diventare vegetariani/vegani/fruttariani non risolverebbe il problema?
  2. Quinn sta dicendo che raccolta differenziata, agricoltura biologica e tutti i vari programmi e le varie associazioni ambientaliste sono inutili?
  3. E riguardo l'ecologismo?
  4. Che ne pensi della Modernizzazione Ecologica? O di quella Riflessiva?
  5. L'innovazione tecnologica alla fine non arriverà a una soluzione?
  6. Il Protocollo di Kyoto e le altre politiche ambientaliste non hanno forse il potenziale per risolvere la crisi ecologica?
  7. Lo sviluppo sostenibile mi sembra la soluzione perfetta.
  8. I biocombustibili non sono un passo avanti promettente?
  9. L'agricoltura biologica non interromperebbe l'incessante crescita demografica e la relativa sovrappopolazione, che è l'aspetto della crisi ecologica che peggiora tutti gli altri?
  10. A mali estremi, estremi rimedi: l'ecoterrorismo e le rivolte armate non risolverebbero la questione una volta per tutte?
  11. In cosa consisterebbe il ricondizionamento culturale?
  12. La teoria della Decrescita non dice sostanzialmente quello che dice Quinn?
  13. E il controllo delle nascite?
  14. Cosa ne pensa Quinn della Permacultura?
    .


FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 1:
Diventare vegetariani/vegani/fruttariani non risolverebbe il problema?

Secondo la dottrina vegetariana, se smettessimo di sprecare enormi quantità di cibo vegetale per nutrire gli animali da allevamento (ci vogliono circa 100 chili di vegetali per ottenere 1 chilo di carne) la fame nel mondo scomparirebbe.
Questa proposta presenta però vari problemi.

Innanzitutto, l'intera faccenda ha un carattere fortemente utopistico: convincere tutti (o almeno centinaia di milioni di persone) a rinunciare a mangiare ciò che gli piace solo perché qualcos'altro - l'ambiente, gli animali, la gente del Terzo Mondo - che considerano separato e distinto da loro possa stare meglio, è logicamente assurdo e richiederebbe che la natura umana fosse diversa - più altruista, più generosa, più lungimirante - e quindi si merita l'appellativo di "proposta utopistica".

Poi, se anche per miracolo si riuscisse in quest'impresa, né il problema ecologico né quello della fame sarebbero risolti.

In realtà l'adozione globale di una dieta vegetariana/vegana/fruttariana non solo peggiorerebbe enormemente la sovrappopolazione (molto più cibo equivale infatti a molti più esseri umani - 
fontecache), aggravando così quasi ogni aspetto della crisi ecologica (maggior richiesta di spazio, edifici, vestiti, prodotti tecnologici e processi industriali di ogni tipo e sempre ecologicamente devastanti), ma non risolverebbe nemmeno il problema della fame.
Come ha detto
Peter Rosset, direttore esecutivo dell'Institute for Food and Development Policy, nel suo libro "Lessons from the Green Revolution" (PDF, p. 8): “Se la storia della Rivoluzione Verde ci ha insegnato qualcosa, è che l'aumento della produzione di cibo può essere - e spesso è - accompagnato da un aumento della fame”. E' sempre stato così in passato, e aspettarsi qualcosa di diverso in futuro non ha senso.

Ma se anche il vegetarianismo/veganismo/fruttarianesimo globale avesse come risultato immediato quello di far cessare la fame, in realtà non farebbe altro che rimandare il problema. Se diventassimo tutti vegetariani/vegani/fruttariani, infatti, probabilmente avremmo abbastanza cibo per decine di miliardi di persone, questo è vero, ma la popolazione continuerebbe inarrestabilmente a crescere e, arrivati a un certo punto, il cibo comincerebbe di nuovo a scarseggiare, essendo i territori coltivabili limitati e in costante diminuzione a causa di erosione e desertificazione, e ci ritroveremmo nuovamente nella situazione in cui siamo ora (in cui molte zone del pianeta ospitano più persone di quante le risorse locali ne possano sostentare).
Cambiare dieta sarebbe solo una soluzione temporanea.

Senza contare che a quel punto la sovrappopolazione sarebbe talmente grave da causare la nostra estinzione, visto che già sette miliardi di persone sono sufficienti a causare l'estinzione di decine o centinaia di specie ogni giorno. Il numero di specie che dovremmo sterminare ogni giorno per mantenere una popolazione di decine di miliardi è impossibile da calcolare ma sarebbe sicuramente insostenibile, visto che già il numero attuale lo è.

Da una prospettiva logica risulta subito evidente che il solo e unico modo per continuare a esistere su questo pianeta indefinitamente è stabilire un equilibrio con il resto dell'ecosistema, e non certo trovare un modo per nutrire più persone. Si deve, anzi, smettere di produrre sempre più cibo e di aumentare continuamente di numero. Ridurre gradualmente la popolazione (e quindi i consumi di ogni risorsa) fino a tornare alla situazione di equilibrio precedente all'adozione dell'agricoltura totalitaria, quando per centinaia di millenni la popolazione umana è rimasta perlopiù stabile, senza aumentare né diminuire oltre limiti molto stretti, proprio come ogni altra popolazione animale esistente sul pianeta. (Dettagli)


"Ma evitare di uccidere e mangiare animali non è comunque la cosa più GIUSTA da fare?", chiederanno a questo punto molti vegetariani/vegani/fruttariani, intendendo ovviamente "giusta" dal punto di vista morale.

In risposta, Quinn ha detto chiaro e tondo in molte occasioni (1, 2, 3, 4, 5) di trovare la credenza che mangiare vegetali sia più giusto che mangiare animali del tutto priva di senso logico, di non essere interessato a discutere di morale e di trovare termini come "giusto" e "sbagliato" insensati, dato che dipendono dalle credenze personali di chi li pronuncia e non hanno fondamenti oggettivi. L'unico aspetto della questione che gli interessa è quello pratico: il vegetarianesimo, il veganesimo e il fruttarianesimo non sono una soluzione efficace al problema ecologico perché non ci permetterebbero di salvarci dall'estinzione, quindi suggerirli come rimedio non ha senso.



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 2:
Quinn sta dicendo che raccolta differenziata, agricoltura biologica e tutti i vari programmi e le varie associazioni ambientaliste sono inutili?

No, sostiene che siano una cosa senz'altro positiva ma che da soli non siano sufficienti, dato che si sforzano semplicemente di controllare gli effetti negativi del problema anziché di eliminarne le cause. E nessun problema può essere risolto in questo modo.

I membri delle associazioni ambientaliste, infatti, sono vittime, se non di tutte, almeno di alcune delle fallacie culturali della nostra civiltà, e questo è il motivo per cui spesso faticano a individuare le cause del problema ambientale e si concentrano solo sui suoi effetti.

Inoltre le associazioni ambientaliste, come tutte le associazioni, sono soggette a una competizione spietata con tutte le altre organizzazioni che si occupano delle stesse questioni per una risorsa molto limitata: l'attenzione dell'opinione pubblica. C'è solo una quantità di attenzione pubblica molto limitata dedicata alle questioni ambientali, quindi le associazioni ambientaliste devono pensare a fare non tanto ciò che è più giusto per la causa, ma ciò che è più conveniente per loro, ciò che può far guadagnare loro più attenzione pubblica (e quindi più finanziamenti) possibile, altrimenti non sopravvivono.

Il risultato è che queste associazioni finiscono spesso per concentrarsi su questioni che commuovono e interessano l'opinione pubblica pur non avendo un impatto globale (come l'estinzione di pochissime specie di grandi animali), e per trascurare invece questioni molto più importanti o addirittura essenziali (come lo stile di vita della nostra civiltà), che però non attirano a sufficienza l'opinione pubblica a causa della loro complessità, dello sforzo personale che comporterebbe cercare di contrastarle e della sindrome NIMBY (Not In My Back Yard, ossia la tendenza a ignorare un problema finché non arriva a riguardarci personalmente), e quindi sono per loro controproducenti.

L'azione di queste associazioni ecologiste finisce quindi per essere marginale e insufficiente. Non ha senso cercare di salvare le balene o il panda gigante se il sistema che ne ha messo in pericolo l'esistenza continua a esistere e a peggiorare la situazione sempre di più. La minaccia di estinzione di queste grandi specie è solo un sintomo della malattia, e per giunta uno dei meno preoccupanti. La causa è altrove e, come abbiamo detto, non ha alcun senso concentrarsi su un sintomo ignorando la causa della malattia. Agendo in questo modo non si potrà mai risolvere alcun problema.
Greenpeace, il WWF, Legambiente e altre grandi associazioni ambientaliste diffuse in tutto il mondo continuano a fare manifestazioni e proteste da decenni e, a dispetto di alcuni occasionali successi (comunque circoscritti e temporanei), la situazione complessiva non solo non è migliorata, ma non ha mai cessato di peggiorare.
E' evidente che la loro azione da sola non è sufficiente.



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 3:
E riguardo l'ecologismo?

L'ecologismo considera la natura non come un semplice oggetto, ma come un soggetto politico, incapace di parlare per sé stesso ma comunque con un valore intrinseco indipendente da quello economico e con dei propri diritti che devono essere tutelati, nello stesso modo in cui vengono tutelati i diritti dell'uomo.

L'ecologismo, insomma, propone un cambiamento etico: dall'etica tradizionale (che considera l'uomo al vertice del mondo naturale e gli assegna il diritto di dominarlo) si passa all'etica ecologista (secondo cui esiste una profonda simbiosi e interdipendenza tra tutte le specie viventi, e quindi l'uomo non può vantare alcuna predominanza, priorità o dominio sul resto della natura).

Il problema è che alcuni meccanismi psicologici, detti regimi di giustificazione, mantengono questo cambiamento paradigmatico confinato al solo ambiente ecologista. Secondo Luc Boltanski e Laurent Thévenot, infatti, nelle dispute politiche odierne e nella mentalità comune si possono individuare vari regimi di giustificazione che le persone usano per poter conservare la propria (datata e fallace) visione dell'ambiente basata sull'etica tradizionale:
Questi regimi di giustificazione vengono utilizzati continuamente in ogni discussione sull'argomento, sia formale che non, e permettono di evitare di dover cambiare la propria visione del mondo.
L'enorme massa di profani continua pertanto a ragionare secondo l'etica tradizionale e a considerare valide le fallacie culturali della nostra civiltà, e quindi le cose continuano a rimanere immutate (anzi, a peggiorare sempre di più). L'ecologismo viene reso inutile (o addirittura controproducente) da questi regimi di giustificazione, che negli appartenenti alla nostra civiltà sono istintivi e diffusi quanto la convinzione che l'uomo sia un'entità separata dalla natura.

Il risultato è che oggi l'ecologismo è un'arma spuntata, priva della potenza rivoluzionaria che dovrebbe avere, bloccato in controversie accademiche irrisolvibili e fini a se stesse, largamente frainteso e con la fama di essere solo un “lusso pretenzioso” usato per essere alla moda.




FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 4:
Che ne pensi della Modernizzazione Ecologica? O di quella Riflessiva?

Negli anni più recenti, due prospettive teoriche hanno destato particolare interesse nella sociologia dell'ambiente: la Modernizzazione Ecologica e quella Riflessiva.
La Modernizzazione Ecologica si propone sia come una teoria che come un concreto programma politico. Le sue tesi di base sono: effettuare una riforma delle democrazie industriali perché comincino a sfruttare le risorse naturali in modo non esauriente e non inquinante; convincere gli imprenditori e gli Stati a non ostacolare ma anzi a incentivare questa riforma; e convincere i movimenti ambientalisti a smettere di opporsi per principio allo status quo e a collaborare con lo Stato e con gli imprenditori nella riforma.
La Modernizzazione Ecologica, insomma, sostiene che una riforma ecologica sia politicamente ed economicamente fattibile, e che si debba incentrare sull'innovazione tecnologica. La tecnologia deve quindi migliorare fino a divenire in grado di rimediare ai propri difetti.
Le critiche mosse a questa teoria sono molte. Innanzitutto, si tratta più di un buon proposito che di un programma vero e proprio, perché non spiega come raggiungere i suoi – seppur lodevoli – obiettivi. 
Poi non è affatto detto che riusciremo ad arrivare a un punto in cui la tecnologia diverrà in grado di rimediare ai propri difetti (finora per ogni problema che ha risolto ne ha creati altri tre). Infine, non è affatto detto che sia concretamente realizzabile, tantomeno a livello globale, in tutte le varie e differenti società esistenti. (Questo senza contare tutte le limitazioni che comunque avrebbe in quanto programma, dato che i programmi sono sempre e inevitabilmente meno efficaci di una nuova visione.)

La Modernizzazione Riflessiva, invece, è stata descritta dai sociologi Ulrich Beck e Anthony Giddens. Anch'essa ritiene – senza alcun fondamento concreto – che l'innovazione tecnologica sia l'unico modo di porre rimedio ai problemi che essa stessa ha causato, ma si differenzia dalla Modernizzazione Ecologica nel credere che anche le istituzioni sociali vadano modernizzate. Esse, infatti, ora funzionano in senso tradizionale: gli esperti prendono le decisioni e il popolo può al massimo scegliere tra le alternative da essi proposte. Perché la crisi ecologica venga risolta sarebbe quindi necessario che le informazioni divengano disponibili a tutti in modo chiaro, completo e inalterato, che si sviluppi una capacità di riflessione collettiva sui problemi che ora sono appannaggio di pochissimi addetti ai lavori, e che ogni individuo divenga in grado di ragionare con la propria testa e per il benessere comune anziché personale.

Secondo la Modernizzazione Riflessiva, insomma, è necessario che la natura umana cambi e che egoismo, disinteresse e miopia intellettuale vengano sostituiti da buona volontà, altruismo e intelligenza sufficiente a comprendere questioni tanto complesse da richiedere anni di studi. Sistemi utopistici simili sono non solo inutili, perché irrealizzabili, ma addirittura controproducenti, perché portano a sprecare in vicoli ciechi tempo ed energie che potrebbero essere impiegati in alternative con del potenziale. (Dettagli)

Aspettarsi che le persone comincino ad agire per altruismo, o che diventino più sagge e generose, o che siano disposte a rinunciare a ciò che hanno per qualcosa di inferiore, è illogico e inutile. Questo è il motivo per cui Quinn sostiene che il primo imprescindibile passo per un vero cambiamento sia di smentire la nostra mitologia culturale, il che includerebbe anche il far capire a tutti che cambiare radicalmente modo di vivere non significherebbe affatto rinunciare a delle cose ma OTTENERNE di nuove e migliori, e che il motivo per cui dovremmo farlo è la nostra convenienza personale e non quella di qualcun altro.

A differenza del solito, vano appello all'altruismo e alla generosità, insomma, Quinn propone una sorta di egoismo positivo.
(Per maggiori dettagli vedi la FAQ generica n° 11 e la FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 15.)



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 5:
L'innovazione tecnologica alla fine non arriverà a una soluzione?

L'idea che la tecnologia risolverà tutti i nostri problemi, anche quelli che essa stessa ha creato, continua a essere dominante nella nostra civiltà, che sulla tecnologia è fondata. Si tratta di una credenza molto comoda, perché alla massa richiede solo di aspettare che gli esperti migliorino la conoscenza scientifica fino a scoprire una panacea universale. Sfortunatamente, però, non ha basi né empiriche né logiche.

Se l'avanzamento tecnologico tendesse a diminuire sempre più il numero di problemi sociali e ambientali, oggi ne avremmo di meno rispetto a due o tre secoli fa. Invece quell'epoca oggi ci sembra così semplice, in confronto alla nostra, da venire vista addirittura come un'età dell'oro, priva com'era di depressione, perdita di valori, gioventù fuori controllo, abuso di sostanze, ecc.
Molte persone, ispirate dall'apparente semplicità e purezza dei secoli passati, hanno perfino creato delle comuni in cui si utilizza solo la tecnologia precedente alla Rivoluzione Industriale.

L'esperienza passata ci mostra come l'innovazione tecnologica, a dispetto delle sue costanti promesse di maggiore semplicità e benessere, abbia in realtà creato invariabilmente più problemi di quanti ne abbia risolti, e non c'è alcun motivo di credere che la situazione cambierà in futuro. Basti pensare all'automatizzazione delle industrie, che veniva dipinta come il mezzo per ottenere un paradiso terrestre in cui le macchine avrebbero svolto ogni compito e gli esseri umani sarebbero stati liberi dalla schiavitù del lavoro. Sappiamo bene che le cose sono andate molto diversamente.

Un altro problema dell'affidarsi all'innovazione tecnologica è che i profani hanno solo un'idea imprecisa delle nostre attuali capacità scientifiche. Nei media non specializzati, infatti, vengono pubblicizzate unicamente le scoperte e le vittorie, ma
senza scendere nei dettagli ed esaminarne i limiti e gli effetti collaterali nocivi. Questo dà l'impressione alla vasta maggioranza che la tecnologia sia in grado di compiere miracoli e di fare praticamente qualunque cosa, ma la situazione reale è molto diversa.
 
Abbiamo già accennato a come molte discipline considerate comunemente scientifiche siano in realtà trans-scientifiche, ossia non basate su conoscenze certe ottenute tramite rigorose sperimentazioni, perché tali sperimentazioni non possono venire svolte per mancanza di strumenti adeguati o di tempo sufficiente. La produzione di Organismi Geneticamente Modificati è un perfetto esempio di trans-scienza spacciata per scienza: quando introduciamo una specie GM in un ecosistema non abbiamo alcun modo di prevedere le conseguenze a lungo termine sulle altre specie, ed è già avvenuto che le specie GM abbiano invaso i territori confinanti soppiantandone le specie autoctone o ibridandosi con esse, senza che potessimo fare nulla per controllarle o limitarle.
Anche qualunque altra modifica ambientale su larga scala appartiene alla trans-scienza, dato che non siamo in grado di prevederne o controllarne gli effetti a lungo termine.

A dispetto dell'aura di onnipotenza e sacralità di cui gode, è un dato di fatto che la nostra scienza ora come ora non è neanche lontanamente in grado di simulare, né in piccolo né tantomeno su scala globale, nemmeno uno dei vari servizi essenziali che gli ecosistemi forniscono automaticamente e gratuitamente all'intero pianeta. E non c'è motivo di credere che le cose cambieranno sensibilmente nell'immediato futuro, essendo il settore della tecnologia ecosostenibile ancora molto trascurato perché poco redditizio in confronto ad altri, come quello informatico o della telefonia cellulare, che giocano un ruolo di primo piano nell'economia mondiale e in cui, di conseguenza, l'avanzamento è incredibilmente rapido e costante.

Certo, la tecnologia applicata alla salvaguardia dell'ambiente ha conosciuto un'importanza sempre maggiore negli ultimi anni, questo è vero, ma si tratta comunque di un processo molto lento e graduale, e gli obiettivi da raggiungere (ossia trovare il modo di produrre ciò che vogliamo senza nel frattempo distruggere il nostro ambiente) sono ancora lontanissimi. E' molto dubbio che riusciremo a risolvere anche solo il problema energetico, che è quello in cui stiamo riversando più impegno, perché le fonti alternative continuano a essere tanto inefficienti da poter essere considerate trascurabili. E il tempo che ci rimane prima del collasso ambientale potrebbe non essere molto.

Continuare a sperare nell'innovazione tecnologica significa inoltre essere ancora prigionieri della mitologia culturale Prendi, e in particolare della credenza secondo cui noi umani siamo una specie superiore alle altre, per cui ci verrà concesso ciò che alle altre specie è proibito: vivere in violazione delle leggi ecologiche grazie alla nostra tecnologia e al nostro intelletto (distruggendo più di quanto l'ambiente sia in grado di rigenerare, eliminando le altre specie ma continuando a esistere, ecc.).

Anziché mirare a usare la tecnologia per portare avanti la civiltà Prendi il più possibile, tappandone freneticamente le falle (per esempio cercando modi di produrre più cibo o di ridurre l'inquinamento), sarebbe molto più utile e sensato provare a usarla per trovare nuovi modi di vivere che siano sostenibili e non spacciati in partenza.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 18.)

(Vedi anche il saggio di Quinn: "La Tecnologia e l'Altra Guerra" su questo tema.)



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 6:
Il Protocollo di Kyoto e le altre politiche ambientaliste non hanno forse il potenziale per risolvere la crisi ecologica?

Il Protocollo di Kyoto è forse la più famosa tra le varie politiche ambientaliste, e un perfetto esempio di tutti i difetti di questo tipo di risoluzioni.

Innanzitutto il suo effetto è limitato a una piccola parte della nostra civiltà, perché i paesi in via di sviluppo, come la Cina e l'India, ne sono esentati, nonostante siano proprio tra i paesi che inquinano di più nella loro corsa all'industrializzazione, e non è stato ratificato dagli Stati Uniti, la nazione che inquina di più in assoluto.
Normalmente si crede che il modo di risolvere la situazione sia costringere più paesi a sottoscriverlo e rispettarlo, ma in realtà il problema è più a monte. Il Protocollo di Kyoto infatti ha come più ambizioso obiettivo una diminuzione dell'emissione totale dei gas serra di almeno il 5,2% entro il 2012. Il fatto è che se anche da domani si riuscisse nell'impresa apparentemente irrealizzabile di far aderire tutti i paesi inquinanti al Protocollo, in ogni caso una riduzione di appena il 5,2% non risolverebbe affatto il problema dell'inquinamento atmosferico: ne rimanderebbe solo le conseguenze (e soltanto di molto poco).

Inoltre rimarrebbero inalterati tutti gli altri aspetti della crisi ambientale: inquinamento di acqua e suolo, estinzioni animali e vegetali troppo frequenti, rapido esaurimento delle risorse non rinnovabili, sovrappopolazione in costante peggioramento, e così via.

Insomma, il Protocollo di Kyoto, visto comunemente come la migliore speranza per risolvere la crisi ambientale, è in realtà gravemente inadeguato alla radice, e lo sarebbe anche se si riuscisse ad attuarlo al meglio, perché è stato mal progettato. Se a questo aggiungiamo che anche solo farlo rispettare da tutti i paesi previsti sembra un'impresa impossibile, capiamo quanto la sua efficacia sia trascurabile.

Le politiche ambientaliste hanno tutte il gravissimo difetto basilare di essere politiche reattive, ossia strategie che hanno come unico scopo quello di limitare gli effetti negativi dei comportamenti nocivi che stiamo attuando, anziché di individuarne e risolverne le cause. Nessun problema può venire risolto con un approccio simile, è questione di semplice logica.

Inoltre, di solito queste politiche si prefiggono obiettivi molto poco ambiziosi, con la motivazione che bisogna cominciare con modifiche leggere in modo da farle accettare a tutti e poi incrementarle sempre di più con il tempo. Il risultato di questo modo di procedere è che se tutto va bene si ottiene un miglioramento marginale e insufficiente, se invece le cose vanno male, neanche quello.
 
Finché rimarremo convinti della fallacia culturale secondo cui il nostro modo di vivere è l'unico degno di essere praticato e quindi deve venire conservato a tutti i costi così com'è, al limite apportando solo qualche modifica superficiale, non riusciremo a risolvere nessuno dei problemi che esso ha causato e continua ad aggravare.



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 7:
Lo sviluppo sostenibile mi sembra la soluzione perfetta.

In realtà lo "sviluppo sostenibile" di cui in anni recenti si è parlato tanto sarebbe, secondo molti studiosi, un ossimoro irrealizzabile.
Il concetto di sviluppo sostenibile è stato aspramente criticato soprattutto dagli studiosi facenti capo alla teoria della Decrescita (dettagli), che ritiene impossibile concepire uno sviluppo economico basato sui continui incrementi di produzione di merci che possa anche essere in sintonia con la preservazione dell'ambiente.

In particolare, i sostenitori della teoria della Decrescita ammoniscono i comportamenti delle società occidentali che, seguendo l'ottica dello sviluppo sostenibile, si trovano ora di fronte al paradossale problema di dover consumare più del necessario pur di non scalfire la crescita dell'economia, con conseguenti numerosi problemi ambientali (eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, aumento dei rifiuti e dell'inquinamento, mercificazione dei beni naturali). Secondo questa teoria, insomma, l'attuale situazione globale non è compatibile con la sostenibilità ambientale. Quella dello sviluppo sostenibile viene quindi ritenuta una teoria superata e fallace che, se anche si riuscisse in qualche modo a far accettare a tutti i paesi come valida, in ogni caso non sarebbe concretamente applicabile alle moderne economie mondiali.

Secondo logica, l'unico modo ecosostenibile di agire sarebbe un'involuzione, almeno del punto di vista dei consumi ambientali: un sempre minore uso di tecnologie inquinanti, meno estrazioni, raffinazioni e consumi delle risorse naturali, e soprattutto meno produzione di cibo e quindi meno popolazione.Ognuna di queste cose dovrebbe diminuire fino a tornare a un punto di equilibrio con il resto dell'ecosistema, com'era prima della Rivoluzione Agricola. Solo quella sarebbe un'umanità ecosostenibile. (Ma come convincere la gente ad accettare una riduzione di prodotti e servizi? Facciamo appello al loro altruismo? Difficilmente serverebbe a qualcosa, visto che varie associazioni in tutto il mondo ci provano da anni senza risultati apprezzabili, quindi Quinn propone un approccio innovativo.)

Siamo già troppi: qualunque ulteriore sviluppo, se anche per miracolo si trovasse il modo di realizzarlo usando esclusivamente tecnologie non inquinanti e risorse rinnovabili e inesauribili, peggiorerebbe inevitabilmente la situazione. Non è il modo in cui lo sviluppo viene portato avanti il problema ma lo sviluppo in sé, perché non può che portare a un peggioramento della sovrappopolazione, e quindi dell'intera crisi ambientale.

"Sviluppo ecosostenibile" in realtà è un ossimoro concretamente irrealizzabile nato dall'ingenuo desiderio di volere due cose che si escludono a vicenda. E l'uomo che insegue due conigli che scappano in direzioni opposte finisce per rimanere a digiuno.
Il fatto che questo concetto sia il nucleo di tutte le attuali politiche ambientaliste fa capire come esse siano in realtà puramente simboliche e incapaci di influenzare davvero l'andamento delle cose.



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 8:
I biocombustibili non sono un passo avanti promettente?

I biocombustibili sono combustibili di derivazione vegetale (colza, grano, mais, bietola, canna da zucchero) anziché fossile. Provenendo da una risorsa rinnovabile come le coltivazioni dovrebbero teoricamente essere disponibili in quantità illimitate, ma recentemente si sta scoprendo che la situazione è meno rosea di quanto inizialmente prospettato. Nonostante comportino alcuni vantaggi (come una minore emissione di gas serra e inquinanti vari durante la combustione), i biocombustibili sono molto lontani dall'essere la soluzione al problema energetico che molti credono, per vari motivi.

Innanzitutto, anche se bruciare i biocombustibili inquina molto meno rispetto ai combustibili fossili, le coltivazioni intensive dei vegetali da utilizzare poi come carburante sono inquinanti ed ecologicamente distruttive quanto le coltivazioni a scopo alimentare, quindi anche risolvendo il problema energetico rimarrebbe quello della degradazione degli ecosistemi.

Poi c'è il fatto che il consumo di energia per ottenere questi biocombustibili sarebbe, secondo alcune fonti (cache), pari o addirittura superiore alla quantità di energia che essi permettono di generare, rendendo quindi inutile l'intero processo.

Infine, secondo alcuni esperti la quantità di terreno coltivabile è troppo limitata per alimentare tutti i veicoli esistenti tramite biocombustibili e contemporaneamente produrre abbastanza cibo per la popolazione globale. Ma una riduzione della produzione alimentare, come abbiamo visto, potrebbe non essere affatto un difetto.

Se anche i biocombustibili di seconda generazione attualmente in via di sviluppo riusciranno davvero a sostituire i combustibili fossili senza più inquinare e in modo sostenibile come si spera, in ogni caso c'è da tenere sempre presente che la crisi energetica è solo uno dei molti aspetti della crisi ecologica, e nemmeno il più grave.




FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 9:
L'agricoltura biologica non interromperebbe l'incessante crescita demografica e la relativa sovrappopolazione, che è l'aspetto della crisi ecologica che peggiora tutti gli altri?

La risposta a questa domanda è già stata data qui.




FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 10:
A mali estremi, estremi rimedi: l'ecoterrorismo e le rivolte armate non risolverebbero la questione una volta per tutte?

L'ecoterrorismo è l'uso di strategie terroristiche a sostegno di ragioni ambientaliste e/o animaliste. Le associazioni ecoterroriste più attive negli USA sono Earth First!, l'Animal Liberation Front (ALF) e l'Earth Liberation Front (ELF), per quanto esse rigettino tale definizione affermando di non provocare danni a esseri umani, ma solo alla proprietà.

L'ecoterrorista più celebre rimane probabilmente Ted Kaczynski, detto l'Unabomber, che dal 1978 al 1995 uccise 23 persone con degli ordigni esplosivi allo scopo di attirare l'attenzione pubblica sull'erosione ambientale e sulla perdita di libertà umana prodotte dalle società industriali. (Scarica il suo manifesto politico in PDF o leggilo online.)

Per quanto a volte ben intenzionati, ecoterroristi e rivoluzionari non riescono mai a vedere tutta la scacchiera, accontentandosi di incolpare l'industrializzazione di tutti i problemi del mondo e credendo, quindi, di poterli risolvere semplicemente distruggendo le infrastrutture tecnologiche su cui essa si sostiene.

In realtà, la causa prima della disastrosa crisi ecologica in cui ci troviamo è culturale. Alcune pericolosissime fallacie culturali ci hanno spinto in passato a prendere le decisioni sbagliate e continuano tuttora a impedirci di vederne i difetti e di porvi rimedio. Questo significa che se anche degli attentati terroristici simultanei in tutto il mondo riuscissero a distruggere ogni fabbrica, allevamento, industria, banca ed edificio governativo del globo, in ogni caso il problema non sarebbe affatto risolto: dopo una prima fase di caos e anarchia, infatti, i sopravvissuti comincerebbero sicuramente a organizzarsi per ricreare nuovamente la civiltà appena distrutta, perché sarebbero ancora convinti che essa sia la più grande benedizione che sia mai capitata all'umanità e l'unico modo giusto di vivere.

L'uso della forza ha dei limiti ben precisi: se non è ben mirata è del tutto inutile. Per questo tutte le rivolte e le rivoluzioni popolari nate con l'obiettivo di distruggere le ingiustizie sociali e creare una società egualitaria sono fallite: hanno tutte mirato al bersaglio sbagliato (i politici, il regime o il sistema economico al potere in quel momento), senza rendersi conto di quanto più profonde fossero le vere cause. E una volta calmatesi le acque, quelle cause hanno ricominciato la loro azione nociva e hanno ricreato una situazione fondamentalmente identica alla precedente.

Essendo la radice della crisi ecologica di tipo culturale, appare evidente che la soluzione debba essere anch'essa del medesimo tipo. La violenza non può risolvere questo problema (al massimo potrebbe attirare maggiore attenzione pubblica su di esso e aumentare la probabilità che venga trovata una soluzione).




FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 11:
In cosa consisterebbe il ricondizionamento culturale?

Essendo la radice del problema di tipo culturale, l'unica soluzione davvero efficace e duratura all'attuale crisi ecologica sarebbe, secondo logica, una rivoluzione culturale simile (nel metodo di attuazione) alla Rivoluzione Industriale, che senza spargimenti di sangue o programmi politici si dedichi a modificare l'autodistruttiva ideologia della nostra civiltà.
Daniel Quinn ha enumerato le caratteristiche che una simile rivoluzione culturale dovrebbe avere (definendola Nuova Rivoluzione Tribale):

  1. Non potrà avvenire tutta in una volta e in un luogo solo come un colpo di stato.
  2. Verrà realizzata gradualmente, da persone che miglioreranno e integreranno l'una le idee dell'altra.
  3. Non avrà un leader (né un singolo individuo né un'organizzazione).
  4. Non verrà realizzata per iniziativa di governi o religioni.
  5. Non avrà un capolinea prefissato.
  6. Non procederà seguendo un programma.
  7. Ricompenserà coloro che contribuiranno alla rivoluzione con la “moneta” della rivoluzione (nella Rivoluzione Industriale, per esempio, coloro che producevano nuovi prodotti guadagnavano ricchezza materiale).
Si tratta chiaramente di un obiettivo molto ambizioso, al limite dell'utopistico. Uno degli ostacoli principali alla realizzazione di questa rivoluzione culturale è il ben noto effetto testimone, secondo cui all'aumentare del numero di testimoni a un evento dannoso diminuisce la probabilità che qualcuno presti aiuto, perché ognuno pensa che lo farà qualcun altro (effetto chiamato diffusione di responsabilità). Nessuno fa nulla per cambiare il disastroso stato di cose in cui ci troviamo, nonostante tutti ne siano a conoscenza, tutti contribuiscano a peggiorarlo ogni giorno e ben pochi ormai si ostinino ancora a negarlo, per via di questo subdolo meccanismo psicologico: nessuno si sente responsabile di aver causato il problema, e tutti pensano che trovare la soluzione spetti a qualcun altro (agli “esperti” o ai politici).

Anche l'azione contraria delle istituzioni politiche, da sempre impegnate a mantenere lo status quo, non è da sottovalutare. La Rivoluzione Industriale riuscì a diffondersi in tutto il mondo nel giro di pochi decenni per via della decisa azione incentivante di pochi, potenti uomini d'affari che avevano un enorme interesse a realizzarla, e dell'incessante attività inventiva di innumerevoli individui che avevano, anch'essi, un interesse personale nell'ideare una nuova invenzione o un nuovo utilizzo per un'invenzione già esistente. A rendere possibile la Rivoluzione Industriale furono, insomma, i moventi economici, che nel caso di una rivoluzione culturale sarebbero del tutto assenti (o meglio, sarebbero di tipo diverso: riguarderebbero la 
Ricchezza Lascia anziché quella Prendi, e la Ricchezza Lascia conviene alla massa, non a pochi privilegiati).
Un cambiamento simile avrebbe effetti inimmaginabili e imprevedibili (ma quasi sicuramente disastrosi) sull'economia mondiale Prendi, quindi gli uomini di potere avrebbero ogni motivo di ostacolarlo, dato che il passaggio da un'economia di Ricchezza Prendi a una di Ricchezza Lascia sarebbe per loro molto sconveniente e gli farebbe perdere ogni predominio.

Guadagnare l'attenzione dell'intera popolazione mondiale, cambiarne le erronee convinzioni più profonde e spingerla a un'azione decisa e radicale (l'unica che avrebbe un qualche effetto) prima che i danni all'ambiente diventino irreparabili, è una speranza davvero molto flebile. A oggi non si ha idea di come poter fare una cosa simile, e neanche se sia fattibile, ma è l'unica soluzione sensata dal punto di vista logico.
Finché le persone continueranno a pensare nel modo corrente, infatti, non potranno fare altro che continuare ad agire di conseguenza. Anche se ci si rende conto dell'esistenza di un problema, se non se ne individua la causa e si prova a risolverlo senza eliminarla si riesce al massimo a ottenere un effetto marginale e insufficiente, come dimostrano le nostre politiche ambientali, tuttora poco più che simboliche.
Un cambio di paradigma è ormai assolutamente necessario e la nostra unica speranza di sopravvivere come specie.

(FAQ correlate: tutte le FAQ sulla Nuova Rivoluzione Tribale.)



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 12:
La teoria della Decrescita non dice sostanzialmente quello che dice Quinn?

No, c'è una fondamentale differenza.
Quella della Decrescita è una scuola di pensiero secondo cui dovremmo ridurre selettivamente e volontariamente i consumi e la produzione economica per ristabilire l'equilibrio tra l'uomo e la natura e creare equità tra gli uomini.
Quindi dovremmo attuare uno stile di vita Prendi meno sfrenato dal punto di vista dei consumi e della produzione economica, ma per il resto rimarremmo sempre un popolo Prendi. Ossia sempre convinto che l'unica ricchezza esistente sia quella materiale e cumulabile, sempre convinto che il mondo appartenga all'uomo, sempre dipendente dall'agricoltura totalitaria, sempre in balìa del circolo vizioso "più cibo ---> più gente ---> ancora più cibo ---> ancora più gente".

La Decrescita infatti individua la causa della crisi ambientale e sociale della nostra civiltà nella produzione e nel consumo eccessivo di prodotti, che è sicuramente una concausa importante, ma trascura gli altri, devastanti effetti della sovrappopolazione e non si preoccupa di ridurla. Anche riducendo la produzione e il consumo, soltanto la produzione alimentare sempre maggiore per nutrire una popolazione in continua crescita sarebbe sufficiente a devastare gli ecosistemi e a condurci all'estinzione. Ci vorrebbe più tempo, ma la conclusione rimarrebbe la stessa. Ridurre la produzione di cibo per eliminare la sovrappopolazione (e la crisi ecologica che crea) rimane un passo imprescindibile.

La Decrescita propone poi di modificare le istituzioni e di renderle ecosostenibili e più preoccupate delle persone e del loro benessere piuttosto che della produzione dei prodotti, ma non dice come sarebbe possibile fare una cosa simile - ammesso che sia logicamente possibile, dato che quelle istituzioni sono fatte apposta per cercare esclusivamente un maggior sviluppo economico e per arricchire ulteriormente chi è già ricco, a discapito della massa.
Convincere le istituzioni a cambiare obiettivi e a essere meno avide e spietate assomiglia pericolosamente a un obiettivo utopistico. Un approccio più promettente sembra essere quello di fare a meno di queste istituzioni, che per loro natura non potranno mai funzionare per il bene della massa a discapito dei pochi ricchi. Ecco perché la Nuova Rivoluzione Tribale proposta da Quinn ha tra i suoi principi basilari quello di non dover essere iniziata o guidata da nessuna istituzione, organizzazione, individuo o partito politico.

Inoltre non si capisce perché una diminuzione dei consumi e dell'economia dovrebbe generare una società equa. La ricchezza rimarrebbe materiale e cumulabile, quindi rimarrebbero l'inevitabile divario tra ricchi e poveri e le relative prevaricazioni.

Senza contare l'improbabilità che una riduzione dei prodotti e dei consumi simile venga davvero attuata, visto che la rinuncia volontaria è il genere di cosa a cui quasi nessuno è disposto (soprattutto non i paesi in via di sviluppo, come Cina e India, che sono quelli che inquinano di più e che vogliono a tutti i costi raggiungere lo stile di vita statunitense, e vedono qualunque tentativo di convincerli del contrario come propaganda occidentale).

Le persone non rinunciano a ciò che hanno per qualcosa di inferiore, ma solo per qualcosa di MEGLIO. A meno di non far capire loro che la ricchezza cumulabile non è l'unico tipo di ricchezza né il più prezioso, non è possibile convincerle ad abbandonarla. Difenderanno la loro ricchezza Prendi con le unghie e con i denti fino all'ultimo centesimo, finché saranno convinte che è l'unico tipo di ricchezza che valga la pena avere.
Se si vuole che rinuncino alla ricchezza Prendi, si deve offrire loro ricchezza Lascia (e si deve spiegare loro di che si tratta e perché è migliore e più conveniente di quella Prendi).

Quinn sostiene che dobbiamo innanzitutto svelare le menzogne su cui si basa la nostra cultura Prendi e la nostra visione del mondo, in modo da depurarle del loro aspetto ecologicamente devastante. Si tratta di un cambiamento di paradigma molto più radicale e comprensivo di quello proposto dalla Decrescita (che si limita a sfidare la credenza che l'unica cosa che importi sia aumentare sempre più lo sviluppo economico). Si tratta di un cambiamento della nostra visione del mondo e del nostro posto in esso.
Una volta che la nostra visione del mondo sarà cambiata, le nostre azioni cambieranno spontaneamente e inevitabilmente, senza bisogno di istituzioni, programmi o costrizioni. A quel punto non saremo più né Prendi né Lascia tradizionali, ma qualcosa di nuovo e mai visto prima, con i pregi di entrambi e i difetti di nessuno (come i Loetschental).


(Vedi a riguardo la FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 15.)



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n° 13:
E il controllo delle nascite?

I difetti delle varie misure di controllo delle nascite e i motivi per cui MOLTO difficilmente potranno mai funzionare, vengono analizzati in questa risposta.



FAQ sulle soluzioni proposte dalla nostra civiltà e sui loro difetti n°14:
Cosa ne pensa Quinn della Permacultura?

Si è dichiarato decisamente a favore (in un commento sulla sua pagina facebook), definendola un'innovazione che lascia molto ben sperare:


Il resto del commento è stato tagliato perché si trattava di un lungo paragrafo in cui
essenzialmente Quinn riassumeva ciò che ha detto nel saggio "Il Nuovo Rinascimento".

L'immagine contenente l'intero commento è comunque visibile qui.


La Permacultura è in sostanza un tipo di agricoltura nato negli anni '70 che mira a gestire l'ambiente in modo che sia in grado di soddisfare i bisogni della popolazione umana (cibo, acqua, energia, ecc.) senza minare l'integrità e la ricchezza degli ecosistemi.

Si tratta di un metodo molto dettagliato ed esauriente, che fornisce indicazioni per la gestione di vari tipi di ecosistemi, ed è ormai diffuso un po' in tutto il mondo, dall'America all'Asia all'Europa (Italia inclusa). Informazioni molto maggiori sono disponibili nella sua pagina Wikipedia.




FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale:
  1. Perché dovremmo studiare i popoli primitivi quando sono così evidentemente arretrati rispetto a noi? L'unico motivo per cui vivono ancora in balìa della natura è che non sanno come affrancarsene, cosa che invece noi abbiamo fatto con la civiltà. Se potessero, lo farebbero anche loro: chi non preferirebbe sottrarsi a tutti i pericoli della vita selvaggia (animali feroci, malattie, carestie) e vivere in modo più confortevole e sicuro?
  2. Quinn è un anarco-primitivista secondo cui i popoli tribali (i Lascia) sono migliori, più saggi e più buoni dei popoli civilizzati (i Prendi) e secondo cui dovremmo tutti tornare a vivere in caverne?
  3. Sarebbe possibile integrare la nostra scienza in una società Lascia e continuare a progredire nella nostra conoscenza dell'universo, dell'arte e della medicina senza autodistruggerci mentre lo facciamo?
  4. Ma che si intende, esattamente, per "vivere fuori dalla civiltà Prendi"?
  5. Come si può sostenere che lo stile di vita tribale dei Lascia sia di maggior successo di quello civilizzato dei Prendi? Guardate tutte le invenzioni e i progressi in ogni campo che la civiltà Prendi ha prodotto. Per non parlare di quanto ha migliorato la nostra vita.
  6. Se il tribalismo è un modo di vivere superiore, perché ogni volta che si è scontrato con quello Prendi è stato distrutto?
  7. Come possiamo diventare dei Lascia?
  8. Ok, quindi ci serve un nuovo modo di vivere che combini i pregi di entrambi (applicabile a società di migliaia o milioni di individui e che consenta un costante miglioramento scientifico e artistico come lo stile Prendi ed ecosostenibile e soddisfacente per i suoi membri come lo stile Lascia) senza i difetti di nessuno dei due. Ma come lo otteniamo? Chi lo dovrebbe ideare?
  9. Qual è la differenza tra uno stile di vita sostenibile e uno insostenibile? Tra uno di successo e uno fallimentare? Che caratteristiche deve avere uno stile di vita per essere definito "sostenibile" e "di successo"?
  10. Quali sono, brevemente, le alternative più promettenti attualmente disponibili?
  11. Non mi pare molto sensato prendere a esempio le tribù, visto che non riescono nemmeno a stabilire un accordo per vivere in pace e sono perennemente in guerra tra loro.
  12. Dato che le tribù sono costantemente in guerra tra loro, diventare dei Lascia non ci riporterebbe indietro nella stessa situazione, con gruppi creati secondo criteri arbitrari (razziali, religiosi, geografici, ecc.) in perenne lotta tra loro?
  13. Come può Quinn essere un ambientalista e contemporaneamente prendere ad esempio la Rivoluzione Industriale? E' un controsenso.
  14. La legge tribale è diversa da quella civilizzata perché anziché preoccuparsi solo di punire il colpevole si preoccupa di riparare al danno che ha arrecato, e nei casi di furto o di danneggiamento di proprietà è facile attuare questo principio (basta restituire il maltolto o che il colpevole dia alla vittima una cosa di valore equivalente a quella che ha distrutto). Ma cosa si fa nei casi in cui il danno è irreparabile, come nei casi di omicidio, di stupro o di distruzione di una proprietà inestimabile, unica e insostituibile?
  15. Capisco la gravità del problema ecologico e la necessità di abbandonare il nostro devastante stile di vita Prendi, ma non riesco proprio a trovare attraente l'idea di rinunciare a tutti i vantaggi e i comfort del nostro stile di vita e di vivere in modo più primitivo...
  16. Come fa Quinn a sostenere che i popoli Lascia non abbiano problemi come depressione, crimine, suicidi, senso di inutilità e male di vivere generalizzato? Che prove ha?
  17. Ne capisco i vantaggi ecologici, ma mi sembra che lo stile di vita tribale non porti da nessuna parte, che sia noioso e insopportabile. Dopo centinaia di millenni, i popoli primitivi sono rimasti sempre uguali, senza evolversi minimamente.
  18. Questa "Nuova Rivoluzione Tribale" sembra l'ennesima e inutile speranza di rivoluzione popolare che spazzi via i corrotti e crei un mondo migliore, come quella socialista. In cosa è diversa?
    .


FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 1:
Perché dovremmo studiare i popoli primitivi quando sono così evidentemente arretrati rispetto a noi? L'unico motivo per cui vivono ancora in balìa della natura è che non sanno come affrancarsene, cosa che invece noi abbiamo fatto con la civiltà. Se potessero, lo farebbero anche loro: chi non preferirebbe sottrarsi a tutti i pericoli della vita selvaggia (animali feroci, malattie, carestie) e vivere in modo più confortevole e sicuro?

Che il nostro modo di vivere sia migliore di quello tribale è una convinzione profondamente radicata in ogni membro della nostra civiltà, nel modo in cui vediamo la nostra specie e il suo ruolo sul pianeta. Paragonato al nostro, lo stile di vita dei nostri antenati preistorici ci sembra istintivamente rozzo, ottuso, privo di valore e indegno di un essere umano, e proviamo la stessa sensazione nei confronti delle tribù di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti. Vivere affidandosi a ciò che offre l'ambiente senza fare nulla per controllarlo e renderlo il più produttivo possibile, senza mai cambiare, senza avere un continuo avanzamento tecnologico, ci sembra semplicemente un modo stupido e insoddisfacente di vivere, dal punto di vista materiale, intellettuale e spirituale. (Questo punto viene sviscerato qui.)
Senza neanche bisogno di rifletterci, attribuiamo il fatto che queste popolazioni primitive non assumano il controllo del proprio ambiente all'incapacità anziché al disinteresse, perché ci sembra assurdo che degli esseri umani si possano contentare di vivere in modo “simile alle bestie”. Diamo per scontato che, se potessero, anche loro sceglierebbero di civilizzarsi e di vivere come noi.

Secondo la visione che abbiamo di noi stessi, l'uomo deve aspirare a dominare sempre meglio la natura, deve raggiungere vette sempre più elevate nelle arti e nelle scienze e perfezionarsi incessantemente, altrimenti non vive davvero “da essere umano”. Questa credenza basilare è strettamente intrecciata a quella secondo cui l'agricoltura è stata la più grande benedizione che potesse capitare all'umanità (avendo permesso la nascita della civiltà e quindi il nostro affrancamento dalla barbarie), e, come questa, anch'essa è creata dal condizionamento culturale a cui tutti noi siamo sottoposti fin dalla culla ed è mantenuta in vita dall'ignoranza sui veri effetti che il nostro stile di vita ha su noi stessi e sul mondo, nonché sull'ignoranza riguardo quello stile di vita “primitivo” che tanto in fretta giudichiamo orribilmente faticoso, indegno e ottuso senza averlo mai nemmeno analizzato.

In realtà i popoli primitivi che abbiamo sterminato o assorbito avevano ognuno una propria arte (molto più raffinata e diversificata di quanto si tenda a credere), una propria visione del mondo, delle leggi che, per quanto in alcuni casi molto complesse, erano studiate attentamente in ogni minimo dettaglio e funzionavano tanto bene da permettere la sopravvivenza pacifica della loro tribù per centinaia di millenni (e senza l'uso di misure come carceri o tribunali, che come si sa creano più problemi di quanti ne risolvano), e, incredibile ma vero, gli antichi cacciatori-raccoglitori disponevano (e dispongono tutt'ora, i pochi che ancora esistono) anche di una maggior quantità di tempo libero e perfino di una salute migliore rispetto ai popoli civilizzati. Quindi di una migliore qualità della vita.

Quest'ultima cosa in particolare inizialmente sembra assurda, quasi oltraggiosa, a ogni membro della nostra civiltà. Gli avanzamenti della nostra scienza medica sono il fiore all'occhiello della nostra cultura, il meglio che siamo riusciti a ottenere da diecimila anni di sforzi, il vantaggio più evidente e innegabile del nostro stile di vita rispetto a quello primitivo. Questo è ciò che la nostra cultura implicita ci urla quando qualcuno osa mettere in dubbio una nozione così basilare della nostra visione della storia umana, di cui tutti noi siamo convinti pur non avendo mai studiato l'argomento.
Peccato che questa diffusissima credenza sia anche una completa falsità smentita da ogni evidenza scientifica, e abbiamo due modi per sincerarcene: l'osservazione delle tribù di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti, e la paleopatologia, ossia lo studio, tramite l'analisi di scheletri e resti umani fossilizzati, delle malattie e dei problemi medici di cui soffrivano i popoli dell'età della pietra. Vediamo che dati possiamo ottenere da entrambi questi metodi.

Jared Diamond, autore di vari saggi di biologia e antropologia, ha avuto occasione di vivere per anni a stretto contatto con varie tribù primitive, e ha riportato che “[...] questi popoli hanno molto tempo libero, dormono quanto vogliono e lavorano molto meno dei loro vicini agricoltori. Per esempio, il tempo medio speso per procacciarsi il cibo è di sole 12-19 ore a settimana per i Boscimani e meno di 14 ore a settimana per i nomadi Hadza della Tanzania. Un Boscimano, quando gli è stato chiesto perché non imitassero le popolazioni vicine e non cominciassero anche loro a praticare l'agricoltura, ha risposto: 'Perché dovremmo, quando ci sono tante noci di mongongo al mondo?'”. (fonte - cache)

Marvin Harris, antropologo americano, ha confermato e ribadito questi dati, aggiungendo che l'idea che i cacciatori-raccoglitori spendano tutto il loro tempo per procacciarsi il cibo e sopravvivano al limite dell'inedia è ridicola, dato che come raccoglitori sono efficienti quanto i primati e come cacciatori quanto i felini. (M. Harris, "Cannibali e re: le origini delle culture".)
I Machiguenga peruviani, ad esempio, ottengono tutto il cibo di cui necessitano in circa 21 ore a settimana, e per svolgere il resto delle loro faccende quotidiane impiegano solo da una a tre ore al giorno. Una bella differenza dai moderni agricoltori civilizzati, che in media devono spendere 50-60 ore a settimana nella produzione di cibo.

L'antropologo Kent Flannery ha affermato che “nessuna società sulla Terra ha più tempo libero dei cacciatori-raccoglitori, che lo spendono principalmente conversando, giocando e rilassandosi”. (J. M. Gowdy, "Limited Wants, Unlimited Means: A Reader on Hunter-Gatherer Economics".)

Al di là del maggiore tempo libero e della minore fatica necessaria a questi popoli per procacciarsi il cibo, c'è anche da considerare la quantità di cibo ottenuta. La dieta dei cacciatori-raccoglitori comprende solitamente decine di diverse piante, insetti e animali. I Boscimani, per esempio, si cibano di circa 75 specie vegetali selvatiche, e questa varietà rende molto più improbabile per loro sperimentare carestie come quelle a cui sono sempre stati soggetti i popoli agricoli (la carestia di patate irlandese del 1840, per citarne una, uccise circa un milione di persone). In media, i Boscimani ottengono 2.140 kilocalorie e 93 grammi di proteine, ossia più della quantità raccomandata per persone della loro taglia, impiegando appena 2 ore e un quarto al giorno. 
(fonte - cache)
E si tenga sempre presente che si sta parlando delle tribù di cacciatori-raccoglitori attuali, che sono state spinte nei territori più inospitali del pianeta dalla nostra civiltà in continua espansione (i Boscimani per esempio vivono nella regione desertica del Kalahari). Le tribù del passato vivevano in territori molto più fertili e ricchi, ed è quindi logico supporre che la facilità con cui si procuravano il cibo e la sua qualità fossero notevolmente maggiori.

Discussa la quantità, vediamo ora la qualità della dieta primitiva, per scoprire la quale ci viene in aiuto la paleopatologia, che tramite l'esame delle ossa e delle feci fossilizzate ritrovate in varie località intorno al globo ci permette di individuare l'età della morte, i tassi di crescita fisica ed eventuali segni di malnutrizione, anemia, tubercolosi, lebbra e altre malattie. Da queste analisi sono emersi vari dati in contrasto con la comune concezione dei popoli primitivi come malnutriti e sempre a un passo dall'inedia. Innanzitutto, l'altezza media nelle tribù di cacciatori-raccoglitori precedenti alla Rivoluzione Neolitica era di 180 centimetri per gli uomini e 167 per le donne, mentre nei popoli agricoli di cinquemila anni fa si era ridotta a 161 centimetri per gli uomini e appena 152 per le donne. Con il tempo le altezze medie hanno ripreso a crescere lentamente, ma gli attuali Greci e Turchi ancora non hanno riguadagnato l'altezza media dei loro antenati preistorici. 
(fonte - cache)

Uno studio condotto su 800 scheletri di nativi americani risalenti al 1.150 d.C., epoca in cui abbandonarono la caccia e la raccolta a favore della coltivazione intensiva del mais, ha mostrato un serio e immediato peggioramento della salute di questi individui dopo l'adozione dell'agricoltura: un aumento del 50% dei segni di malnutrizione, un'incidenza quattro volte superiore di anemia da carenza di ferro e tre volte superiore di malattie infettive generiche, e un deciso aumento di patologie degenerative della spina dorsale, probabilmente causate da lavoro eccessivamente duro e continuato. L'aspettativa di vita media di questi uomini prima dell'agricoltura era di ventisei anni. Dopo l'agricoltura, scese a diciannove.
(fonte - cache)

I motivi per cui l'agricoltura ha portato a questo peggioramento nella salute umana sono almeno tre.
Innanzitutto, i cacciatori-raccoglitori avevano una dieta molto più varia, mentre i primi popoli agricoli ricavavano il proprio nutrimento da poche coltivazioni (o addirittura da una sola). E oggi la situazione, benché migliorata, non è comunque perfetta: attualmente solo tre piante ad alto contenuto di carboidrati – grano, riso e mais – forniscono alla nostra specie la maggior parte delle calorie che consuma, e ognuna delle tre è carente in alcune vitamine o amminoacidi essenziali alla nostra salute. 
(fonte - cache)
Questo problema si fa sentire non tanto nelle società più avanzate, che godono di un'ampissima varietà alimentare, quanto in tutte le nazioni in via di sviluppo, che in questo aspetto sono molto meno fortunate (e comprendono la maggior parte dei membri della nostra civiltà).

Il secondo motivo per cui l'agricoltura ha peggiorato la situazione dei popoli che l'hanno adottata è il fatto che ha generato una completa dipendenza da poche coltivazioni, il che comporta il rischio di morire di fame se per un qualunque motivo il raccolto è inferiore al necessario o del tutto assente.

Infine, c'è da considerare il fatto che l'agricoltura ha causato la nascita di villaggi e città stanziali densamente popolati e, almeno per i primi millenni, decisamente poco igienici. La densità di popolazione e la scarsità di igiene portano inevitabilmente alla comparsa e diffusione di parassiti e di epidemie di malattie infettive, che non potevano scatenarsi finché le comunità umane erano piccole, separate e mobili. L'agricoltura (e la stretta e costante vicinanza con gli animali che si dovevano allevare per lavorare i campi) ci ha portato tubercolosi, dissenteria, vaiolo, morbillo, colera, tifo e peste bubbonica, per citare solo le malattie più celebri, e questo, inutile dirlo, è ancora oggi un problema molto grave nelle zone del pianeta meno sviluppate.
Ma non sono queste le uniche malattie che la civiltà ci ha regalato.

Lo studioso Richard Heinberg ha infatti precisato: "In termini di salute e di qualità della vita, la civilizzazione ha costituito un disastro attenuato. S. Boyd Eaton, medico, ha argomentato in The Paleolitic Prescription (1988) che le genti pre-agricole praticavano uno stile di vita generalmente salutare, e che cancro, malattie cardiache, ictus, diabete, enfisema, ipertensione e cirrosi — che, insieme, costituiscono il 75% della mortalità nelle nazioni industrializzate — sono provocate dal nostro stile di vita civilizzato. In termini di dieta ed esercizio, lo stile di vita pre-agricolo mostrava una netta superiorità rispetto a quello delle genti dedite all’agricoltura e civilizzate.
Il tanto vantato incremento della longevità presso le popolazioni civilizzate non è tanto il risultato di medicinali meravigliosi, quanto semplicemente di una migliore igiene — un correttivo per le condizioni create dal sovraffollamento delle città; e dalla riduzione della mortalità infantile. È vero che molte vite sono state salvate dagli antibiotici moderni. Eppure proprio gli antibiotici sembrano responsabili dell’evoluzione di colonie di microrganismi resistenti, che chi si occupa di medicina teme ora possano produrre epidemie senza precedenti nel prossimo secolo [ossia il nostro]. All’antica pratica dell’erboristeria, della quale si hanno prove che risalgono almeno a 60.000 anni fa, ricorrono in modo istintivo tutti gli animali superiori. Le conoscenze erboristiche formarono le basi della medicina moderna e rimangono in molti modi superiori ad essa. In casi innumerevoli, le moderne medicine di sintesi hanno rimpiazzato le erbe non perché siano più efficaci o più sicure, ma semplicemente perché è più redditizio produrle."
(Fonte: R. Heinberg, "Critica alla Civiltà", 1995, disponibile in italiano (cache) e in inglese (cache).)

Inoltre, ci sono fondati motivi di ritenere che il nostro stile di vita civilizzato stia seriamente danneggiando lo sviluppo neurologico dei nostri figli in vari modi, mentre lo stile di vita tribale è in grado di soddisfare tutte le necessità di un cervello in via di sviluppo. (fonte, cache)

L'antropologo Mark Nathan Cohen ha concluso questa analisi (cache) del modo in cui la civiltà ha influenzato e influenza tutt'ora la salute umana (in peggio) dicendo: "Ritengo che dobbiamo radicalmente modificare l'opinione comune secondo cui la civiltà abbia rappresentato un progresso nel benessere umano, o almeno che l'abbia rappresentato per la maggior parte delle persone per la maggior parte della storia prima del ventesimo secolo. I dati messi a confronto semplicemente non sostengono quest'idea."

Concludendo, scambiare la caccia e la raccolta con l'agricoltura intensiva ci ha portato a dover faticare molto di più per ottenere meno cibo, per giunta di qualità inferiore, ci ha rovinato la salute per millenni (e continua a farlo tuttora), e ha comportato il costante rischio di carestia e di epidemie. Per non parlare di tutti gli altri problemi (sia sociali che esistenziali) che la civiltà ci ha regalato e di cui i popoli tribali sono privi: povertà, crimine, depressione, schiavitù, senso di inutilità, suicidi, abuso di droghe, ansia per il futuro, senso di solitudine e di non-appartenenza, disuguaglianze sociali e di genere, guerra nel senso moderno del termine (totalmente diversa dalla guerra tribale, sia per le sue modalità che per i suoi obiettivi, dato che anziché avere lo scopo di conquistare o distruggere le altre tribù aveva lo scopo di mantenere la pace tra di esse, e anziché causare la scomparsa delle culture sconfitte le manteneva tutte in vita e in salute).
Non c'è da stupirsi se Quinn ha identificato la comparsa dell'agricoltura totalitaria con la cacciata dall'Eden.

Molti antropologi, alla luce di tutti questi fatti, ritengono oggi che la maggior parte delle tribù di cacciatori-raccoglitori che passarono all'agricoltura lo fecero solo quando costretti dalle circostanze, e non prima. Jared Diamond ha affermato: “I cacciatori-raccoglitori praticavano lo stile di vita migliore e più duraturo della storia umana. Per contrasto, noi stiamo ancora combattendo con i problemi che ci ha causato l'agricoltura, e non è affatto detto che riusciremo a risolverli.”
(fonte - cache)

I popoli tribali, insomma, non hanno bisogno di "affrancarsi dalla natura ostile", semplicemente perché per loro non è affatto ostile. Sono già in cima alla loro catena alimentare e hanno un modo di vivere che li soddisfa da ogni punto di vista e si è dimostrato efficace per centinaia di millenni. Sanno come procurarsi tutto ciò di cui hanno bisogno, dal cibo ai vestiti ai ripari, e come gestire ogni pericolo del loro stile di vita (dalle ferite agli animali selvaggi), come dimostrato dal fatto che le loro tribù sono sopravvissute per centinaia di millenni e che i loro membri sono ancora intenzionati a vivere in quel modo.
Credere che vivano tribalmente solo perché sono incapaci di civilizzarsi è semplice arroganza da parte nostra.

"Un attimo", obietteranno alcuni a questo punto, "E allora tutti quei popoli africani che stanno morendo di fame? Anche loro vivono in modo efficace e soddisfacente?" Le fotografie di adulti e bambini scheletrici, circondati da mosche e/o col ventre gonfio di gas sono saldamente incise nella mente di ognuno di noi, e sicuramente rappresentano una situazione reale, ma si deve tenere ben presente che quelli non sono popoli tribali. Sono popoli Prendi, che ottengono tutto il proprio cibo dall'agricoltura totalitaria (che ci siamo premurati di insegnargli noi), e che ora soffrono la fame perché tali pratiche agricole hanno prima causato una crescita demografica e poi impoverito il suolo e reso impossibile sfamare tutte le persone ora esistenti in quei territori. Quegli individui affamati sono, insomma, gli sfortunati popoli sul fondo della Piramide Prendi, non sono affatto Lascia.
I popoli Lascia infatti reagiscono alle carestie spostandosi in territori più ricchi, dove il cibo è liberamente consumabile. Sono i popoli di agricoltori stanziali quelli che soffrono la fame, essendo bloccati nel proprio territorio e non potendo spostarsi in quelli confinanti, dato che lì il cibo non è di sicuro liberamente consumabile, essendo stato coltivato da altri agricoltori stanziali che lo difenderebbero con la forza.

Ora non si fraintenda: questo apparente elogio della vita primitiva non ha lo scopo di suggerire che la crisi ecologica e i problemi sociali della nostra civiltà scomparirebbero se tornassimo tutti a vivere da cacciatori-raccoglitori (anche perché sarebbe impossibile, visto che 7 miliardi di noi non potrebbero mai sostentarsi con quello stile di vita), vuole solo mostrare come la nostra cultura implicita, allo scopo di esaltare e renderci allettante il nostro stile di vita in modo che nel corso della storia continuassimo a sottostare al suo giogo a prescindere dalle sofferenze che ci provocava, abbia non solo indorato notevolmente il nostro modo di vivere, ma anche perpetuato per millenni menzogne prive di fondamento sullo stile di vita opposto (basato sull'affidarsi all'ambiente anziché cercare di controllarlo), ignorandone i (molti) pregi ed esagerandone (e a volte perfino inventandone) i difetti.#gifteconomy

Studiare lo stile di vita tribale
, se riusciamo a superare il nostro istintivo disprezzo verso di esso, può sicuramente insegnarci molto sulla sostenibilità ambientale e su come costruire società che soddisfino i bisogni di tutti i loro membri. E una volta capiti i principi che lo rendono così efficace, avremo la possibilità di applicarli anche alle nostre società moderne per creare degli stili di vita nuovi che abbiano i pregi di entrambi (tribale e civilizzato) senza averne i difetti.
(Come faremmo a crearli? Maggiori dettagli qui.)



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 2:
Quinn è un anarco-primitivista secondo cui i popoli tribali (i Lascia) sono migliori, più saggi e più buoni dei popoli civilizzati (i Prendi) e secondo cui dovremmo tutti tornare a vivere in caverne?

Assolutamente no.

Innanzitutto, non studiamo i primitivi perché sanno più di noi o sono più "buoni", li studiamo perché, per caso o per fortuna, i loro sistemi funzionano dove i nostri falliscono. Allo stesso modo, abbiamo studiato gli uccelli per comprendere meglio come volare, i leopardi per mimetizzarci, gli alveari come modelli di costruzione, e così via. Li abbiamo studiati non perché questi animali fossero più intelligenti o più saggi di noi, ma perché, a prescindere dal motivo, riuscivano dove noi fallivamo. Se abbiamo imparato da degli animali, possiamo imparare anche da altre culture umane.

Quinn non parla dei popoli tribali per suggerire che la crisi ecologica e i problemi della nostra civiltà scomparirebbero se tornassimo tutti a vivere da cacciatori-raccoglitori (anche perché sarebbe impossibile, visto che 7 miliardi di noi non potrebbero mai sostentarsi con quello stile di vita). Lo fa per mostrare come la nostra cultura, allo scopo di esaltare e renderci allettante il nostro stile di vita in modo che nel corso della storia continuassimo a sottostare al suo giogo a prescindere dalle sofferenze che ci provocava, abbia non solo indorato notevolmente il nostro modo di vivere, ma anche perpetuato per millenni menzogne prive di fondamento sullo stile di vita opposto (basato sull'affidarsi all'ambiente anziché cercare di controllarlo), ignorandone i (molti) pregi ed esagerandone (e a volte perfino inventandone) i difetti.

Studiare lo stile di vita tribale
, se riusciamo a superare il nostro istintivo disprezzo verso di esso, può sicuramente insegnarci molto sulla sostenibilità ambientale e su come costruire società che soddisfino i bisogni di tutti i loro membri. E una volta capiti i principi che lo rendono così efficace, avremo la possibilità di applicarli anche alle nostre società moderne per creare degli stili di vita nuovi che abbiano i pregi di entrambi (tribale e civilizzato) senza averne i difetti.
(Come faremmo a crearli? Maggiori dettagli qui
)


(Vedi anche la FAQ generica n° 4.)



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 3:
Sarebbe possibile integrare la nostra scienza in una società Lascia e continuare a progredire nella nostra conoscenza dell'universo, dell'arte e della medicina senza autodistruggerci mentre lo facciamo?

Risposta di Quinn:

"I cacciatori-raccoglitori non hanno alcun impulso distinguibile verso l'avanzamento scientifico. Nessun avanzamento scientifico conosciuto è mai stato compiuto da un popolo tribale. (Di sicuro non arriverei a chiamare la scoperta del fuoco un avanzamento scientifico.) Ma questo non vuol dire che degli avanzamenti scientifici non potrebbero venir compiuti in una civiltà Lascia."

Gli unici "progressi" scientifici a non poter essere fatti in una società Lascia sarebbero quelli che violano le leggi ecologiche a cui ogni specie è soggetta, perché a quel punto quella società non sarebbe più Lascia, ma Prendi. Avrebbe deciso di "prendere il proprio destino in mano" e di vivere sfidando i vincoli naturali (dirigendosi così verso l'inevitabile autodistruzione). Quindi, alla fine dei conti, gli unici progressi scientifici teoricamente impossibili in una società Lascia in realtà sono dei REGRESSI.

E' anche da notare che l'assenza di avanzamento scientifico e di progresso tecnologico non è necessariamente un male: può essere visto come il sintomo del fatto che i popoli Lascia sono già perfettamente soddisfatti di ciò che hanno, e quindi non desiderano nulla di più (come dimostrato dalla loro riluttanza a entrare a far parte della nostra civiltà).

I nostri continui progressi tecnologici, a ben guardare, portano ben pochi miglioramenti alle nostre vite individuali, anche se ci viene insegnato a riverire la loro importanza.



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 4:
Ma che si intende, esattamente, per "vivere fuori dalla civiltà Prendi"?

Vivere senza dipendere né dall'agricoltura totalitaria né dall'economia Prendi.

Per alcune idee ed esempi concreti a riguardo, vedi la FAQ sul tribalismo n° 10.



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 5:
Come si può sostenere che lo stile di vita tribale dei Lascia sia di maggior successo di quello civilizzato dei Prendi? Guardate tutte le invenzioni e i progressi in ogni campo che la civiltà Prendi ha prodotto. Per non parlare di quanto ha migliorato la nostra vita.

Come abbiamo già visto, la nostra vita è tutt'altro che migliorata dopo l'adozione della civiltà, dal punto di vista medico. Anzi, decenni di progresso medico ci hanno portato a scoprire, ironicamente, che la dieta ideale per gli esseri umani è proprio quella tribale, basata sulle risorse rese disponibili a ogni popolo dal territorio in cui vive, e che seguendola la maggior parte dei nostri malanni svanisce.
 
In questa FAQ, ci occuperemo dell'aspetto sociale della questione (e in quest'altra di quello esistenziale.)

Prima di iniziare, una precisazione: si deve tenere sempre presente che noi abitanti delle nazioni più sviluppate NON COSTITUIAMO LA NOSTRA INTERA CIVILTA', ma solo la punta della piramide.
La maggior parte dei membri della nostra civiltà (circa 5 miliardi) vive in nazioni in via di sviluppo o nel Terzo Mondo, ossia in condizioni molto peggiori delle nostre. Che sono già tutt'altro che idilliache, come vedremo ora.
(Questa è una cosa che chi vanta le meraviglie e i comfort della vita civilizzata tende a non considerare mai, dando per scontato che TUTTI i membri della nostra civiltà vivano come gli abitanti delle nazioni ricche e che i vantaggi della vita civilizzata siano accessibili a tutti anziché solo a pochi fortunati.)

Quindi sostenere che i popoli civilizzati vivano sempre meglio di quelli tribali è scorretto per un motivo in più. Nella nostra civiltà, come in ogni società gerarchica, i pochi in cima che hanno una vita decente sono sostenuti e serviti dai molti che si trovano sul fondo e che sono costretti a vivere molto peggio. Dire che dobbiamo continuare a vivere come stiamo facendo ora, in sostanza significa dire che 5 miliardi di esseri umani devono continuare a farci da servi per permetterci di godere del nostro stile di vita da prima classe.

E anche per noi che siamo in cima alla piramide, non sono tutte rose e fiori.

E' vero, infatti, che la nostra civiltà è insuperabile per quanto riguarda la produzione di prodotti e servizi ma è anche vero, purtroppo, che il prezzo sociale ed esistenziale (oltre che ambientale) da pagare per questi prodotti e questi servizi è elevatissimo.
Vediamo brevemente i problemi sociali che la civiltà ci ha regalato in cambio dei suoi vantaggi:
Per quanto riguarda la povertà, l'antropologo Marshall Sahlins ha descritto l'età della pietra come "l'opulenta società delle origini", intendendo che in realtà gli uomini di quel periodo non solo non vivevano affatto in condizioni di costante inedia, sempre sull'orlo della morte, ma anzi conducevano vite piuttosto agiate e comode, non dovendo temere per il cibo (in quanto onnivori e nutrendosi di oltre 1.500 vegetali e di varie specie di selvaggina) e non essendo la preda favorita di nessun predatore perché troppo grandi e pericolosi. Sahlins ha affermato che “i popoli più 'primitivi' del pianeta hanno poche cose, ma non sono poveri. La povertà non è una piccola quantità di possedimenti, ma una relazione tra persone, è generata dalla differenza tra chi ha molto e chi poco. E' uno status sociale, e in quanto tale è un'invenzione della civiltà”. (fonte - cache)
Va sempre ricordato che gli abitanti delle nazioni sviluppate rappresentano solo la punta della piramide Prendi. La maggior parte della nostra civiltà è costituita dalle nazioni in via di sviluppo e dal Terzo Mondo, e questo significa che la grande maggioranza dei membri della nostra civiltà (circa 5 miliardi) vive in condizioni di povertà e disagio per noi inimmaginabili.

Per quanto riguarda il crimine, esso semplicemente non esiste nelle società non civilizzate. Non perché i membri di queste società non commettano mai azioni dannose a un altro membro, ma perché essi non hanno leggi statali che possano venire violate. I crimini sono infatti comportamenti che uno Stato definisce illegali e, non avendo Stato, le popolazioni tribali non hanno la categoria di comportamenti chiamata “crimine”, che nacque solo con l'invenzione della scrittura, visto che scrivere leggi fu la prima cosa per cui la impiegammo. Quando i missionari cominciarono a visitare le popolazioni tribali ebbero grandi difficoltà a far capire loro che cosa fosse un comportamento criminale e in cosa si differenziasse dagli altri tipi di agire. Questo significa che devono gestire ogni comportamento inappropriato, dalla maleducazione all'omicidio, allo stesso modo: applicando le proprie leggi tribali, che sono diverse per ogni tribù e ne costituiscono l'identità stessa. (Dettagli sulle differenze tra leggi tribali e statali.)

Stesso dicasi per le disuguaglianze sociali. Sebbene  lievi forme di disuguaglianze sociali possano venire osservate anche in società tribali, si tratta di inezie in confronto a quelle create dalle società appartenenti alla nostra civiltà. In alcune tribù può capitare che il capo dei cacciatori o gli anziani godano di piccoli privilegi, come la scelta del cibo e dell'alloggio migliore, ma per avere divisione in classi (o addirittura in caste), discriminazione su base razziale o economica, schiavitù, corruzione e costante sfruttamento di molti da parte di pochi, abbiamo dovuto aspettare la nostra civiltà, la cui economia è basata sullo scambio di prodotti e servizi, sia direttamente che indirettamente (ossia utilizzando denaro, che poi comprerà prodotti e servizi).
Dato che viviamo in società dove la ricchezza si può accumulare, essa finisce sempre nelle mani di pochi ricchi (quelli con più prodotti e servizi a disposizione), mentre la maggior parte della gente rimane solo benestante o addirittura povera. (Vedi il concetto di Ricchezza Prendi.)
La ricchezza prodotta nelle società tribali (Ricchezza Lascia) invece non si può accumulare, dato che è immateriale, quindi non può concentrarsi nelle mani di pochi ricchi e non può causare povertà e diseguaglianze sociali. La ricchezza tribale infatti consiste nella sicurezza esistenziale, nel sostegno reciproco (sia concreto che emotivo) che i membri si offrono a vicenda a ogni occasione.
Noi civilizzati viviamo continuamente assillati da ansie, terrori e incertezza riguardo il nostro futuro. Nelle tribù non esiste nulla di tutto questo. Esse funzionano restando uniti e aiutandosi a vicenda in qualunque situazione, a qualunque costo, e questo non per altruismo o bontà s'animo ma perché ciò che è bene per la tribù è bene per il singolo. Se durante una carestia un solo cacciatore-raccoglitore trova una grande quantità di cibo, gli conviene dividerlo con i suoi compagni anziché tenerla per sé, perché sa benissimo che loro faranno lo stesso con lui, quindi più persone sono in forze e in grado di cercare cibo, meglio è anche per lui. Se una famiglia ha un figlio disabile o un anziano senile, questo viene accudito dall'intera tribù, perché ogni membro sa benissimo che quando capiterà a lui di avere un problema simile in questo modo non verrà abbandonato a se stesso, ma verrà aiutato da tutti. E un problema condiviso dall'intera comunità cessa quasi di essere un problema.
Sicuramente nel corso della storia umana sono esistite tribù i cui membri in tempi di crisi pensavano solo a se stessi senza curarsi dei compagni, ma dato che non sono arrivate fino a noi, tali tribù devono aver finito per disgregarsi e sono state eliminate dal processo di selezione naturale.
Questo tipo di ricchezza "esistenziale" non può essere tolta ai membri della tribù o messa sotto chiave come avviene con i nostri prodotti e servizi (primo tra tutti il cibo, il principale prodotto della nostra economia), quindi non è possibile che si verifichino povertà e disuguaglianze sociali basate sulla ricchezza.

L'antropologo Marvin Harris ha suggerito che perfino le disuguaglianze di genere (ossia la supremazia maschile e la sottomissione femminile) siano una creazione delle società agricole, affermando che la loro origine sia da ricercarsi nella guerra. Quando la guerra divenne fondamentale per la sopravvivenza della comunità (sia per non venire distrutta da altre comunità, sia per non morire di fame a causa di troppo poco territorio posseduto), nelle società si cominciò a dare molta più importanza agli uomini che alle donne, le quali in compenso vennero trattate sempre più da oggetti (premi e merci di scambio tra guerrieri). Questo portò anche alla poligamia, che a sua volta provocò un aumento del ritmo di crescita della popolazione e quindi una maggiore necessità di guerre.
Harris conclude: “L'assegnazione dei lavori faticosi alle donne e la loro subordinazione e svalutazione conseguono automaticamente, nella necessità di ricompensare i maschi a spese delle femmine.” E così le donne finirono a doversi occupare dei lavori più ingrati, come la sarchiatura e la macinazione dei semi, la raccolta dell'acqua e della legna, la cura dei bambini e dell'ambiente domestico e la preparazione quotidiana del cibo, e per giunta cominciarono anche a venire disprezzate, essendo fisicamente inferiori agli uomini in quell'attività – ora fondamentale – che era la guerra di conquista. (M. Harris, "Cannibali e re: le origini delle culture".)

La schiavitù è un altro regalo della nostra civiltà e, a dispetto di quanto si tende a credere, non è affatto un problema superato, ma è tutt'ora gravissimo. In effetti, pare che non sia mai stato più grave nella storia umana: secondo le ultime indagini (cache), oggi ci sono 27 milioni di schiavi in tutto il mondo.

Veniamo ora a quella comunemente considerata la peggior piaga dell'uomo moderno: la guerra.
La guerra intesa nel senso moderno del termine, ossia come uno sterminio sistematico e programmato di intere popolazioni attuato allo scopo di impossessarsi delle loro risorse o di modificare o dominare il loro modo di vivere, la loro cultura o la loro religione, è nata insieme all'agricoltura totalitaria. Prima di essa, infatti, esistevano ovunque innumerevoli tribù che impiegavano come strategia di conflitto fra di loro quella che da alcuni studiosi è stata definita come "guerra endemica", o "strategia delle rappresaglie imprevedibili", che operava come segue.
Ogni tribù, a intervalli – più o meno regolari – di qualche anno, entrava di proposito nel territorio di un'altra tribù confinante, la attaccava senza nessun motivo preciso, infliggeva un certo ammontare di danni e poi si ritirava, tornando nel proprio territorio. La tribù attaccata a questo punto sferrava una rappresaglia alla tribù attaccante, invadeva il suo territorio e infliggeva anch'essa all'incirca la stessa quantità di danni, per poi tornare nuovamente nel proprio territorio.
Dopo tutto questo, la situazione tra le due tribù, anziché degenerare in un'escalation di violenze, vendette e agguati come saremmo portati a pensare, ritornava pacifica come in precedenza, e riprendevano gli amichevoli rapporti di scambio di beni (cibo, pellicce, utensili, oggetti di artigianato), di conoscenze (tecniche di caccia e di fabbricazione di armi e attrezzi), e perfino di donne tra le due popolazioni (che spesso erano troppo poco numerose per praticare esclusivamente l'endogamia senza effetti nocivi). Questa pace durava per qualche anno, dopodiché si verificava un nuovo attacco e una nuova rappresaglia, seguita da altri anni di pace, che veniva poi interrotta da un altro attacco e un'altra rappresaglia, e così via.
Lo scopo di questo comportamento, per noi del tutto privo di senso, non era quello di conquistare le risorse dei propri vicini o di eliminarli perché portatrici di credenze o comportamenti giudicati "sbagliati" o riprovevoli, ma era semplicemente quello di mandare loro un messaggio: "Siamo qui, questo territorio e quello che contiene è nostro e siamo abbastanza forti e numerosi da potervi infliggere gravi danni, se vogliamo, quindi non provate a sottrarci qualcosa di quello che ci appartiene". Il messaggio che la tribù attaccata trasmetteva con la sua rappresaglia alla tribù attaccante era invece: "Riconosciamo che questo territorio è vostro e capiamo che se provassimo a sottrarvi qualcosa che vi appartiene riporteremmo gravi danni, ma ci teniamo a farvi sapere che lo stesso vale per voi". In questo modo, con delle scaramucce casuali, molto poco sanguinarie e più che altro simboliche, l'equilibrio e la divisione territoriale tra le varie popolazioni venivano mantenuti stabili.
La guerra tribale era, insomma, una strategia di mantenimento della pace, e non una strategia di distruzione o conquista. Completamente diversa dalla guerra civilizzata, anche negli effetti: anziché causare la scomparsa delle culture sconfitte, assicurava la persistenza di tutte le culture esistenti, di modo che nessuna andasse perduta. E dato che la diversità culturale è fonte di resistenza per la specie umana quanto la diversità biologica è fonte di resistenza per gli ecosistemi, si può capire l'importanza e il valore di questa strategia.

Oltre a questi problemi sociali, vanno considerati anche i problemi esistenziali e psicologici (depressione, senso di inutilità, assenza di scopo, suicidi, ansia per il futuro, solitudine, ecc.) che la nostra civiltà ci ha regalato. Naturalmente non si tratta di due discorsi separati, dato che i problemi sociali causano e peggiorano quelli esistenziali, e viceversa.

Per concludere: la nostra civiltà è superiore alle tribù per quanto riguarda l'avanzamento scientifico e la produzione di tecnologia, ma è MOLTO inferiore per quanto riguarda le due caratteristiche fondamentali di ogni stile di vita:
  1. la qualità della vita dei suoi membri e
  2. la sostenibilità ambientale.
Ogni stile di vita che non fornisca una qualità della vita soddisfacente a tutti i propri membri e che non sia ecologicamente sostenibile è fallimentare e destinato a scomparire o a venire rimpiazzato da un altro che fornisca una qualità della vita migliore, con il tempo.
Il tribalismo esiste da quando esistono gli esseri umani, e i suoi sistemi sociali 
(economici, legali, religiosi, bellici, educativi) sono invariabilmente ecosostenibili e soddisfacenti per i suoi membri. La nostra civiltà in 10.000 anni non è mai riuscita a creare un sistema sociale che funzionasse come avrebbe dovuto ed è già arrivata sull'orlo dell'autodistruzione.

Per questi motivi, studiosi come Desmond Morris descrivono la vita tribale come "lo stile di vita di maggior successo della storia umana", arrivando a dire che "siamo, e probabilmente lo resteremo sempre, dei semplici animali tribali, non adatti alla vita nelle supertribù moderne di milioni di membri". (D. Morris, "Lo zoo umano".)

Ecco come si può sostenere che lo stile di vita Lascia sia di maggior successo di quello Prendi.




FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 6:
Se il tribalismo è un modo di vivere superiore, perché ogni volta che si è scontrato con quello Prendi è stato distrutto?

Gli appartenenti alla nostra civiltà, sempre molto riluttanti ad abbandonare credenze coltivate per tutta la vita, tendono a giustificare la convinzione secondo cui il nostro è l'unico modo giusto di vivere per gli esseri umani in vari modi, ognuno dei quali però, a ben guardare, mostra debolezze logiche e/o fattuali.

Una di queste giustificazioni è l'argomentazione bellica, secondo cui la superiorità del nostro stile di vita è dimostrata dal fatto che i membri della nostra civiltà nel corso della storia hanno sempre sconfitto 
i popoli tribali che hanno incontrato sul loro cammino.

Uno stile di vita, però, dovrebbe avere il compito di permettere la sopravvivenza dei suoi praticanti nelle migliori condizioni possibili e indefinitamente, non certo quello di fornire la potenza militare più alta possibile. Il fatto che la nostra civiltà si sia sempre dimostrata più forte delle altre (grazie al surplus di cibo e quindi di guerrieri continuamente prodotto dall'agricoltura totalitaria) non significa che sia anche migliore da tutti gli altri punti di vista. I criteri di giudizio per quanto riguarda uno stile di vita dovrebbero essere la sostenibilità ambientale e la qualità della vita che riesce a fornire, non certo il potere militare.

Troppo potere è anzi dannoso quanto troppo poco, visto che sopravvive nel tempo solo ciò che è bilanciato, non ciò che è troppo debole per difendersi, né ciò che è tanto potente da essere, alla lunga, autodistruttivo. Un esempio di quest'ultimo caso sono i vari super-predatori che nel corso della storia del nostro pianeta sono comparsi e si sono rapidamente estinti per via della loro eccessiva efficienza, che li portò a cacciare fino all'estinzione tutte le loro prede e quindi, alla fine, ad autoeliminarsi. Proprio ciò che stiamo facendo anche noi.




FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 7:
Come possiamo diventare dei Lascia?

Risposta di Quinn:

"Non vedo il diventare dei Lascia come qualcosa che possa essere ottenuto direttamente, come le persone diventano cristiane o diventano scienziati. Non è una questione di vivere in un certo modo o di fare più di qualcosa e meno di qualcos'altro. Io vedo la questione in questo modo. Se ci saranno ancora persone qui nel 2100, non vivranno nel nostro stesso modo (perché se le persone continueranno a vivere come noi, non ci saranno più persone qui nel 2100). Non vivranno come noi perché non penseranno a se stessi e al mondo come noi. Noi ci consideriamo una specie superiore e separata dal resto della comunità vivente, e se la gente continuerà a pensarla in questo modo, la specie umana si estinguerà.

Uno dei peggiori risultati del considerarci superiori e separati dal resto della comunità vivente è che immaginiamo che mentre la nostra popolazione cresce, il resto della comunità della vita rimane uguale (perché è separata da noi), mentre invece la biomassa che stiamo aggiungendo alla popolazione umana viene direttamente dal resto della comunità vivente. Secondo stime conservative, fino a 200 specie al giorno si stanno estinguendo per sostentare la nostra crescita - la loro biomassa sta andando perduta (contribuendo alla desertificazione del mondo) o sta venendo convertita in cibo umano (e alla fine in biomassa umana).

Se ci saranno ancora persone qui tra cento anni, sapranno che non sono separati dal resto della comunità della vita (e vivranno di conseguenza). In sostanza, saranno diventati Lascia - ma COME vivranno esattamente va oltre i miei poteri di previsione. Tutto ciò che posso dire con certezza è che è possibile per le persone vivere qui sostenibilmente. In un certo senso, sono come un fisico del 1890 che poteva dire con certezza che il volo di oggetti più pesanti dell'aria è possibile, ma senza sapere esattamente come fosse possibile farlo."




FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 8:
Ok, quindi ci serve un nuovo modo di vivere che combini i pregi di entrambi (applicabile a società di migliaia o milioni di individui e che consenta un costante miglioramento scientifico e artistico come lo stile Prendi ed ecosostenibile e soddisfacente per i suoi membri come lo stile Lascia) senza i difetti di nessuno dei due. Ma come lo otteniamo? Chi lo dovrebbe ideare?

Nessuno.
Mettersi a tavolino e ideare stili di vita e sistemi sociali dal niente, senza riguardo per limiti logici o materiali, per poi imporli alle persone e tenerli forzatamente in vita in ogni modo anche se erano evidentemente condannati a crollare, è un vizio Prendi, e ha sempre portato a disastri e sistemi fallimentari, ogni volta che è stato usato, dal nostro sistema legale a quello carcerario, da quello scolastico a quello agricolo.

Usiamo invece il sistema che ha funzionato alla perfezione fin dalla nascita del mondo per ogni specie: la selezione naturale. Sperimentiamo, attuiamo un enorme numero di tentativi, prove ed esperimenti, mettiamo alla prova concretamente più idee possibili, e vediamo quali sono promettenti e quali no. Modifichiamole, miglioriamole, incrociamo varie idee, diffondiamo i nostri progressi o eventualmente i nostri fallimenti e permettiamo a tutti di beneficiare della nostra esperienza (come avveniva con i prodotti tecnologici nella Rivoluzione Industriale). Continuiamo così fino ad ottenere i pochi sistemi che funzionano meglio.


Alcuni principi fondamentali sono da tenere presente:
  1. Non stiamo cercando il miglior sistema concepibile, l'unico modo di vivere giusto per tutti, perché non esiste, non è mai esistito e non deve esistere, essendo la varietà culturale fonte di resistenza e di salute per la specie umana come la varietà biologica lo è per l'ecosistema; questo non è un torneo a eliminazione, non deve incoronare il "miglior stile di vita", deve solo trovare delle alternative sostenibili alla nostra fallimentare e insostenibile civiltà Prendi e più ne trova, meglio è. Visto che le varie comunità umane vivono in condizioni diverse, sarebbe illogico mirare a trovare un unico sistema di vita che funzioni per tutte (le tribù infatti avevano e hanno tutt'ora stili di vita diversi, a seconda del luogo in cui vivono: alcune usano caccia-e-raccolta, altre solo caccia (come gli Inuit), altre quasi esclusivamente raccolta, altre un misto di agricoltura, caccia e raccolta, e così via.).
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  2. Non stiamo cercando la perfezione, perché non la otterremo mai: la selezione naturale non porta avanti ciò che è perfetto, in nessun caso, porta solo avanti le migliori alternative possibili in ogni ambito, ma c'è sempre un margine di miglioramento in ogni prodotto dell'evoluzione, per quanto minimo. Che qualcosa non sia perfetto non significa che non possa funzionare. Quindi concentrarsi SOLO sui difetti delle varie proposte senza considerarne il potenziale è un comportamento insensato e controproducente. Meglio concentrarsi su come risolverli, i problemi.
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  3. Nessuno - né un individuo né un'organizzazione - dovrebbe essere incaricato di iniziare queste sperimentazioni, quindi non ha senso aspettare l'ordine di cominciare da parte di qualcuno. Questi esperimenti andrebbero attuati spontaneamente e indipendentemente da gruppi di persone che vogliono provare a vivere in un certo modo che sembra loro migliore di quello attuale. In caso i risultati fossero positivi, altri gruppi di individui dovrebbero essere liberi di imitarli e di apportare ogni modifica vogliano a quello stile di vita.
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  4. Allo stesso modo, nessuno - né un individuo né un'organizzazione - dovrebbe essere incaricato di giudicare l'efficacia di uno di questi esperimenti e di dire se uno stile di vita debba venir portato avanti o meno da altra gente. Gli unici a poterlo fare saranno coloro che applicano quello stile di vita e nessun altro, come per le tribù: se vogliono portare avanti quello stile di vita (perché evidentemente lo giudicano soddisfacente), allora potranno farlo, altrimenti saranno liberi di abbandonarlo e di provarne un altro. Questo è l'unico modo di evitare che chiunque possa costringere qualcun altro a vivere in modo che non lo soddisfa per ricavarne un guadagno personale, come avviene invece nella nostra civiltà, dove la maggior parte della gente viene costretta a vivere in modo perlopiù insoddisfacente dai pochi in cima che li mettono davanti a una scelta orribile: o vivete come vi diciamo noi (ossia contribuendo all'economia Prendi, e quindi ai loro guadagni) oppure morite di fame. In questi nuovi esperimenti sociali, il cibo non sarà sotto chiave, e le chiavi non verranno tenute da nessuno.
Siamo 7 miliardi. Se anche solo uno su un milione avesse un'idea sensata, avremmo 7.000 stili di vita da sperimentare. Basterebbero? Ci sarebbe abbastanza tempo? Non è affatto sicuro, ma è l'unica strada che ci offre almeno la possibilità di salvarci dall'estinzione.

Comincia inoltre a non sembrare più tanto fantascientifica l'idea di utilizzare un computer per accelerare il processo di selezione naturale, simulando vari scenari e controllando gli effetti a breve e lungo termine di determinati stili di vita. Ora che i network neurali si stanno sviluppando tanto da riuscire perfino a imparare concetti autonomamente (fonte - cache), forse potrebbero effettuare anche simulazioni tanto complesse. Sarebbe solo questione di inserire tutte le variabili dello stile di vita ipotizzato e del territorio in cui andrebbe applicato (la parte più difficile - e più importante - sarebbero le interrelazioni tra le varie specie presenti).
Accelerare artificialmente la selezione naturale a prima vista sembra esattamente il tipo di cosa che ci ha portati sull'orlo dell'estinzione, ma è bene ricordare sempre che la tecnologia in sé non è malvagia e sempre da evitare. Lo è solo se vìola la Legge della Competizione Limitata e se ha effetti ecologicamente insostenibili. Se invece può aiutarci, rifiutarsi di usarla sarebbe insensato.

Tali computer potrebbero anche essere usati per simulare che cosa accadrebbe alle nostre popolazioni se cominciassimo a ridurre gradualmente la produzione di cibo, del 5%, 10% o 20% all'anno. Potremmo così scoprire la massima riduzione della produzione che ci permetterebbe di calare di numero pacificamente, senza rivolte e carestie.

Potrà sembrare che si stia esagerando l'efficacia e l'applicabilità della selezione naturale anche a problemi di natura tecnologica o sociale, ma si tenga presente che la selezione naturale non è altro che l'attuazione di un principio logico: ciò che non funziona viene gradualmente eliminato, ciò che funziona rimane, cosicché alla fine resta solo ciò che è efficace. Trattandosi di un principio logico, sarebbe strano se questo metodo di selezione delle alternative migliori valesse solo per zampe, pinne, becchi e ali, e non anche per le organizzazioni sociali (per non parlare della nostra economia, dove la competizione tra prodotti è feroce e sopravvivono solo quelli più efficaci - ossia più economici, più utili, più attraenti, ecc.).

Il valore della selezione naturale anche in campi di applicazione diversi da quello biologico è già stato riconosciuto dalla nostra civiltà. Alcuni scienziati, per esempio, hanno utilizzato una muffa per scoprire quali sono i percorsi più efficienti da un punto all'altro: hanno ricostruito in piccolo la mappa della metropolitana di Tokyo posizionando del cibo in corrispondenza di ogni stazione e hanno lasciato che la muffa decidesse da sola quali fossero i percorsi più rapidi e meno faticosi per andare da un accumulo di cibo all'altro. Nel giro di poco tempo, la muffa aveva riprodotto con notevole precisione la mappa della metropolitana di Tokyo, trovando i percorsi più efficienti da una "stazione" all'altra (cosa che aveva richiesto ai progettisti umani anni di lavoro). (fonte - cache)

Per quanto sia sgradevole, la realtà dei fatti impone di accettare che la nostra intelligenza non possa svolgere nel modo migliore ogni singolo compito, come ci piacerebbe credere, e richiede di considerare delle alternative radicalmente differenti, se vogliamo risolvere i nostri problemi prima che sia troppo tardi.

(FAQ correlate: FAQ sulla Nuova Rivoluzione Tribale 10.)



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 9:
Qual è la differenza tra uno stile di vita sostenibile e uno insostenibile? Tra uno di successo e uno fallimentare? Che caratteristiche deve avere uno stile di vita per essere definito "sostenibile" e "di successo"?

In sostanza, per essere sostenibile e "di successo", ossia per durare INDEFINITIVAMENTE, senza autodistruggersi o venire rimpiazzato, uno stile di vita deve avere le seguenti caratteristiche:
  1. Fornire ai membri ciò di cui necessitano per sopravvivere (cibo, acqua, riparo, protezione da minacce sia interne che esterne);
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  2. Fornire ai membri un livello di vita che almeno la maggior parte giudichi soddisfacente (altrimenti quello stile di vita viene abbandonato e ne viene adottato un altro migliore, dato che a meno di non mettere il cibo sotto chiave e di privare le persone della capacità di procurarselo autonomamente, come ha fatto la nostra cultura Prendi, non c'è modo di costringere la gente a vivere secondo uno stile di vita che trovano insoddisfacente, e anche allora una forzatura del genere non è evolutivamente stabile ed è destinata a fallire, perché prima o poi verrà sicuramente sovvertita da una ribellione, ci volessero anche millenni; un sistema basato su una forzatura porta in sé il germe della propria distruzione, proprio come un sistema basato su menzogne e su un'errata concezione del mondo e del nostro posto in esso);
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  3. Allo scopo di fornire uno stile di vita soddisfacente almeno alla maggior parte dei suoi membri, NON dovrebbe presentare sistemi di costrizione che obblighino le persone a continuare a vivere in quel modo (come avviene nella nostra cultura, che ci istruisce evitando accuratamente di darci la minima capacità di sopravvivenza e poi mette il cibo sotto chiave, in modo da porci davanti alla scelta: o prendi parte alla nostra economia trovandoti un lavoro, oppure muori di fame). L'unico modo per evitare lo stabilirsi di soprusi e oppressioni, infatti, è mantenere tutti in grado di abbandonare quello stile di vita e di adottarne un altro in qualunque momento, se vogliono. Come avviene nei popoli tribali, dove il cibo non è sotto chiave e ogni singolo individuo è in possesso di capacità di sopravvivenza sufficienti per vivere indipendentemente, e quindi non è costretto a sottostare a uno stile di vita che trova insopportabile (un recente sondaggio (cache) ha rilevato che al 70% degli americani non piace il proprio lavoro e il 20% lo odia tanto da sabotarlo). In assenza di questa libertà fondamentale, è solo questione di tempo prima che nascano oppressioni e forzature, che a loro volta minano la stabilità e l'esistenza di quello stile di vita.
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  4. Avere un meccanismo di trasmissione della cultura accumulata da una generazione alla successiva (ciò che in sociologia viene definito "socializzazione"), in modo da potersi perpetuare in modo teoricamente indefinito (questo è il punto più semplice, dato che ogni stile di vita viene trasmesso automaticamente alla generazione successiva semplicemente venendo attuato dalla generazione precedente, non c'è bisogno di creare corsi o scuole a riguardo);
    .
  5. Essere ecosostenibile, ossia non violare la legge della competizione limitata e non consumare le risorse dell'ambiente (tutte le risorse, non solo quelle energetiche) a un ritmo maggiore di quello a cui l'ambiente è in grado di rigenerarle.
Questi sono i principi che il nuovo stile di vita dovrebbe rispettare, per poter essere definito sostenibile e di successo.



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 10:
Quali sono, brevemente, le alternative più promettenti attualmente disponibili?

Ancora la sperimentazione (sia teorica che pratica) riguardo nuovi modi di vivere è molto indietro, e continuerà a esserlo finché la sua importanza non verrà compresa più diffusamente. Esistono tuttavia alcune idee promettenti:
  1. Il Venus Project e il Movimento Zeitgeist
  2. I Loetschental
  3. Le Earthships di Micheal Reynolds
  4. La GIFT Economy (Economia del Dono)
  5. Le città di transizione
    .
Il Venus Project e il Movimento Zeitgeist

Un progetto piuttosto famoso è il Venus Project di Jacque Fresco (dettagli), che ha l'obiettivo di creare una società globale prospera e pacifica.
Secondo il Venus Project, lo sviluppo tecnologico dovrebbe essere portato avanti a prescindere dalla sua redditività e si dovrebbe creare un'economia basata sulle risorse (dettagli) anziché sul denaro.
Secondo Fresco, il nostro pianeta avrebbe risorse ed energie in abbondanza per tutti, se venissero distribuite equamente, e questa nuova disponibilità di risorse renderebbe gli uomini più propensi ad aiutarsi tra di loro anziché essere avidi ed egoisti. Fresco afferma inoltre che le risorse naturali dovrebbero venire considerate un patrimonio comune dell'intera umanità
e non solo di pochi individui privilegiati, e che suddividere e distribuire le risorse preoccupandosi solo del guadagno economico è controproducente per la nostra sopravvivenza.

Quinn ha commentato riguardo quest'idea:
"I sostenitori di un'economia basata sulle risorse credono probabilmente che questo tipo di economia sia stato inventato da Jacque Fresco. Questo è un po' come attribuire l'invenzione della ruota a Henry Ford.
Gli umani si sono evoluti con un'organizzazione sociale peculiare, la tribù, e con una peculiare economia tribale, una basata sulle risorse. Sia la tribù che la sua economia basata sulle risorse hanno funzionato per gli umani per milioni di anni, e funzionano tutt'ora per gli umani ovunque non siano state distrutte dalla nostra cultura dominatrice del mondo. Quindi non c'è dubbio che un'economia basata sulle risorse possa funzionare, non è una fantasia irrealizzabile. E non c'è dubbio che possa funzionare per esseri umani perfettamente ordinari.
La domanda a cui bisogna ancora rispondere è questa: siamo nel bel mezzo di una Sesta Estinzione devastante quanto la Quinta Estinzione che ha spazzato via i dinosauri - e questo non è un problema futuro, sta avvenendo ORA (cache), al ritmo di circa 150 specie al giorno (cache). Considerato questo fatto (ed è un fatto riconosciuto da biologi in tutto il mondo), come facciamo a liberarci rapidamente di un sistema economico globale profondamente radicato e a sostituirlo con uno fondamentalmente diverso - prima che l'umanità stessa si estingua insieme alle specie che stiamo rendendo estinte?
"

Il Venus Project ha generato il Movimento Zeitgeist (dettagli), un'organizzazione no-profit che vuole creare una società pacifica, equa e sostenibile, basata su un'economia sostenibile, sulla logica, la razionalità e la tecnologia. Vuole inoltre eliminare istituzioni governative, religiose, militarie e bancarie. Nato con una struttura gerarchica, oggi ha un'organizzazione orizzontale priva di capi. Nel 2011, il movimento contava circa 560mila iscritti.
In seguito a delle divergenze di opinione con Jacque Fresco, ora il Movimento Zeitgeist si è separato dal Venus Project ed entrambi continuano a cercare di attuare il proprio programma con ogni risorsa disponibile.


Riguardo il Movimento Zeitgeist, Quinn ha commentato:
"La visione del Movimento Zeitgeist della storia umana (e in effetti globale) comincia con la comparsa della civiltà, solo pochi millenni fa. Non considera il fatto che l'economia non è un fenomeno strettamente umano. La comunità vivente di questo pianeta è un'economia - un'economia basata sulle risorse - che ha funzionato per miliardi di anni con perfetta efficienza senza l'assistenza di un singolo computer che ne monitorasse l'attività. Durante questi miliardi di anni, ha portato alla luce milioni di specie, inclusa, solo pochi milioni di anni fa, quella umana, che viveva in quell'economia senza alcuno sforzo (e senza bisogno di ragionarci su) proprio come farfalle, balene, cervi, leoni e aquile.
Zeitgeist: Moving Forward
[il secondo documentario del Movimento Zeitgeist, N.d.T.], mostra come, se potessimo ricominciare da zero su un pianeta completamente incontaminato, del tutto funzionale e pieno di risorse, con ogni aspetto delle nostre vite controllato da megacomputer costantemente vigili, i nostri miliardi di individui potrebbero vivere in un modo completamente sostenibile. Qualcosa da tenere a mente, la prossima volta che avremo un pianeta in più su cui sperimentare."

Nonostante le loro manchevolezze (fra cui il trascurare tutto ciò che il tribalismo avrebbe da insegnarci e il mirare alla creazione di un UNICO nuovo stile di vita per tutta l'umanità, ignorando completamente il valore che la diversità culturale ha per la nostra specie), il Venus Project e il Movimento Zeitgeist hanno comunque il pregio di aver spiegato con chiarezza a migliaia di persone i difetti del nostro sistema economico basato sul denaro e sul debito (ossia sulla Ricchezza Prendi) e di aver scatenato un diffuso dibattito internazionale su temi come estinzione umana, sostenibilità, rivoluzione sociale, ecc. E' più che possibile che da un simile incrocio di idee, ideali e immaginazione, possano uscire una o più alternative di valore.


I Loetschental

Un esempio reale e non solo teorico, comunque, esiste già: il popolo della valle Loetschental, in Svizzera (nella foto a destra, una panoramica della valle e degli edifici del villaggio).

Questo popolo ha vissuto nella sua valle per circa 1.250 anni, formando un mondo a sé. I Loetschental praticano un tipo di agricoltura non totalitaria e sostenibile. Allevano tre specie animali: mucche, capre e pecore - per latte, carne e lana - utilizzando gli stessi pascoli per tutte e tre. Il cibo viene messo da parte per l'inverno. Piantano le varie specie vegetali per l'insalata insieme nei loro giardini, non in campi monocoltura, e anche se hanno dei campi di sola segale, li coltivano a rotazione. Dato che la valle si trova a oltre 2.000 metri sopra il livello del mare, hanno una stagione di crescita molto breve. Dove piantano segale e fieno un anno, non lo piantano l'anno seguente.
Non cercano di invadere e conquistare i villaggi circostanti, e non cercano di produrre PIU' di niente. Producono lo stesso ammontare di cibo ogni anno - l'ammontare necessario a sostentare la loro popolazione, stabile a circa 2.000 persone - e non di più. Nessuno soffre mai la fame. Non c'è mai bisogno di disboscare e distruggere ecosistemi per ottenere altri campi da coltivare. Non usano alcun pesticida e alcun ormone per aumentare la produttività. Non hanno mai fatto alcun tentativo di sterminare sistematicamente i propri competitori o di dichiarare guerra ad alcuna specie. Se i loro animali vengono attaccati li difendono, ma non cercano di uccidere tutti gli attaccanti fino all'ultimo esemplare.

Ricavano i loro vestiti principalmente dalla lana delle loro pecore e abitano in case di legno tanto resistenti da durare secoli.

La loro dieta consiste di latte, formaggi, pane di segale, varie verdure e carne (una volta a settimana circa).
A dispetto della sua apparente inadeguatezza, i Loetschental non soffrono di nessuna malattia tipica della nostra civiltà, come riferito in questo rapporto (cache) del Dr. Weston A. Price (leggibile anche qui - cache). Non hanno carie, depressione, diabete, obesità, malattie cardiache (i loro cuori sono stati descritti come "eccezionalmente forti"), artrite, osteoporosi, cancro, malattie neurodegenerative, tubercolosi (non un solo caso neanche quando era la malattia più diffusa nel resto della Svizzera) o altri disturbi, tranne che in incidenze straordinariamente basse (decine o centinaia di volte inferiori alle nostre). La loro dieta è sana ed equilibrata, per loro, così come la dieta Inuit di sola carne è sana ed equilibrata per loro. Non esiste infatti un'unica dieta giusta per l'umanità, ma solo varie diete adatte ai vari popoli che le hanno praticate per secoli o millenni.
I loro problemi di salute sono così rari che non hanno nemmeno medici, e la valle è famosa per aver prodotto alcuni dei fisici più sani d'Europa.

Non hanno polizia, tribunali o carceri perché non ne hanno bisogno: il mantenimento dell'ordine viene svolto da loro stessi in modo efficiente e soddisfacente, proprio come nelle tribù.
Non hanno nemmeno un sistema gerarchico, pur avendo un capovillaggio, e quindi sono privi di divari tra ricchi e poveri e delle relative e immancabili prevaricazioni.

Hanno inoltre un sistema educativo efficiente quanto quello tribale, ma che insegna anche materie più "astratte". Sei mesi all'anno i bambini di entrambi i sessi vengono istruiti nelle materie che altrimenti non potrebbero imparare (storia, letteratura, matematica), e i restanti sei mesi contribuiscono al lavoro della comunità, imparando sul campo come svolgerne i vari compiti e quindi come portare avanti la propria cultura. In questo modo, ottengono capacità di sopravvivenza che i nostri diplomati non possono nemmeno immaginare (se gli adulti svanissero da un giorno all'altro, i giovani di 10-14 anni riuscirebbero a portare avanti la comunità senza problemi), proprio come i bambini tribali, e svanisce il rischio di non trovare di che vivere, sempre presente invece nella nostra civiltà.

Pur non avendo i difetti (sociali, esistenziali e ambientali) delle società civilizzate, ne hanno però i pregi: stanzialità, una fornitura di cibo costante, una storia scritta, l'abilità di comunicare idee all'intero villaggio, tecnologia sufficiente a creare come minimo tessuti, edifici, pane e formaggio (ai tempi del rapporto del Dr. Price, nel 1931-32), vestiti e case molto simili alle nostre.
Hanno una religione salvazionista e organizzata (la Chiesa Cattolica), ma visto il loro stile di vita riescono a prenderne solo le parti positive e a evitare quelle negative (intolleranza, ingerenze nella loro organizzazione sociale, ecc.).

I Loetschental, insomma, hanno tutti i pregi di entrambi gli stili di vita (Lascia e Prendi) senza averne i difetti.
Proprio l'obiettivo a cui dovrebbe aspirare il resto di noi.
Il che non significa trasferirci tutti in massa da loro o che tutte le nostre comunità dovrebbero vivere esattamente come loro, ma che dovremmo studiarne i principi e applicarli. Per esempio, non tutte le nostre comunità dovrebbero (o potrebbero) allevare mucche, capre e pecore, ma dovrebbero rispettare il principio di sostentarsi utilizzando solo la capacità portante del proprio territorio. Non dovrebbero (o potrebbero) necessariamente coltivare a rotazione segale e fieno, ma dovrebbero sempre evitare di sfruttare eccessivamente il terreno e di produrre più cibo del necessario. E così via.

Quinn ha commentato a riguardo:
"Una differenza chiave tra Lascia e Prendi è che i Lascia non hanno mai subìto la Grande Amnesia. Non hanno mai dimenticato che gli esseri umani non sono nati agricoltori e costruttori di civiltà. Devo assumere che il popolo Loetschental sia rimasto sorpreso quanto il resto di noi quando finalmente nel diciannovesimo secolo è stato scoperto che gli umani non sono nati agricoltori e costruttori di civiltà. Stando così le cose, non li definirei "Lascia", ma quello che importa non è come li definisco io o chiunque altro. Quello che conta è che hanno sviluppato un modo di vivere salutare, equilibrato, ammirevole e sostenibile che dovrebbe essere un modello per tutti noi. Se loro possono farlo (pur essendo vittime della Grande Amnesia quanto noi), allora c'è speranza anche per il resto di noi."


Le Earthships di Michael Reynolds

Michael Reynolds è un architetto che trent'anni fa ha deciso che l'architettura aveva molto più da offrire all'umanità della semplice costruzione di case, uffici o edifici dall'aspetto bizzarro con l'unica funzione di dimostrare la creatività del progettista, e si è chiesto: "Cosa può fare l'architettura per le PERSONE e per il PIANETA anziché solo per le imprese e l'economia?"

Questa domanda (e la convinzione che il progresso si possa ottenere solo per tentativi ed errori, tramite un processo graduale di selezione di ciò che è efficace) lo ha portato alla creazione, negli anni Settanta, delle Earthships, delle case completamente ecosostenibili e autosufficienti costruite in vari materiali (perlopiù di scarto, come bottiglie di plastica, vecchi copertoni, lattine usate, ma anche terra e argilla) che, utilizzando energia solare ed eolica e sistemi di filtraggio e di insulazione, riescono a produrre elettricità, calore, luce, cibo e acqua potabile senza alcun bisogno di compagnie elettriche, idriche, alimentari o del gas. E naturalmente senza danneggiare l'ambiente né per venire costruite né per venire mantenute. Le Earthships sono inoltre abbastanza flessibili da poter venire impiegate quasi in ogni condizione ambientale, permettendo la sopravvivenza anche con temperature di -30 o -40 °C.

Le Eartships di Reynolds offrono insomma tutte le comodità delle abitazioni moderne senza nessuno dei loro svantaggi, tra cui il bisogno di pagare bollette, affitti o mutui e quindi di svolgere un lavoro nell'economia Prendi, sacrificando un'enorme porzione della nostra vita in attività che molto spesso eviteremmo volentieri e contribuendo inoltre a distruggere il pianeta mentre le svolgiamo. Le Earthships, in altre 
parole, pongono i propri abitanti oltre la civiltà, dato che li rendono indipendenti dall'economia Prendi.

Le parole di Reynolds stesso lo esprimono al meglio: "Abitando in quella casa, 25 anni fa, producevo la mia elettricità, coltivavo il mio cibo, non avevo bisogno di riscaldamento. Mi sono detto... Gesù Cristo, sono libero. Sono assolutamente libero. Non avete idea dello stato mentale in cui vi pone una cosa simile. Ti svegli la mattina e sei il padrone della tua vita. Posso fare quello che voglio, perché non devo fare niente di particolare per sopravvivere."
(Fonte: il documentario "Garbage Warrior"
, visibile in italiano (prima e seconda parte) e in inglese.)

Riutilizzando i milioni di pneumatici che ogni anno vengono gettati via o bruciati, sarebbe possibile costruire centinaia di migliaia di Earthships.
(Vedi foto a sinistra: una ripresa aerea di una discarica di copertoni. Cliccate per ingrandire.)


Attirati dall'ineguagliabile libertà personale e dalle comodità che le Earthships consentono di ottenere, migliaia di persone hanno seguito l'esempio di Reynolds, aiutandosi a vicenda a costruire la propria abitazione (in puro stile tribale) e formando dei villaggi ecosostenibili composti unicamente da Earthships.
Nelle immagini sottostanti, potete vedere alcune di queste abitazioni (cliccate per ingrandire).



Un piccolo schema chiarisce il funzionamento di una Earthship:



Le famiglie che vivono lì in questi anni hanno persino messo al mondo e cresciuto figli in queste Earthships senza alcuna difficoltà, e si dicono fermamente intenzionate a continuare a vivere in questo modo.

Naturalmente, il governo statunitense e le varie compagnie che le Earthships rendono obsolete non sono stati contenti nel rendersi conto del pericolo di questa iniziativa, e hanno sommerso Reynolds di denunce e citazioni per violazioni di innumerevoli norme costruttive. L'architettura ufficiale è arrivata al punto di affermare che "esiste UN UNICO MODO GIUSTO di praticare l'architettura, e quello di Reynolds è sbagliato".

Maggiori dettagli sul funzionamento delle Earthships in questa pagina. (cache)
Esiste anche un documentario, "Garbage Warrior" sul lavoro di Reynolds, visibile in italiano (prima e seconda parte) e in inglese.


La GIFT Economy 
(Economia del Dono)

Per "Gift Economy" (o Economia del Dono, vedi informazioni su wikipedia in italiano o in inglese oppure qui - cache) si intende un'economia basata sulla donazione e sulla ricezione volontaria e gratuita di beni, servizi, conoscenze o semplice supporto morale ed emotivo. Viene donato e ricevuto di tutto, dagli apparecchi elettronici ai passaggi in automobile, dal procedimento con cui fabbricare qualcosa ai consigli personali.
Come per ogni cosa, ne esistono diverse variazioni, anche se tutte le Economie del Dono hanno in comune gli stessi principi di fondo.

La differenza principale tra la Gift Economy e altri sistemi economici come l'economia di mercato o il baratto è che non c'è alcun obbligo esplicito di ripagare il dono ricevuto, né con denaro né con altri beni o servizi. Non ci sono leggi o regole riguardo la donazione e la ricezione, ma solo convenzioni: la convenzione di dare quanto si è ricevuto, per esempio, o anche di più, a seconda del tipo di Economia del Dono.

Tutte le Economie del Dono funzionano tramite la convenienza reciproca (o egoismo positivo): io aiuto qualcuno che ne ha bisogno non per altruismo spassionato ma perché in questo modo quando sarò IO ad aver bisogno di qualcosa, qualcun altro mi aiuterà. Proprio come avviene nelle economie tribali. E non abuso del sistema (prendendo solamente senza mai dare, per esempio) perché non voglio venirne espulso e non voglio che finisca per collassare, perché mi conviene che continui a esistere e a funzionare bene, dato che finché esisterà e io ne farò parte, potrò ricevere aiuto dal resto della comunità ogni volta che ne avrò bisogno, indefinitamente.

Nella Gift Economy non si usa denaro di alcun tipo e non esistono gerarchie. Ognuno è sia Donatore che Ricevente ed è alla pari con chiunque altro. Questo tipo di economia si basa sul principio che le organizzazioni e i sistemi che funzionano meglio e più a lungo sono quelli in cui tutti i membri ricevono ciò che desiderano, non solo alcuni. Nella Gift Economy, la cooperazione sostituisce la competizione: ognuno mira non a ottenere qualcosa a discapito di qualcun altro o ad ottenere più di qualcun altro, ma a ottenere quello che vuole dandolo nel frattempo anche agli altri.

L'Economia del Dono viene descritta come una situazione "win-win", ossia dove vincono tutti. Vince chi ottiene qualcosa, vince chi glielo dà, perché in questo modo si è guadagnato il diritto di ottenere qualcosa a sua volta, vincono gli altri membri del sistema, perché ogni transazione contribuisce a mantenere il sistema sano ed efficiente e quindi anche loro avranno la possibilità di ottenere ciò di cui hanno bisogno, e vince l'ambiente perché questo tipo di economia è molto meno nocivo da un punto di vista ecologico di quella di mercato.

L'economista Wayne F. Perg (Ph. D) ha commentato: "Ritengo la Gift Economy un radicale allontanamento da un modello di scambio materialistico od orientato al commercio. Nella Gift Economy non esiste contabilità, non esistono prezzi, non esiste baratto e non c'è mezzo di scambio! Per quanto mi riguarda, credo che sia la strada verso un'economia post-monetaria e post-baratto."

La Gift Economy, insomma, è un sistema economico oltre la civiltà (o quantomeno una strada promettente verso di esso), che permette di allontanarsi dalla Piramide Prendi e di liberarsi dalla dipendenza da essa.

Alcuni esempi concreti e funzionanti di Gift Economy sono il File Sharing (rendere disponibili gratuitamente su internet libri, video, musica, senza ricevere niente in cambio), i software Open-Source (programmi che chiunque può modificare e migliorare a piacimento e poi rendere disponibili gratuitamente), i Free Shops (anche chiamati Give-away-shops, in cui tutti i prodotti sono gratuiti) e la stessa Wikipedia (ogni informazione aggiunta gratuitamente da qualcuno è infatti un dono per qualcun altro).

Esiste già un sito simile a eBay (con tanto di feedback sui donatori e sui riceventi in modo da evitare abusi) ma dedicato alla domanda-offerta di beni e servizi gratuiti: The Gifting Earth. (Sorprendentemente, i doni offerti sono molti di più di quelli richiesti.)


Le città di transizione

Estratti dalla relativa pagina di Wikipedia:

Le città di transizione (Transition Towns) rappresentano un movimento fondato in Irlanda e in Inghilterra dall'ambientalista Rob Hopkins negli anni 2005 e 2006. L'obiettivo del progetto è di preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida costituita dal sommarsi del riscaldamento globale e del picco del petrolio. Il movimento è attualmente in rapida crescita e conta centinaia di comunità affiliate in diversi paesi.

Il concetto di transizione matura dal lavoro fatto da Rob Hopkins (esperto di permacultura) assieme agli studenti del Kinsale Further Education College, culminato in un saggio dal titolo "Energy Descent Action Plan" (PDF). Questo tratta di approcci multidisciplinari e creativi riguardo a produzione di energia, salute, educazione, economia e agricoltura, sotto forma di "road map" verso un futuro sostenibile per la Città.

Uno degli studenti, Louise Rooney, ha poi ulteriormente sviluppato il concetto di città di transizione e lo ha presentato al consiglio cittadino della città di Kinsale, il quale con una storica decisione ha adottato il piano e lavora oggi alla propria indipendenza energetica.

L'idea è stata poi riformulata ed espansa nel settembre 2006 per la città nativa di Rob Hopkins, Totnes, dove egli oggi vive. L'iniziativa ha avuto rapida diffusione e, alla data del 4 aprile 2012, si segnalano oltre 400 comunità riconosciute ufficialmente come Transition Towns in Regno Unito, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda ed Italia.

L'appellativo "città" rappresenta in realtà comunità di diverse dimensioni, da piccoli villaggi (Kinsale) a distretti (Penwith) fino a vere e proprie città (Brixton). In Italia l'unica città di transizione riconosciuta ufficialmente è Monteveglio, in provincia di Bologna. [Esiste anche un blog che riporta ogni passo del percorso di transizione di Monteveglio. N.d.A.]

i loghi di alcune città di transizione
I loghi di alcune città di transizione


Lo scopo principale del progetto è quello di elevare la consapevolezza rispetto a temi di insediamento sostenibile e preparare alla flessibilità richiesta dai mutamenti in corso. Le comunità sono incoraggiate a ricercare metodi per ridurre l'utilizzo di energia ed incrementare la propria autonomia a tutti i livelli. [Il che non significa altro che cercare di portarsi oltre la civiltà. N.d.A.]

Sebbene gli obiettivi generali rimangano invariati, i metodi operativi utilizzati possono cambiare. Per esempio, la città di Totnes ha introdotto una propria moneta locale, il Totnes pound, che è spendibile nei negozi e presso le attività commerciali locali. Questo aiuta a ridurre le "food miles" (la distanza percorsa dal cibo prima di essere consumato, causa di inquinamento e dispendio energetico) e supporta l'economia locale. La stessa idea di moneta locale verrà introdotta in altre tre città di transizione gallesi.

Fulcro del movimento delle Transition Town è l'idea che una vita senza petrolio può in realtà essere più godibile e soddisfacente dell'attuale. "Ragionando fuori dallo schema corrente, possiamo in realtà riconoscere che la fine dell'era di petrolio a basso costo è un'opportunità piuttosto che una minaccia, e possiamo progettare la futura era a bassa emissione di anidride cabonica come epoca fiorente, caratterizzata da flessibilità e abbondanza - un posto molto migliore in cui vivere dell'attuale epoca di consumo alienante basato sull'avidità, sulla guerra e sul mito di crescita infinita".

(Maggiori informazioni sulle città di transizione al sito TransitionNetwork.org.)

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Concludendo questa revisione delle alternative più promettenti alla nostra civiltà attualmente disponibili, è opportuno ricordare sempre una cosa:
queste idee hanno tutte del potenziale (monumentale, in alcuni casi), ma perché possano venire realizzate, prima dovranno cambiare le menti di innumerevoli persone. E questo per più di una ragione.

Innanzitutto, non è pensabile che milioni o miliardi di individui possano essere disposti a cambiare radicalmente il proprio stile di vita (con tutta la fatica e i rischi che questo comporta) o anche solo a fare lo sforzo di ascoltare e capire proposte inusuali come queste, se prima non si spiega loro perché  dovrebbero farlo, cosa ci guadagnerebbero personalmente e cosa succederà se invece non lo faranno.

Ognuna di queste proposte esiste da molti anni e presenta vantaggi e potenziali evidenti e rivoluzionari, eppure la loro diffusione, la loro applicazione e perfino la loro notorietà al grande pubblico è ancora minima.
Questo non perché mancano i mezzi di informazione (internet, riviste, volantini, documentari e seminari vengono utilizzati più che abbondantemente), ma perché in quasi tutte le persone manca la volontà di cambiare. Manca perfino la volontà di ascoltare chiunque provi a spiegare perché un cambiamento è indispensabile, e il motivo per cui manca è che le menzogne culturali della nostra civiltà sono ancora saldamente radicate e al lavoro nelle menti di quasi tutti i membri della nostra civiltà, convincendoli che il nostro modo di vivere è il migliore concepibile, che i nostri problemi non sono poi tanto gravi, che non ci riguardano personalmente, che sono irrisolvibili, e che se anche fossero risolvibili, noi personalmente non potremmo fare niente a riguardo.

Senza prima estirpare queste fallacie culturali, non si potrà avere nemmeno la speranza di un cambiamento sufficientemente diffuso da evitare la nostra estinzione. Per avere un cambiamento, bisogna che la gente VOGLIA cambiare.

Inoltre, smentire ed estirpare le menzogne della nostra mitologia culturale è indispensabile per assicurarci che le alternative alla nostra civiltà che vengono ideate non siano anch'esse inquinate e invalidate da false credenze o assunzioni.

Il modo di procedere più logico sarebbe PRIMA ripulire le nostre menti da ogni falso preconcetto riguardo noi stessi e il nostro ambiente, e solo DOPO usare le nostre rinnovate e purificate capacità logiche - e la nostra più chiara visione della situazione - per ideare soluzioni.
Altrimenti rischiamo di perdere tempo ed energie in idee sociali difettose alla radice che non potranno mai funzionare.

Cambiare menti estirpandone la nostra nociva mitologia culturale rimane insomma il primo, imprescindibile passo per ottenere dei risultati concreti. Senza di esso, nessuna proposta valida potrà venire ideata, né ascoltata, né compresa, né tantomeno attuata.
E di proposte simili dovremo sperimentarne il più possibile, se vorremo sopravvivere.

(FAQ correlate: FAQ generica n° 11. FAQ sulla mitologia culturale n° 1. FAQ sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 9.)



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 11:
Non mi pare molto sensato prendere a esempio le tribù, visto che non riescono nemmeno a stabilire un accordo per vivere in pace e sono perennemente in guerra tra loro.

Come abbiamo visto, la Strategia delle Rappresaglie Imprevedibili (la strategia bellica universalmente utilizzata dalle tribù) non è affatto un problema da risolvere o un difetto dello stile di vita tribale: è un efficientissimo meccanismo di mantenimento della pace, che da centinaia di migliaia di anni mantiene le varie tribù in equilibrio e in pace tra di loro, senza causare la distruzione, l'annessione o la schiavizzazione di nessuna. Si tratta di un pregio dello stile di vita tribale, non di un difetto, che ha l'effetto di salvaguardare la diversità culturale umana.

Lo stile bellico tribale è una strategia evolutivamente stabile, un comportamento plasmato dalla selezione naturale durante centinaia di migliaia o milioni di anni e portato avanti per tanto tempo perché più efficace di qualunque altro a disposizione. Proporre di sostituirlo con un trattato di pace (che avrebbe sicuramente una durata limitatissima, come insegna la storia umana), significa non aver compreso la differenza tra strategie evolutivamente stabili e i sistemi utopistici tipici della nostra civiltà.

Mirare a eliminare i conflitti umani significa cercare di modificare la natura umana, e quindi essere destinati a fallire. Gli esseri umani hanno sempre avuto e sempre avranno motivi di conflitto che porteranno a scontri e attriti di varia gravità. Questo non cambierà mai, perché i conflitti sono semplicemente una conseguenza della natura competitiva della comunità della vita, di cui gli umani fanno parte. E la competizione intraspecie (all'interno della stessa specie) è sempre più aspra di quella interspecie (tra specie diverse), per il semplice motivo che membri della stessa specie competono per molte più risorse (cibo, riparo, partner sessuali).

Mirare invece a gestire gli inevitabili conflitti in modo da tenerne gli effetti negativi al minimo possibile, è un approccio che ha una possibilità di successo (e infatti si è dimostrato efficace per centinaia di millenni).



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 12:
Dato che le tribù sono costantemente in guerra tra loro, diventare dei Lascia non ci riporterebbe indietro nella stessa situazione, con gruppi creati secondo criteri arbitrari (razziali, religiosi, geografici, ecc.) in perenne lotta tra loro?

Risposta di Quinn:

"Il costante stato di guerra a bassa intensità era accettato come parte della vita tra i popoli tribali come lividi, escoriazioni, ossa rotte e commozioni cerebrali sono accettati come parte della vita dai giocatori di football professionisti. Con questo intendo dire che non si torcono le mani a causa del loro costante stato bellico a bassa intensità più di quanto i giocatori di football professionisti si torcano le mani a causa dei loro infortuni. Si potrebbe in effetti sostenere che la costante guerra a bassa intensità giochi lo stesso ruolo nelle loro vite di quello che lo sport gioca nelle nostre.

In "Oltre la Civiltà" non suggerisco da nessuna parte di "tornare a vivere tribalmente". Non vivremo mai più come vivevano i nostri antenati, e non ho mai suggerito che potremmo o dovremmo. Quindi mi sembra insensato speculare sulle conseguenze che questo avrebbe. Quello che ho detto, ancora e ancora, è che i nostri antenati avevano un modo di vivere che ha funzionato bene per loro per milioni di anni, e che possiamo imparare qualcosa da esso a nostro vantaggio.

In "Oltre la Civiltà" ho esplorato la possibilità di guadagnarsi da vivere tribalmente (anziché svolgendo lavori tradizionali). Guadagnarsi da vivere tribalmente non è lo stesso che vivere tribalmente e, come ho detto, non ho mai suggerito che dovremmo tornare a vivere tribalmente - o che dovremmo tornare a fare qualunque altra cosa. Come ho detto e ripetuto, non possiamo tornare indietro. Possiamo solo andare avanti."




FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 13:
Come può Quinn essere un ambientalista e contemporaneamente prendere ad esempio la Rivoluzione Industriale? E' un controsenso.

L'unica cosa che Quinn prende ad esempio della Rivoluzione Industriale è il processo creativo che l'ha resa il movimento di maggior successo della storia umana. Dato che si è dimostrato così rapido ed efficace, è solo logico pensare di usarlo anche nella Nuova Rivoluzione Tribale. Ma Quinn ovviamente condanna gli scopi della Rivoluzione Industriale e i suoi difetti, dato che ha accelerato vertiginosamente la nostra corsa verso l'autodistruzione - corsa che comunque era già attiva e in lenta ma costante accelerazione anche prima della Rivoluzione Industriale, è bene precisarlo.

Inoltre Quinn non si considera un ambientalista, perché il concetto presuppone che esista un ambiente non-umano da proteggere e uno umano distinto da esso, e che ci siano persone a favore dell'ambiente e CONTRO le persone, come se le due cose fossero contrapposte, e questa è proprio una delle false assunzioni che Quinn vuole smentire.



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 14:
La legge tribale è diversa da quella civilizzata perché anziché preoccuparsi solo di punire il colpevole si preoccupa di riparare al danno che ha arrecato, e nei casi di furto o di danneggiamento di proprietà è facile attuare questo principio (basta restituire il maltolto o che il colpevole dia alla vittima una cosa di valore equivalente a quella che ha distrutto). Ma cosa si fa nei casi in cui il danno è irreparabile, come nei casi di omicidio, di stupro o di distruzione di una proprietà inestimabile, unica e insostituibile?

Risposta di Quinn:

"'Riparare il danno' non è il concetto centrale. Sarebbe più appropriato descriverlo come 'migliorare la situazione di tutti il più possibile'. In alcuni casi, naturalmente, il danno può essere riparato. Se rubi una mucca, puoi restituirne una. Le parti coinvolte devono decidere da sole ciò che arriva più vicino a risolvere la situazione. Nel sistema Prendi, che non prova a ripristinare la situazione precedente al crimine, le persone semplicemente sperano che lo Stato imporrà la punizione più pesante possibile al colpevole. Le vittime non hanno il potere di deciderlo, quindi se il colpevole se la cava con meno del minimo, si sentono defraudate (dato che la punizione per il criminale è l'unica cosa in cui possono sperare).
Nel sistema Prendi, l'ideale è di avere una singola punizione standard che viene ritenuta giusta (a prescindere dai sentimenti delle vittime). In un sistema sano, non ci possono essere soluzioni standardizzate (dato che non esistono crimini standardizzati).

Immaginiamo una famiglia che viva secondo la nozione Prendi di giustizia. Diciamo che il bambino sbatta la porta. Consultereste il codice legale famigliare per vedere quali accuse possono venire formulate contro chi compie un gesto simile. Forse può venire accusato in base a differenti leggi. Se condannato, riceverebbe delle punizioni prestabilite per l'infrazione di ogni legge, per cui potrebbero essere considerate circostanze attenuanti.
In realtà, naturalmente, nelle famiglie sane ogni problema viene considerato in base alle proprie caratteristiche, nel proprio contesto, e viene affrontato in modo di volta in volta diverso, anziché come un esempio di un comportamento criminale meticolosamente categorizzato. Diciamo che un bambino di cinque anni rompa inavvertitamente un cimelio di famiglia. Non c'è alcuna possibilità che il bambino possa ripristinarlo. Genitori saggi eviteranno di infliggere terribili sensi di colpa al bambino. Ma immaginiamo che sia un diciassettenne a romperlo, durante uno scatto d'ira. Ovviamente questa è una situazione molto diversa che deve essere analizzata da varie angolazioni, e di sicuro non c'è un'unica soluzione che si adatti a tutti i casi; nessun libro di codici sarà di alcun aiuto. Fin troppi genitori ricorrerebbero alla punizione più severa possibile, e immagino che possa avere senso in alcuni casi (anche se ne dubito); genitori più saggi potrebbero riconoscere che questo comportamento segnala qualcosa di più profondo che deve essere affrontato, e che una punizione peggiorerà solo le cose; in effetti, potrebbe benissimo essere che la situazione complessiva possa essere migliorata solo migliorando la situazione del ragazzo - proprio il contrario di una punizione.

Questo è il modo in cui la legge dovrebbe funzionare; la domanda non dovrebbe essere 'Quanto dobbiamo punire (anche se punire peggiorerà solo la situazione)?', ma piuttosto: 'Come possiamo migliorare questa situazione (anche se migliorarla non la ripristinerà perfettamente)?'."

Non è difficile immaginare che in futuro, tra secoli o millenni, il nostro concetto di giustizia composto da leggi standard e di gabbie per umani (che non fanno altro che spingere i prigionieri ancora più avanti sulla strada del crimine) verrà visto come ridicolo e insensato. E che la nostra ostinazione nel continuare a utilizzarlo a dispetto dei suoi continui fallimenti, anno dopo anno, verrà visto come follia cieca.
(Se la nostra specie sopravviverà tanto.)

E' da ricordare che la legge tribale è diversa da quella statale per vari motivi:
Le leggi tribali non sono quindi sistemi utopistici, come le leggi statali, ma strategie evolutivamente stabili.

Come ha detto Quinn stesso: "La legge tribale non punisce le persone per i loro difetti, come fa la nostra legge. Invece, rende la gestione dei loro difetti una parte semplice e normale della vita quotidiana."



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 15:
Capisco la gravità del problema ecologico e la necessità di abbandonare il nostro devastante stile di vita Prendi, ma non riesco proprio a trovare attraente l'idea di rinunciare a tutti i vantaggi e i comfort del nostro stile di vita e di vivere in modo più primitivo...

Fortunatamente, abbandonare il nostro stile di vita Prendi significherebbe OTTENERE delle cose (cose a noi essenziali), non rinunciarvi. Nello scambio tra ricchezza Prendi e ricchezza Lascia, ci guadagneremmo.

Da "My Ishmael", pagine 129-133 (leggibile anche online):

- "Madre Cultura dice: 'Certo, potete salvare il mondo, ma odierete davvero farlo. Sarà davvero doloroso'.”
- “Perché doloroso?”
- “A causa di tutte le cose a cui dovremo rinunciare. Ma come ho detto, potrebbe essere la semplice verità.”
- “No, non è la semplice verità, Julie. E' la semplice bugia di Madre Cultura. Per quanto Madre Cultura sia una metafora, a volte si comporta davvero come una persona. Perché credi che direbbe questa particolare bugia?”
- “Vuole dissuaderci dal cambiare, immagino.”
- “Naturalmente. La sua intera funzione è proprio quella di preservare lo status quo. Questa non è una caratteristica peculiare della vostra Madre Cultura. In ogni cultura, la funzione di Madre Cultura è di mantenere lo status quo. Non intendo affatto suggerire che questa sia sempre un'attività malvagia.”
- “Lo capisco.”
- “Madre Cultura vuole fermarvi in partenza convincendovi che per voi ogni cambiamento sarebbe sicuramente in peggio. E perché per voi ogni cambiamento sarebbe in peggio, Julie?”
- “Non capisco perché enfatizzi il 'per voi'.”
- “Be', pensa ai Boscimani africani anziché a voi. Anche per loro ogni cambiamento sarebbe un cambiamento in peggio?”
- “Oh. Capisco cosa intendi. La risposta è no, naturalmente. Per i Boscimani ogni cambiamento sarebbe un cambiamento in meglio, secondo Madre Cultura.”
- “Perché?”
- “Perché quello che hanno è privo di valore. Quindi ogni cambiamento sarebbe un miglioramento.”
- “Esattamente. E perché invece per voi ogni cambiamento sarebbe sicuramente un peggioramento?”
- “Perché quello che abbiamo noi è la perfezione. Non può semplicemente migliorare oltre, quindi ogni cambiamento non potrebbe essere che un peggioramento. E' giusto?”
- “Molto giusto, Julie. Sono rimasto sorpreso da quanti di voi sembrino davvero credere che ciò che avete sia la perfezione. Mi ci è voluto un po' per capire che questo dipende dalla distorta comprensione che avete della storia umana e dell'evoluzione. Molti di voi pensano, consapevolmente o meno, che l'evoluzione sia un processo di inesorabile miglioramento. Pensate che gli umani abbiano cominciato come creature miserabili e che, sotto l'influenza dell'evoluzione, siano gradualmente migliorati sempre di più, sempre di più, sempre di più, sempre di più, sempre di più, finché un giorno sono diventati voi, completi di frigoriferi, forni a microonde, condizionatori, furgoni e televisori satellitari con seicento canali. Per questo, rinunciare a qualunque cosa sarebbe necessariamente un passo indietro nello sviluppo umano. Quindi Madre Cultura presenta la questione in questo modo: 'Salvare il mondo significa rinunciare a delle cose, e questo significa tornare a essere miserabili. Quindi...”
- “Quindi scordatevi di rinunciare a delle cose.”
- “E più importante: scordatevi di salvare il mondo.”
- “E che cosa stai dicendo tu?”
- “Anch'io dico 'scordatevi di rinunciare a delle cose'. Non dovreste pensare a voi stessi come a persone ricche che devono rinunciare ad alcune delle loro ricchezze. Dovreste pensare a voi stessi come a persone in un bisogno disperato. Capisci il significato basilare della parola benessere (wealth), Julie?”
- “Non ne sono sicura.”
- “Da quale parola deriva caldo?”
- “Calore, ovviamente.”
- “Quindi, tira a indovinare. Da che parola deriva benessere?”
- “Bene?”
- “Naturalmente. Nel suo significato fondamentale, benessere non è sinonimo di denaro, ma di stare bene. Per quanto riguarda i prodotti, siete di certo favolosamente ricchi, ma per quanto riguarda il benessere umano, siete poveri in modo patetico. In quell'aspetto siete i più miserabili del pianeta. E questo è il motivo per cui non dovreste concentrarvi sul rinunciare a delle cose. Come potrebbero le più miserabili creature sul pianeta avere qualcosa a cui rinunciare? E' impossibile. Al contrario, dovete concentrarvi sull'ottenere delle cose – ma non altri tostapane, Julie. Non altre radio. Non altri televisori. Non altri telefoni. Non altri lettori CD. Non altri giocattoli. Dovete concentrarvi sull'ottenere le cose di cui avete disperatamente bisogno in quanto esseri umani. Al momento, avete rinunciato a tutte queste cose, avete deciso che non possono essere ottenute. Ma il mio compito, Julie, è di mostrarti che non è così. Non dovete rinunciare alle cose di cui avete bisogno come esseri umani. Sono alla vostra portata – se sapete dove cercarle. Se sapete come cercarle. E questo è ciò che sei venuta per imparare.”
- “Ma come possiamo farlo, Ishmael?”
- “Dovete diventare più esigenti per voi stessi, Julie – non meno. Qui è dove mi dissocio dai vostri religiosi, che tendono a spingervi a essere coraggiosi e sopportare ogni sofferenza e ad aspettarvi poco dalla vita – e ad aspettarvi qualcosa di meglio solo nella prossima vita. Dovete esigere per voi stessi la ricchezza che i popoli aborigeni in tutto il mondo sono disposti a morire per difendere. Avete bisogno di esigere per voi stessi la ricchezza che gli umani hanno avuto fin dall'inizio, che hanno dato per scontata per centinaia di migliaia di anni. Dovete esigere per voi stessi la ricchezza che avete gettato via per rendervi i dominatori del mondo. Ma non potete chiederla ai vostri leader. Non la possiedono. Non possono darvela. Ecco in cosa dovete differenziarvi dai rivoluzionari del passato, che volevano semplicemente altri individui al potere. Non potete risolvere i vostri problemi mettendo nuove persone al potere.”
- “Già, ma a chi dobbiamo chiederla se non ai nostri leader?”
- “Chiedetela a voi stessi, Julie. La ricchezza tribale è l'energia che i membri della tribù si scambiano tra di loro per mantenere viva la tribù. Questa energia è inesauribile, una risorsa completamente rinnovabile.”

[...]

- “Ci sono solo due modi di salvare il mondo. Uno è di distruggervi immediatamente – senza aspettare che rendiate il mondo inabitabile per voi stessi. Non conosco alcun modo di fare una cosa simile, Julie. E tu?”
- “No.”
- “L'unico altro modo di salvare il mondo è di salvare voi. E' di mostrarvi come ottenere le cose di cui avete disperatamente bisogno – anziché distruggere il mondo.”
- “Oh”, dissi io.
- “E' mia bizzarra convinzione, Julie, che la gente della vostra cultura stia distruggendo il mondo non perché è malvagia o stupida, come insegna Madre Cultura, ma perché sono terribilmente, terribilmente deprivati – di cose che gli esseri umani devono assolutamente avere, di cui semplicemente non possono fare a meno anno dopo anno e generazione dopo generazione. E' mia bizzarra convinzione che, se dovessero scegliere tra distruggere il mondo e avere le cose che vogliono sinceramente e profondamente, sceglierebbero quest'ultima opzione. Ma prima di poter fare questa scelta, devono vederla.”

(Oltre alla ricchezza Lascia, guadagneremmo anche la possibilità di continuare a esistere indefinitamente su questo pianeta, anziché estinguerci in un apocalittico collasso ecologico.)



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 16:
Come fa Quinn a sostenere che i popoli Lascia non abbiano problemi come depressione, crimine, suicidi, senso di inutilità e male di vivere generalizzato? Che prove ha?

Prove matematiche nessuna, perché in questioni simili non è possibile averle, ma di un tipo diverso sì.
Sebbene nessun antropologo abbia mai effettuato uno studio su questo argomento specifico, va notato un dettaglio molto significativo: non esiste alcun antropologo che abbia mai descritto una tribù Lascia con problemi di depressione, suicidi, crimine e male di vivere generalizzato. Nonostante gli antropologi descrivano le culture che studiano in ogni minimo dettaglio, mai nessuno ha riferito di difetti simili in una cultura tribale.
Questo naturalmente a eccezione delle culture Lascia che sono state contaminate dalla nostra, venendo schiavizzate, dileggiate, private della propria cultura e della propria identità e lasciate smarrite ai margini della nostra civiltà o in una riserva, e per reazione hanno sviluppato i nostri stessi malanni (i nativi americani, per esempio, o i Maori, entrambi precipitati nell'alcolismo e nella delinquenza dopo aver fatto la nostra conoscenza).

Le culture Lascia contaminate dalla nostra hanno sempre mostrato segni di degrado culturale e psicologico, ma nessuna delle culture tribali "intatte" è mai stata descritta come in possesso di quei difetti sociali che per noi sono endemici. E sebbene innumerevoli culture tribali siano a conoscenza di stupefacenti naturali più o meno potenti (le foglie di coca vengono consumate da millenni ovunque ce ne siano), non è mai stato descritto un solo caso di abuso di sostanze.
A meno di non voler sostenere che gli antropologi abbiano sempre nascosto di proposito i difetti sociali e i problemi psicologici delle tribù Lascia, si deve concludere che non ne abbiano mai parlato perché non sono mai stati trovati.

Probabilmente la causa dell'assenza di questi problemi psicologici e sociali nelle società tribali è dovuta al fatto che esse, a differenza delle nostre megasocietà, sono in grado di soddisfare i bisogni più fondamentali di tutti gli esseri umani.
Le tribù infatti forniscono ai propri membri:
Secondo Desmond Morris, "siamo, e probabilmente lo resteremo sempre, dei semplici animali tribali" (D. Morris, "Lo zoo umano"), non adatti alla vita nelle nostre supertribù moderne di milioni di individui che non si conoscono tra loro e che sono in costante e feroce competizione l'uno con l'altro per poche risorse, anziché aiutarsi a vicenda in ogni occasione per il successo comune. E' solo naturale che vivere in un modo così radicalmente diverso da quello con cui ci siamo evoluti per milioni di anni sia inadatto e insoddisfacente per la maggior parte di noi - per quanto sia senza dubbio idilliaco per i pochissimi in cima alla nostra piramide.

E' emblematico il caso della Cina, la nazione che probabilmente sta attraversando la modernizzazione e la crescita economica più rapide del pianeta ma che vede il livello di felicità e di soddisfazione esistenziale dei propri abitanti calare tanto più aumenta la loro ricchezza. (fonte - cache) E gli Stati Uniti, in cui si prescrivono 118 milioni di ricette per antidepressivi all'anno, sono all'incirca nella stessa situazione. (fonte - cache) Per quanto sicuramente gli interessi economici delle compagnie farmaceutiche e la connivenza dei medici contribuiscano a gonfiare questi dati, è fuor di dubbio che la depressione oggigiorno sia un enorme problema negli Stati Uniti (e non solo). Quasi un'epidemia.
E' opportuno anche ricordare che un recente sondaggio (cache) ha rilevato che al 70% degli americani non piace il proprio lavoro e il 20% lo odia tanto da sabotarlo attivamente. Senza contare che il 30% che ha affermato di non essere scontento del proprio lavoro non necessariamente continuerebbe a farlo ogni giorno, se avesse un'alternativa migliore.
E' evidente che lo stile di vita Prendi non sta dando a queste persone ciò di cui hanno davvero bisogno.

Quasi tutti noi moderni umani civilizzati soffriamo di un brutto caso di mancanza di tribù. E i sintomi sono proprio quelli che conosciamo benissimo: depressione, male di vivere, senso di inutilità e di assenza di scopo, suicidi, crimini sempre più frequenti, senso di non-appartenenza, abuso di droghe, di tv, di gioco d'azzardo e degli altri palliativi a nostra disposizione, ansia per il futuro, senso di solitudine, e in generale degrado sociale e psicologico.

Molti (i soggetti definiti "psicologicamente sani") riescono in qualche modo a sopperire a questa mancanza di tribù grazie a dei surrogati tribali, come l'appartenenza a una religione e/o a circoli di parenti, amici e colleghi. Ma dato che ognuno continua a doversi guadagnare da vivere da solo e non in gruppo (con la conseguente paura di perdere il lavoro e la casa) e a essere invischiato in un sistema basato sulla competizione costante anziché sulla collaborazione reciproca, si tratta, come detto, solo di surrogati di una verà tribù. E come per tutti i surrogati, l'effetto non è paragonabile all'originale. Così l'ansia per il futuro, la sfiducia verso i propri simili e verso la società e le istituzioni,
un senso di inutilità e un generico male di vivere sopravvivono (benché in forma più leggera) anche in questi fortunati, che infatti non si fanno mancare i palliativi che la nostra civiltà mette loro a disposizione.
Quelli che poi non hanno neanche l'aiuto esistenziale di questi surrogati tribali, sono in una situazione ancora più grave.



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 17:
Ne capisco i vantaggi ecologici, ma mi sembra che lo stile di vita tribale non porti da nessuna parte, che sia noioso e insopportabile. Dopo centinaia di millenni, i popoli primitivi sono rimasti sempre uguali, senza evolversi minimamente.

Innanzitutto, nessuno sta suggerendo di tornare a vivere come i popoli primitivi. Anzi, Quinn ha detto spesso e volentieri che tornare a vivere come prima della rivoluzione agricola è impossibile per tutti noi 7 miliardi, e che dobbiamo andare avanti, e non indietro. Dobbiamo trovare NUOVI modi di vivere ecologicamente stabili ed esistenzialmente soddisfacenti anche per noi moderni umani, non riprendere in mano la lancia.

Detto ciò, la credenza che lo stile di vita tribale sia noioso e insopportabile è una semplice fallacia culturale priva di fondamento, proprio come il fatto che vivano costantemente sull'orlo dell'inedia e che la loro salute sia inferiore alla nostra (il che, come abbiamo visto, è falso). Nessuno di noi ha mai provato a vivere in quel modo, quindi esprimere un giudizio a riguardo è sintomo di condizionamento culturale. E' un pregiudizio, niente di più, e come tale non ha alcun valore, soprattutto considerando che è contraddetto dai dati a nostra disposizione, visto che dai resoconti degli antropologi emerge che tutti i popoli tribali sono soddisfatti del proprio modo di vivere e non lo trovano affatto noioso né tantomeno insopportabile.
(Muovere quest'accusa allo stile di vita tribale poi non ha molto senso da parte nostra, se consideriamo che la noia non è affatto assente dal NOSTRO stile di vita. Anzi.)

La credenza che lo stile di vita tribale "non porti da nessuna parte" va trattata separatamente, perché è più insidiosa di quanto possa sembrare a prima vista. Essa infatti rivela un altro aspetto della (radicatissima) fallacia culturale secondo cui gli umani sono un'eccezione biologica, una specie superiore e separata dalle altre.
Nella nostra cultura è infatti convinzione comune che gli esseri umani abbiano un punto da raggiungere nella loro vita, un qualcosa da ottenere che dia significato alle loro esistenze, e che vivere in modo civilizzato gli permetta di farlo, mentre vivere in modo primitivo no. La vita tribale, secondo la cultura Prendi, non fa altro che sprecare le potenzialità degli esseri umani, senza permettergli di realizzare il loro pieno potenziale, ed è per questo che è una vita
inutile e indegna che non porta da nessuna parte. Gli esseri umani devono vivere espandendo sempre di più le proprie conoscenze sull'universo, devono aumentare sempre di più il proprio dominio sulla materia, devono migliorare sempre di più, sempre di più, sempre di più, senza mai fermarsi, e vivere in altro modo significa vivere in modo stupido e inutile.

La nostra cultura ci mente in due modi, a questo riguardo:
  1. dicendoci che l'umanità nel suo complesso ha il dovere di espandere sempre di più le proprie conoscenze e il proprio dominio sul mondo;
  2. dicendoci che noi individualmente abbiamo il dovere di essere ambiziosi, di mirare a "concludere qualcosa nella vita", ossia di apportare dei contributi alla società il più significativi possibile (e naturalmente i più ammirevoli sono quelli che permettono alla nostra cultura di aumentare l'efficacia e la rapidità con cui espande il proprio dominio sul mondo, ad esempio le tecnologie per produrre più energia o più cibo, o quelle per vivere più a lungo).
Insomma, l'ideologia della nostra civiltà ci dice che l'unico modo giusto e dignitoso di vivere è contribuire al perpetuamento della sua esistenza. Naturalmente l'oste ti dirà che il suo vino è buono, non c'è nulla di strano in questo.

Questi due dogmi (altro non sono, dato che sono privi di fondamenti concreti o logici) ci vengono ripetuti sia implicitamente che esplicitamente in innumerevoli modi fin dalla nostra nascita, e hanno come effetto principale quello di alimentare la costante distruzione del nostro pianeta e come effetti secondari quello di farci provare disprezzo per chiunque non sia un membro produttivo della società e "sprechi" la propria vita (il che è molto utile alla nostra cultura, perché se si prova disprezzo per un'idea o una persona la si liquida senza nemmeno esaminarla a fondo e controllare se per caso non abbia dei meriti), e quello di condannarci a essere perennemente insoddisfatti di noi stessi, a sentirci sempre in dovere di ottenere di più, di salire sempre più la scala economica e sociale, a prescindere dai nostri successi (a cui ci abituiamo rapidamente e che ci danno una soddisfazione solo temporanea), il che è ottimo per la nostra cultura, dato che ci sprona a impegnarci incessantemente per potenziarla sempre di più senza mai adagiarci sugli allori, ma è pessimo per noi individui.

Il motivo di questo lavaggio del cervello, naturalmente, è che la nostra cultura ha un disperato bisogno di convincerci di queste menzogne per continuare a esistere. La cultura Prendi non è altro che un'enorme crociata volta all'espansione infinita, e l'unico modo di convincere i propri membri a portare avanti senza sosta quest'espansione è indottrinarli ed educarli fin dalla nascita a credere che farlo sia il loro destino, che sia l'unico modo giusto e sensato di comportarsi.
Questo indottrinamento viene effettuato senza sosta grazie a innumerevoli tramiti (film, romanzi, pubblicità, articoli, storie, lezioni) sia dai leader e dai gatekeepers delle comunità (politici, giornalisti, scrittori, pubblicitari, insegnanti), che in cambio guadagnano benessere e riconoscimento sociale (e non necessariamente si rendono conto di perpetuare menzogne), sia da individui comuni che sono stati indottrinati al punto da divenire loro stessi indottrinatori anche senza guadagnarci nulla in particolare (eccetto la piacevole sensazione di sapere "come stanno le cose", di aver capito "come funziona il mondo" e di vivere una vita "degna di essere vissuta"). Proprio questi ultimi sono gli agenti propagandistici più efficaci, dati il loro numero e la possibilità di esercitare un indottrinamento costante e capillare in ogni strato della comunità (perlopiù tramite discussioni informali con amici, colleghi e parenti), a costo zero e senza neanche rendersi conto di farlo. E' principalmente grazie a loro che le due fallacie culturali sopra esaminate hanno acquisito il rango di "dati di fatto" sicuri al cento percento che è inutile perfino pensare di mettere in discussione.

Poche persone si rendono conto di avere queste fallacie culturali (e molte altre) nella loro mente, a influenzare e filtrare ogni loro osservazione e ragionamento, e ancora di meno si rendono conto di come esse siano del tutto prive di fondamento, sia dal punto di vista logico che fattuale.
Dato che gli esseri umani si sono evoluti su questo pianeta come qualunque altra forma di vita e sono soggetti alle loro stesse leggi fisiche ed ecologiche, è insensato e illogico supporre che solo loro abbiano (collettivamente o individualmente) un compito o un destino che nessun altro ha. Non ha senso credere che la vita umana sia diversa da quella di qualunque altra creatura e che debba raggiungere altri obiettivi oltre alla perpetuazione della vita stessa. Non c'è alcuna prova di questo. Credere una cosa simile significa abbandonare la logica per la religione. (E' sorprendente quanti atei in realtà siano religiosi senza saperlo.)

Essere convinti che il destino dell'uomo sia di aumentare sempre più la propria conoscenza e il proprio dominio sull'universo, dal punto di vista logico equivale a credere che il suo destino sia di sconfiggere Satana, o di inventare un'intelligenza artificiale, o di creare un ibrido zebra-lucertola: non c'è la minima prova né concreta né logica a sostegno di nessuna di queste credenze.
Sostenere che dobbiamo continuare a vivere da Prendi, distruggendo il mondo e le altre specie a ritmi folli, correndo verso la nostra stessa estinzione - e nel frattempo sopportando sistemi sociali fallimentari e problemi esistenziali di cui potremmo fare a meno - perchè è il nostro destino, significa far mostra di fanatismo religioso, né più né meno.

Veniamo ora all'accusa, 
mossa invariabilmente dai civilizzati ai popoli tribali, di non essersi evoluti minimamente negli ultimi millenni. Rimanere sempre uguali a se stessi viene considerato dalla mentalità Prendi un difetto, una prova che i popoli tribali stanno sbagliando qualcosa, perché altrimenti ormai si sarebbero evoluti oltre la loro condizione di miseria. Avrebbero ottenuto i nostri stessi agi e i nostri comfort. Ma questo rivela solo un fraintendimento di fondo del funzionamento e degli scopi dell'evoluzione.
L'evoluzione non ha l'obiettivo di rendere una specie sempre migliore, all'infinito, millennio dopo millennio. Ha lo scopo di renderla adatta alla sopravvivenza nel proprio ambiente. Né più, né meno. Una volta raggiunta la massima adattabilità possibile, quella specie smette di cambiare (e riprende a farlo solo quando cambiano le condizioni ambientali in cui vive). Ecco perché formiche, scarafaggi, ragni e squali sono rimasti perlopiù identici nelle ultime decine o centinaia di milioni di anni: si sono già adattati al meglio al proprio ambiente. Nessuno si sognerebbe mai di considerarli difettosi o fallimentari per questo, anzi.

Dato che l'ideologia alla base della nostra cultura afferma che l'unico modo giusto di vivere è espandere sempre di più sia il nostro numero che il nostro dominio sul mondo,
siamo portati a vedere la stasi come un difetto orribile da evitare il più possibile, ma dal punto di vista evolutivo in realtà è segno che quella specie ha successo e non ha bisogno di ulteriori modifiche. Quindi sostenere che lo stile di vita tribale sia inferiore al nostro perché in centinaia di millenni è rimasto sempre uguale non ha senso. Casomai, questo significa che è superiore, perché già arrivato dove il nostro stile di vita civilizzato ancora non riesce a giungere, sia dal punto di vista sociale, che esistenziale, che ambientale. E' avanti a noi in tutti questi aspetti, non indietro, e dato che si tratta degli aspetti fondamentali di ogni stile di vita, non si tratta di un dettaglio da poco.

Tutti i nostri agi, i nostri comfort e i nostri prodotti tecnologici sono stati miglioramenti solo in apparenza. A ben vedere, in realtà hanno rappresentato un regresso, non un progresso, dato che il prezzo da pagare per averli è stato un peggioramento sociale ed esistenziale e la perdita della nostra ecosostenibilità (ossia della caratteristica basilare che uno stile di vita deve avere per funzionare).
Dal punto di vista evolutivo, si è trattato di un passo, anzi di un salto indietro, dato che ha fatto perdere alla nostra cultura la capacità di continuare a esistere indefinitamente. L'evoluzione riguarda l'essere adatti alla sopravvivenza, e la nostra civiltà in questo settore è un disastro (a differenza del tribalismo).

Infine, se anche l'umanità fosse veramente un'eccezione biologica e avesse davvero un destino unico nella comunità della vita, lo stile di vita Prendi non sarebbe certo quello più adatto alla sua realizzazione, visto che si tratta di un modo di vivere suicida, destinato ad autodistruggersi in tempi evolutivamente brevissimi.
Niente vieta di scegliersi un obiettivo nella vita, e niente vieta di scegliere proprio il costante aumento di conoscenza scientifica, ma tre cose devono sempre rimanere ben chiare:
  1. Non si tratta di uno scopo oggettivamente valido che tutti DEVONO perseguire per essere degni di essere definiti "umani" o del modo "migliore" di vivere, ma solo di una preferenza personale non imponibile e logicamente equivalente allo scegliere di dedicare la vita alla contemplazione del proprio ombelico.
    .
  2. Se il prezzo per un certo "miglioramento" è la perdita dell'ecosostenibilità, quello non è un vero miglioramento, è il primo passo verso il fallimento evolutivo (ossia l'estinzione).
    .
  3. Se un "miglioramento" alla produzione di prodotti o servizi causa un peggioramento sociale o esistenziale, quello è un regresso e non un progresso. E' un passo indietro, non uno avanti. Uno stile di vita che sacrifica il benessere delle persone per l'efficienza produttiva è destinato a venire distrutto e sostituito da quelle stesse persone, prima o poi. Ci potranno volere secoli o millenni, ma alla fine succederà.



FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 18:

Questa "Nuova Rivoluzione Tribale" sembra l'ennesima e inutile speranza di rivoluzione popolare che spazzi via i corrotti e crei un mondo migliore, come quella socialista. In cosa è diversa?

Il potere è del popolo, questo è indubbio. E' il popolo a produrre tutto ciò su cui si regge la società (ogni tipo di società) e a fornire potere a chi lo controlla, tramite il proprio assenso (tacito o no). E il popolo potrebbe in teoria togliergli questo assenso in qualunque momento, riducendo i “potenti” a semplici, singoli individui. Ma l'idea che le cose potrebbero cambiare solo se TUTTO il popolo si unisse e cominciasse a marciare, disciplinato e organizzato, in un'unica direzione diametralmente opposta rispetto a quella in cui vorrebbero farci andare i “potenti”, è assurda. Peggio, è
nociva, perché una cosa simile non potrà mai avvenire, e continuare a credere che sia la nostra unica possibilità di salvezza non fa che renderci inattivi, in apatica attesa di una rivoluzione globale popolare che non avverrà mai, che non può avvenire, a causa degli innumerevoli problemi intrinseci a un'idea simile (primo fra tutti il fatto che non abbiamo un'unica idea condivisa da tutti di quali siano i problemi della nostra civiltà, né di come risolverli; sperare che tutti si mettano d'accordo su questioni simili e comincino ad agire insieme in armonia significa abbandonarsi ai sogni).



Questo modello di rivoluzione, usato anche dai teorici della rivoluzione socialista e improntato su un semplicistico dualismo buoni-cattivi, il popolo unito da una parte e i malvagi potenti dall'altra, non è mai avvenuto e non ha molte speranze di avvenire in futuro. Anzi.
Fortunatamente, non c'è bisogno che una cosa simile avvenga. Non solo esiste un'altra strada più facilmente attuabile, ma si tratta di una strada che darebbe risultati migliori.

E' vero infatti che il potere è del popolo, ma non è necessario che per esercitarlo esso si metta d'accordo su cosa fare, come e quando farlo, si unisca e cominci ad andare tutto in un'unica direzione, sotto un'unica ideologia o visione del mondo. Potrebbe invece dividersi in varie cellule locali, ognuna delle quali andrebbe in una propria particolare direzione. L'importante è che tutte queste direzioni siano diverse (in differenti modi e gradi) da quell'unica, catastrofica direzione proposta dai potenti (che in sostanza prevede di divorare inarrestabilmente il mondo finché non rimarrà più nulla e la nostra specie e milioni di altre si estingueranno, il tutto per il profitto immediato di pochi individui).

E' assurdo aspettarsi che un gruppo di volenterosi di Atlanta si coordini perfettamente con altri gruppi simili a San Francisco, New York, Alberta, Torino, Phuket, Sidney, Berlino e Taiwan, e che tutti insieme questi individui formino un unico “esercito di liberazione popolare”. Perfino aspettarsi un simile grado di coordinazione tra milioni di persone
della stessa nazionalità è assurdo. Pensare che tutti questi gruppi di individui, che vivono in varie parti del mondo in condizioni e con necessità differenti, possano coordinarsi e muoversi come un solo organismo, è fantascienza. E' molto più sensato (e semplice) che ognuno di questi gruppi scelga una propria direzione in cui muoversi, una che possa soddisfare le sue necessità particolari.

Se tutti quelli stanchi dell'attuale stato delle cose e in cerca di un'alternativa migliore cominciassero a SPERIMENTARE per conto loro, senza attendere una fantomatica “presa di coscienza universale” o una “rivoluzione popolare globale”, e iniziassero a distaccarsi dall'attuale civiltà in vari modi diversi (chi inventando modi per ottenere acqua potabile senza bisogno delle aziende idriche, chi inventando modi di riscaldare le case senza bisogno delle aziende del gas, chi ideando modi per liberarci dalla necessità di avere polizia, o carceri, o tribunali, o denaro, ecc.), alla fine non avremmo un'unica rivoluzione popolare, ma cento, mille, diecimila.

Non ci sarebbe nemmeno bisogno di collaborare con altre persone, per iniziare. Perfino un singolo individuo potrebbe cominciare a usare le proprie idee, conoscenze e capacità per sperimentare per conto suo. Micheal Reynolds ha agito in questo modo, vent'anni fa, e i suoi tentativi solitari hanno portato alla creazione delle Earthships, e sono stati presi a modello da migliaia di altre persone che hanno creato dei villaggi indipendenti ed ecosostenibili. Non è necessario uno sforzo comune e coordinato di milioni o miliardi di individui, è sufficiente l'azione di piccoli gruppi di volenterosi o addirittura di singoli individui creativi. (Naturalmente, nulla vieterà a queste cellule rivoluzionarie di comunicare tra di loro, integrando l'una i progressi delle altre, scambiandosi idee e tecniche e migliorandosi a vicenda. Anzi, un simile modo di procedere sarebbe auspicabile.)

E dato che tutte queste piccole “cellule rivoluzionarie” si allontanerebbero dalla nostra civiltà, chi in una direzione (ad esempio l'indipendenza dalle aziende elettriche o dai carburanti fossili) e chi in un'altra (come l'indipendenza dalle importazioni di cibo), chi più, chi meno drasticamente e rapidamente, il risultato finale sarebbe non solo di aver superato la nostra civiltà, ma anche di aver creato
innumerevoli nuovi modi di vivere, necessariamente meno nocivi di quello attuale (che è il peggiore concepibile, la "cultura del massimo danno").

Essendo la diversità e la varietà (sia genetiche che, nel caso degli umani,
culturali) fonti di resistenza e di salute per una specie, il risultato di una simile rivoluzione frammentata sarebbe perfino migliore di quello che si otterrebbe se un'unica rivoluzione popolare imperversasse per tutto il pianeta e generasse un solo nuovo modo di vivere. Inoltre, una rivoluzione frammentata di questo tipo sarebbe molto più facile da realizzare.



Anziché cercare di convincere tutti della bontà di una singola ideologia e di unirli tutti sotto un'unica bandiera (come il socialismo), daremmo a tutti la libertà di vivere come vogliono, anche in modi contraddittori (perfino continuare a vivere nella cultura del massimo danno sarebbe permesso e non proibito o perseguito in alcun modo, se uno scegliesse di farlo).

Anziché avere dei leader che invariabilmente finirebbero per corrompere la rivoluzione e inquinare i nostri sforzi, ne renderemmo impossibile la comparsa.

Anziché abbattere i muri della prigione in un unico punto, come un bulldozer, ne usciremmo attraverso miriadi di crepe. (Il che renderebbe anche molto più difficile fermarci ai difensori dello status quo.)

(FAQ correlate: FAQ sul tribalismo e sulla Nuova Rivoluzione Tribale n° 8.)




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